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Full text of "Giordano Bruno e il pensiero del rinascimento"

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IL  PENSIERO  MODERNO 

a  cura  di  E.  Codignola 


III 

GIOVANNI  GENTILE 

GIORDANO  BRUNO 


IL  PENSIERO  DEL  RINASCIMENTO 


GIOVANNI  GENTILE 


GIORDANO  BRUNO 

E  IL  PENSIERO 
DEL  RINASCIMENTO 


VALLECCHI    EDITORE    FIRENZE 


PROPRIETÀ  LETTERARIA 


Firenze.  1920  -  StabU.  Tipog.  A.  Vallecchi.  Via  RicasoU,  8. 


alla  memoria 

de'  miei  poveri  fratelli 

GAETANO   E   ROSINA 

miei  compagni  d'  amore  e  di  sogni 

nella  fanciullezza 

entrambi  caduti 

sulla  soglia  della  vita 


PREFAZIONE 


Pubblicando  nel  1907  per  la  prima  volta 
la  Conferenza  che  è  a  capo  di  questo  volume, 
vi  premisi  la  seguente  avvertenza,  che  era  stata 
pure  r esordio  del  mio  discorso  : 

Questo  scritto  non  vuol  essere  né  una  biografìa,  né  un'«- 
sposizione  del  pensiero  di  Giordano  Brano  ;  ma  solo  un  saggio 
intorno  al  significato  di  lui  nella  storia  della  cultura  :  e  auindi 
una  illustrazione  delle  ragioni  peculiari  della  sua  conoanna 
e  della  sua  morte  mercè  lo  studio  delle  sue  idee  intorno  al 
rapporto  della  filosofia  con  la  religione,  e  del  suo  atteggiamento 
verso  la  Riforma  e  verso  1'  Inquisizione. 

Per  giustificare  la  speciale  determinazione  dell'argomento 
e  la  forma  dello  scritto,  dirò  che  questo  nacque  per  una  con- 
ferenza, tenuta  in  Palermo  il  20  marzo  di  quest'anno,  per 
invito  della  Sezione  locale  della  Federazione  nazionale  degli 
Insegnanti  medi.  La  quale  volle  in  questo  modo  riparale 
all'omissione  (non  di  certo  approvabile,  quale  che  ne  sia  stato  il 
motivo)  onde,  sette  anni  fa,  la  gloriosa  ricorrenza  centenaria 
del  rogo  di  Bruno  parve  opportuno  non  fosse  in  alcun  modo 
ricordata  nelle  nostre  scuole  ;  dove  pure  ogni  anno,  a  giorno 
fisso,  tutti  i  maestri,  da  un  cajx)  all'altro  d'  Italia,  sono  invi- 
tati a  interrompere  il  corso  delle  lezioni  per  commemorazioni 
improvvise,  prive  spesso  d'ogni  valore  didattico  ed  educativo, 
di  eroi  grandi  e  piccoli  della  nostra  storia  civile  e  letteraria. 
E  a  me  parve  ottimo  segno  dei  tempi,  —  da  non  lasciar  pas- 
sare senza  richiamarvi  sopra  l'attenzione  del  paese,  —  che 


—  8  — 

gì'  insegnanti  dei  nostri  ginnasi  e  licei  si  ricordassero  essi  del 
Bruno,  come  di  nome  che  appartenga  a  loro,  cioè  alla  scuola 
italiana,  focolare  della  cultura  nazionale.  E  non  del  Bruno 
ora  da  un  paio  di  decennii  noto  alle  moltitudini  come  vittima 
deir  intolleranza  religiosa  e  segnacolo  in  vessillo  di  rivendi- 
cazioni anticlericali  ;  ma  del  Bruno,  che  essi  appresero  a  co- 
noscere nella  storia  :  il  grande  filosofo  e  martire  della  nostra 
Rinascenza. 

Tra  tanto  schiamazzo,  prò  e  contro  Bruno,  fatto  nello 
scorso  febbraio  da  tutti  i  politicastri  rossi  e  neri  d'  Italia  ;  i 
quali  avranno  forse  tutte  le  loro  buone  ragioni  di  schiamaz- 
zare, ma  non  ne  hanno  certo  nessuna  di  non  dover  rispar- 
miare la  pace  dello  sventurato  scrittore  né  pur  a  tre  secoli 
dalla  sua  morte  ;  è  veramente  titolo  d'onore  pei  professori 
di  Palermo  questa  loro  idea  di  stringersi  a  difesa  intorno  alla 
memoria  del  filosofo,  segno 

D' inestinguibil  odio 
E  d' indomato  amor  ; 

di  restituire  al  Bruno  la  siia  dignità  storica  di  filosofo  e  mar- 
tire della  filosofia  ;  di  sottrarre  il  suo  nome  alla  mischia  profa- 
natrico  dei  partiti  politici,  che  l'esaltano  e  lo  combattono, 
esaltando  o  combattendo  i  loro  fini  e  le  loro  passioni,  a  cui 
il  Bruno  fu  ed  è  estraneo  ;  di  risollevarlo  per  gli  spiriti  colti 
in  quell'aer  sereno,  a  cui  si  elevò  con  la  vigoria  del  suo  pensiero, 
della  sua  stessa  poetica  fantasia  e  con  l' ideale  virilità  del  suo 
grande  animo  :  in  quell'aer  sereno,  dove  tutte  le  passioni 
tacciono,  i  fini  pratici  e  i  contrasti,  da  essi  generati,  sono 
superati,  e  sopravvive  solo  quello  spirito  di  eterna  verità,  a 
cui  tutti  i  partiti  umani,  perchè  umani,  s' inchinano. 


Alla  Conferenza  qui  ristampata  con  poche 
aggiunte  e  modificazioni  (poiché  gli  studi  più 
recenti  non  hanno  scosso  menomamente  la  mia 
tesi)  seguiva  nel  1907  un'Appendice,  che  in- 
sieme con  altri  scritt creili  bruniani  verrà  ora 
compresa  in  altro  mio  volume  di  Ricerche  siUla 
filosofia  del  Rinascimento  che  seguirà  prossima- 
mente a  questo,  e  gli  servirà  quasi  di  comple- 
mento. Alla  vecchia  conferenza  ho  preferito  piut- 


—  9  — 

tosto  unire  vari  miei  studi  posteriori  (qui  o  rive- 
duti o  ampliati),  riguardanti  taluni  dei  problemi 
fondamentali  che  si  agitarono  dallo  stesso  Bruno 
e  dagli  altri  pensatori  del  nostro  Rinascimento, 
e  che,  studiati  così,  tutti  insieme,  riverberano 
una  viva  luce  sul  pensiero  del  Bruno  e  di  tutta 
quell'età  di  cui  egli  è  il  martire. 

G.   G. 


GIORDANO  BRUNO 
NELLA  STORIA  DELLA  CULTURA 


Dal  volumetto  :  G.  B.  nella  storia  della  cultura, 
Palermo,  Sandron,  1907. 


3. 


Giordano  Bruno  non  fu  uomo  pratico,  né  anche 
per  propagare  le  sue  idee.  Non  ebbe  il  pensiero  agli 
uomini  che  gli  si  agitavano  attorno  ;  e  tra  i  riformati 
potè  parere  riformato,  cattolico  tra  i  cattoHci:  «acade- 
mico  di  nulla  academia  »,  come  egU  seppe  definirsi, 
«  detto  il  fastidito  »  :  in  tristitia  hilaris,  in  hilaritate  tristis. 
Sentì  profondamente  la  propria  solitudine,  come  tutti 
i  grandi  spiriti  contemplativi  ;  e  però  fu  realmente  estra- 
neo a  tutte  le  chiese  (benché  non  potesse  non  giudicare 
il  contenuto  speculativo  dei  loro  dommi)  per  ciò  che 
anche  le  chiese  hanno  di  mondano,  pratico,  storico, 
come  organismi  di  volontà,  rette  da  una  discipHna, 
ordinate  alla  propagazione  di  certi  dommi,  sollecite 
del  trionfo  sociale  di  certi  principii.  Il  Bruno  ebbe  altro 
preoccupazioni,  altri  amori.  Il  suo  spirito  mirava  più 
alto,  a  un  segno  che  é  fuori  di  tutti  gli  umani  consorzi  ; 
e  sdegnò  quindi  anche  la  gloria,  che  altri  attende  dalle 
moltitudini  :  «  Perchè  il  numero  de'  stolti  e  perversi  è  in  • 
comparabilmente  più  grande  che  de' sapienti  e  giusti, 
aviene  che,  se  voglio  remirare  alla  gloria,  o  altri  frutti  che 
parturisce  la  moltitudine  de  voci,  tanto  manca  eh'  io 
debba  sperar  lieto  successo  del  mio  studio  e  lavoro,  che 
più  tosto  ho  da  asix^ttar  materia  de  di  scontente  zza,  e 
da  stimar  molto  meglio  il  silenzio   eh'  il  parlare.  Ma, 


—  14  — 

se  fo  conto  de  rocchio  de  Teterna  veritade,  a  cui  le 
cose  son  tanto  più  preciose  ed  illustri,  quanto  talvolta 
non  solo  son  da  più  pochi  conosciute,  cercate  e  posse- 
dute ;  ma,  e  oltre,  tenute  a  vile,  biasimate,  perseguitate, 
accade  eh*  io  tanto  più  mi  forze  a  fendere  il  corso  de 
V  impetuoso  torrente,  quanto  gli  veggio  maggior  vigore 
aggionto  dal  turbido,  profondo  e  clivoso  varco  »  *). 
Altrove,  accennando  alla  guerra,  che  le  sue  dot- 
trine logiche  e  cosmologiche  incontravano  in  Inghil- 
terra, dove  egli  dimorò  dal  1583  air85  •  «  Se  volete 
intendere  »,  dice,  «onde  sia  questo,  vi  dico  che  la  cag- 
gione  è  l'uni versitade  che  mi  dispiace,  il  volgo  eh*  odio, 
la  moltitudine  che  non  mi  contenta,  una  che  m*  inna- 
mora :  quella,  per  cui  son  libero  in  suggezione,  contento 
in  pena,  ricco  ne  la  necessitade,  e  vivo  ne  la  morte. 
Indi  accade  che  non  ritrao,  come  lasso,  il  piede  da 
Tarduo  camino....  Parlando  e  scrivendo,  non  disputo 
per  amor  de  la  vittoria  per  se  stessa...  ;  ma  per  amor 
della  vera  sapienza  e  studio  della  vera  contemplazione 
m'affatico,  mi  crucio,  mi  tormento  »  *). 
'^^fll  suo  vero  amore  è  l'amore  dell'eterno  e  del  di- 
vino, l'amor  Dei  intellectualis,  onde  precorse  quel  grande 
mistico  della  filosofìa  intellettualistica,  che  fu  nel  secolo 
successivo  Benedetto  Spinoza.  Nuovo  misticismo,  che 
male  fa  raccostare  il  nostro  filosofo  ai  neoplatonici, 
benché  sia  innegabile,  anzi  notevolissimo,  l' influsso 
della  loro  filosofia  su  quella  del  Bruno.  La  conoscenza 
del  divino  propugnata  dal  Bruno  non  è  estasi,  o  unione 
immediata,  benché  abbia  per  suo  termine  appunto 
l'unione,  onde  lo  spirito,  egli  dice,  «do viene  un  dio 
dal  contatto  intellettuale  di  quel  nume  oggetto  i>  ')  ; 
ma  è  un  processo  razionale,  un  discorso  dell'intelletto, 


*)    Lo    Spaccio    della   bestia    trionfante,    in    Opere    italiane, 
ed.  Gentile,  Bari,  Laterza,  1907-8,  II,  4. 
^      ^)  De  V  infinito,    universo  e  mondi,  in  Opere  italiane,  I,  262. 

^)  Eroici   furori,  in    Opere  italiane,  II,   333. 


—  15  — 

una  vera  e  propria  filosofia.  Egli  bada  bene  a  distin- 
guere l'eroico  furore,  o  processo  sopramondano  dello 
spirito  —  «certa  divina  astrazione,  per  cui  dovegnono 
alcuni  megliori  in  fatto  che  uomini  ordinari  »  —  in  due 
specie  ben  diverse  :  una,  per  cui  «altri,  per  esserno  fatti 
stanza  de  dei  o  spiriti  divini,  dicono  e  operano  cose 
mirabili,  senza  che  di  quelle  essi  o  altri  intendano  la 
raggione  ;  e  tali  per  l'ordinario  sono  promossi  a  questo 
da  l'esser  stati  prima  indiscipHnati  e  ignoranti  ;  ne  Hi 
quali,  come  voti  di  proprio  spirito  e  senso,  come  in  una 
stanza  purgata,  s' intrude  il  senso  e  spirito  divino  ». 
I  profeti,  insomma,  gì'  ispirati,  gì'  invasati  da  Dio,  i  mi- 
stici veri  e  propri,  che  si  annichilano  in  Dio  con  l' im- 
peto dell'amore.  L'altra  specie  è  quella,  per  cui  i  filo- 
sofi si  sollevano  razionalmente  alla  cognizione  del  di- 
vino :  onde,  «altri,  avvezzi  o  abili  alla  contemplazione, 
e  per  aver  innato  un  spirito  lucido  e  intellettuale,  da 
uno  interno  stimolo  e  fervor  naturale,  suscitato  da 
l'amor  della  divinitate,  della  giustizia,  della  veritade; 
della  gloria,  dal  fuoco  del  desio  e  soffio  dell*  intenzione 
acuiscono  gli  sensi  ;  e  nel  solfro  della  cogitativa  facul- 
tade  accendono  il  lume  razionale,  con  cui  veggono  più 
che  ordinariamente.  E  questi  non  vegnono  al  fine  a 
parlar  e  operar  come  vasi  e  istrumenti,  ma  come  prin- 
cipali artefici  ed  efficienti  ».  Tra  i  primi,  che  sono,  come 
ho  detto,  i  veri  e  propri  mistici,  passivi  verso  la  divi- 
nità che  albergano,  e  i  secondi,  che  realizzano  in  sé 
lo  spirito  divino,  non  occorre  dire  per  chi  parteggi 
l'autore  della  Cabala  del  cavallo  pegaseo  e  deWAsino 
cillenico,  satire  amare  della  santa  ignoranza  :  «  Gli  primi 
son  degni  come  l'asino,  che  porta  li  sacramenti  ;  gli 
secondi  come  una  cosa  sacra.  Nelli  primi  si  considera  e 
vede  in  effetto  la  divinità,  e  quella  s'admira,  adopra 
e  obedisce.Ne^li  secondi  si  considera  e  vede  l'eccellenza 
della  propria  umanitade  ».  ''^ 

L'eroico  furore  di  Bruno  non  è,  dunque,  come  egli 
stesso  ci  dice,  un  «oblio,  ma  una  memoria  »,  Anche  lui, 


—  16  — 

in  vero,  dirà  enfaticamente  nel!'  Óratio  valedidoria,  letta 
all'Università  di  Wittenberg  1*8  marzo  1586,  che  ve- 
dere Minerva  est  caecum  fieri,  per  hanc  sapere  est  stul- 
tum  esse  *).  Ma  tale  cecità  e  stoltezza  è  la  cecità  e 
stoltezza  a  cui  tutti  i  filosofi  devono  andare  incon- 
tro volenterosi,  se  aspirano  sinceramente  alla  filo- 
sofia :  è  la  cecità  e  stoltezza  per  la  realtà  e  i  valori 
empirici,  che  non  possono  essere  la  stessa  realtà  e  gli 
stessi  valori  della  filosofia.  Pure,  con  questa  cecità  e 
stoltezza  è  troppo  evidente  che  il  filosofo  non  può 
più  operar  nel  mondo  della  realtà  e  dei  valori  empirici, 
a  cui  egli  si  è  sottratto.  Il  suo  mondo  è,  in  un  certo 
senso,  fuori  di  questo,  in  cui  gli  uomini  ordinariamente 
agiscono.  In  altri  termini,  il  filosofo  non  può  avere, 
se  è  filosofo,  interessi  pratici,  cioè  i  comuni  interessi 
pratici.  Questo  fu  il  pensiero  vivo  di  Bruno. 


IL 


Soltanto  tenendo  presente  questo  concetto  della 
sopramondanità  della  filosofia,  si  può  intendere  l'at- 
teggiamento del  Bruno  verso  la  Riforma  e  verso  la 
Chiesa  romana  :  atteggiamento,  in  cui  si  concentrano 
i  risultati  del  suo  filosofare  e  si  configura  tutta  la  sua 
grandezza  storica. 

Nei  dialoghi  De  V  infinito,  universo  e  mondi,  dopo 
aver  dimostrato  la  necessità  dell'effetto  infinito  dell'in- 
finita potenza  di  Dio,  e  negata  quindi  ]a  possibilità 
dell'arbitrio  del  volere,  perchè  «quale  è  l'atto,  tale  è 


*)  Vedi  Opera  latine  conscripia  (ed.  nazionale),  I,  i,  7. 


—  17  — 

la  volontà,  tale  è  la  potenza  »,  soggiunge  :  «  Tutta  volta 
lodo,  che  alcuni  degni  teologi  non  admettano  questi 
sillogismi  ;  perchè,  providamente  considerando,  sanno 
che  gli  rozzi  popoli  e  ignoranti  con  questa  necessità 
vegnono  a  non  posser  concipere  come  possa  star  la 
elezione  e  dignità  e  meriti  di  giusticia  ;  onde,  confidati 
o  disperati  sotto  certo  fato,  sono  necessariamente  soc- 
ie ratissimi  ».  E  ancora  :  «  Quel  che  è  vero,  è  pernicioso 
alla  civile  conversazione,  e  contrario  al  fine  delle  leggi  ; 
non  per  esser  vero,  ma  per  esser  male  inteso,  tanto 
per  quei  che  malignamente  il  trattano,  quanto  per  quei 
che  non  son  capaci  de  intenderlo,  senza  iattura  di 
costumi  ». 

La  verità  della  filosofia,  insomma,  è  solo  per  la 
fiosofia.  La  verità  della  vita  pratica,  e  della  stessa 
religione,  in  quanto  istituto  sociale  e  chiesa  institutrice 
dei  popoli,  può  e  talvolta,  secondo  il  Bruno,  deve  essere 
una  verità  diametralmente  opposta  alla  verità  della 
filosofia.  Bruno  dunque,  il  fastidito,  potete  voi  immagi- 
narvelo  montato  sul  proscenio  d'un  teatro  per  esporre 
la  nolana  filosofia  ad  un'accolta  di  sodalizi  popolari  ? 
Certo,  egli  per  suo  gusto  non  sarebbe  mai  entrato  in 
contrasto  con  i  degni  teologi,  che  insegnavano  dot- 
trine contrarie  alle  sue.  E  quelli,  che  oggi  del  nome 
di  Bruno  si  servono  per  combattere  essi  i  degni  teologi 
del  tempo  nostro,  e  per  combatterli  non  nel  giudizio 
dei  filosofi,  —  pei  quali  le  dottrine  di  questi  teologi 
appartengono  a  un  passato  lontano,  che  forse  non  oc- 
corre più  criticare  ;  —  anzi  nel  giudizio  degli  onesti 
operai  delle  città  e  delle  campagne.  Bruno  li  avrebbe 
bollati,  come  nel  De  V  infinito  bollò  i  luterani  propa- 
gatori della  dottrina  De  servo  arbitrio,  chiamandoli 
«corrottori  di  leggi,  fede  e  religione  »,  i  quali,  «volendo 
parer  savi,  hanno  infettato  tanti  popoli,  facendoli  do- 
venir  più  barbari  e  scelerati,  che  non  eran  prima,  di- 
spreggiatori    del    ben   fare,   e    assicuratissimi    ad   ogni 

2  —  Giordano  Bruno  e  il  pensiero  del  Rinucimento 


—  i8  — 

vizio  e  ribaldaria,  per  le  conclusioni  che  tirano  da  si- 
mili premisse  »  ^) . 

«  Le  vere  proposizioni  »,  protesta  il  Bruno,  «  non 
son  proposte  da  noi  al  volgo,  ma  ai  sapienti  soli,  che 
possono  aver  accesso  all'  intelligenza  di  nòstri  di- 
scorsi. Da  questo  principio  depende,  che  gli  non  men 
dotti  che  religiosi  teologi  giamai  han  pregiudicato  alla 
libertà  dei  filosofi  ;  e  gli  veri,  civili  e  bene  accostumati 
filosofi  sempre  hanno  faurito  le  religioni  ;  perchè  gli 
uni  e  gli  altri  sanno,  che  la  fede  si  richiede  per  V  insti- 
tuzione  di  rozzi  popoli,  che  denno  esser  governati,  e  la 
demonstrazione  per  gli  contemplativi,  che  sanno  go- 
vernar sé  e  altri  »  ^) . 

Faurire  le  religioni!  Ecco  un  principio 
della  filosofia  bruniana,  che  non  si  dovrebbe  dimenti- 
care quando  si  fa  appello  al  Bruno.  Pel  Bruno  non  c'è 
legge,  non  e'  è  Stato,  senza  religione.  Quell'assurdità, 
che  oggi  si  formula  con  la  frase,  vuota  d'ogni  senso 
speculativo,  di  «  Stato  ateo  »,  per  Bruno  era  appunto 
un'assurdità.  Lo  Stato  dev'essere,  per  essere  qualche 
cosa,  una  sostanza  etica.  Ora,  questa  sostanzialità, 
che  è  sempre  divinità,  perchè  Dio  è  per  l'appunto  la 
realtà  assoluta,  la  realtà  che  è  principio  di  tutte  le 
realtà,  ossia  il  fondamento  d'ogni  sostanzialità  :  questa 
sostanzialità,  dico,  si  potrà,  concepire  diversamente  e 
oggi  si  deve  concepire  non  come  un  di  là  rispetto  alla 
umana  volontà,  ma  come  l' intima  essenza  della  volontà 
stessa  ;  ma  negarla,  è  negare  la  realtà  dello  Stato,  scal- 
zare la  legge,  e  distruggere  quel  valore  che  si  vuol  ri- 
vendicare. Bruno  all'uomo  vaso  di  Dio  contrappone, 
come  s'  è  veduto,  l'uomo  artefice  ed  efiìciente  di  Dio, 
sacro  per  la  sua  stessa  umanità.  Questa  negazione,  non 
del  divino,  ma  solo  della  trascendenza  del  divino,  im- 


*)  Opere  italiane,   I,  293-4. 
«)  Op.  cit.,  pag.  295. 


—  19  — 

^^^^^^^"'-^  "- '     ' 

porta,  se  mai,  l'unità  della  legge  e  dello  Stato  con  la 
religione,  non  la  separazione,  che  oggi  si  proclama,  e 
quindi  l'eliminazione  del  divino  dalla  legge  e  dalla  vita 
civile.  E  forse  gli  stessi  propugnatori  dell'ateismo  dello 
Stato  intendono  negare  piuttosto  il  Dio  trascendente 
che  ogni  Dio.  Ma,  anche  in  tale  supposto,  il  Bruno  non 
può  dirsi  che  sia  con  loro.  Perchè  siffatta  immanenza 
basterà,  j)el  Bruno,  alla  «  demonstrazione  de'  contem- 
plativi, che  sanno  governar  sé  ed  altri  »,  non  alla  «  in- 
stituzione  dei  rozzi  popoli,  che  denno  essere  gover- 
nati ».  Cioè  :  il  concetto  dell'  immanenza  come  il  con- 
cetto dell'  identità  della  Hbertà  divina  con  la  sua  neces- 
sità razionale,  non  è  negazione  di  Dio  soltanto  per  lo 
spirito  veramente  libero  del  filosofo,  che  non  ha  la  legge 
fuori  di  sé,  anzi  è  già  la  stessa  legge  (onde  governa  sé 
ed  altri)  ;  ma  negazione  di  Dio  è  per  lo  spirito  incolto 
ancor  lontano  dalla  libertà  assoluta,  e  che  ha  perciò 
tuttavia  la  legge  fuori  di  sé.  A  questo  spirito,  per  cui  la 
legge  dev'essere  legge  positiva,  per  cui  il  diritto  dev'es- 
sere diritto  punitivo,  per  cui  la  legge,  insomma,  è  an- 
cora qualche  cosa  di  diverso  dal  volere  che  le  è  subor- 
dinato, l'immanenza  del  divino  non  ha  senso  :  la  legge 
fatta  dagli  uomini  non  ha  niente  di  divino  ;  lo  Stato, 
istituto  umano  e  nient 'altro  che  umano,  apparisce  real- 
mente ateo. 

Questo  è  il  razionalismo  bruniano  :  e  se  in  questi 
termini  sa  di  clericale,  pongasi  mente  a  quel  che  si  di- 
ceva dianzi  :  il  Bruno  non  si  muove  sullo  stesso  terreno, 
su  cui  si  schierano  gli  uni  contro  gli  altri  i  clericali  e  i 
cosiddetti  hberi  pensatori.  Questi  sono  partiti  pratici, 
ed  egli  è  al  di  sopra  di  tutti  i  partiti,  studioso  dell'eterna 
verità.  I  partiti  hanno  una  ragione  storica  contingente 
e  Bruno,  in  quanto  filosofo,  è  fuori  della  storia.  E  fuori 
della  storia  afferma  questa  verità,  in  cui  clericali  e  liberi 
pensatori,  se  vogliono  filosofare  e  seguire  il  pensiero 
del  Nolano,  devono  certamente  consentire  :  non  e'  è 
legge  che  non  sia  legge  assoluta  e  che  non  sia  quindi 


—  20   — 

religione  ;  ora,  c'è  una  religione  dei  contemplativi,  dei 
filosofi,  che  è  la  filosofia  per  cui  l'uomo  crea  a  sé  il  suo 
Dio  ;  e  c'è  una  religione  dei  popoli,  che  è  la  religione 
propriamente  detta,  del  Dio  ignoto,  che  crea  l'uomo,  e 
la  sua  legge,  e  la  sua  buona  volontà  e,  quindi  la  sua 
stessa  conoscenza  di  Dio.  Una  legge  ^nza  nessuna  di 
queste  religioni  non  è  legge  :  uno  Stato  fuori  di  tutte  le 
religioni,  non  ha  valore  di  Stato.  Lo  Stato  del  filosofo 
non  è  lo  Stato  del  popolo  ;  e  se  lo  Stato  è  lo  Stato  del 
popolo  o,  per  le  meno,  ha  da  essere  anche  lo  Stato  del 
popolo,  non  può  separarsi  dalla  religione  del  popolo, 
senza  restare  agli  occhi  di  esso  destituito  d'ogni  valore. 
Certo,  la  storia,  lo  sviluppo  graduale  della  pub- 
blica cultura,  elevando  a  poco  a  poco  la  coscienza  po- 
polare e  il  suo  concetto  del  divino,  genera  via  via  il 
contrasto  tra  il  contenuto  sempre  nuovo  e  la  forma 
sempre  vecchia  delle  pubbhche  instituzioni.  Quindi  l'at- 
trito de'  partiti,  e  il  progressivo,  ma  lento,  lentissimo 
realizzarsi  di  quella  umanità,  di  cui  ci  ha  parlato  il 
Bruno,  che  è  per  se  stessa  sacra.  Quindi,  diciamolo 
pure,  il  progresso  dello  spirito  nei  popoli  civili  verso 
la  filosofia  ;  quindi  la  ferma,  per  quanto  spesso  oscura, 
certezza  che  l'a vanire  non  è  de'  teologi,  ma  de'  filo- 
sofi, per  dirla  con  i  termini  del  Bruno  ;  non  è  dei  cleri- 
cali, come  oggi  si  dice,  sì  dei  difensori  della  laicità 
dello  Stato.  Ma  questa  certezza,  nella  scienza  consa- 
pevole della  natura  dello  spirito  umano,  non  promette 
una  vittoria,  come  si  dice,  catastrofica,  per  cui  tutte 
le  religioni  positive  cederanno  per  sempre  il  luogo  al 
senso  filosofico,  intimamente  religioso,  della  divinità 
dell'uomo  ;  ma  una  infinita  evoluzione  dello  spirito 
religioso  verso  la  filosofia  ;  come  a  dire,  un  infinito 
progresso  nell'orientazione  filosofica  della  vita  pratica. 
Progresso,  che,  in  quanto  infinito,  non  avrà  mai  ter- 
mine ;  onde  una  qualche  sorta  di  clericali  ci  sarà  sem- 
pre, diversa  dalle  passate,  ma  viva,  invincibile,  insupe- 
rabile. Perchè,  secondo  il  detto  profondo  del  Leopardi, 


—  21  — 

nessun  maggior  segno  d'esser  poco  savio  e  poco  filo- 
sofo, che  voler  savia  e  filosofica  tutta  la  vita.  La  filosofia 
è  un  momento  ideale  dello  spirito,  il  definitivo  ;  e 
perciò  non  può  esser  mai  una  realtà  empiricamente 
determinata,  una  condizione  storica  dello  spirito  in 
generale. 

Questa  variabilità  storica  delle  forme  religiose,  con 
le  quali  il  Bruno  sostiene  che  gl'institutori  de'  popoli, 
o,  come  oggi  si  direbbe,  le  classi  dirigenti  devono  fare 
i  conti,  è  da  lui  accennata  già  quando  parla  di  religioni, 
e  non  di  religione. 

Ma,  nello  Spaccio  della  hesta  trionfante,  della  reli- 
gione di  Cristo,  rafiìgurato  in  Chirone,  vi  dirà  :  «  Per- 
chè l'altare,  il  fano,  l'oratorio  è  necessariissimo,  e  que- 
sto sarrebe  vano  senza  l'administrante  ;  però  qua  viva, 
qua  rimagna,  qua  persevere  eterno,  se  non  dispone  al- 
trimente  il  Fato  »  *) .  Vale  a  dire  :  il  valore  del  cristia- 
nesimo non  consiste  propriamente  nell'essere  quella  spe- 
ciale religione  che  è,  ma  nell'essere  una  religione.  E  come 
il  cristianesimo,  tutte  le  religioni,  in  quanto  adorazione 
del  divino,  hanno  pel  Bruno  un  assoluto  valore,  a 
prescindere  dalle  loro  determinazioni  particolari.  Onde, 
della  religione  naturalistica  degli  Egizi  nello  stesso 
Spaccio,  dice  che  «que'  cere  moni  non  erano  vane  fan- 
tasie, ma  vive  voci  che  toccavano  le  proprie  orecchie 
degli  Dei  »  ;  perchè,  «  sì  come  la  divinità  discende  in 
certo  *modo  per  quanto  che  si  comunica  alla  natura, 
così  alla  divinità  s'ascende  per  la  natura,  cossi  per  la 
vita  rilucente  nelle  cose  naturali  si  monta  alla  vita  che 
soprasiede  a  quelle  ».  «Conoscevano  que'  savi  Dio  es- 
sere nelle  cose  ;  e  la  divinità,  latente  nella  natura, 
oprandosi  e  scintillando  diversamente  in  diversi  sug- 
getti  e  per  diverse  forme  fisiche,  con  certi  ordini  venir 
a  far  partecipi  di  sé  »  *) . 


♦)  Opere  ital.,  II,  209. 
')  Opere  ital.,  II,   175-176. 


—   22    — 

E  del  politeismo  greco  interpetrato,  come  per  al- 
tro il  cristianesimo  stesso,  evemeristicamente,  ammo- 
nisce, che  non  si  deve  badare  ai  nomi  posticci  della 
divinità  ;  giacché,  in  realtà,  i  Greci  «  non  adoravano 
Giove  come  lui  fusse  la  divinità,  ma  adoravano  la  di- 
vinità come  fusse  in  Giove.  Di  maniera  che  di  questo  e 
quell'uomo  non  viene  celebrato  altro  che  il  nome  e 
representazion  della  dività,  che  con  la  natività  di  quelli 
era  venuto  a  comunicarsi  agli  uomini,  e  con  la  morte 
loro  s'intendeva  aver  compito  il  corso  de  l'opra  sua, 
o  ritornata  in  cielo  ».  Le  forme  diverse  della  religione 
hanno  un  valore  contingente  e  storico  ;  e  questa  vicis- 
situdine delle  forme  non  pregiudica  l'essenza  della  loro 
divina  sostanza.  «  Cossi  li  numi  eterni  (senza  ponere 
inconveniente  alcuno  contra  quel  che  è  vero  della  sustanza 
divina)  hanno  nomi  temporali  altri  e  altri, 
in  altri  tempi  e  altre  nazioni:  come 
possete  vedere  per  manifeste  istorie  che  Paulo  Tar- 
sense  fu  nomato  Mercurio,  e  Barnaba  Galileo  fu  nomato 
Giove  ;  non  perchè  f ussero  creduti  essere  que'  mede- 
simi dei,  ma  perchè  stimavano,  che  quella  virtù  divina, 
che  si  trovò  in  Mercurio  e  Giove  in  altri  tempi,  all'ora 
presente  si  trovasse  in  questi,  per  l'eloquenza  e  persua- 
sione ch'era  nell'uno  e  per  gli  utili  effetti  che  procede- 
vano da  l'altro  ». 

«  Ecco,  dunque  »,  conchiude  Bruno,  «  come  mai  fu- 
rono adorati  crocodilli,  galli,  cipolle  e  rape,  ma  gli  Dei, 
e  la  divinità  in  crocodilH,  galli  e  altri  ;  la  quale,  in  certi 
tempi  e  tempi,  luoghi  e  luoghi,  successivamente,  e  in- 
sieme insieme,  si  trovò,  si  trova  e  si  trovarà  in  diversi 
suggetti,  quantunque  siano  mortah  »  \). 


')  Opere  Hai.,  II,   177. 

A  chiarimento  delle  allusioni  ai  culti  egizi,  che  ricorrono 
in  q.  1.  basti  ricordare  i  seguenti  versi  di  Giovenale  : 
Quis  nescit,  Volusi  Bithynice,  qualia  demens 
Aegyptos  portenta  colat  ?  crocodilon  adorat 


—  sa- 


ni. 


Data  questa  convinzione,  che  il  Bruno  aveva,  del- 
l'equivalenza pratica,  e  '  però  contingente,  di  tutte  le 
religioni,  qual  meraviglia  che  egli,  giunto  nella  Ginevra 
di  Calvino  nel  1579,  ^^P^  ^^ser  stato  costretto  ad  uscire 
dalla  rehgione  domenicana  per  effetto  dei  primi  pro- 
cessi attiratigli  dalla  sua  indifferenza  verso  gli  ammi- 
nicoli  del  culto  cattolico  ;  avendo  quivi  appreso  da- 
gl' italiani,  che  vi  erano  rifugiati,  che  «non  poteva 
star  lì  longo  tempo,  se  non  si  risolveva  de  accettar  la 
religione  &  essa  città  »  ^)  :  qual  meraviglia,  che  egli 
per  un  momento  abbia  creduto  di  potere  abbracciare  il 
calvinismo  ?  Non  sappiamo  se  nel  1579  ^^  ^^^  giudizio 
sui  dommi  della  Protesta  si  fosse  formato  (quello  che 
abbiamo  accennato,  appartiene  al  1588)  :  ma  se,  come 
è  probabile,  il  Bruno  giudicava  sfavorevolmente  fin  d'al- 
lora i  due  principii  della  Riforma  tra  loro  strettamente 
connessi,  della  negazione  del  libero  arbitrio  e  dell'asso- 
luta giustificazione  per  la  fede  ;  certo  è  che  in  Ginevra, 


pars  haec,  illa  pavet  satnram  serpentibus  ibin, 
efifìgies  sacri  nitet  aurea  cercopitheci, 
dimidio  magicae  resonant  ubi  Meninone  chordae 
atque  vetus  Thebe  centum  iacet  opruta  portis. 
Illic  aeluros,  hic  piscem  fluminis,  illic 
oppida  tota  canem  venerantur,  nemo  Dianam; 
porrum  et  caepe  nefas  violare  et  frangere  morsu  ; 
o    sanctas  gentes  quibus  haec  nascuntur  in  hortis 
numina..,. 
Satira  XV,   i-ii  ;  cfr.  Prudent.   Perist.,   io,  253-265.  Pel 
coccodrillo,  Cic.  Tusc.  V,  68;  Herod.  Il,  69  i  ;  per  le  cipolle 
cfr.  anche  Minucio  Felice,  Octav.  28. 

*)  Documenti    veneti   in   Berti,  Vita  di  G.  Bruno,  2*  edi- 
zione, pag.  394. 


—  24  — 

dove  sola  religione  era  quella  di  Calvino,  la  coscienza  di 
Bruno  doveva  preferire  il  calvinismo  all'assenza  di 
ogni  religione.  Non  già,  s'intende,  per  motivi  schietta- 
mente religiosi,  ma  per  quei  motivi  che  soli  paion  de- 
gni al  Bruno,  come  s'  è  veduto,  di  valere  a  difesa  d'ogni 
religione,  in  quanto  istituto  sociale  :  i  motivi   pratici. 

Per  Bruno,  come  pel  Campanella  ^),  la  religione 
di  un  paese  è,  insomma,  come  la  costituzione  politica 
e  la  legge  positiva  di  un  popolo  :  le  quali  si  possono 
criticare  in  astratto,  ma  devono  essere  osservate  in 
concreto,  come  dotate  di  valore  assoluto.  E  le  contro- 
versie religiose,  suscitate  dai  Riformatori,  «  questi  gram- 
matici —  come  li  chiama  sprezzantemente  il  Bruno  — 
che  in  tempi  nostri  grassano  per  l'Europa  »,  sono  dal 
Bruno  condannate  massime  per  le  discordie,  le  guerre, 
i  danni  sociali  che  venivano  a  produrre. 

«Veda  (il  Giudizio)  »,  dice  Giove  nello  Spaccio,  «se 
apportano  altri  frutti  che  di  togliere  le  conversazioni, 
dissipar  le  concordie,  dissolvere  l'unioni,  far  ribellar  gli 
fìgh  da'  padri,  gli  servi  da'  padroni,  gli  sudditi^ da' 


*)  ((  Tra'  popoli  la  inimicizia  si  mantiene  per  la  diversità 
di  religion*^,  separante  gli  animi  >>  dice  il  Campanella  :  sicché 
«  quante  fiate  i  Principi  daran  libertà  di  osservare  qualsivo- 
glia sorta  di  religione,  subito  diventano  tante  opinioni,  quante 
sono  teste  di  uomini  ;  onde  nascono  discordie  e  gare,  alle  quali 
i  principi  né  sempre,  né  bene  possono  rimediare,  perchè  re- 
stano sempre  i  cuori  discordanti,  donde  le  guerre  de'  corpi  © 
le  liti  de'  beni  nascono  ».  E,  «  se  Ginevra,  Sassonia  con  Inghil- 
terra han  questa  setta  tenuta,  han  però  escluse  l'altre  per  star 
unite  dentro,  e  ciascuno  di  questi  dominii  ha  la  sua  a  suo  mo- 
do ;  e  le  loro  osservanze  non  dalla  setta,  ma  dalla  politica 
dependono  ».  Dialogo  politico  contro  Luterani,  Calvinisti  e  altri 
eretici,  in  Fiorentino,  La  rif.  relig.  giudicata  dal  Campanella' 
in  Studi  e  ritratti  della  Rinascenza,  Bari,  Laterza,  191 1,  pag.  402 
e  404.  Vedi  pure  G.  S.  Felici,  Le  orig.  e  le  cause  della  Riforma 
secondo  T.  C.,  nei  «  Rend.  della  R.  Acc.  Lincei  »  (classe  so. 
mor.),  voi.  VI,  1897.  Una  pessima  edizione  di  questo  Dialogo 
e  deh' Apologia  di  Galileo  del  C.  è  stata  fatta  da  D.  Ciampoli 
(Lanciano,  Carabba,   191 1). 


—  25  — 

superiori,  mettere  scisma  tra  popoli  e  popoli...,  fratelli 
e  fratelli....  E  in  conclusione,..,  portano,  ovunque  en- 
trano, il  coltello  della  divisione  e  il  fuoco  della  disper- 
sione, togliendo  il  figlio  al  padre,  il  prossimo  al  pros- 
simo, l'inquilino  a  la  patria  e  facendo  altri  divorzi 
orrendi  e  contra  ogni  natura  e  legge  »*). 

Sciolta  da  Lutero  l'unità  degli  animi  cementata 
dall'unità  delle  credenze  religiose,  i  nostri  filosofi  vede- 
vano prevalere  certe  tendenze  individualistiche,  che 
sono  le  forze  dissolvi trici  degli  organismi  sociali.  E  il 
Campanella,  fiero  avversario  della  Riforma,  notava 
piacevolmente  che  «  ciascuno  pare  farsi  grande,  quando 
una  nuova  opinione  trova  :  intanto  che  ci  fu  un  Po- 
lacco, che  voleva  credere  ad  una  religione  a  cui  nessun 
altro  credesse  ;  e  quando  vedeva,  che  alcun  altro  ri- 
scontrassesi  con  lui,  si  lagnava  grandemente  :  onde  non 
la  comunicava,  acciò  non  avesse  compagnia  nella  cre- 
denza, come  che  Cristo  per   lui    solo    fosse    morto  »  ^). 

L'interesse  pratico  sta,  dunque,  al  di  sopra  del- 
l'interesse religioso,  e  propriamente  speculativo,  sic- 
come noi  l'intenderemmo,  delle  singole  confessioni  re- 
ligiose :  e  per  quell'interesse  pratico  a  Ginevra  il  Bruno 
onestamente  non  avrebbe  potuto  non  abbracciare  il 
calvinismo. 

E  cosi  ninna  meraviglia,  se  nel  citato  discorso  d' ad- 
dio recitato  nel  1588  a  Wittemberga,  dove  la  .nuova  re- 
Hgione  era  nata  :  in  quell'Università  tutta  piena  delle 
memorie  di  Lutero,  che  in  essa,  insegnando,  aveva 
intrapresa  la  critica  della  tradizione  pelagiana  della 
scolastica  :  in  quella  Università,  che  lui  ramingo,  venuto 
da  Parigi  per  Magonza  e  Marburgo,  accolse  ospitale  e 
sottrasse  alle  ingiurie  della  povertà,  appunto  pel  favore 


M  Spaccio,    in    Opere   ital.    II,    87.   Cfr.  la   dedica  all'  ìmp. 
oaolfo  II  degli  Articuli  centum  et  sexaginta  adv.  mathewaticos. 


R 

atque  philnsopìws,  in  Opera,  I,  ni,  4. 

*)  Dialogo  cit.,  in  Fiorentino,  pag.  405-6. 


•—   26   — 

dei  luterani,  che  allora  vi  prevalevano,  e  gli  permisero 
pubblici  corsi  di  filosofia,  senza  chiedergli  conto  della 
sua  religione  {neqtie....  in  vestrae  relligionis  dogmate 
frohatum  vel  interro gatum)  *)  ;  niuna  meraviglia  che, 
sdebitandosi  dopo  due  anni  di  studi  tranquilli  potuti 
proseguire  mercè  quei  luterani  e  rivolti  a  compiere  forse 
talune  delle  opere  maggiori  cui  egli  intendeva  raccoman- 
dare il  suo  nome,  onorato  pubblicamente  come  mai 
era  stato  in  ragione  della  sua  alta  intelligenza  e  della 
sua  vasta  dottrina  ;  sciogliesse  un  inno  alla  gloria  mag- 
giore di  Wittemberga,  al  «Nuovo  Alcide,  sorto  su 
cote ste  rive  dell'Elba,  a  trascinar  fuori  dall'Orco  tene- 
broso alla  luce  del  sole  il  nuovo  Cerbero  insignito  di 
triplice  tiara,  e  costringerlo  a  vomitare  l'aconito, 
trionfando  delle  porte  adamantine  dell'  inferno,  di  quella 
città  chiusa  da  triplice  muro,  e  per  nove  giri  stretta 
dall'onda  stigia  che  vi  scorre  per  entro  »^).    Quest'elo- 


*)  Vedi  la  prefazione  al  De  Lampade  combinatoria  Lr.l- 
liana,  in  Opera  latine  conscHpta,  II,  ii,  231. 

2)  Opera,  I,  I,  20-21  :  «Ciim  fortis  ille  armatus  clayibns 
et  elise,  fraudibus  et  vi,  astubus  et  violentia,  hypocrisi  et 
ferocitate,  valpis  et  leo,  vicariiis  tyranni  infernalis,  supersti- 
tioso  cultu  et  ignorantia  plus  quam  brutali,  sub  titulu  divinae 
sapientiae  et  simplicitatis  Deo  gratae,  inficeret  universum  ; 
et  voracissimae  bestiae  non  esset  qui  auderet  adversari  et 
obsistere  contra,  prò  disponendo  indigno  et  perditissimo  sae- 
culo  ad  meliorem  et  feliciorem  formam  atque  statum,  quae 
reliqua  Europae  et  mundi  pars  protulisse  potuit  illum  Alci- 
dem,  tanto  ipso  Hercule  praestantiorem,  quanto  faciliore  ne- 
gocio  et  instrumento  maiora  perfecit  ?  An  non  enim  etiam 
perfecisse  dicam  eum,  qui  tam  strenue  atque  frugaliter  nego- 
cium  tam  egregium  est  adorsus  ?  Si  quippe  maius  et  longe 
perniciosius  monstrum  omnibus,  quae  tot  ante  seculi  extitere, 
peremptum  vides, 

de  clava  noli  quaerere,  penna  fuit. 

Unde  ille  ?  Unde  ?  Ex  Germania,  ex  ripis  istius  Albis,  ex 
ubertate  fontis  istius.  Hic  triplici  illa  thiara  insignem  trici- 
pitem   illum   Cerberum   ex   tenebroso   eductum    Orco  vidistis 


—  27   — 

gio  di  Lutero,  puramente  rettorico  e  privo  d'ogni  allu- 
sione al  contenuto  particolare  della  sua  Riforma,  che 
altro  può  essere  se  non  l'espressione  del  vivo  senso  di 
gratitudine  e  di  ammirazione,  che  l'animo  del  Bruno 
doveva  naturalmente  provare  verso  questi  seguaci  ge- 
nerosi di  lui,  dai  quali  per  la  prima  volta,  dacché,  cac- 
ciato d'  Italia,  era  andato  peregrinando  per  ogni  parte 
d'Europa  in  cerca  di  pace  al  suo  amore  e  al  suo  culto 
della  filosofia,  era  stato  reso  liberale  -  omaggio  al  suo 
spirito  di  universale  amore  umano  ^),  al  suo  titolo  di 
professione  filosofica  ;  a  questo  titolo,  onde,  nella  pre- 
fazione d'un  libro  dedicato  proprio  al  rettore  e  al  senato 
accademico  dell'Università  di  Wittenberg  —  «io  vo- 
glio »,  diceva  Bruno,  «  più  che  di  qualsiasi  altro  godere 
e  vantarmi,  tamquam  minime  schismatico  et  divortioso, 
minimeque  temporibus,  locis  occasionibusque  subiecto  ?  » 
In  quella  Atene  tedesca  egli  con  ammirazione  aveva 


vos,  et  ille  solem.  Hic  Stigius  ille  canis  coactus  est  aconitum 
e  vomere.  Hic  vester  et  vestras  Hercules  de  adamantinis  in-, 
ferni  portis,  de  civitate  illa  triplici  circumdata  muro,  et  quam 
novies  Styx  interfusa  coeicet,  triumphavit.  Vidisti,  J.uthere, 
luceni,  vidisti  lucem,  considerasti,  excitantem  divinum  spi- 
ritum  audisti,  praecipienti  illi  oboedisti,  borrendo  principibus 
atque  regibus  inimico  inermi  occurristi,  veibo  oppugnasti,  re- 
pugnasti, obstitisti,  re^^titisti,  vicisti,  et  hostis  superbissimi 
spòlia  atque  trophaeum  ad  superos  evexisti  ». 

*)  «Vos  me  suscepistis..,.  hominem....  ncque  in  vestrae 
relligionis  dogmate  probatum  vel  interrogatuni,  scd  tantum 
quod  non  hostili,  sed  tranquillo  generalique  philanthropia 
praeditum  spiritum,  philosophicaeque  professionis  titulum 
quo  tamquam  minime  schismatico  et  divortioso,  minimeque 
temporibus,  locis  occasionibusque  subiecto,  maxime  gaudere 
gloriaque  volo  prae  me  tuli  et  ostendi  »  Jpref .  al  De  Lampade 
combinatoria,  in  Opera  H,  ii,  230-31).  È  da  notare  questa 
pìiilantropia ,  propria  degli  spiriti  che  sono  al  di  là  di  tutte 
le  forme  religiose,  in  contrapposto  alla  misantropia  dei  promo- 
tori della  Riforma,  generatori  di  scismi  :  v  suggestiofie  misanthro- 
pan  spintuum  ministerioque  Erynnium  infernalium  «  :  Opera,  I, 
III,  4. 


—   28    — 

visto  per  la  prima  volta,  non  una  scuola  privata,  e  quasi 
un  conventicolo  riservato,  ma  una  università  vera. 
Perchè,  se  anche  lì,  spinto,  —  egli  confessa,  —  secondo 
il  costume  della  sua  indole,  da  amore  troppo  acceso 
delle  proprie  idee,  il  Bruno  aveva  proclamata  nelle 
sue  pubbliche  lezioni  dottrine,  che  spiantavano  la  filo- 
sofia non  solo  da  quei  professori  approvata,  ma  da  più 
secoli  e  quasi  per  tutto  ricevuta  ;  quei  professori,  tut- 
t 'altro  che  amici  per  loro  istituto  di  dottrine  siffatte, 
non  arricciarono  il  naso,  non  acuirono  le  zanne  ;  né 
contro  di  lui  si  enfiaron  le  gote,  né  strepitarono  i  pulpiti, 
come  già  a  Tolone,  a  Parigi,  ad  Oxford  *)  ;  non  divampò 
il  furore  scolastico.  «  Illibata  »,  dice  il  Bruno  a  quei 
professori  con  nuova  parola  gloriosa  :  «  illibata  voi 
custodiste  la  libertà  filosofica,  né  macchiaste 
il    candore  della  vostra  ospitalità»^). 

Al  Lutero  maestro  di  questa  università  vera,  in 
cui  la  religione  tollerava  la  filosofia,  riconoscendole  il 
diritto  che  le  è  proprio  della  libertà,  a  questo  Lutero 
il  Bruno  rende  qui  un  elogio  meritato  secondo  la  sua 
coscienza  di  pensatore.  La  quale  al  di  sopra  di  tutte  le  re- 
ligioni colloca  la  religione,  come  intuizione  e  adorazione 
del  divino  ;  e  al  di  sopra  del  rapporto  mistico  dell'uomo 
con  Dio,  proprio  della  religione,  riconosce  un  altro  mi- 
sticismo, onde  l'uomo  a  Dio  si  eleva  per  gradi  intel- 
lettuali e  razionale  discorso,  mercè  il  furore  della  filo- 
sofia^). 


*)  Circa  il  suo  insegnamento  ad  Oxford,  vedi  la  mia  nota 
in  Opere  italiane,   I,  97. 

*)  Opera,  II,  11,  232-3. 

3)  «Bene  potevano  »,  notò  il  Felici,  a  proposito  di  que- 
sto elogio  di  Lutero  che  ricorre  a^ìVOratio  valedictoria,  «  i 
nostri  pensatori  del  Rinascimento  ammirare  in  Lutero  l'eroe 
dell'emancipazione  del  pensiero  e  della  coscienza  religiosa  dal 
giogo  papale,  il  flagello  della  corruzione  d'una  chiesa  che,  forse 
giusto  nel  tempo  che  seguì  la  Riforma,  doveva,  massime  cui 
la  rimirasse  cogli  occhi  del  cruccio,  più  che  mai  dare  imagine 


—  29  — 

Né  anche  questo  elogio  contrasta  con  i  giudizi  che 
della  Riforma  egli  aveva  recati  nei  dialoghi  De  V  in- 
finito e  dello  Spaccio. 


IV. 


Se  si  tien  conto  delle  idee  del  Bruno  sul  valore  delle 
religioni  positive,  né  anche  si  può  pensare  che  le  sue 
dichiarazioni  e  la  sua  sottomissione  di  Venezia  al  S.  Uf- 
fizio, detraggano  nulla  alla  eroica  fermezza  del  mar- 
tire di  otto  anni  appresso.  La  genuflessione  di  Bruno 
del  30  luglio  1592  è  la  genuflessione,  non  del  filosofo,  ma 
del  povero  Filippo  Bruno,  il  quale  già  spontaneamente 
aveva  pensato  che  per  lui  ;  —  non  aveva  che  44  anni, 
e  doveva  sentirsi  nel  vigor  maggiore  della  sua  intel- 
ligenza e  nel  bisogno  più  stretto  di  fermarsi  una 
volta;  possibilmente  sotto  il  benigno  cielo,  dov'era  nato 
in  quella  «regione  gradita  dal  cielo,  e  posta  insieme 
talvolta  capo  e  destra  di  questo  globo,  governatrice  e 
domitrice  dell'altre  generazioni,  e  sempre  da  noi  ed  al- 
tri stata  stimata  maestra,  nutrice  e  madre  di  tutte  le 


delle  stalle  d'Augia  reclamanti  un  Ercole  che  le  spazzasse  ; 
ma  potevano  anche  arrestarsi  a  questo  puro  lato  negativo  del- 
l'opera sua  »  {Marcello  Palingenio  Stellato  a  proposito  delle 
asserite  sue  relazioni  con  la  Riforma,  in  Riv.  ital,  di  filos., 
1897,  ^'  362).  L'osservazione  ò  ingegnosa,  ma  storicamente 
non  mi  sembra  esatta.  È  vero  che  il  Bruno  ammira,  fino  a 
un  certo  punto,  il  lato  negativo  della  riforma  luterana  ;  ma  il 
significato  del  passo  àeWOratio  ialedlctoria,  se  si  considera 
nel  contesto  non  può  essere  se  non  quello  molto  speciale  e 
personale  che  io  ci  vedo.  Tanto  meno  poi  cotesta  osservazione 
corrisponde  alla  mente  di  altri  nostri  pensatori  del  Rinasci- 
mento ;  e  né  anche  in  particolare,  a  quello  che  di  Lutero  dice 
il  Palingenio  sulla  fine  del  lib.  X  dello  Zodiacus  vitae. 


—  30  — 

virtudi,  discipline,  umanitadi,  modestie  e  cortesie  i>  *)  ; 
—  che  per  lui  il  meglio  era  cercare  d'ottenere  l'assolu- 
zione de'  suoi  eccessi  passati,  e  «la  grazia  di  poter 
vivere  in  abito  clericale  fuori  della  religione  »2). 

Se  n'era  aperto  col  Padre  reggente  fra  Domenico 
da  Nocera  ;  il  quale,  interrogato  dal  S.  Uffizio,  depose 
appunto  d'aver  incontrato  il  Bruno  quando  da  pochis- 
simi giorni  era  giunto  a  Venezia,  ossia  sette  o  otto  mesi 
prima  del  processo  :  e  questi  avergli  detto,  «  che  teneva 
pensiero  risoluto  quetarsi  :  e  dar  opera  a  comporre  un 
'libro,  che  teneva  in  mente,  e  quello  poi,  con  mezzi 
importanti  di  favore  accompagnato,  appresentarlo  a 
sua  Beatitudine  ;  e  da  quella  octiner  grazia....  e  vede- 
re al  fine  di  posserse  rista  re  in  Roma; 
e  ivi  darse  all'esercizio  licterale,  e 
mostrare  la  sua  virtù,  e  di  accapare 
forsi  alcuna  lectura»^).  E  terminato  in- 
fatti quel  libro  Delle  sette  arti  liberali,  la  fretta  d'andarlo 
a  stampare  a  Francoforte,  fu,  com'  è  noto,  il  motivo 
che  spinse  quel  tristo  uomo  di  messer  Zuane  Mocenigo, 
figlio  del  chiarissimo  messer  Marco  Antonio,  a  denun- 
ziare il  maestro  all'  Inquisizione,  per  precipitarlo  nel 
baratro  che  lo  doveva  inghiottire.  E  il  libro,  preparato 
pròprio  con  questo  animo,  che  gli  impetrasse  il  per- 
dono papale  e  la  riammissione  nel  clero  secolare  (non 
nell'ordine  suo  «acciò  ritornando  tra'  Regulari,  nella 
mia  Provincia,  •  non  mi  fosse  rinfacciato  che  io  fosse 
stato  apostata,  e  così  disprezzato  da  tutti  *)  »)  era 
stato,  con  altri  suoi  manoscritti  —  che  il  S.  Uffizio  nega 
tuttavia  al  diritto  degli  studiosi  —  consegnato  all'  In- 
quisitore di  Venezia. 

Sicché,  anche  a  non  tener  conto  della  sua  dichiara- 


*)  Opere  italiane,  l,  152. 
^)  Dece,  veneti,  in  Berti,   pag.   396 
3)  Docc.  cit.,  in  Berti,  pagg.  397-8. 
^)  Vedi  Docc.  cÀt.,  in  Berti,  pàg.  227. 


—  31  —  . 

zione  di  pratiche  fatte,  già  vari  anni  prima,  in  Francia, 
certamente  i  passi  del  Bruno  per  tornare  in  grembo  alla 
Chiesa  cattolica  erano  cominciati  parecchi  mesi  prima  che 
egli  si  trovasse  in  cospetto  del  Sacro  Tribunale  veneto  ; 
e  la  sua  genuflessione  bisogna  dire  l'avesse  deliberata 
quando  era  ancor  lontano  pur  dal  sospetto  del  pro- 
cesso ;  e  che  da  im  pezzo  ei  fosse  disposto,  come  poi 
fece,  «  a  domandare  umilmente  perdono  al  Signore 
Dio  e  alle  Signorie  illustrissime  »  rappresentanti  di  lui, 
«  de  tutti  h  errori  commessi  »  *).  L'aveva,  quella  genu- 
flessione, deliberata  e  moralmente  fatta  suo  senza  pres- 
sure di  minacce,  senza  imminenza  di  pene  :  l'aveva  nel- 
l'animo già  mentre  insegnava  tuttavia  all'indegno  Mo- 
cenigo  che  «  non  v'era  (nel  mondo)  se  non  ignoranza  e 
ninna  religione,  che  fosse  buona  ;  che  la  cattolica  gli 
piaceva  più  delle  altre,  ma  che  questa  ancora  aveva 
bisogno  di  gran  regole,  e  che  non  stava  bene  così  »  ^}  ; 
e  lasciava  diffondere  anche  a  Venezia,  come  già  altrove, 
che  egli  non  avesse  alcuna  religione  ^). 

Quella  genuflessione,  adunque,  non  fu  una  debo- 
lezza, come  è  pur  sembrata  a  tanti  ammiratori  del  carat- 
tere di  quest'  uomo,  che  per  le  sue  idee  diede  animosa- 
mente la  vita,  quando  ciò  divenne  necessario.  A  Venezia 
l'ora  del  martirio  non  era  sonata,  secondo  pensava  il 
nostro  filosofo,  per  quello  stesso  motivo  pel  quale  a 
Ginevra  egU  non  aveva  dovuto  far  forza  alla  propria 
coscienza  f)er  aderire  al  calvinismo.  Vivere  a  Roma, 
com'egli  desiderava  ;  avervi  una  cattedra,  e  negli  ultimi 
anni  della  sua  vita  travagliatissima  potervi  attender 
tranquillo  alla  sistemazione  definitiva  di  quel  pensiero 
filosofico,  che  tumultuosamente  gli  era  pullulato  nella 
mente  nel  breve  periodo  di  un  decennio  (1582-1592),  al 


*)  Docc.  veneti,  in  Berti,  pag.  428. 
')  O.  e,  pag.  382. 

3)  Vedi   le   deposizioni   del  Ciotto  e  del  Bertano,  in  Berti, 
pagfT.  387  e  388. 


—  32  —, 

quale  tutte  appartengono  le  sue  opere  a  noi  giunte,  for- 
manti ben  dieci  grossi  volumi,  era  forse  possibile  senza 
rientrare  in  quella  Chiesa  per  la  cui  persecuzione  egli 
era  andato  ramingo  per  ogni  parte  di  Europa  in  cerca 
di  pace  a 'suoi  studi?  E  rientrare  in  quella  Chiesa  gli  era 
forse  consentito  senza  dichiarare  che  egli  ne  accettava  i 
dommi  ?  E  accettare  i  dommi  della  Chiesa  imperante 
nel  paese  in  cui  si  vuol  vivere,  non  era  per  la  sua  fi- 
losofia obbligo  morale  strettissimo  ?  E  quand'  anche 
questi  dommi  fossero  in  contraddizione  con  le  sue  dot- 
trine filosofiche,  non  aveva  egli  sostenuto,  che  nel  ter- 
reno religioso  (che  per  lui  è  il  terreno  sociale,  pratico) 
i  dommi  dovevano  prevalere  sulle  dottrine  ? 

Noi  potremo  avere  una  filosofia  diversa  da  quella 
del  Bruno  ;  ma  non  potremo  pretendere  che  egli  tenesse 
fede  a  una  filosofia  che  non  era  la  sua.  Nei  lunghi  costi- 
tuti del  2  e  3  giugno  egli  non  muta  un  ette  alle  sue 
dottrine  filosofiche,  mentre  dichiara  di  non  essersi  mai 
occupato  di  proposito  di  teologia  per  avere  sempre  at- 
teso alla  sua  professione  di  filosofo  ;  e  riconosce  l'ete- 
rodossia di  alcune  delle  sue  dottrine  insostenibili  dal 
punto  di  vista  del  cattolico.  Anche  al  S.  Uffizio,  adun- 
que, egli  dice  apertamente,  che  la  filosofia  sua,  a  giudi- 
carla con  l'animo  della  fede,  diverge  dai  dommi  cristiani  ; 
e  se  di  fronte  al  S.  Ufiìzio  non  difende  contro  i  dommi 
la  sua  filosofia,  egli  è  che  il  S.  Uffizio,  a  Venezia,  non 
esorbitò  dalla  sua  speciale  autorità  ;  ed  esso  non  era 
un'  università  filosofica  e  neppur  teologica,  bensì  un 
tribunale  religioso,  un  istituto  pratico. 

—  Il  Bruno,  dicono,  s'infinge  e  mentisce  accettando 
come  verità  ciò  che  è  errore  per  la  sua  coscienza  filoso- 
fica. —  Ai  pedanti,  che  così  sdottoreggiano  su  questa 
grande  tragedia  del  pensiero  umano,  probabilmente 
non  è  accaduto  mai  di  riflettere  su  nessuno  dei  grandi 
eroismi  della  storia  della  civiltà.  Bruno,  che  s' inchina 
al  cattolicesimo,  come  legge  morale  e  civile  del  suo 
paese,  —  del  paese,  in  cui  lo  stesso  amore  della  sua 


—  33  — 

filosofia  lo  richiamava,  —  è  forse  diverso  da  Socrate, 
che,  potendo  sottrarsi  al  potere  delle  leggi  che  condan- 
navano in  lui  la  filosofia,  anch'essa  contrastante  alla 
religione  dello  Stato,  e  alla  vigilia  della  morte  fuggi- 
re dal  carcere,  preferisce  restare  e  subire  la  condanna 
ingiusta,  pel  rispetto  da  lui  praticamente  dovuto  alle 
lèggi,  quali  che  fossero,  fondamento  e  garanzia  del 
viver  civile  ?  O  forse  che  Socrate,'  inchinandosi  reve- 
rente alle  leggi,  e  quindi  a  quella  religione  di  Atene,  che 
pur  da  filosofo  aveva  inteso  a  trasformare,  s'infinge 
e  mentisce  anche  lui  ?  O  abbandona  egli  forse  quella 
filosofia,  che  è  stata  la  sua  vita,  e  che  anche  sul  let- 
tuccio  di  morte,  mentre  il  veleno  gh  serpeggerà  pel 
sangue  e  gli  verrà  raffreddando  le  membra,  resterà  a 
consolargli  l'ultima  ora  con  la  promessa  del  premio  oltre- 
mondano nei  ragionamenti  sereni  prodotti  cogli  scolari 
più  fidi  ?  O  non  è  piuttosto  quella  stessa  filosofia,  su- 
periore a  quelle  leggi  e  a  quella  religione,  che  pure  in- 
culca al  cittadino  ateniese  il  rispetto  pratico  delle  leggi 
e  della  religione  d'Atene  ?  Non  era  la  stessa  filosofia  di 
Bruno,  che  negava  teoricamente  tutte  le  religioni  par- 
ticolari, ma  aSermava  nell'interesse  pratico  il  valore 
assoluto  di  tutte  le  confessioni,  e  condannava  gli  sci- 
smi e  le  guerre  civili,  nate  da  divergenze  dommatiche  ; 
non  era  essa,  che  obbligava  il  filosofo  ad  accettare  in 
tutto  il  suo  contenuto  la  religione  del  paese  ?  Anzi  che 
smentire  la  sua  coscienza  filosofica,  il  contegno  del 
Bruno  a  Venezia  è  la  più  coerente  manifestazione  pra- 
tica di  essa. 

A  competere  in  materia  dommatica  con  gì'  inquisi- 
tori, a  lui,  per  esser  logico,  doveva  parere  d'imbran- 
carsi egli  stesso  tra  quei  «  stolti  del  mondo  »,  come  li 
chiama  sarcasticamente  nella  Cabala,  «ch'han  formata 
la  religione,  gli  ceremoni,  la  legge  la  fede,  la  regola  di 
vita  ;  gli  mag^ori  asini  del  mondo....  che,  per  grazia 
del  cielo,  riformano  la  temerata  e  corrotta  fede,  medi- 
cano le  ferite  de  l'impiagata  religione,  e  togliendo  gli 

3  —   Giordano  biun:>  e  il  pensiero  del  Rina&iitiiento. 


—  34  — 

abusi  de  le  superstizioni,  risaldano  le  scissure  de  la  sua 
veste  ;  giamai  solleciti  circa  le  cause  scerete  de  le  cose  »  ; 
né  «  perdonano  a  dissipazioni  qualunque  de  regni  disper- 
sion  de  popoli,  incendi,  sangui,  ruine  ed  esterminii  »  ; 
né  «  curano  che  perisca  il  mondo  tutto  per  essi  loro  ; 
purché  la  povera  anima  sia  salva,  purché  si  faccia  l'edi- 
fìcio in  cielo,  purché  si  ripona  il  tesoro  in  quella  beata 
patria,  niente  curando  della  fama  e  comodità  e  gloria 
di  questa  frale  e  incerta  vita,  per  quell'altra  certissima 
ed  eterna  »  *). 

Questi  gusti  da  riformatore  non  erano  dell'indole, 
né  della  filosofìa  di  Bruno. 


V. 


Ma  si  dirà  :  come  si  spiega  allora  la  condanna  ro- 
mana ?  Perché  a  Roma  egli  non  credette  più  di  tenere 
lo  stesso  contegno  che  a  Venezia,  genuflettersi,  e  sot- 
trarsi alla  morte  ?  —  Quando  ci  sarà  dato  di  conoscere  gli 
atti  del  processo  romano,  vi  troveremo  forse  ben  eh* ara 
la  risposta  a  queste  domande.  Intanto,  ben  chiaro  è,  che 
a  Venezia  il  processo  non  fu  concluso,  ma  interrotto 
dalle  pratiche  del  Pontefice,  affinché  il  Bruno  fosse  rin- 
viato al  S.  Tribunale  di  Roma.  Sentenza  a  Venezia  non 
se  n'ebbe  ;  e  nulla  pertanto  ci  prova  che  a  quegl'  inqui- 
sitori bastassero  le  dichiarazioni  che  il  Bruno  fece  ad 
essi.  Onde  é  lecito  pensare  col  Tocco  ^),  che  a  Roma 
il  filosofo  le  ripetesse,  presso  a  poco,  nei  medesimi  ter- 


^)  Opere  italiane.  II,  228. 

2)  G.  Brmio,  conferenza,  Firenze,  Le  Monnier,  t886.  In 
questo  scritto  la  questione  bruniana  fu  messa  per  la  prima 
volta  storicamente  nei  suoi  veri  termini. 


—  35  — 

mini  ;  e  che,  se  la  condanna  avvenne,  fu  perchè,  dopo 
averci  ben  riflettuto,  e  avere  studiati  i  suoi  Ubri  e  i 
suoi  costituti,  la  congregazione  dei  cardinali  di  Roma 
dovette  pretendere  da  lui  ritrattazioni,  che  andavano 
di  là  dal  segno,  fino  al  quale  il  Bruno  aveva  creduto  di 
potersi  spingere  :  ritrattazioni,  cioè,  che  colpivano  in 
pieno  la  sua  filosofia. 

E  si  badi  che,  quando  nel  febbraio  1599,  come  par 
probabile  dai  documenti  a  noi  noti  ^),  si  cominciò  a 
intimare  al  filosofo  le  otto  proposizioni  eretiche,  che 
il  Bellarmino  e  un  Padre  Commissario,  aguzzando 
l'occhio  inquisitoriale,  avevano  messe  insieme, dall'esa- 
me delle  dichiarazioni  processuali  del  Bruno  e  de'  suoi 
libri  ^),  il  Nolano  era  da  sei  anni  chiuso,  lui  così  sde- 
gnoso e  impaziente  e  impetuoso,  nel  carcere  romano 
di  Torre  di  Nona. 

Allora,  nel  1595,  anche  il  Campanella,  l'altro  dio- 
scuro della  filosofia  della  Rinascenza,  fu  in  quella 
Torre  ;  e  forse  non  pensava  a  sé  solo  cantando  : 

Come  va  al  centro  ogni  cosa  pesante 
Dalla  circonferenza,  e  come  ancora 
In  bocca  al  mostro  che  poi  la  devota. 
Donnola  incorre  timente  e  scherzante, 

Cosi  di  gran  scienza  ognuno  amante, 
Che  audace  passa  dalla  morta  gora 
Al  mar  del  vero,  di  cui  s' innamora, 
Nel  nostro  ospizio  alfin  ferma  le  piante. 

Ch'altri  l'appella  antro  di  Polifemo, 
Palazzo,  altri,  d'Atlante,  e  chi  di  Creta 
TI  laberinto.  e  chi  l' inferno  estremo. 

Che  qui  non  vai  favor,  saper,  né  pietà, 
Io  ti  so  dir  :  del  resto  tutto  tremo, 
Ch'è  rocca  sacra  a  tirannia  segreta  ^). 


*)  Ber  ri,    Vita,   pag.   442. 

^)  11  14  gennaio  1599  furono  lette  «ceto  propositiones 
haereticae  collectae  ex  eius  lihvis  et  processa  »  (Pfrti,  pag.  441). 
Cfr.  il  doc.  del  20  gennaio  1600  :  «  Propo«itiones  haereticas 
in  suis  scriptis  et  constitutis  prolatas  «  (pag.  447). 

^)    Questo  sonetto,  stampato   nella  scelta  dall'Adami  (v.  le 


-  36  - 

Ma  certo,  se  pensava  alla  sorte  comune  ai  filosofi  e  a 
tutte  le  vittime  dell'  Inquisizione,  non  esprimeva  anche 
Tanimo  di  Bruno  in  quest*altro  sonetto  scritto  per  uno 
che  mori  nel  S.  Uffìzio  in  Roma  : 

Anima,  ch'or  lasciasti  il  career  tetro 
di  questo  mondo,  d'  Italia  e  di  Roma, 
Del  Santo  Offizio  e  della  mortai  soma, 
Vattene  al  ciel,  che  noi  ti  verrem  dietro. 

Ivi  esporrai  con  lamentevol  metro 
L'aspra  severitate,  che  ni  doma 
Sin  dalla  bionda  alla  canuta  chioma, 
Talché,  pensando,  me  n'accoro  e  'mpetro. 

Dilli  che,  si  mandar  tosto  il  soccorso 
Dell'aspettata  nova  redenzione 
Non  r  è  in  piacer,  da  sì  dolente  morso 

Toglia,  benigno,  a  sé  nostre  persone  ; 
O  ci  ricrei,  ed  armi  al  fatai  corso 
C  ha  destinato  l'eterna  ragione  '). 

Il  Bruno  per  fermo  non  piegava  né  implorava  da 
Dio  la  nova  redenzione,  né  la  benignità  di  torlo  a  sé  : 
il  Bruno,  se  poetò  anche  lui  lì  dentro,  non  ricorse  a  la- 
mentevol metro  ;  ma  inneggiò  anche  una  volta  a  quella 
mente,  ispiratrice  del  suo  petto, 

Unde  et  fortunam  licet  et  contemnere  mortemi  -) 


Poesie  filosofiche  di  T.  Campanella,  ediz.  Orelli,  Lugano, 
Ruggia,  1834,  P^g-  117)  ^^^  titolo  //  carcere,  e  questa  sola  po- 
stilla (del  Campanella)  :  "  È  chiaro  »  —  è  da  me  riferito  se- 
condo le  notevoli  varianti  del  ms.  di  fra  Pietro  Ponzio  (Ama- 
bile, Fra  T.  C.  la  stia  cong.,  i  suoi  processi  e  la  sua  pazzia, 
Napoli,  Morano,  1882,  III,  574-5).  Vedi  ora  la  mia  ediz.  delle 
Poesie  del  Campanella,  Bari,  Laterza,  1915,  pag.  106.  Credo  an- 
ch' io  col  Solmi  {La  città  del  Sole  di  T.  C.  ed.  per  la  prima  volta 
nel  testo  originale  con  intr.  e  docc,  Modena,  Rossi,  1904, 
pag.  xxi)  molto  probabile  che  questo  sonetto  sia  stato  scritto 
dal  Campanella  nel  «  carcere  »  del  S.  Uffizio. 

^)  Questo  sonetto  fu  pubblicato  per  la  prima  volta  dal- 
TAmabile,  O.  c,  III,  557,  e  reca  il  titolo  :  «  Sonetto  fatto  sopra 
un  che  morse  nel  S.  Uffizio  in  Roma  «  (ed.  Gentile,  pag.   211.). 

^)  De  immenso,  I,   i  :  Opera,  I,  i,  201. 


—  37  — 

Quella  fortuna  malvagia  dovette  bene  inasprirlo 
nei  tristi  giorni  lunghissimi  della  prigione.  Altro  che  la 
cattedra  vagheggiata  lì  a  Roma  come  porto  sicuro, 
all'ombra  del  ponteficato  di  quel  Clemente,  che  gli 
avevano  detto  amasse  a  li  virtuosi  »  *).  Non  ^'  ha  dubbio, 
che  il  nostro  filosofo  non  potè  in  tutto  quel  tempo  con- 
fermarsi nella  speranza  e  nella  fiducia,  espressa  a  Ve- 
nezia, al  principio,  p.  es.,  del  primo  costituto,  di  potere, 
dando  pieno  conto  di  sé,  essere  riammesso  nella  chiesa 
cattolica. 

Di  ciò  anche  va  tenuto  conto  per  intendere  a  pieno 
l'atteggiamento  assunto  dal  Bruno  quando  prima  il 
Commissario  e  il  Bellarmino,  poi  il  Procuratore  ge- 
nerale e  il  Generale  dell'ordine  domenicano  si  recarono 
al  carcere  per  persuaderlo  a  riconoscere  come  eretiche 
ed  abiurare  le  otto  proposizioni  imputategH.  Quod,  dice 
il    verbale,   consentire  noluit,    asserens    se    nunquam  ^) 


*)  Docc.  veneti,  in  Berti,  O.  c,  pag.  396. 

2}  Come  spiegarsi»  —  chiede  il  Felici,  Le  dottrine  filoni. - 
religiose  di  T.  Campanella,  Lanciano,  1895,  P^?-  215  n. — 
quel  nunquam  dopo  le  ampie  confessioni  di  Venezia  ?  »  ;  giac- 
ché, secondo  il  Felici,  il  Bruno  «  nei  costituti  veneti  riconosco 
esplicitamente  d'essere  stato  tutt 'altro  che  immune  da  eresie 
ed  errori  (cfr.  Berti,  pagg.  420,  428)  ».  E  la  spiegazione  cui 
egli  propenderebbe,  è  che  «il  Bruno,  nel  processo  di  Roma, 
incalzato  più  rigorosamente  dai  suoi  giudici  e  più  da  presso 
dal  pericolo,  abbia  alla  sua  volta  applicata  la  teoiia  della 
doppia  verità  senza  le  concessioni  fatte  innanzi  ai  piìi  miti 
giudici  veneti  ;  l'abbia  applico.ta,  dico,  recisamente,  in  tutti 
i  casi  che  gli  erano  presentati,  e  abbia  cercato  con  tal  mezzo 
di  fare  emergere  illesa  la  sua  ortodossia,  a  quel  modo  che  da 
identiche  o  analop^he  dottrine,  professate  da  altri  pensatori, 
non  era  rimasta,  in  virtù  del  ripiego  in  parola,  pregiudicata 
la  costoro  posizione  di  faccia  alla  chiesa  ;  e  l'abbia  potuta 
affermare,  la  sua  ortodossia,  mentre  riteneva  in  tutta  la  sua 
integrità,  inflessibilmente,  le  sue  dottrine  filosofiche  e  scien- 
tifiche H.  È  chiaro  che  a  questo  modo  si  potrebbe  spiegare  il 
contegno  di  Bruno  in  una  discussione  accademica  e  sen.ra  con- 
seguenze ;  non  la  morte  del  Bruno,  Con  la  dottrina  della  dop- 
pia verità  non  .si  andava  incontro  alla  morte  ;  e  se  questa  dot- 


-38- 

propositioìus  haereticas  protiilisse  ;  sed  male  exceptas 
fuisse  a  ministris  S.  Officii.  Non  ne  volle  sapere,  affer- 
mando che  né  nelle  dichiarazioni  rese  in  processo,  e  che 
egli  mai  aveva  inteso  implicassero  la  condanna  della 
sua  filosofia,  né  nelle  opere  sue,  egli  mai  aveva  profferite 
eresie,  mai  cioè  aveva  contrapposto  dommi  a  dommi  ; 
che  i  ministri  del  S.  Uffìzio  piuttosto  non  intendevano 
le  sue  dottrine. 

Quali  fossero  queste  proposizioni,  di  cui  al  Bruno  si 
chiese  l'abiura,  finora  non  s' è  riusciti  a  sapere.  Fu 
bensì  messa  a  stampa  nel  18^6  da  chi  potè  averla,  la 
sentenza  di  condanna,  tratta  dall'Archivio  del  S.  Uffìzio 
romano,   contenente   l'elenco   di   tali  proposizioni  ;   ma 


trina  fu  condannata  nel  M,  E.,  quando  se  ne  facevano  forti 
gli  averroisti  latini  sillogizzatoti  d'invidiosi  veri,  non  accadde 
mai  che  per  essa  si  accendessero  i  roghi.  Per  quella  dottrina 
il  filosofo  era  pronto,  di  fronte  alla  Chiesa,  a  sacrificare  la  sua 
verità  scientifica.  E  Bruno  a  Roma  muore  jjroprio  per  non 
saper  sacrificare  questa  verità,  ossia  per  aver  superato  le  am- 
bagi della  doppia  verità,  e  aver  mantenuto  coraggiosamente 
innanzi  alle  minacce  di  morte  il  concetto  che  era  realmente 
la  sostanza  di  quello  che  aveva  sempre  pensato;  quel  concetto, 
per  cui  la  posizione  della  teologia  di  rimpetto  alla  filosofia, 
come  dice  argutamente  lo  stesso  Felici,  «  è  quella  di  due,  dei 
quali  l'uno  può  menar  colpi  all'altro  senza  un  riguardo  al 
mondo  e  qìiest'altro  deve  far  le  viste  di  non  accorgersi  di 
nulla  ».  Proprio  cosi  :  questo  è  quello  che  affermava  il  Bruno, 
ed  è  il  suo  merito.  La  filosofia  risolve  in  sé  il  contenuto  della 
religione  ;  e  la  teologia,  che  non  lo  risolve,  non  può  giudicare 
della  filosofia. 

Se  a  Venezia  il  Bruno  ammise  di  aver  errato  e  d'essere 
incorso,  nei  suoi  libri,  in  proposizioni  e  dottrine  non  stretta- 
mente ordodosse,  e,  religiosamente,  dichiarò  di  volerne  fare 
ammenda,  non  disse  i:>erò  che  egli  filosofo  le  dichiarava  false  : 
e  sperò  non  s' insistesse  né  allora  né  poi  nel  chiedergli  in  qua! 
conto  egli,  infine,  intendesse  tenere  la  sua  filosofia.  Questo 
è  il  punto.  —  Né  anche  a  Venezia  egli  si  rifa  propriamente 
dal  principio  della  duplice  verità  ;  o  meglio,  crede  di  poter  visi 
riferire  ;  ma  in  sostanza  anche  li  la  sua  verità,  se  lo  mettessero 
con  le  spalle  al  muro,  egli  direbbe  che  è  la  filosofia  ;  e  che  i 
dommi  hanno  solo  un  valore  pratico. 


—  39  — 

l'editore  non  potè  averla  e  quindi  pubblicarla  se  non 
mutilata  appunto  dove  questo  elenco  cominciava  *). 
Pure  da  cotesto  documento  abbiamo  appreso  la  prima 
di  codeste  proposizioni,  negante  la  transustanziazione. 

Questa  proposizione  suona:  «Ch'era  biastemia  gran- 
de il  dire  che  il  pane  si  transustanzii  in  carne  »  : 
proprio  come  incominciava  la  prima  denunzia  del  Mo- 
cenigo:  «  Dinunzio  aver  sentito  a  dire  a  Giordano  Bruno 
nolano,  alcune  volte  che  ha  ragionato  meco  in  casa  mia, 
che  è  biastemia  grande  quella  de'  cattolici  il  dire,  che 
il  pane  si  transustanzii  in  carne  ».  Interrogato  su  questo 
punto,  il  Bruno  a  Venezia  aveva  risposto:  «  Io  non  ho 
mai  parlato  di  questa  transubstanziazione,  se  non  nel 
modo  che  tiene  la  Santa  Chiesa  ;  e  ho  sempre  tenuto  e 
creduto,  come  tengo  e  credo,  che  si  faccia  transubstan- 
ziazione del  pane  e  vino  in  corpo  e  sangue  di  Cristo, 
realmente,  come  tiene  la  Chiesa»^). 

In  verità,  niente  più  probabile  ch'egli  avesse,  in  con- 
versazione col  Mocenigo,  definito  per  bestemmia  grande 
quel  domma  parlando  da  filosofo  appunto  come  aveva 
parlato  nel  De  immenso,  quando  aveva  scritto  che 
lo  splendore,  effusione  e  comunicazione  della  divinità 
va  ricercata  nella  reggia  augusta  dell'onnipotente,  nel- 
r immenso  spazio  dell'etere,  nell'infinita  potenza  della 
gemina  natura,  che  tutto  diviene  e  tutto  fa  ;  «non,  col 
secolo  degli  sciocchi,  in  un  cibo,  in  una  bevanda  o  in 
un'  altra  anche  più  ignobile  materia  :  invenzioni  fanta- 
stiche e  sogni  »  ;  credenze,  aveva  detto  nel  Sigillus 
sigillonim,  da  Cerere  e  Bacco  !  E  si  noti,  proprio  ne' 
libri,  come  ci  attestano  i  documenti,  il  P5ellarmino  con 
l'innominato  Padre  Commissario,  a  differenza  dei  giudici 
di  Venezia,  era  andato  a  cercare  le  eresie  del  Bruno. 
Onde  per  lui  la  denunzia  del  Mocenigo  veniva  ad  ac- 


')  Vedi    in    proposito    la  nota  aggiunta  a  questo  scritto, 
a  pag.  61. 

■-)  Docc.  veneti,  in  Berti,  pag.  406. 


—  40  -- 

quistare  la  conferma  negli  scritti  stessi  del  Bruno. 
E  non  era  più  unus  testis,  nullus  testis  che  accusasse  il 
Nolano  ;  contro  di  lui  c'erano  i  suoi  libri  ;  c'era  essa 
stessa  la  sua  filosofìa,  che  egli  doveva,  dunque,  dis- 
dire^). 

Quod  consentire  noluit.  Bruno  mantiene  la  sua  posi- 
zione :  egli  non  ha  mai  profferite  proposizione  eretiche  ; 
proprio  come  aveva  detto  a  Venezia  contro  il  Moceni- 
go.  — •  E  i  vostri  libri?  gli  avrà  replicato  il  Bellarmino.  — 
E  il  Bruno  :  Voi  vedete  nei  libri  l'eresia  perchè  movete 
dalla  denunzia  falsa  di  mcsser  Giovanni  Mocenigo.  Ma 
nei  miei  libri  io  parlavo  da  filosofo  ai  filosofi,  e  non 
definivo  dommi,  né  quindi  potevo  combattere  dommi. 
Rifiuterei  le  mie  dottrine  se  esse  contrastassero,  nella 
mia  intenzione,  al  contenuto  degl'  insegnamenti  sopran- 
naturali. Ma  per  me  la  verità  razionale  non  è  commen- 
surabile con  la  verità  rivelata.  Il  Dio  che  io  vedo,  — e 
che  voi  male  intendete,  —  nella  reggia  augusta  dell'on- 
nipotente, nell'etere  infinito,  nell'eterna  natura,  non  è 
il  Dio  vostro,  in  cui  si  transustanzia,  agli  occhi  vostri, 
il  pane  e  il  vino.  Lasciate  a  me,  in  quanto  filosofo  il  mio 
Dio  ;  e  io  vi  consento  che  il  Dio  della  fede  sia  il  vostro  ! 

Non  mi  par  possibile  intendere  altrimenti  la  ma- 


1)  «  Divinitatis  natiiraeque  splendorem  f  usionem  et  com- 
municationem  non  Aeg3^ptio,  Syro,  Gracco  ve!  Romano  in- 
dividuo, non  in  cibo,  potu  et  ignobiliore  qiiadam  materia  cui» 
attonitorum  saeculo  perquirimiis,  et  intentum  confìngimus  et 
somniamus  »  :  De  imm.  I,  i,  in  Opera,  I,  i,  205.  «  Doctores, 
qui  passim  in  humanae  et  civilis  conversationis  intentum  do- 
cent  homines  prò  malefactis  non  timere,  et  nescio  qui  bus 
sordidissimis  confidere  phantasiis,  ad  quas  magis  et  certas 
(inxta  tam  varia  et  disscpta  eorum  dogmata)  de  Cerere  et 
Baccho  credulitates,  quam  ad  benefacta,  Dii  retributores  respi- 
ciant,  ut  interim  in  antiquam  barbariem  retrudant  perniciosos 
populos....  »  Sig.  sigili,  in  Opera,  II,  n,  181-2.  Questi  passi 
furon  già  citati  dal  Brunnhofer,  G.  Bruno' s  Weìtanschatmng 
und  Verhàngniss,  Leipzig,  1882,  pag.  241  e  dal  Tocco  in  G.  B., 
conferenza,   pag.   52. 


~  41  — 

gnanima  risposta,  che  bastò  al  pontefice  Clemente  Vili 
per  ordinare  che  fosse  pronunziata  la  sentenza,  e  che  frate 
Giordano  venisse  consegnato  alla  curia  secolare^) . —  A  Ve- 
nezia il  2  giugno  '92  egli  aveva  pur  detto  che  la  materia 
de  '  suoi  libri  era  stata  sempre  filosofica  :  «  Nelli  quali 
tutti  io  sempre  ho  diffinito  filosoficamente  secondo  li 
principii  e  lume  naturale,  non  avendo  riguardo  princi- 
pal  a  quel  che  secondo  la  fede  deve  essere  tenuto  »  : 
parendogli  generalmente  consentito  di  trattare  articoli  di 
scienza  «secondo  la  via  de'  principii  naturali,  non  preiu- 
dicando  alla  verità  secondo  il  lume  della  fede  ;  nel  qual 
modo  si  possono  leggere  ed  insegnare  li  libri  d'Aristotele 
e  di  Platone,  che  nel  medesimo  modo  indirettamente 
sono  contrarii  alla  fede,  anzi  nlolto  più  contrari  che 
li  articuli  da  me  filosoficamente  proposti  e  diffesi  »  *). 
E  infatti  non  aveva  esitato  ad  esporre  in  compendio,  con 
tutta  libertà,  il  contenuto  della  sua  filosofia  e  gli  stessi 
suoi  dubbi  filosofici  intorno  ad  alcuni  dommi  determi- 
nati  del   cattolicismo. 

A  Venezia,  dunque,  pur  dichiarandosi  pronto  a 
disdire  da  cattolico  i  suoi  errori  in  materia  di  fede, 
aveva  mantenuto  fermamente  quel  principio  che  agli 
iniziatori  della  scienza  moderna  parve  la  vera  base  ra- 
zionale della  libertà  del  pensiero  scientifico  ;  il  prin- 
cipio del'assoluta  incommensurabilità  della  verità  reli- 
giosa con  la  verità  della  scienza  :  il  principio  a  cui  si 
appellerà  più  tardi  (1616)  il  Campanella  neW Apologia 
Pro  Galilaeo  '),  e  meglio  Galileo  stesso  contro  i  suoi 
avversari  teologizzanti  ;  il  principio  a  cui  pur  conti- 
nuano ad  appellarsi,  pel  solito  anacronismo  dei  ritar- 
datari, gli  odierni  conciliatori  della  scienza  con  la  tra- 
dizione dommatica. 


')  Vedi  il  (loc.  del  20  gennaio  1600,  in  Berti,  pag.  447. 

»)  Berti,  papjpj.  399-400. 

3)  Felici,    T.e    dottr.    iilor.ofico-religiose    di    T.   Campanella . 

pag.  217  n. 


—  42  •— 

*  Se  gli  Dei  »,  dice  Bruno  nella  Cena  delle  ceneri  ^), 
«  si  fossero  degnati  d' insegnarci  la  teoria  delle  cose 
della  natura,  come  ne  han  fatto  favore  di  proporci  la 
pratica  di  cose  morali,  io  più  tosto  mi  accosterei  alla  fede 
de  le  loro  rivelazioni,  che  muovermi  punto  della  cer- 
tezza de  mie  ragioni  e  proprii  sentimenti.  Ma,  come 
chiarissimamente  ognuno  può  vedere,  nelli  divini  libri 
in  servizio  del  nostro  intelletto  non  si  trattano  le  demo- 
strazioni  e  speculazioni  circa  le  cose  naturali,  come  se 
fusse  filosofìa  ;  ma,  in  grazia  de  la  nostra  mente  e  affetto, 
per  le  leggi  si  ordina  la  prattica  circa  le  cose  morali. 
Avendo,  dunque,  il  divino  legislatore  questo  scopo 
avanti  gli  occhi,  nel  resto  non  si  cura  di  parlar  secondo 
quella  verità,  per  la  quale  non  profittare bbono  i  volgari 
per  ritrarse  dal  male  e  appigliarse  al  bene  ;  ma  di  que- 
sto il  pensiero  lascia  agli  uomini  contemplativi,  e  parla 
al  volgo  di  maniera,  che,  secondo  il  suo  modo  de  in- 
tendere e  di  parlare,  venghi  a  capire  quel  eh'  è  prin- 
cipale ». 


VI. 


Ma  il  rapporto  della  religione  con  la  filosofìa  secondo 
il  pensiero  del  Bruno  è  più  precisamente  determinato  in 
un  luogo  dei  dialoghi  De  la  causa,  principio  e  uno  dove 
Teofìlo  dice  :  «  Dato  che  sieno  innumerabili  individui, 
ogni  cosa  è  uno  ;  e  il  conoscere  questa  unità  è  il  scopo 
e  termine  di  tutte  le  filosofìe  e  contemplazioni  natu- 
rali ;  lasciando  ne'  sui  termini  la  più  alta  contempla- 
zione   che  ascende  sopra  la  natura,  la  quale  a  chi  non 


M  Opere  italiane,  I,  86. 


—  43  — 

crede  è  impossibile  e  nulla....  perchè  se  vi  monta  per 
lume  sopranaturale,  non  naturale.  Questo  non  hanno 
quelli,  che  stimano  ogni  cosa  esser  corpo,  o  semplice 
come  l'etere,  o  composto  come  li  astri  e  cose  astrali,  e 
non  cercano  la  divinità  fuor  de  l' infinito  mondo  e  le 
infinite  cose,  ma  dentro  questo  e  in  quelle»  *).  «In 
questo  solo  »,  conclude  il  Bruno,  «  mi  par  differente  il 
fedele  teologo  dal  vero  filosofo  »  :  cioè,  si  badi  bene,  il 
teologo  che  determina  la  fede,  dal  filosofo  che  determina 
la  verità.  Per  conto  suo,  egli  protesterà  a  Venezia  di 
non  aver  professato  mai  se  non  filosofia  ;  e  in  questi 
dialoghi,  che  sono  il  suo  capolavoro,  fa  dire  da  Teofilo 
che  espone  le  dottrine  di  lui,  al  Dicson,  che  fu  uno 
scrittore  inglese  di  logica,  seguace  del  Bruno  *)  : 
«  Credo  che  abbiate  compreso  quel  che  voglio  dire  !  » 
Che  aveva  voluto  dire  ?  C  è  una  contemplazione 
superiore  a  quella  della  filosofia  ;  perchè  e'  è  una  divi- 
nità fuori  del  mondo,  oggetto  della  filosofia  :  e'  è  una 
mens  super  omnia,  Deus,  oltre  una  mens  insita  omnibus, 
Natura  ^)  ;  ma  quella  contemplazione  superiore,  a  chi 
non  creda,  è  impossibile  e  nulla.  È  fede,  atto  non  del- 
l'uomo, anzi  di  Dio  ;  lume  soprannaturale,  che  non 
hanno,  egli  dice,  quelli  che  non  cercano  la  divinità  fuor 
della  natura,  ma  dentro  a  questa.  E  chi  fossero  costoro 
il  Dicson  doveva  saperlo,  perchè  Bruno  l'aveva  pur 
detto  nella  Cena  de  le  ceneri  pubblicata  l'anno  innanzi, 
che  tanto  rumore  aveva  sollevato  nei  circoli  italia- 
nizzanti di  Londra  :  «  Abbiamo  dottrina  di  non  cer- 
car divinità  rimossa  da  noi,  ?e  l'abbiamo  appresso, 
anzi  di  dentro,  più  che  noi  medesimi  siamo  dentro 
a  noi  »  *V 


^)  Opere  italiane,   I,   232. 

')  Vedi  Me    Intyre,  G.  Bruno,  London,   Macmillan,    1903, 
pagg.  35-6,  324- 

^)   De  mimmo,  1,   i  ;  Opera,  I,  111,   136. 

♦)  Opere  italiane,   I,   24.   Cfr.  il  seguente  luogo  degli  Eroici 


—  44  — 

Dunque  :  ci  sarà,  anzi  c'è,  una  verità  che  la  fede  può 
dar  a  conoscere,  ma  non  è  la  verità  di  Bruno,  che  non  ha 
il  lume  soprannaturale  ;  e  col  suo  lume  naturale  vede, 
non  la  mens  super  omnia,  ma  la  Natura,  il  «  vero  e  vivo 
vestigio  dell'  infinito  vigore».  Il  suo  Dio  è  il  Dio  del  filo- 
sofo, la  natura  di  Spinoza,  da  lui  stesso  definita  :  Deus 
in  rebus.  La  distinzione  dei  due  lumi,  della  natura  umana 
e  della  grazia  superinfusa,  della  ragione  e  della  fede, 
della  filosofia  e  della  teologia  era  antica;  e  può  dirsi 


furori  (in  Op.  iL,  II,  413)  :  «Come  intendi  che  la  mente  aspira 
alto  ?  verbigrazia,  con  guardar  alle  stelle  ?  al  cielo  empireo  ? 
sopra  il  ci  istallino  ?  —  Non  certo,  ma  procedendo  al  profondo 
della  mente,  per  cui  non  fia  mistiero  massime  aprir  gli  occhi 
al  cielo,  alzar  alto  le  mani,  menar  i  passi  al  tempio,  intonar 
l'oreccliie  de'  simulacri,  onde  più  si  vegna  exaudito  ;  ma  ve- 
nir al  più  intimo  di  sé,  considerando  che  Dio  è  vicino,  con 
sé,  e  dentro  di  sé  più  ch'egli  medesimo  esser  non  si  possa  ; 
come  quello  eh'  è  anima  de  le  anime,  vita  de  le  vite,  essenza 
de  le  essenze  :  atteso  poi  che  quello,  che  vedi  alto  o  basso, 
o  incirca  (come  ti  piace  dire)  degli  astri,  son  corpi,  son  fatture 
simili  a  questo  globo  in  cui  siamo  noi,  e  nelli  quali  non  è 
né  più  né  meno  la  divinità  presente  che  in  questo  nostro 
o  in  noi  medesimi  ».  Nella  Lampas  triginta  statuarum  («  Ope- 
ra »,  III,  41)  pare  al  Tocco  {Le  opere  inedite  di  G.  B., 
Napoli,  1891.  pag.  47)  che  si  restringa  il  residuo  della  trascen- 
denza, perchè  quel  principio  che  è  la  mens  vien  detto  «  magis 
intrinsecum  rerum  substantiae  et  intimius  in  omnibus  ac  sin- 
gulis,  quam  omnia  ac  singula  esso  possunt  in  se  ipsis  ».  La  di- 
vinità, dice  il  Tocco,  che  è  nelle  cose  nelle  opere  italiane  è 
l'anima  del  mondo  ;  qui  questa  inem;  è  la  stessa  che  è  anche 
supra  omnia.  Se  fosse  così,  a  me  pare  che  il  residuo  della  tra- 
scendenza non  solo  sarebbe  ristretto,  ma  eliminato  del  tutto. 
Ma  credo  che  l' immanenza  pel  Bruno  abbia  sempre  lo  stesso 
significato  e  lo  stesso  limite.  Di  questa  mens  qui  dice:  «est 
supra  omnia,  infra  omnia,  in  omnibus  >.  Dunque  l'essere  in 
omnibus  non  toglie  aKatto  l'essere  supra  omnia.  E  si  é  sempre 
alla  mens  del  De  minimo  ;  una  mens,  che  è  in  primo  luogo 
mens  innominnbilis  et  incircumscriptibilis  (l^ag.  37),  nnitas  abso- 
htta,  un  principio  ab  omni  contrarietate  et  oppositione  universa- 
liter  absolutum:  ossia  al  neoplatonismo,  che  il  Bruno  nel  fatto 
non  riuscì  mai  a  superare  interamente. 


—  45  ~ 

uno  dei  luoghi  comuni  della  Scolastica.  Ma  in  Bruno, 
che  scalza  la  trascendenza  su  cui  si  fondava  quella  filo- 
sofia medievale,  che  poteva  servire  la  teologia  ;  in  Ga- 
lileo, che  distrugge  il  geocentrismo  cosi  congruo  con  le 
imperfette  idee  teistiche  e  teologiche  che  il  Cristiane- 
simo aveva  ereditate  dal  Vecchio  Testamento  e  dalla 
filosofia  aristotelica,  la  distinzione  acquista  un  valore 
profondamente  diverso  ;  per  cui,  delle  due  verità,  l'una 
della  ragione  e  l'altra  della  fede.  Bruno  filosofo  non  ne 
riconosce  più  che  una,  la  prima.  Galileo  tra  i  libri  sa- 
cri, oscuri,  e  1'  aperto  libro,  com'egli  dice,  del 
cielo,  afferma  di  non  dover  leggere,  per  la  scienza,  se 
non  il  secondo  ! 

%In  altri  termini,  la  nuova  filosofia  e  la  nuova  scienza 
si  distinguono  dalla  fede,  non  per  mettere  questa  al 
di  sopra  di  sé  ed  attribuirle  il  privilegio  della  ve- 
rità ad  esse  irraggiungibile,  e  a  cui  pur  esse  mirano  ; 
anzi  per  negarle  ogni  valore  rispetto  ai  fini  a  cui  la 
filosofia  e  la  scienza  s'indirizzano.  Il  filosofo  medie- 
vale diceva  :  credo  ut  intelligam  ;  Bruno  vi  dice  chiaro 
e  netto  :  non  credo  ut  intelligam.  E  altrettanto,  a 
modo  suo,  ripeterà  Gahleo  nella  celebre  Lettera  alla 
Granduchessa  Madre  (1615).  Crederanno  o  non  crede- 
ranno per  altri  fini,  non  importa  :  certo  è  che,  per  in- 
tendere, l'uno  e  l'altro  ritengono  indispensabile  affidarsi 
non  alla  fede,  ossia  a  una  rivelazione  che  è  atto  altrui 
e  non  nostro  ;  bensì  alla  nostra  intelligenza  :  a?li  espe- 
rimenti e  al  discorso  dirà  Galileo  ;  alla  contemplazione 
dell'unità  della  natura,  ha  detto  Bruno. 

Questa,  è  la  nuova  coscienza  scientifica,  che  si  ac- 
cinge a  guardare  il  reale  con  occhio  non  sorpreso  da 
nebbie.  Questo  è  l'inizio  dell'età  moderna  dello  spirito 
umano. 

Questa  nuova  coscienza  scientifica  è  consacrata  nel 
martirio  di  Bruno  ;  il  quale  non  è  uno  dei  tanti  martiri? 
che  l'uomo  è  stato  sempre  disposto  ad  affrontare  per  gU 
ideah,  onde  viene  recando  in  atto  la  sua  umanità.  TI 


-46- 

martirio  di  Giordano  Bruno  ha  un  significato  speciale 
nella  storia  della  cultura,  poiché  non  fu  conflitto  di 
coscienze  individuali  diverse  ;  ma  necessaria  conse- 
guenza del  progresso  dello  spirito  umano,  che  Bruno 
impersonò  al  cadere  del  Cinquecento,  quando  si  chiudeva 
col  Rinascimento  tutta  la  vecchia  storia  della  civiltà  d'Eu- 
ropa :  del  progresso  dello  spirito,  che  giunse  in  lui  ad  av- 
vertire per  la  prima  volta  e  quindi  a  sorpassare  la  con- 
traddizione, che  fin  dal  medioevo  lo  dilaniava,  tra  sé  e  se 
medesimo  :  tra  spirito  che  crede,  e  professa  di  non  in- 
tendere, e  spirito  che  intende,  e  professa  di  intendere, 
cioè  farsi  da  sé  la  verità  sua. 

Tale  é  la  situazione  del  Bruno.  Pronto  a  tutte 
le  ritrattazioni  sul  terreno  della  fede  ;  quale  si  vo- 
glia e  si  determini,  il  contenuto  di  questa  fede  gli  è 
indifferente.  Non  é  per  lui.  Egli  mira  più  su,  come  il 
suo  Dicson  a  Londra  comprese,  e  come  gli  studiosi  della 
sua  filosofia  devono  comprendere.  La  sua  verità  non  è 
quella  che  si  definisce  nei  Concilii  ecumenici,  dai  Pon- 
tefici in  cattedra  o  dai  santi  Tribunali  ;  sibbene  la  verità 
che  è  nella  natura,  e  che  la  ragione,  cioè,  per  lui,  la  sua 
ragione  definisce  :  la  verità,  che  egli  ha  celebrata  tante 
volte  entusiasticamente  ne'  suoi  scritti  di  filosofo.  ]\la, 
come  filosofo,  non  ha  potuto  talvolta  non  contrapporre 
la  sua  alla  verità  di  coloro  che  si  sforzano  invano  di 
conseguire  la  sapienza  cercandola  affannosamente  con 
lunghi  viaggi,  per  tutte  le  parti  della  terra,  spendendovi 
gli  averi  e  il  miglior  tempo  della  vita  ;  o  producendo  le 
notti  insonni  nelle  sollecite  cure,  studiando  i  monumenti 
degli  antichi,  per  vedere  di  accogliere  nel  proprio  spi- 
rito ansioso  il  furore  dei  vati  ed  esser  fatti  celebri  dai 
riverbero  luminoso  dei  saggi  certi    ed    illustri  *)  ;  non 


^)  I  versi,  qui  riassunti,  con  cui  si  apre  il  cap  i.o  del  lib. 
Vili  del  De  immenso,  non  hanno  punto  il  significato  auto- 
biografico loro  attribuito  dal  Berti,  O.c,  pagg.  251-2,  dalia 
Frith  (I.  Oppenheim)  J.ife  of  G.  Bruno,  London,  1887,  pagg. 


—  47  — 

ha  potuto  non  contrapporre  la  sua  alla  verità  di  quegl'in- 
fermi  di  spirito  e  stolti,  che  pur  si  credono  sani  e  savi 
per  solo  suffragio  del  volgo  :  ciechi,  che  non  vedono 
la  luce  di  Dio,  benché  splenda  in  tutte  le  cose  ;  sordi, 
che  non  odono  la  sua  sapienza,  la  cui  voce  pur  parla 
da  tutto,  e  tutti  invita,  e  batte  alle  porte  d'ognuno  ; 
certo  giudicati  da  Dio  indegni  di  vedere  e  di  udire,  poi- 
ché indegnamente  cercano  la  luce  del  vero,  quando  la 
vogliono  ministra  di  vile  fortuna  e  procacciatrice  di 
sostanze,  da  regolare  e  approvare  o  riprovare  secondo 
i  sensi  dell'uomo.  Onde  al  luogo  di  Dio  sottentra  l'uomo 
solennemente  parato,  a  cui  gli  altri  uomini  si  prostrano  ; 
e  di  cui  il  Bruno  fa  una  feroce  dipintura  *).  ^  A 


218-9  e  dal  Brunnhofer,  0,c.,  pag.  88.  Per  fraintendere  a 
questo  modo  il  testo  bisogna  fermarsi  nella  lettura  di  esso  al 
V.  40  tronco,  com'  è  alla  fine  di  questa  parte  del  capitolo 
{Opera,  I,  11,  286).  Perchè  il  Necquicquam,  con  cui  è  ripreso 
quel  verso  nella  seconda  parte,  basterebbe  già  ad  attestare 
che  Bruno  non  intende  schierarsi  tra  coloro  che  solvnnf.  prò 
studiis  patrio  de  litore  puppivn  (non  per  volontà  propria  egli  s'era 
allontanato  da  Napoli  e  d'  Italia  !).  Vedi  in  proposito  Fio- 
rentino, pref.  a  Opera,  I,  i,  pag.  XXXVII  e  sgg.  e  Tocco, 
Le  opere  latine  di  G.  B.  esp.  e  confrontate  con  le  italiane,  Firenze, 
1889,  pagg.  301-2. 

*)  Ecco  qui  i  famosi  versi  della  «  violenta  sortita  contro 
il  Papa  »,  come  dice  il  Tocco  (O.  e,  pag.  302)  —  a  cui  pare 
che  in  ossi  «  si  ecceda  la  misura  »  : 

lUius  {se.  veri  lucis)  ergo  loco,  blando  vesania  vultu, 
Auriculas  contecta  venit  fronte  atque  tiara 
Et  mitra  et  gemmis  asininum  circinat  unguem. 
Brutum  veste  tegit  bustum  talare,  patrumque 
Circumstat  laudata  fides,  buUae  atque  sigilla. 
Parte  omni  uutans,  quamvis  se  siistineat  vix, 
Insignis  graditur  tamen  haec,  proprioque  colore 
Et  titulis  Celebris.  Quarc  illam,  poplite  flexo, 
Exorant. 

{De  immenso  Vili,  i  :  Opera  I,  ir,  289).  -~  Ora  qui  il  Bruno 
non  ce  1'  ha  tanto  col  Papa,  quanto  col  volgo  superstizioso  e 
idolatra  che  adora  il  Papa  invece  di  Dio,  cercando  veri  tucent, 


-  48  - 

«  A  me  »,  egli  dice,  «  non  è  mestieri  trascorrere  ai  con- 
fini della  terra  :  basta  mi  profondi  nella  mpnte  ;  basta 
che  sopra  a  tutto  vivamente  desideri,  per  se  medesima, 
la  luce  divina,  e  col  sommo  del  mio  ingegno  mi  sforzi 
di  pervenire  al  cospetto  della  maestà  sua,  bramando 
e  sperando  di  potermi  beare  nel  di  lei  volto.  E,  mirabile 
a  dirsi,  quanto  ella  sia  dappresso,  mirabile  come  ben 
pronta  s 'apprese nti.  Nuda  ella  è,  e  sola  (nullis  circum- 
que  stipata  maniplis)  ;  e  nuda  irraggia  luce  da  tutto  il 
corpo  ;  il  santo  corpo,  che  ingiuria  grave  sarebbe  velare. 
Essa  si  fa  dà  sé  fede,  e  \aiole  che  lungi  stieno  il  naso, 
la  fronte  rugosa,  il  sopraccilio  e  la  ben  pettinata  barba 
e  quante  vesti  e  testimonianze  e  titoli  e  insegne  e 
parti  assume  per  diritto  suo  l'ignoranza.  Desiosa  ella 
aspetta  chi  viene  a  lei,  e  generosa  (quasi  attendesse  im 
amante)  gli  cofre  incontro,  e  l'accoglie  con  Heto  aspetto, 
confortando  il  timido  ;  e  col  sorriso  del  suo  volto  sereno 
fa  divampare  le  fiamme  che  accese  già  lentamente»  *). 


come  ha  detto,  prò  hominui»  seìisu  moderandam.  Quindi  in- 
siste tanto  sull'apparato  estrinseco  di  questa  luce  del  vero  o 
vestigio  di  Dio,  tanto  diverso  da  quello  che  egli  adora  nella 
Natura  {blando  vnUu,  fronte,  tiara,  mitra,  gemmis,  veste  talare,, 
fides  patrum,  hiillae,  sigilla,  parte  omni  mitans,  insignis,  proprio 
colore,  titiilis)  e  che  tien  luògo  ai  ciechi  di  quella  luce  genuina 
di  Dio  ;  la  quale,  a  lui  veggente  apparisce,  nuda,  nullis  cir- 
cumque  stipata  maniplis.  Non  è  satira  perciò  del  cattolicismo 
in  particolare,  ma  di  ogni  forma  di  adorazione  superstiziosa 
del  divino.  Gir.  il  supertitioso  cnltu  et  ignorantia  plusquam 
brutali  deìì'Oratio  valedict.,  in  Opera,  I,  i,  20  e  il  supersti- 
tioso  insanissimoque  cultui  dell'Oc,  cons.,  I,  i,  32-33. 

*)  At  mihi  non  opus  est  terrai  um  excurrere  fines: 
Sufficit  ut  mentem  subeam,  per  seque  peroptem 
Diam  prae  cunctis  lucem,  summoque  reposcam 
Ingenio,  propria  prò  maiestate  petendam 
Illius  cupiens  vultu  speransque  beari. 
Mirum  quam  praesto  est,   mirum   quam  promptius  adstat. 

Nuda  illa  est,  nullis  circumque  stipata  maniplis, 
Nudaque  de  toto  iaculatur  corpore  lucem  ; 
Magna  est  velati  sanctum  hoc  iniuria  corpus. 


—  49  — 

A  questa  verità,  che  sola  V  innamora,  egli  non  potrà 
rinunziare.  A  questa  verità  già  non  attese  le  intimazioni 
di  Roma  per  sentirsi  disposto  a  fare  olocausto  della  vita. 
Fin  dal  1591,  nella  dedica  del  De  monade,  diceva 
solennemente  di  sé  :  «  Ma  io,  benché  agitato  da 
iniquo  destino,  avendo  intrapreso  da  fanciullo  una 
lotta  diuturna  con  la  fortuna,  invitto  serbo  tuttavia 
il  proposito  e  gli  ardimenti,  onde,  o  per  avventura  io  ho 
toccata  la  salute,  —  di  che  solo  Dio  può  essere  testi- 
mone, —  o  non  sono  pur  sempre  infermo  e  sonnolento 
a  un  modo,  o  di  certo  domino  il  senso  della  infermità 
mia,  e  lo  disprezzo  affatto,  si  che  punto  non  temo  della 
stessa  morte.  E  però  a  nessun  mortale,  da  me  e  con 
le  forze  del  mio  animo,  cedo  e  mi  arrendo  »^). 

E  in  quello  stesso  libro,  nei  versi  magnanimi  messi  in 
bocca  al  gallo  vinto  e  morente*),  si  scrisse,  per  dirla  col 
Brunnhofer,  la  propria  epigrafe  :  «  Ho  lottato,  e  molto  : 
credetti  poter  vincere,  e  la  sorte  e  la  natura  repressero 


Ipsa  fidem  facit  ipsa  sibi,  procul  esse  iubetur 
Nasus,  frons  rugosa,  supercilium,  propexaque  barba, 
Et  quaecumque  suo  ignorantia  iure  reposcit 
Indumenta,  fides,  titulos,  insignia. 
Adventantem  avide  cxspectat,  generosaque,  amantem 
Tamquam  deperiens,  occurrit,  et  excipit  ore, 
Confirmans  trepidum,  ac  vultu  blandita  sereno 
Concipit  intense  quos  lentius  intulit  ignes. 

Opera,  I,  II,  289-90.  Cfr.  il  luogo  degli  Eroici  furori  ci- 
tato a  pag.  42  n. 

*)  Opera,   I,   11,   325. 

*)  Pugnavi,  multum  est  ;  me  vincere  posse  putavi. 
Et  studium  et  nixus  sors  et  natura  repressit. 

Est  aliquid  prodisse  tenus  ;  quia  vincere  fati 

In  manibus  vid^o  esse  situm.  Fuit  hoc  tamen  in  me 

Quod  potuit,  quod  et  esse  meum  non  ulla  negabunt 

Seda  futura,  suum  potuit  quod  victor  habere  : 

Non  timuisse  mori,  simili  cessisse  nec  ulli 

Constanti  forma,  praolatam  mortem  animosam 

Iml>elli  vitae. 

De  monade,  cap.  7  ;  in  Opcta^  I,  n^  425. 

4  —  Gt'ordmno  Brun»  e  il  pernierò  del  Rinatcimento. 


—  so- 
lo studio  e  gli  sforzi.  Ma  qualcosa  è  già  l'essere  stato 
in  campo  ;  giacché  il  vincer,  lo  vedo,  è  nelle  mani  del 
fato.  Ma  fu  in  me  quel  che  poteva,  e  che  nessuno  delle 
generazioni  venture  mi  negherà  ;  quel  che  un  vincitore 
poteva  metterci  di  suo  :  non  aver  temuto  la  morte, 
con  fermo  viso  non  aver  ceduto  a  nessun  mio  simile, 
aver  preposta  una  morte  animosa  a  una  vita  imbelle  ». 


VII. 


Imbelle  sarebbe  parsa  al  Bruno  la  vita,  se  egli 
avesse  ceduto  al  Bellarmino,  che,  non  contento 
delle  dichiarazioni  del  processo,  era  andato  studiosa- 
mente ricercando  le  dottrine  dei  suoi  libri  forse  per 
tutti  quegli  anni,  per  cui  si  produsse  questo  misterioso 
processo  romano,  che  gli  archi  vari  del  sant'Uffizio  non  si 
intende  più  perchè  vogliano  tener  celato  al  giudizio 
della  storia.  Egli  alle  ultime  intimazioni  rispose,  si  noti, 
con  un  memoriale  al  Papa  :  che  il  20  gennaio  1600,  atte- 
sta il  notaio  del  S.  Tribunale,  fiiit  apertum,non  tamen 
lectum  ^).  Questo  memoriale  ci  direbbe  tutto.  Ci  di- 
rebbe, non  ne  dubito,  che  dal  Bellarmino,  inquisitore 
non  che  della  religione,  in  cui  il  Bruno  accettava  i  re- 
sponsi degli  oracoli,  ma  e  della  stessa  filosofia,  in  cui 
il  Bruno  aveva  sempre  tenuto  e  teneva  di  non  poter 
cercare  altro  Dio  che  quello  che  era  nelle  cose,  la  divina 
Natura  ;  dal  Bellarmino,  negatore  intollerante  della 
distinzione  tra  la  verità  della  fede,  di  cui  i  filosofi  pos- 
sono e  debbono  non  curarsi,  e  la  verità  della  ragione 
libera  ;  della  distinzione  da  cui  il  Bruno  si  rifaceva  ancora 


*)  Documenti  romani,  in  Berti,  pag.  447. 


—  51  — 

a  Venezia  per  dimostrare  la  possibilità  d'una  sua  co- 
scienza cattolica,  quale  era  chiesta  da  lui  accanto  alla 
sua  filosofia,  a  cui  non  intendeva  volgere  le  spalle  ;  il 
Bruno  si  appellò  al  giudice  supremo,  al  Pontefice,  per 
ottenere  da  lui  quello  che  dal  Bellarmino  e  dagli  altri 
inquisitori  non  gli  riusciva  più  di  ottenere,  quello  che 
solo  gli  poteva  rendere  accettabile  la  vita,  consentitagli 
dalla  Chiesa  cattolica,  secondo  le  sue  antiche  speranze  : 
ossia  la  distinzione  tra  la  «  fedele  »  teologia  e  la  «  vera  »  filo- 
sofia ;  quindi  il  diritto  d'una  filosofia,  di  cui  la  teologia 
non  avesse  a  ingerirsi  ;  quindi  una  inquisizione  che  non 
inquisisse,  oltre  la  fede  dei  filosofi,  la  loro  stessa  filosofia. 
—  Inquisite  quanto  volete,  dice  ancora  una  volta  il  filo- 
sofo :  ma  inquisite  quello  solo  che  è  materia  della  fede  al 
cui  mantenimento  siete  deputati.  Non  toccate  la  mia 
filosofia,  che  voi  teologi  non  potete  intendere.  Rispet- 
tate, come  i  luterani  di  Wittemberga,  la  mia  coscienza 
filosofica  !  — 

Ma  questa  richiesta,  che  Bruno,  iniziatore  di  un 
mondo  nuovo,  poteva  e  doveva  fare,  i  mante  nitori 
dell'antico  non  potevano  accettare.  Il  memoriale  fu 
aperto,  non  letto.  Pel  Bellarmino  e  i  suoi  colleghi  e 
per  Clemente  Vili  la  richiesta  del  Bruno  era  assurda  ; 
essi  non  vedevano  questa  filosofia,  che  egli  affermava 
non  fondata  sulla  fede  ;  non  potevano  ammettere  una 
verità  filosofica,  che  non  fosse  un  grado  della  verità 
teologica,  e  a  questa  perciò  subordinata.  Non  intende- 
vano in  che  modo  il  Bruno  potesse  riconoscere  la  verità 
della  transustanziazione  ne'  costituti,  senza  smentire 
la  filosofia  del  De  immenso  e  del  Sigillus. 

E  siamo  sinceri,  avevano  ragione  secondo  i  prin- 
cipii  stessi  di  Bruno.  Quel  memoriale  era,  e  speriamo 
possa  essere  anche  per  noi,  un  documento,  prezioso  per 
la  sua  immediatezza,  degli  sforzi  supremi,  che  contro 
le  leggi  ferrate  della  logica  fece  il  Bruno,  o  meglio  la 
filosofia  del  Rinascimento,  per  disviluppare  dalle  fasce 
del  pensiero  medievale  la  realtà  vivente  del  pensiero  uma- 


—  52  — 

no,  quale  l'età  moderna  doveva  intenderlo;  e  per  far  suc- 
cedere al  vecchio  Dio  di  Platone  e  di  Aristotele,  il  cui 
concetto  rende  impossibile  il  concetto  del  mondo  e  quindi 
del  pensiero,  per  cui  quello  pure  si  escogita,  il  Dio  nuovo, 
di  cui  non  solo  i  cieli,  anzi  la  natura  tutta  e  lo  spirito 
umano,  che  ne  è  il  fastigio,  narrano  davvero  le  glorie. 
Ma  quel  memoriale  non  poteva  dimostrare  che  Bruno, 
dal  particolare  punto  di  vista  a  cui  egli  si  arrestava,  e 
a  cui  tutta  la  filosofia  del  suo  tempo  si  arrestò,  avesse 
ragione  contro  il  cardinal  Bellarmino  e  contro  Cle- 
mente Vili. 

La  posizione  speculativa  del  Bruno,  rappresentante 
genuino  della  filosofia  del  Rinascimento,  era  intrin- 
secamente contraddittoria. 

Giordano  Bruno  è  la  conchiusione  logica  di  tutto 
il  Rinascimento,  benché  abbia  dovuto  attendere  più 
di  due  secoli,  perchè  fosse  apprezzato  il  suo  valore.  È 
la  conchiusione  del  Rinascimento,  che  giustifica  in  teo- 
ria, Tarte  contro  le  diffidenze  e  le  accuse  platonizzanti 
del  Medio  Evo,  e  rinnova  in  fatto  il  culto  antico  della 
forma,  nella  indipendenza  assoluta  da   ogni  preoccupa- 
zione estranea  ai  fini  propri  dell'arte;  del  Rinascimento, 
che,    accogliendo  la  nuova  dottrina  copernicana,  scon- 
volge l'intuizione  cosmologica,  che  la  terra  dell'uomo 
contrapponeva  ai  cieli  di  Dio  in  un  sistema  chiuso  di 
rapporti  finiti  ;  e  solleva  anche  la  terra  e  l'uomo  alla 
dignità  dei  cieli  interminabili  ;  —  del   Rinascimento, 
che  dai  Comuni,  spontaneamente  sorti  dal  seno  dell'  Im- 
pero,  alle    Signorie,   creazioni   anche    più  evidenti    di 
volontà  autonome  e  di  interessi  immediatamente  umani, 
scava  la  terra  sotto  al  Sacro  Romano  Impero   contro   al 
quale  combatteva  il  Re  Cristianissimo  ;  emette  capo  al 
Machiavelli,  che  spietatamente  teorizza  l'origine  umana 
degli  Stati,  e  liberamente  ne  proclama  l'assoluto  valore 
intrinseco,  cui  anche  il  pregio  della  religione  vien  su- 
bordinato ;  —  del  Rinascimento,  che  coi  Neoplatoniz- 
zanti  comincia  a  vedere  in  tutte  le  cose   naturali  e  in 


—  53  — 

fondo  airanimo  dell'uomo  il  vestigio  di  Dio  e  coi 
nuovi  epicurei 'a  riabilitare  il  piacere  dei  sensi  ;  e  pro- 
segue arditamente  col  Pomponazzi  negando  l'antica 
trascendenza  del  principio  divino,  che  Aristotele  aveva 
additato  nell'anima  come  la  sua  parte  immortale  ;  e 
poi  col  Telesio  a  toglier  via  dalla  natura  quell'opposi- 
sizione  di  materia  e  forma,  legata  dalla  filosofìa  antica 
al  pensiero  individuale,  onde  si  sequestrava  dalla  natura 
il  principio  della  natura,  e  della  vita  e  dell'anima  ;  e 
finirà  nel  Campanella  per  negare  l'opposizione  dell'es- 
sere al  pensiero.  Del  Rinascimento,  insomma,  che  di- 
strugge tutto  l'antico  modo  di  considerare  la  realtà 
naturale  ed  umana  ;  —  e  pure  non  ha  la  forza  di  negare 
quello  che  era  il  fondamento  della  intuizione  antica  : 
un  Dio  che  è  fuori  del  mondo;  quindi  una  fede  che  non  è 
ragione  ;  quindi  una  Chiesa  istituto  sociale,  che  non  è 
Stato,  ma  sopra  lo  Stato  ;  quindi  in  ogni  poeta  paganiz- 
zante, come  in  ogni  politico  realista,  come  in  ogni  filo- 
sofo naturalista,  due  coscienze  :  la  coscienza  del  poeta, 
del  politico,  del  filosofo  —  e  la  coscienza  del  credente  : 
uno  spirito  senza  fede,  e  una  fede  senza  spirito.  Questa 
appunto  la  Italia  rinascente,  che  muore  in  Bruno  per 
poter  poi  rinascer  davvero.  Da  quegli  spiriti  senza  fede 
la  corruzione  del  poeta,  che  è  poeta  e  non  sa  esser 
altro,  e  non  ha  vita  morale,  perchè  non  ha  vera  religione  ; 
e  non  ha  fede  se  non  nell'arte,  in  cui  si  chiude  spegnendo 
in  sé  come  gl'interessi  pratici,  così  l'amore  del  divino, 
che  è  la  più  alta  e  vera  aspirazione  umana  ;  spegnendo 
quindi  in  se  l'uomo  stesso,  e  però  anche  l'arte.  Donde 
la  letteratura  fatta  professione,  tralignante  nella  rettorica 
e  nell'accademia,  e  in  tutto  il  falso  della  cultura  italiana 
della  decadenza  lungo  i  secoli  accidiosi  del  Sei  e  Sette- 
cento. Da  quegli  spiriti  senza  fede  la  degenerazione 
della  grande  politica  del  MachiaveUi  nel  machiavelli- 
smo, nell'arte  per  l'arte  del  governare,  senz'anima, 
senz'ideali,  senza  i  fini  del  vero  governo,  senza  la  fede 
entusiastica  dell'ultima  pagina  del  Principe,  non    piti 


—  54  — 

letta.  E  quindi  anche  quella  filosofia  di  professione,  la 
filosofia  dei  seminari  gesuitici  e  delle  università  peripa- 
tetiche, che  dimenticheranno  Bruno  e  Campanella,  e 
non  s'accorgeranno  di  Vico  :  la  filosofia  dotta,  sempre 
al  corrente  delle  mode,  a  volta  a  volta  cartesiana,  lockia- 
na,  newtoniana,  leibniziana,  ma  sempre  legata  alla 
buona,  alla  sana  tradizione  scolastica  ;  la  filosofia  che 
spadroneggiò  nelle  nostre  università  nei  secoli  XVII 
e  XVIII  (e  che  non  è  ancor  morta),  senza  fare  un  filo- 
sofo, cioè  senza  riempire  im 'anima,  senza  dare  una  fede  ; 
onde  ora  nemmeno  se-  ne  pispiglia. 

Questo  mondo  falso  era  stato  scrollato  dal  Bruno 
neir  ultimo  anno  del  XVI  secolo  :  perchè,  se  era  vissuto 
anche  lui  nella  contraddizione  e  nell'equivoco,  morendo 
per  la  sua  filosofia,  o  meglio,  per  quello  che  c'era  di 
nuovo  nella  sua  filosofia,  egli  provò  con  l'esempio  che 
dall'equivoco  bisognava  uscire  ;  che  il  filosofo  non  ha 
altra  vita  e  altra  anima  che  quella  del  filosofo,  la  quale 
è  incompatibile  con  certe  istituzioni,  e  però  con  certa 
fede,  che  sarebbe  un'altra  filosofia. 

Anche  la  filosofia  del  Bruno  presupponeva  e  svol- 
geva il  concetto  dell' immanenza  del  divino  nella  natura 
e  nell'uomo  ;  e  intanto  non  negava  il  principio  specu- 
lativo della  teologia  cristiana,  della  trascendenza  di 
Dio.  Non  lo  negava,  non  già  in  quanto  coscienza  reli- 
giosa, quale  si  atteggiò  per  esigenze  pratiche  innanzi 
agl'inquisitori  ;  ma  proprio  in  quanto  quella  coscienza 
filosofica,  che  il  Bruno  afferma  ripetutamente  essere  la 
forma  speciale  della  sua  coscienza.  L'abbiamo  già  vi- 
sto :  nella  filosofia  di  Bruno  non  si  nega  già  il  concetto 
di  una  verità  superiore,  termine  della  fede  ;  ma  si  nega 
soltanto  la  conoscibilità  razionale  della  medesima.  Que- 
sto è  un  punto  fuor  di  questione  nella  critica  bruniana. 
Il  Dio  dei  cattolici,  la  mens  super  omnia,  Bruno  non  solo 
non  la  nega,  ma  ne  fa  il  principio  di  quella  mens  insita 
omnibus  che  è  la  Natura,  il  Dio  della  sua  filosofia. 
Soltanto    egli,    filosofo,  non    conosce    il    primo,  e    lo 


—  55  — 

esclude  dal  campo  della  sua  speciale  investigazione. 
Cotesto  Dio,  che  è  al  di  là  di  quello  che  egli  adora  come 
filosofo,  contemplandolo  nella  viva,  eterna,  infinita  na- 
tura, è  qualche  cosa  come  il  noumeno  kantiano  :  un 
concetto  limite»  È  un  caput  mortuum,  è  vero,  nella  sua 
dottrina  essenzialmente  naturalistica:  ma  uno  di  quelli, 
che,  in  certe  contingenze  storiche,  bastano  a  paralizzare 
le  energie  di  verità  che  i  sistemi  posseggono. 

Quando  Bruno  innanzi  al  sant'Uffizio,  a  Venezia,  di- 
chiara :  «  In  questo  universo  metto  una  providenza 
universale,  in  virtù  della  quale  ogni  cosa  vive,  vegeta 
e  si  muove,  e  stdl^'nella  sua  perfezione  ;  e  la  intendo  in 
due  maniere  :  l'una  nel  modo  con  cui  presente  è  l'anima 
nel  corpo,  tutta  in  tutto,  e  tutta  in  qualsivoglia  parte  ;  e 
questa  chiamo  na  tura  ,  ombra  e  vestigio  della  divinità  ; 
l'altra  nel  modo  ineffabile  col  quale  Iddio  per  essenzia 
presenzia  e  potenzia  è  in  tutto  e  sopra  tutto,  non  come 
parte,  non  come  anima,  ma  in  modo  inesplicabile  »  ^)  ; 
—  egli  non  fa  che  rappresentare  con  tutta  sincerità  il 
principio  fondamentale  del  suo  filosofare. 

Si  è  detto  a  ragione,  che  «  l' ideale  di  Bruno  (quel- 
la ideale,  verso  cui  egli  non  è  indifferente,  al  quale  aspira 
e  si  sforza  di  arrivare  con  tutta  la  energia  del  suo  spi- 
rito, e  col  quale  vorrebbe  immedesimarsi  e  pure  sente 
di  non  potere  ;  che,  mentre  gli  si  dimostra  inaccessibile 
e  così  lo  fa  certo  della  imperfezione  della  conoscenza, 
pure  lo  eccita  a  sempre  nuova  ricerca)  non  è  il  Dio 
astratto  puramente  estramondano  de'  teologi,  che  egli 
ha  abbandonato,  ma  il  Dio  vivo  e  essenzialmente  crea- 
tore o  l'infinito  Spirito,  a  cui  la  mente  non  può  salire 
che  mediante  la  contemplazione  della  infinita  Natu- 
ra»*). Ma  è  incontestabile  che  egli,  per  quanto  lo 
abbia  abbandonato,  non  riesce,  non  può  riuscire  a  di- 
menticare   quel    Dio,    che,    come    absoluto. 


*)  Documenli  veneti,  in  Berti,  pag.  400. 

")  Spaventa,  Sa^gi  di  critica,  Napoli,  Ghio,  1867,  pag.  227. 


-56- 

dice  nello  Spaccio  ^),  non  ha  che  far  con  noi. 
E  non  può  riuscire,  perchè  nella  sua  filosofia  il 
concetto  vero  di  Dio,  di  quel  Dio  che  potesse  succedere 
all'antico,  mancava  ;  c'era  il  Dio  Natura,  ma  non  c'era 
quello  che  può  rendere  intelligibile  lo  stesso  Dio-Natura  : 
il  Dio-Spirito.  Onde  questa  Natura  per  lui,  dal  De 
Umbris  al  De  Minimo  *),  non  può  essere  altro  che, 
un  Dio  fuori  della  stessa  Natura,  che  pure  è  il  Dio 
del  filosofo.  Sicché  il  Dio  del  filosofo,  la  verità  og- 
getto della  filosofia,  suppone  un  principio  estrinseco, 
come  suo  fondamento  :  proprio  come  l'oggetto  della 
scienza  vera  secondo  Kant. 

Ora,  ammessa  questa  verità  oltremondana,  non 
raggiungibile  se  non  per  contemplazione  soprannaturale, 
e  quindi  oggetto  proprio  ed  esclusivo  della  fede,  è  age- 
vole vedere  quanta  sia  1*  importanza  della  religione, 
secondo  la  stessa  filosofia  bruniana,  che  vuole  appartar- 
sene e  costruirsi  con  le  sole  forze  della  ragione  ;  e  quali 
i  fondamenti  filosofici  di  quell'ufficio  pratico  da  lui 
assegnato  alla  religione,  quale  che  fosse,  in  quanto  ma- 
gistero sociale.  la  legittimità  in  generale  di  ogni  religione 
consiste  appunto  in  questo  margine,  che  le  lascia  la  filo- 
sofia, nella  conoscenza  della  verità  ;  la  superiorità,  al- 
meno morale,  della  rehgione  rispetto  alla  filosofia  con- 
siste pure  in  ciò,  che  la  stessa  verità  della  filosofia  pre- 
suppone una  più  alta  verità,  che  è  la  verità  della  reli- 
gione. E  se  la  religione,  secondo  lo  stesso  Bruno,  non  si 
realizza  se  non  come  una  religione  determinata  ;  se  anzi, 
com'egli  stesso  dichiara  al  Mocenigo  e  aveva  già  scritto 
nello  Spaccio,  tra  le  forme  di  religione  nessuna  Ve  n'è 
che  sopravanzi,  per  le  finalità  pratiche,  il  cattolicesi- 
mo ;  se  il  cattolicesimo  allora  era  quello  che  era  con  la 
sua   Santa   Inquisizione  destinata  a   provare   l'assolu- 


*)  Opsre  italiane,  II,   179. 

*)  Pel  De  Umbris,  v.  Opera,  II,  i,  21-2.  Pel  De  minimo,  v.  qui 
sopra  pag.  41 , 


—  57  — 

tezza  della  legge  religiosa  con  quello  stesso  rigore  pra- 
tico che  il  diritto  umano  assegna  al  magistrato  penale 
per  la  prova  reale  dell'assolutezza  della  legge  umana 
positiva  ;  se  questa  legge  religiosa  assoluta  si  specificava 
in  dommi  determinati,  che  la  filosofia  di  Bruno  veniva 
a  negare  ;  si  può  chiedere  a  quanti  onoran  la  memoria 
dell'infortunato  Nolano  :  —  La  sua  condanna  non  era, 
dunque,  la  conseguenza  logica  di  quelle  dottrine,  che, 
con  tutta  la  novità  delle  sue  intuizioni,  Bruno  non 
aveva  potuto  se  non  confermare  ? 

La  questione,  a  tempo  del  Bruno,  era  appunto  in 
quei  termini  :  se  ci  ha  da  essere  una  legge,  il  cui  vigore 
si  realizzi  con  la  condanna  di  chi  l' infrange  ;  se  non 
può  esserci  legge  non  garentita  da  una  religioae  ; 
se  questa  religione  è  praticamente  combattuta  dalla 
divulgazione  di  una  filosofia,  che  ne  fa  comparire  assurdi 
i  dommi  ;  com'  è  possibile  non  condannare  l'autore  di 
questa  filosofia,  che,  minando  i  fondamenti  della  reli 
gione,  infrange  la  legge  ?  Le  premesse  generali  di  que- 
sto diritto  della  Chiesa  erano  tutte  accettate  e  rincal- 
zate dallo  stesso  Bruno. 


VIIL 


Bruno,  nel  suo  eroico  furore  pel  nuovo  Dio,  che  gli 
brilla  innanzi  allo  spirito  commosso,  non  s'accorge  che 
tutto  il  vecchio  mondo  pur  gli  grava  sullo  spalle,  e  l'in- 
chioda a  quelle  istituzioni,  di  cui  la  filosofia  nuova  è 
la  negazione.  Egli  non  ha  coscienza  della  contrad- 
dizione tra  il  suo  assunto  d' un  sistema,  che  affer- 
ma r  infinità  reale  della  natura,  e  il  concetto  di  un 
Dio,  ente  realissimo,  fuori  della  natura  :  non  si  avvede 
che  questa  filosofia,  che  egli  professa,  distrugge  la  vec- 


-58- 

chia  fede.  Fu  sempre  persuaso  di  quel  che  disse  ai 
giudici  di  Venezia,  e  aveva  detto  otto  anni  prima  nella 
Cena  de  le  ceneri  :  «  Dalla  censura  di  onorati  spiriti,  veri 
religiosi,  e  anco  naturalmente  uomini  da  bene,  amici 
della  civile  conversazione  e  buone  dottrine,  non  si  dee 
temere  ;  perchè,  quando  bene  avran  considerato,  tro- 
veranno, che  questa  filosofìa  non  solo  contiene  la  verità, 
ma  ancora  favorisce  la  religione  più  che  qualsivoglia 
altra  sorte  de  filosofia  »  *).  Pure,  a  quando  a  quando, 
un  segreto  presentimento  del  suo  destino  lo  assale  ;  e 
allora  si  raccoglie  tutto  nel  pensiero  nuovo  che  l'esalta,, 
e  gli  fa  sprezzare  la  morte  : 

E  chi  mi  impenna,  e  chi  mi  scalda  il  core  ? 
Chi  non  mi  fa  temer  fortuna  o  morte  ? 
Chi  le  catene  ruppe  e  quelle  porte, 
Onde  rari  son  sciolti  ed  escon  fore  ? 

L'etadi,  gli  anni,  i  mesi,  i  giorni  e  l'ore, 
Figlie  ed  armi  del  tempo,  e  quella  corte, 
A  cui  né  ferro,  né  diamante  è  forte. 
Assicurato  m'  han  dal  suo  furore. 

Quindi  l'ale  sicure  a  l'aria  porgo. 
Né  temo  intoppo  di  cristAllo  o  vetro  ; 
Ma  fendo  i  cieli,  e  a  l'infinito  m'ergo. 

E  mentre  dal  mio  globo  agli  altri  sorgo, 
E  per  l'eterio  campo  oltre  penetro. 
Quel  ch'altri  lungi  vede,  lascio  al  tergo  *). 

Ecco  l'anima  di  Bruno  :  l'anima  ribelle,  che  dirà  No 
con  tutta  la  sua  forza  nell'ora  estrema  ai  ministri  di 
quel  Dio,  che  egli  si  era  infatti  lasciato  al  tergo  :  l'anima 
nuova,  che  vorremo  sempre  onorare,  perchè  quando 
quel  Dio,  che  ella  aveva  lasciato  sopravvivere  accanto 
e  oltre  al  suo  nuovo  Infinito,  le  si  rizzò  contro  con 
tntta  la  energia  della  logica,  e   le   intimò   di   abiiirare 


*)  Opere  italiane,  \,  gì. 

*)  De   V  infinito,   in  Opere  italiane,    I,    277-8.    Cfr.   il    D^ 
immenso,  \,   i. 


—  59  — 

la  sua  filosofia,  tenne  fede  incrollabile  alle  idee,  che 
il  pensiero  umano  doveva  più  tardi  svolgere  per  in- 
staurare in  sé  il  regno  del  Dio  nuovo.  Nello  stesso 
verbale  dei  buoni  padri  della  Confraternita  di  S.  Gio- 
vanni Decollato,  che  assistettero  Giordano  nelle  ul- 
time ore,  accompagnandolo  dal  carcere  al  rogo,  trema 
r  inconscia  commozione  di  quello  spettacolo  di  eroica 
fermezza,  con  cui  la  filosofia  s'accampò  contro  una  giu- 
stizia destinata  a  tramontare. 


A  sei  ore  di  notte  si  recarono  a  Torre  di  Nona  con- 
fortatori e  cappellano,  e  fu  loro  consegnato  T  impeni- 
tente. «  Il  quale  »,  dice  il  verbale,  «esortato  da'  nostri 
fratelli  con  ogni  carità,  e  fatti  chiamare  due  padri  di 
S.  Domenico,  due  del  Gesù,  due  della  Chiesa  Nuova 
e  uno  di  S.  Girolamo,  i  quali  con  ogni  affetto  e  con  molta 
dottrina  mostrandoli  l'eiTor  suo,  —  finalmente  stette 
sempre  nella  sua  maledetta  ostinazione,  aggirandosi  il 
cervello  e  l' intelletto  con  mille  errori  e  vanità  ;  e  tanto 
perseverò  nella  sua  ostinazione,  che  da'  ministri  di  giu- 
stizia fu  condotto  in  Campo  di  Fiori  ;  e  quivi,  spogliato 
nudo  e  legato  a  un  palo,  fu  bruciato  vivo,  accompa- 
gnato sempre  dalla  nostra  Compagnia,  cantando  le 
letanie,  e  li  confortatori  sino  a  l'ultimo  punto  confor- 
tandolo a  lassar  la  sua  ostinazione  ;  con  la  quale  final- 
mente finì  la  sua  misera  e  infelice  vita»*). 

Senza  questa  maledetta  ostinazione  ne*  suoi  errori 
e  nelle  sue  vanità,  la  quale  era  cominciata,  come  s'è 
veduto,  da  quando  il  P.  Bellarmino  e  il  P.  Commissa- 
rio gli  chiesero  l'abiura  delle  proposizioni  raccolte  dai 


')  Bruno,  0/?«>'a,  III,  pag.  XII:  ma  la  sentenza  era  già  pubbl. 
da  R.  de  Martinis,  o.  e,  e  poi  ripubbl .  da  parecchi  altri,  fino  a 
D.  Orano,  Liberi  pensatori  bruciati  in  Roma  dal  XVI  al  XVIII 
sec.  Roma,  1904,  p.  88-9  ;  dove  sono  ricordati  i  precedenti  edit. 


—  òo  — 

libri  e  dai  costituti,  e  che  rinnovò  nel  carcere  di  Tor  di 
Nona,  nell'estrema  giornata  del  Bruno,  una  disputa 
filosofica  molto  somigliante  a  quella  che  terminò  l'es- 
strema  giornata  di  Socrate  :  senza  questa  ostinazione, 
la  figura  di  Bruno  non  avrebbe  tutto  il  significato  che  ha 
nella  storia  della  cultura.  Senza  di  essa  non  sarebbe 
stato  compiuto  il  martirio  della  fede  nuova  dell'uomo, 
che  cominciava  a  scorgere  la  divinità  attorno  e  dentro 
a  se  medesimo  in  quell'universo  infinito  ed  uno,  so- 
stanza identica  di  tutte  le  cose,  considerate  nella  loro 
verità,  sub  specie  aeternitaiis.  E  se  è  vero  che  non  e'  è 
mai  fede  senza  martirio,  poiché  nessuna  fede  si  può  aprire 
la  strada  in  mezzo  alla  realtà  storica,  sempre  organica- 
mente consolidata  e  pronta  a  resistere  alle  forze  nuove  ed 
innovatrici  ;  senza  questa  ostinazione,  cioè  senza  questa 
immedesimazione  della  fede  nuova  con  lo  spirito  umano, 
storico  e  concreto,  questa  fede  non  si  sarebbe  mai  avviata 
verso  la  vita,  ad  investire  la  realtà,  ad  orientarla  secondo 
nuovi  ideali.  Il  martirio  di  Bruno  ha  per  noi  questo  signi- 
ficato :  esso  è  la  conchiusione  e  correzione  inveratrice 
della  sua  filosofia  ;  è  una  dimostrazione  reale  dell'esi- 
genza radicale  del  pensiero  moderno,  che  non  può  più 
consentire,  come  Bruno  illudendosi  aveva  sf)erato,  con 
l'antica  intuizione  del  mondo.  Se  Bruno  non  fosse  stato 
bruciato,  poteva  parere  possibile  una  conciliazione  ; 
come  volle  che  sembrasse  possibile  Galileo,  quando 
abiurò,  non  un'eresia,  ma  la  sua  fede  scientifica. 

Bruno  fu  saldo  invece  a  sostenere  la  libertà  suprema 
della  gcienza,  e  a  protestare  che  una  filosofia  non  po- 
tesse essere  eretica,  e  non  potesse  esser  giudicata  dalla 
Chiesa.  Bruno  quindi  provò  che  la  vita  dell'intuizione 
antica  del  mondo  che  ha  fuori  di  sé  Dio,  cioè  la  verità, 
e  però  la  scienza,  è  la  morte  della  nuova  filosofia,  che 
rende  possibile  la  scienza,  come  la  virtù,  come  l'arte, 
facendo  realmente  scendere  Dio  in  terra  e  nell'animo 
nostro,  come  verità,  come  bellezza  e  bontà,  vera  uma- 
nità, in  generale,  per  tutto  ciò  che  di  divino  appunto 


—  6i  — 

essa  viene  realizzando  nel  mondo.  Questa  filosofia,  che 
con  Bruno  divinizza  la  natura,  e  dopo  Bruno  diviniz- 
zerà l'uomo  in  ciò  che  l'una  e  l'altro  hanno  d' infinito 
e  di  eterno,  questa  filosofia  dopo  il  17  febbraio  lóoo 
sappiamo,  per  converso,  che  non  può  vivere  se  non  per 
la  morte  di  quella  vecchia  intuizione.  Morte,  che  per 
noi  non  sarà,  se  la  nostra  filosofia  è  davvero  la  nuova 
filosofia,  la  morte  dei  giudici  di  Bruno  ;  i  quaH  giudica- 
rono come  voleva  la  loro  coscienza  ;  ma  la  morte  del 
loro  spirito,  nel  nostro,  e  la  fine  di  tutte  le  intolleranze. 

Il  vero  errore  di  quei  giudici  fu  di  non  aver  veduto, 
che,  morto  Bruno,  la  sua  filosofia  sarebbe  stata  più 
viva  di  prima.  E  noi,  per  rivendicare  Bruno  e  correg- 
gere quell'errore,  non  possiamo  se  non  ravvivare  in  noi 
lo  spirito  di  Bruno,  raccoghendo  l'ultimo  ammoni- 
mento da  lui  dato  a  un  discepolo  testimone  della  sua 
morte  :  «  Seguire  le  sue  gloriose  pedate  e  fuggire  i  pre- 
giudizi e  gli  errori  »  *) . 

Il  suo  rogo  e  tutti  i  roghi  ormai  sono  spenti  da  un 
pezzo  :  la  Chiesa  continua  a  giudicare,  ma  non  ha  curia 
secolare  pronta  all'esecuzione  delle  sue  sentenze.  Le 
quali  ora  sono  quelle  che  devono  essere  :  sentenze  di 
autorità  religiosa  per  spiriti  che  quest'autorità  ricono- 
scono. La  libertà  del  pensiero,  proclamata  dal  Bruno,  è 
un  fatto  storico  ;  e  la  storia  non  indietreggia.  Ma  un 
altro  trionfo  egli  aspetta  :  quello  che  i  maestri  liberi  delle 
nuove  libere  generazioni  devono  celebrare,  insegnando 
con  lui,  che  e'  è  un  Dio  da  riconoscere  nel  mondo  che  ci 
sta  dinanzi  e  nel  mondo  che  noi  facciamo,  in  tutto  ciò 
che  è  reale,  o  dev'essere  reale  px^r  noi,  verità  della  no- 
stra scienza  e  norma  della  nostra  volontà  :  un  Dio,  dun- 
que, che  bisogna  realizzare  con  salda  fede  nella  legge 
della  coscienza  e  nella  legge  dello  Stato  ;  e  a  cui  non  si 
voltano  le  spalle,  senza  smarrire  la  verità  del  sapere  e 


')  Bfrti,  pag.  n.  236. 


—  62   — 

la  bontà  del  volere,  pubblico  e  privato.  Insegnando 
che,  quando  questo  Deus  in  rebus  non  è  altrui  raggiun- 
gibile, un  Dio  qualunque,  che  valga  sinceramente  come 
fondamento  della  legge  inviolabile  della  vita,  un  Dio 
davvero  riconosciuto  ed  amato,  è  meglio,  molto  meglio 
di  nessun  Dio  ;  e  che  tutte  le  fedi,  però,  vanno  onorate, 
non  per  galateo  o  per  politicgi,  ma  perchè  ognuna,  a 
chi  la  possegga,  è  un  valore  assoluto  e  la  ragione  di 
tutti  i  valori. 


NOTA 

La  sentenza  del  S.  Uffizio  ci  Roma  contro  G.  Bruno. 


Intorno  alla  mutilazione  a  cui  ho  fatto  allusione  a  pag.  37 
conviene  ancora  tener  presente  una  fiera  ma  giusta  osserva- 
zione di  Luigi  Amabile,  che  vale  un  documento.  È  a  pagg. 
468-9  n.  della  sua  memoria  :  Due  artisti  ed  tino  scienziato  : 
Gian  Bologna,  lacomo  Svanenburch  e  Marco  Aurelio  Severino 
nel  S.  Offizio  napoletano,  in  «Atti  della  R.  Acc.  delle  se.  mor. 
e  poi.  »  di  Napoli,  voi.  XXIV  : 

«  Forse  un  giorno  pubblicherò  qualche  documento  dal  quale 
apparirà  come  l'ai  ito  prelatizio,  prossimo  anche  a  mutarsi  in 
porpora  prelatizia,  copra  talvolta  perfino  gente  senza  fede, 
capace  di  azioni  molto  basse.  Per  ora  debbo  diro  che  ho  rinun- 
ciato affatto  al  desiderio  di  studiare  nell'Archivio  del  S.  Of- 
ficio romano,  dopo  di  aver  veduto  che  l' impostura  è  di  regola 
in  tale  ramo:  giace  ho,  pur  quando  si  giunga  ad  ottener  dal 
Papa  la  licenza  di  studiarvi  le  copie  dei  documenti  debbono 
sempre  scriversi  dagl'  impiegati  dell'Archivio  dipendenti  dal 
Commissario  del  Santo  Officio,  e  per  lo  meno  vi  si  sopprime 
ciò  che  si  vuole  .sopprimere,  senza  neanche  astenersi  dall'as- 
serire  il  falso.  Ho  dovuto  persuadermene,  leggendo  l'opuscolo 
Giordano  i5rjmo  per  Raffaele  De  Martinis,  Napoli  1889.  [Anche 
altri  cita  questo  libro  con  questa  data  ;  ma  la  copia,  che  io 
ne  posseggo,  reca  la  data  del  1886].  L'autore,  eh'  è  coltissimo 
sacerdote  e  pone  il  suo  opuscolo  nella  «  Biblioteca  di  S.  Fran- 
cesco di  Sale^  per  la  diffusione  gratuita  de'  buoni  libri  »,  ha 
ottenuto  manifestamente  dal  Papa  il  permesso  almeno  di.  stu- 
diare e  pubbhcare  la  sentenza  che  colpì  il  Bruno  ;  e  la  pub- 
blica con  una  naiTazione  della  vita  del  filosofo  scritta  sul  tipo 
di  cjue'  tali  buoni  libri  da  diffondersi  gratuitamente.  A  pag  12 
egli   registra    un   quarto   processo   fatto   al    Bruno  in    Vercelli 


-  64  - 

cìalla  Inquisizione  della  Repubblica  genovese,  dopo  i  due 
fatti  in  Napoli  ed  il  terzo  fatto  in  Roma  ;  e  dice  :  «  La  cono- 
scenza di  questo  quarto  processo  l'abbiamo  dalla  sentenza 
romana  che  lo  ricorda  »  .  Poi  a  pag.  208  nella  copia  della  sen- 
tenza romana  tale  ricordo  non  si  trova,  e  là  dove  dovrebbe 
stare  si  legge  questa  sola  proposizione  con  le  parole  seguenti  : 
«Che  tu  havevi  detto  ch'era  biastcmia  grande  che  il  pane 
si  trans ubstantii  in  carne  etc.  et  infra.  Le  quali  propositioni 
ti  fu  alli  diece  del  Mese  di  Settembre  MDXCIX  prefìsso  il  ter- 
mine di  IL  giorni  a  pentirti»....;  e  qui  una  noticina  a  pie  di 
pagina  dice  :  Questa  nota  non  si  ha  in  archivio.  G.  C.  S.  »  ; 
come  più  sotto,  a  proposito  del  processo,  un'altra  analoga  no- 
ticina dice  :  «  Non  esiste  oggi  in  archivio.  G.  B.  S.  )>.  Il  lieve 
scambio  tipografico  di  lettere,  ovvero  anche  la  .semplice  va- 
riante, in  siffatte  iniziaH  due  volte  ripetute,  non  impedisce  di 
leggervi  «  Gio.  Battista  Storti  >-■  o  ((  Giambattista  Canonico 
Storti  »,  appunto  il  ranonico  sommista  e  capo  degli  officiali 
ossia  impiegati  addetti  ai  Santo  Ofììcio,  dal  quale  è  stata  cer- 
tamente rilasciata  la  copia  della  sentenza  e  sono  state  aggiunte 
le  due  noticine.  Ora  canone  notissimo  della  Pratica  del  Santo 
Officio  circa  la  sentenza  era  che  «  conviene  in  essa  esprimere 
articolatamente  la  cau.sa  della  condannatione  del  reo  »  (Masini, 
Sacro  Arsenale,  Roma,  1639,  pag.  311)  ;  e  tutte  le  sentenze 
che  si  conoscono  (in  Dublino  se  ne  possono  vedere  interi  vo- 
lumi, oltre  di  che  talune  di  esse  sono  state  pure  pubblicate) 
recano  nel  testo,  non  in  note  staccate,  tutte  le  proposizioni  ere- 
tiche e  scritte  al  reo,  come  ancora  tutti  i  precedenti  della  sua 
vita.  Appunto  poi  pel  Bruno  lo  Scioppio,  che  fu  presente  ?.lla 
lettura  della  seiitenza,  e  ne  diede  notizia  a  Corrado  Rittershau- 
sen,  scrisse  :  «Ea  autem  fuit  Imius  modi  Narrata  fuit  eius 
vita,  studia  et  dogmata  et  qualem  Inquisitio  diligentiam  in  con- 
vertendo ilio  et  fraterne  monendo  adhibuerit»,  etc.  Dov'  è, 
nella  copia  della  .sentenza,  la  narrazione  della  vita  e  degli 
studii,  del  Bruno,  che  recava  naturalmente  pure  la  notizia 
del  processo  di  Vercelli  ?  Manifestamente  la  copia  della  sen- 
tenza fu  rilascin.ta  con  mutilazioni,  dissimulate  anche  in  brut- 
tissimo modo.  Ammetto  volentieri  che  lo  Storti  non  si  sia 
comportato  in  tal  guisa  senza  ordini  superiori  ;  ma  con  ciò 
la  co.sa  riesce  ancora  più  brutta,  e  la  triste  conclusione  è,  che 
a  que'  Signori  del  Santo  Officio  non  si  può  prestare  alcuna  fede  ». 


11. 

LO  SVOLGIMENTO 
DELLA  FILOSOFIA  BRUNIANA 


S  —  Giprdnjìo  Bnrmo  t  il  pensiero  del  Rìnaiciment* 


Dalla  Critica,  a.  x  (1912)  pp.  281-291. 


Il  prof.  Rodolfo  Mondolfo  ha  fatto  una  recensione 
dei  lavori  del  Tocco  su  G.  Bruno  e  un  tentativo  di 
correggere  in  qualche  punto  l' interpretazione  del  rim- 
pianto maestro.  Se  non  che  anch'egli  sulle  tracce 
del  Tocco,  valentissimo  nell'analisi  filologica  delle 
parti  di  un  sistema  ma  intento  per  solito  più  a  guardare 
più  gli  alberi  che  la  foresta,  postosi  a  studiare  i  vari 
aspetti  contrastanti  del  pensiero  bruniano,  se  n'  è  la- 
sciato sfuggire  l'unità  spirituale,  in  cui,  com'  è  pur 
ovvio,  è  il  significato  di  tutti  questi  singoli  aspetti. 

A  proposito  appunto  del  mio  giudizio  sul  Tocco, 
da  me  definito,  come  storico  della  filosofia,  un  puro 
filologo,  il  Mondolfo,  non  vede  come  possa  confe- 
rirsi al  concetto  di  filologia  tale  ampiezza,  da  com- 
prendere <(  r  interpretazione  dei  sistemi  filosofici,  la 
loro  critica  interna....  ».  Io  dicevo,  propriamente  :  la 
conoscenza  di  quei  fatti  che  sono  (per  lo  storico 
della  filosofia  a  tendenza  filologica)  i  sistemi  filo- 
sofici, da  accertarsi  criticamente,  da  definirsi  nelle 
loro  effettive  determinazioni,  con  la  critica  e  l'ermeneu- 
tica filologica  dei  testi  che  ce  ne  conservano  la  testimo- 


^)  La  filosofia   di   G.  B.  e  la  interpretasione  di  F.  T.,  Fi 
renze,  1912  (estr.  dalla  a  Cultura  filosofica). 


—  68  — 

nianza.  E  la  difficoltà  alquanto  oscuramente  propostami 
si  riduce  a  dire,  che  anche  nella  storia  del  Tocco  i  sistemi 
non  sono  fatti,  ma  v  a  1  o  r  i.  Ma  il  Mondolfo  non 
ha  badato  a  tutte  le  considerazioni  che  io  avevo  pre- 
messe per  dimostrare  che  i  tentativi  di  valutazione 
filosofica  del  Tocco,  e  pei  criteri  da  lui  teoricamente 
proposti  e  per  le  applicazioni  che  ne  fece  ne'  suoi  giudizi, 
falliscono  tutti,  non  per  difetto  dell' ingegno,  ma  per  la 
loro  natura  affatto  estrinseca  al  metodo  da  lui  adope- 
rato: il  quale  per  la  sua  logica  interna  esigeva  una  mera 
costatazione  di  fatti  (di  pensiero)  ed  escludeva  asso- 
lutamente ogni  valutazione.  E  chi  ebbe,  come  me,  la 
fortuna  di  ascoltare  le  sue  bellissime  lezioni,  dove  tutto 
era  analisi,  ordine  e  lucidezza,  non  può  aver  dimenticato 
come  talora,  raramente,  queir  onda  limpidissima  si 
arrestasse,  si  rimescolasse  in  se  stessa  e  s' intorbidasse  ; 
quando  il  maestro  era  stato  tentato  da  un  suo  segreto 
pensiero  a  trarsi  fuori  da  quel  processo  che  stava  espo- 
nendo, per  rilevare  una  difficoltà,  un'  incongruenza,  un 
punto  oscuro.  E  s'annebbiava  quella  faccia  di  solito  illu- 
minata da  un  sorriso  :  s' arrestava  impacciata  la  parola 
faconda  e  immaginosa,  spezzandosi  in  brevi  e  tronchi 
periodi,  che  finivano  sempre  con  un  atto  di  energica 
risoluzione  :  «  Ma  noi  facciamo  ora  la  storia,  e  non  fac- 
ciamo la  critica  ;  e  andiamo  avanti  !  ».  Ed  eravamo  tutti 
contenti  di  andare  avanti,  poiché  si  tornava  alla  luce  e 
al  sereno.  E  potrei  entrare  in  particolari  molto  signi- 
ficativi, poiché  il  corso  che  potei  seguire  fece  nell'a- 
nimo mio  una  profonda  impressione,  e  vi  ritorno 
spesso  nella  memoria  con  nettezza  e  vivezza  di  ricordi, 
come  si- ritorna  alle  ore  più  liete  della  giovinezza  che 
fugge.  E  chi  prende  scandalo  della  mia  definizione  del 
metodo  del  Tocco  (definizione  che,  come  ogni  altra, 
non  può  fare  a  meno  di  porre  dei  limiti),  forse  non  avrà 
amato  mai  un  suo  maestro  di  quell'amore  che  solo  è 
caro  ai  maestri  dell'intelligenza  e  della  serietà  del 
Tocco. 


-69 


n. 


La  filologia,  bensì  (poiché  Tamico  Mondolfo  mi  trae 
a  riparlarne)  pel  filologo  stesso  è  un  ideale,  non  un 
fatto  ;  è  una  tendenza,  un  momento  logico,  non  una 
logica  reale  e  compiuta.  C  è  la  filologia  (categoria  a- 
stratta),  non  ci  sono  filologi  :  perchè  pensieri  (o  atti 
spirituali,  in  genere  :  poesie,  miti,  credenze  religiose, 
norme  giuridiche,  ecc.)  che  siano  fatti  non  ce  ne 
sono.  Per  sminuzzare  che  faccia  il  filologo  il  suo  testo, 
ogni  minuzzolo  gli  resterà  sempre  innanzi  pieno  dello 
spirito  del  tutto  ;  al  quale  pertanto  il  filologo,  suo 
malgrado,  sarà  costretto  a  guardare,  non  riuscendo  il 
più  delle  volte  a  vederlo  esattamente,  poiché  ha  tenuto 
mala  via,  e  gli  alberi  non  gli  lascian  vedere  la  foresta. 
E  però  io  non  ho  detto,  né  potevo  dire,  che  nella  storia 
del  Tocco  manchino  del  tutto  le  valutazioni  ;  ma  sol- 
tanto che  quelle  che  ci  sono,  non  sono  strettamente 
filosofiche  *^  e  però  non  si  organizzano  tra  loro,  non  si 


^)  Dopo  aver  detto  che  nella  sua  conferetiza  del  i886  il 
Tocco  faceva  consistere  la  grandezza  filosofica  del  Bruno  «  nella 
costruzione  di  una  filosofia  rispondente  alla  nuova  scienza  e 
ai  nuovi  bisogni  dello  spirito  »  e  «  in  ciò  che  T  interesse  scien- 
tifico primeggi  in  lui  sul  metafisico  »,  il  M.  osserva  che  questa 
frase  non  esprime,  «  come  altri  ha  creduto,  il  pensiero  com- 
pleto o,  almeno,  definitivo  di  lui  ».  E  in  nota  poi  fa  sapere  che 
questo  a  1 1  r  i  sono  io  :  «  Quindi  io  non  posso  consentire  col 
Gentile,  che  ritiene  il  giudizio  del  Tocco  sulla  filosofia  del  Bruno 
fondato  esclusivamente  sul  criterio  che  maggior  pregio  abbia 
quel  sistema,  che  seppe  meglio  elaborare  il  materiale  posi- 
tivo, che  le  scienze  contemporanee  gli  offrivano,  ed  impri- 
mere una  spinta  più  vigorosa  al  progresso.  Questo  criterio 
valutativo  non  è  l'unico  proposto  dal  Tocco  nei  suoi  Pensieri...  >• 
(pag.  8).  E  mi  fa  osservare  che  1\  il  Tocco  ne  ammetteva  tre 


—  70  — 

giustificano  e  non  fanno  delle  sue  ricerche  un  vero  lavoro 
storico.  Il  che  non  significa  che  le  sue  ricerche  non  ab- 
biano valore  o  ne  abbian  poco.  Ne  hanno  moltissimo  ; 
ma  come  ricerche,  o  elementi  astratti  di  storia.  O  chi 
ha  detto  che  chi  non  fa  una  cosa,  non  possa  farne  in 
modo  eccellente  un'altra?  I  limiti  dell'interpretazione 
bruniana  del  Tocco  derivano  appunto  da,  cotesto  suo 
carattere  filologico,  che  è,  d'altra  parte,  la  radice  dei 
grandissimi  pregi,  pei  quali  quei  lavori  non  saranno  mai 
dimenticati  dagli  studiosi  del  Bruno. 

E  ora  mi  rincresce  di  dire  che  il  Mondolfo  non 
s*  è  messo  in  grado  né  di  vedere  questi  pregi,  né  di 
scorgerne  i  limiti,  ossia  i  difetti.  I  pregi  andavano  messi 
in  luce  considerando  lo  stato  della  ricerca  bruniana  prima 
del  Tocco,  in  Italia  e  fuori  d' Italia,  e  cercando  i  punti 
speciali  in  cui  il  Tocco  la  fece  progredire  :  ciò  che  il 
Mondolfo  non  poteva  fare,  naturalmente,  limitandosi 


di  questi  criteri  :  cioè  appunto  quei  tre,  che  io  avevo  esposti, 
approfondendoli  del  mio  meglio,  in  ben  cinque  pagine  (F.  Tocco, 
nella Cn^icfl del  igii.pagg.  1S1-185).  —  Quanto  al  giudizio  parti- 
colare sul  B.,  il  Mondolfo  ci  mette  un  esclusivamente, 
che  non  ci  misi  io  :  ma,  quel  che  è  peggio,  non  si  rende  conto 
del  carattere  della  mia  osservazione,  che  non  è  di  mera  costa- 
tazione, ma  di  critica.  E  mi  rimanda  alla  conclusione  delle  O/^^re 
latine  /che  il  Mondolfo  non  dubitava  certo  che  non  mi  fosse 
nota.  È  vero  che  in  quella  occasione  il  Tocco  dire  il  valore 
di  ìm  filosofo  misurarsi  anche  (il  sopratutto,  che 
mette  qui  il  Mondolfo  è  una  svista)  dalla  efficacia  che  un 
filosofo  esercita  sui  successori  suoi  (pag.  414)  e  quello  del 
B.  quindi  dall'  influsso  che  ebbe  su  Spinoza,  Leibniz,  Jacobi, 
Schelling  ed  Hegel.  Ma  il  Mondolfo  non  considera  che  cotesto 
valore  non  è  valore  pel  Tocco,  che  non  voleva  essere  né  spinozia- 
no,  né  leibniziano,  né  jacobiano,  né  schellinghiano,  né  hegeliano  : 
laddove  delle  idee  scientifiche  del  Bruno  notava  che  «  la  mag- 
gior parte  è  entrata  definitivamente  nel  patrimonio  della 
scienza  ».  Valore,  se  non  mi  sbaglio,  è  finalità.  E  l'efficacia 
di  cui  parla  il  Tocco  per  la  metafisica  bruniana,  è  meccanismo. 
O  dobbiamo  tornare  sempre  a  intenderci  sui  concetti  più  ele- 
mentari ? 


a  studiare  i  soli  libri  dello  stesso  Tocco.  Per  i  difetti,  sui 
quali  né  anche  il  Mondolfo  par  disposto  a  chiudere  gli 
occhi,  bisognava  prima  di  tutto  scoprire  il  difetto  : 
perchè  è  chiaro  che  \m  uomo  della  erudizione,  della 
dihgenza,  dell'acume  del  Tocco,  se  sbaglia  (in  punti 
essenziah,  s'intende,  che  nelle  minuzie  T infallibile  fal- 
hsce  sette  volte  all'ora),  non  può  sbagliare  a  caso,  ma 
vi  dev'esser  portato  dal  suo  metodo  e  dal  suo  principio. 
Il  Tocco  ha  studiato  con  gran  cura  i'  particolari  della 
filosofìa  del  Bruno,  analizzando  nelle  Opere  latine, 
nelle  Opere  inedite  e  nelle  Fonti  più  recenti,  punto 
per  punto,  tutto  il  contenuto  di  quella  filosofia. 
Ma  da  quest'analisi  esce  una  filosofia,  che  sia  una 
filosofia  ?  Il  Tocco  parla  ora  di  eclettismo,  ora  di 
sincretismo,  dimostrando  quel  che  in  Bruno  è  preso  da 
Aristotele  e  quel  che  è  preso  da  Plotino,  quello  che  c'è 
di  Parmenide  e  quel  che  deriva  da  Eraclito,  gh  elementi 
democritei  atomizzanti  e  gli  elementi  platonici  panteiz- 
zanti  :  un  Briareo  dalle  cento  braccia,  avrebbe  detto 
lo  Spaventa  :  ma  dov'  è  Giove  ?  Dov'  è  l'unità,  la  filo- 
sofia, ]o  spirito  di  Bruno?  Una  ricerca  di  fonti  ha  il  suo 
valore,  che  non  è  piccolo,  ma  è  al  di  qua  dell'opera  cui 
si  riferisce.  Un  tentativo  di  ricostruzione  — come  l'aveva 
fatto  già  per  Platone,  con  un'esigenza  che  accenna  all'in- 
diretta derivazione  della  cultura  filosofica  del  Tocco  dalla 
scuola  hegeliana,  alla  quale  anch'egli  nella  prima  gio- 
ventù era  appartenuto  —  egli  fece  cercando  di  stabilire 
un  certo  processo  del  pensiero  bruniano  attraverso  alcune 
fasi  di  svolgimento  ;  tentativo  a  cui  egli  teneva  molto, 
e  che,  secondo  mi  scriveva  nel  1905,  si  compiaceva  di 
vedere  accolto  dal  Vorlànder  e  in  parte  dal  Hoeffding, 
quanto  gli  doleva  che  fosse  stato  combattuto  dal  suo 
amico  prof.  Masci  :  *)  ma  che  aveva  esso  stesso  il  grave 


•)    Nel   Rend.  dell' Acc.   delle  scienze  morali  e  polii,  di  Na- 
poli, a.  XXVIII  (1889,  torn.  30  giugno). 


—    72   — 


difetto  del  peccato  originale  de'  suoi  studi  bruniam  : 
non  potendoci  essere  svolgimento  senza  un'unità,  senza 
un  pensiero  che  si  svolga  attraverso  vari  momenti. 


III. 


Ora  il  Mondolfo,  non  essendosi  messo  a  questo  punto 
di  vista,  si  smarrisce  anche  lui  dietro  alle  contraddizioni 
e  alle  oscillazioni  del  Bruno,  e  non  può  mirare  al  nodo 
essenziale  della  sua  metafisica.  Una  prima  osservazione 
egli  fa  circa  il  rapporto  della  religione  con  la  filosofia  in 
Bruno  :  rapporto  che  fu  anch'  esso  motivo  di  dissenso 
tra  il  Tocco  e  il  Masci,  e  rispetto  al  quale  il  Mondolfo  nota 
che  il  Tocco  non  mantenne  la  stessa  opinione  dalla  Confe- 
renza del  1886  alle  Fonti  di  sei  anni  dopo.  Il  contrasto 
bensì  gli  sembra  apparente  ;  e  ritiene  che  <(  in  parte 
derivi  dal  fatto,  che  nella  conferenza  fiorentina  si  trat- 
tava della  teologia  positiva,  coi  suoi  simboli  e  le  sue 
figure,  fatta  per  le  moltitudini;  qui  invece  si  tratta  della 
teologia  negativa  dell'uno  ineffabile,  cui  soltanto  l'e- 
stasi può  arrivare.  Ma  sì  collega  in  parte  anche,  in 
quanto  riguarda  l'innegabile  contrasto  fra  la  tendenza 
immanentistica  e  la  trascendentale  e  il  vario  prevalere 
dell'una  o  dell'altra  nella  mente  del  Bruno  a  quella  suc- 
cessione di  fasi  nella  filosofia  di  lui,  che  è  merito  del 
Tocco  avere  per  primo  messo  in  luce  ».  Lasciamo  stare 
se  un  contrasto  apparente  dei  giudizi  del  Tocco  possa 
collegarsi  a  una  reale  successione  di  fasi  nella  filosofia 
del  Bruno.  Il  contrasto  il  Mondolfo  crede  in  realtà  che  sia 
(benché  apparente  ed  eliminabile)  non  nel  Tocco,  ma 
nel  Bruno  ;  il  quale  una  volta  pare  (come  parve  al  Tocco 
nel  1886)  che  metta  la  filosofia  al  di  sopra  della  reli- 
gione ;  un'altra  (come  parve  al  Tocco  nel  '92)  che  metta 


—  73  ~ 

la  religione  al  di  sopra  della  filosofia.  E  crede  che  la 
contraddizione  non  ci  sia  per  questo  :  che  la  reUgione  infe- 
riore alla  filosofia  è  per  il  Bruno  quella  positiva  ;  l'altra, 
superiore  alla  filosofia,  la  teologia  negativa.  E  si  lascia 
così  sfuggire,  che  Bruno  dice  questa  «  più  alta  contempla- 
zione, che  ascende  sopra  la  natura  »  impossibile 
e  nulla  a  chi  non  crede*);  che  cioè  essa  ap- 
punto è  il  contenuto  della  religione  positiva  ;  ma  che 
d'altra  parte  il  contrasto  non  e'  è  perchè  le  parole  non 
significano  nulla  per  se  stesse  e  bisogna  intendere  il 
pensiero  del  Bruno.  Punto  che  io  mi  permetto  di  cre- 
dere di  avere  altra  volta  chiarito  definitivamente  nella 
mia  conferenza  G.  Bruno  nella  storia  della  cultura  *) 
(e  il  Tocco  mi  scrisse  allora  d'essere  al  tutto  d'accordo 
con  me).  La  più  alta  contemplazione,  impossibile  a  chi 
non  crede,  è  bensì  più  alta,  ma^  vuota  per  chi,  come 
Bruno,  ha  dottrina  di  non  cercar  la  divinità  ri- 
mossa da  noi.  L'essere  la  cognizione  rivelata  più  alta 
della  razionale  non  toglie  che  non  sia  vera  cognizione  ; 
e  però  più  bassa  della  razionale.  Più  alta  per  l'oggetto, 
inaccessibile  alla  ragione,  essa,  per  Bruno,  è  infinita- 
mente inferiore  alla  speculazione,  in  quanto  processo  co- 
noscitivo, autonomo,  come  dev'essere  ogni  vero  processo 
conoscitivo.  La  sua  superiorità  appunto  è  la  sua  infe- 
riorità, dato  che  il  centro  dell'interesse  del  filosofo  si 
è  spostato  dall'oggetto  della  fede  a  quello  dell'inten- 
dere, e  quindi  il  suo  vero  Dio  non  è  più  il  trascendente, 
ma  r  immanente.  H  trascendente  non  è  negato  e  non 
fx)teva  essere  negato;  ed  è  merito  del  Bruno  non  averlo 
negato,  data  la  sua  concezione  insufficiente  del  Dio  im- 
manente; onde  il  trascendente  è  l'integrazione,  tutt 'altro 
che  trascurabile,  dell'  immanente  (come  il  noumeno 
di  Kant  è  richiesto  a  intop^raro  il  suo  fenomeno)  ;  ma 


')  Dial.  met.,  ed.  Gentile,   pag.   232, 
^)  Vedi  soj^a,  specialmente  pag.  4^. 


—  74  — 

ciò  non  toglie  che  l'anima  della  speculazione  bruniana 
sia  r  intuizione  sempre  viva  della  divina  natura,  o  mens 
insita  omnibus.  E  dimenticato  o  trascurato  questo  con- 
cetto, nessuna  frase,  nessuna  pagina  in  lui  è  più  intelli- 
gibile. Il  teismo  di  Bruno  non  è  la  sua  religione,  ma  il 
limite  della  sua  filosofia,  che  è  pure  la  sua  religione, 
essenzialmente   panteistica. 


IV. 


Il  Tocco  distinse  tre  fasi  nello  svolgimento  del  pen- 
siero bruniano  :  i.  schietto  misticismo  neoplatoni zzan- 
te, rappresentato  dal  De  umbris  (1852)  :  dove  il  mo- 
nismo è  commisto  a  motivi  di  dualismo  e  di  trascen- 
denza ;  2.  monismo  aleatico,  pantei zzante,  rappresen- 
tato principalmente  dal  De  la  causa  principio  ed  uno, 
e  in  generale  dagli  scritti  italiani  (1584-85);  3.  atomi- 
smo, svolto  segnatamente  nel  De  minimo  (1591).  Con- 
tro tale  distinzione  fu  osservato  che  le  varie  tendenze 
non  si  succedono  cronologicamente,  ma  sono  simultanee 
e  s'intrecciano  nell'opera  bruniana,  che  si  sforza  ap- 
punto di  accordare  motivi  filosofici  dircordanti.  Occorre 
i  ntendersi,  dice  il  Mondolfo.  «  La  distinzione  delle  fasi 
del  pensiero  bruniano  non  è  separazione  nettamente 
determinabile  :  il  fatto,  che  simultaneo  alla  metafi- 
sica della  Causa  e  ad  un  indirizzo  etico  con  essa  con- 
gruente, si- presenti  un  altro  indirizzo  di  morale,  che 
meglio  s' intenderebbe  se  contemporaneo  alla  metafi- 
sica del  De  minimo,  è  prova  novella  di  ciò  che  anche 
il  Tocco  rileva,  che  il  pensiero  del  Bruno  è  tratto  con- 
tinuamente per  opposte  vie  da  forze  antagonistiche.... 
Una  coerenza  sistematica  non  sarebbe  naturale  chie- 
derla al  Bruno.  In  una  vita  così  tumultuosa  ed  errabonda 
in  un'attività  filosofica  così  intensa  e  svariata,  fra   gli 


—  75  — 

scritti  e  r  insegnamento,  nel  breve  termine  di  nove 
anni,  al  Bruno  non  fu  concesso  mai  quell'agio  della 
concentrazione  pacata,  della  discussione  interna  delle 
sue  convinzioni,  del  sereno  esame  critico,  che  sarebbe 
d'altra  parte  stato  così  alieno  dal  carattere  suo  e  della 
età  sua,  pur  essendo  condizione  del  raggiungimento 
d'una  sistemazione  coerente  o  dell'eliminazione  almeno 
delle  più  gravi  contradizioni.  Ma  la  manifestazione  di 
tendenze  contrarie  in  scritti  dello  stesso  periodo,  o  an- 
che nella  medesima  opera,  non  toglie  che  volta  a  volta 
runa  o  l'altra  di  tali  tendenza  si  mostri  preponderan- 
te.... Non  fasi  pure,  dimque,  ma  tuttavia  fasi  reali» 
(pp.  22-24). 

Comunque,  tre  fasi  così  concepite  è  facile  vedere 
che  non  sono  uno  svolgimento,  ma  una  giustapposizio- 
ne, resa  possibile  dal  concetto  generale  della  possibilità 
di  risolvere  tutta  quanta  la  filosofìa  bruniana  nella  som- 
ma degli  elementi  che  vi  confluirono.  Donde  nascono 
domande  gravissime,  come  le  seguenti  :  Com'  è  possi- 
bile che  im  emanatista  a  mo'  di  Plotino,  che  fa  vivere 
l'uno  nei  molti,  acceda  all'intuizione  astratta  degli  Eleati, 
che  l'uno  staccano  affatto  dalla  molteplicità,  senza 
sentire  la  radicale  erroneità  della  sua  prima  intuizione  ? 
0  com'  è  possibile  che  un  monista  alla  Parmenide  s*  in- 
duca a  riconoscere  il  flusso  eracliteo,  senza  abbandonare 
del  tutto  la  negazione  parmenidea  del  non  essere  ?  O 
come  può  chi  fu  una  volta  schietto  neoplatonico,  e  non 
ha  cessato  mai  del  tutto  di  esser  tale,  e  ha  tenuto  e 
tien  sempre  fermo  (come  avvertiva  il  Tocco)  all'animi- 
smo universale  fondato  sul  concetto  dell'anima  del 
mondo,  come  può  egli  accogliere  T  intuizione  meccani- 
cista e  pluralista  di  un  Democrito  ?  È  possibile  che  in 
uno  stesso  pensiero  concorrano  proprio  filosofìe  così 
avverse  e  re  pugnanti  ?  —  Ma  e' è  dell'altro:  nelle 
òpere  latine,  prima  di  studiare  le  inedite,  il  Tocco  am- 
metteva che  nella  terza,  fase  del  filosofare  bruniano 
attestata  dal   De  minimo,  l'atomismo  di   Democrito  e 


~  76  — 

di  Epicuro  venisse  e  incontrarsi  (nientemeno  !)  nella 
monadologia  leibniziana  ;  perchè  Bruno  avrebbe  nei 
suoi  minimi  frantumato  non  solo  il  corpo  dell'infinito 
universo,  ma  anche  l'anima  del  mondo,  ammettendo  la 
realtà  delle  anime  individuali.  Nella  prefazione  invece 
alla  memoria  sulle  òpere  inedite  confessava  candidamente: 
«  Il  confronto  colle  opere  inedite  mi  fa  ora  ricredere. 
L' individuazione  dell'anima  non  è  per  Bruno  se  non  un 
fatto  passeggero,  che  nell*  infinita  serie  del  tempo  non  ha 
consistenza  e  durata  maggiore  del  baleno.  Per  tal  guisa 
la  trasformazione  atomistica  della  speculazione  bruniana 
resta  a  mezzo,  perchè,  se  la  parte  materiale  si  risolve 
tutta  in  atomi  insensibili  e  irriducibili,  la  parte  spiri- 
tuale invece  cotesto  frazionamento  non  conosce,  e  resta 
sempre  una  di  qualità  e  sostanza.  La  quale  in  conse- 
guenza reca  a  dir  vero  questo  vantaggio,  che  l'atomi- 
smo della  terza  fase  si  saldi  più  facilmente  col  pantei- 
smo della  seconda,  a  quel  modo  istesso  che  l' imma- 
nenza della  seconda  fase  si  saldava  con  la  trascendenza 
della  prima  »  *).  Studiando  la  Lampas  triginta  statua- 
rum,  il  Tocco,  insomma,  ebbe  il  merito  di  accorgersi 


♦)  Il  pluralismo  delle  monadi  (delle  monadi  spirituali)  sa 
regge  su  un  concetto  fantastico  della  monade,  che  in  quanto 
spirito  è  immoltiplicabile.  Ma  il  luogo  sopra  trascritto  del 
Tocco  dimostra  in  modo  caratteristico  come  vigorosa  fosse  in 
lui  la  fantasia  (a  danno,  s' intende,  dell'  intelletto  specula- 
tivo) :  porche  solo  con  l' immaginazione  si  può  vedere  nell'ato- 
mismo un  termine  medio  tra  il  monismo  panteistico  e  la  mo- 
nadologia, e  si  può  parlare  di  un  frazi^onam.  ento  spi- 
rituale analogo  a  quello  materiale  che  sarebbe  operato  dall'ato- 
mista. Anche  T  Hoeffding  (St.  della  filos.  mod.,  trad.  it., 
I,  pag.  492)  a  proposito  di  questa  inconseguenza  addebitata 
dal  Tocco  al  Bruno,  il  quale  si  sarebbe  fermato  a  mezzo  nella 
trasformazione  atomistica  della  propria  dottrina,  avverte  :  «  È 
tuttavia  una  grave  questione  anzitutto  se  il  concetto  di  atomo 
si  approprii  a  venir  applicato  al  lato  spirituale  dell'esistenza, 
e  fu  forse  un  retto  istinto  quello  che  trattenne  Bruno  dal- 
l' intraprendere  una  tale  applicazione  ». 


—  17  — 

che  era  corso  troppo  neirinterpret azione  di  alcuni  luo- 
ghi del  De  minimo,  e  di  tornare  indietro  *),  ricono- 
scendo che  il  Bruno  non  aveva  riconosciuto  altra  anima 
sostanziale  che  quella  universale,  pur  mantenendo  sem- 
pre r  interpretazione  atomistica,  salvo  a  notare,  come 
s'  è  veduto,  un'  incoerenza  tra  Tanirna  una  e  i  corpi 
molti. 


V. 


Ora  viene  il  Mondolfo  e  sottopone  ad  esame  il  can- 
giamento d'opinione  del  Tocco,  e  sostiene  che  questi  aveva 
ragione  prima  ed  ebbe  torto  dopo  :  che  cioè  anche  le 
opere  inedite  confermano  la  coesistenza  in  Bruno  del- 
l'atomismo e  della  monadologia.  Questa  è  la  parte 
originale  del  suo  scritto,  che  conchiude  dicendo  :  «  Ta- 
luni, che  nel  Bruno  veggono  soltanto  il  campione  del  mo- 
nismo panteistico,  quando  salutano  in  lui  il  precursore, 
accanto  allo  Spinoza  ricordano  anche  il  Leibniz  ;  e  se  si 
chiedesse  loro  in  quali  opere  questi  precorrimenti  si  veri- 
fichino, dovrebbero  pur  rispondere  :  il  primo  nelle  opere 
successive  al  De  umbris,  il  secondo  nei  poemi  latini  »  (p.  34) 
Parole  non  troppo  chiare  ;  ma  che  vogliono  significare, 
che  molti  che  fanno  di  Bruno  un  monista  panteistico, 
poi  senza  troppo  riflettere  (e  chi  sono  costoro  ?)  lo  fanno 
precursore  di  Spinoza  e  di  Leibniz  ;  ammettendo  im- 
plicitamente che  in  Bruno  ci  sia,  oltre  il  monista,  il  mo- 
nadista,  le  cui  dottrine  essi  vorranno  certamente  tro- 
vare nei  poemi  latini. 

Vediamo  un  po'.  Se  anche  nella  Lampas  e  nell'altra 
opera  inedita  De  rerum  principiis  fosse  esclusa  la  mol- 
tiplicazione  dell'anima  in  molte   anime  sostanziali,  il 


')  Le  opere    inedite    di  G.  B.,  Napoli,   1891,  pagg.  65-73, 


-78- 

Mondolfo  non  vede  come  questo  potrebbe  obbligarci 
ad  escluderla  dal  De  minimo,  che  rappresenta  un  mo- 
mento ulteriore  nello  stesso  sviluppo  dell'atomismo,  non 
ancora  accolto  come  dottrina  metafisica  nel  De  prin- 
cipiis.  Ma  già  nella  Lampade  il  Bruno  palesa  incertezze 
e  oscillazioni,  che  rendono  più  che  dubbia  la  risoluta 
interpretazione  del  Tocco.  Nella  Lampade  Bruno  dice 
l'anima  naturam  ex  se  subsisteniem,  non  accidentalem 
formam,  non  entelechiam,  non  harmoniam,  non  aliud 
simile  ;  l'anima  e  il  corpo  duo  suhiecta  per  spiritiim  uni- 
hilia,  quorum  principalius  est  anima  ;  unibili  di  un'u- 
nione che  avviene,  casu,  non  naturaliter;  e  l'anima 
multo  intervallo  relinquit  post  se  materiam  ;  anima  ante 
et  post  corporis  societatem  consista.  Quest'anima  è  quella 
del  mondo,  o  quella  di  ciascun  individuo  ?  Pel  Mon- 
dolfo è  da  escludere  che  sia  la  prima  per  ragioni....  come 
dire  ?  a  priori.  <»  Se  l'anima,  di  cui  qui  si  parla,  fosse 
l'anima  del  mondo,  non  saprei  vedere  come  tutti  questi 
residui  della  scala  plotiniana  degli  esseri  s'accordino  col 
panteismo,  per  cui  è  Deus  sive  natura,  e  l'anima  del 
mondo  è  una  faccia  di  quest'essere  unico,  che  visto  da 
un  altro  lato  è  materia.  Tra  spirito  e  materia  il  Bruno  qui 
non  afferma  soltanto  una  distinzione,  che  sarebbe  con- 
dizione della  stessa  identità  di  essi,  come  di  contrari  ; 
ma  una  vera  e  propria  separazione  ».  Ragioni,  adunque, 
a  priori,  e,  f.]uel  che  è  peggio,  oscure,  perchè  fondate  su 
una  conoscenza  non  esatta  del  neoplatonismo,  dove  la 
dualità  non  esclude  punto  l'unità. 


VI. 


Ma  la  più  semplice  maniera  di  vedere  che  specie  di 
anima  fosse  quella  di  cui  Bruno  parla  nei  luoghi  citati, 
non  era  quella  insegnataci  dal  Tocco,  di  andare  a  guar- 
dare il  testo  ;  cioè,  dico  io,  il  contesto  ?  E  allora,  salvo 


—  7Q  — 

errore,  l'anima  di  cui  si  parla  li  dal  Bruno,  dovreblxi 
esser  quella  di  cui  si  comincia  a  parlare  a  pag.  239, 
proponendo  l'esempio,  a  cui  si  deve  applicare  l'arte 
inventiva  della  Lampada  :  Anima  non  est  accidens. 
E  lì  si  parla  di  anima  hominis  che  ahsolvitur  a  corpore 
et  realiter  existit  sine  ilio.  Ma  che  per  ciò  ?  «  Il  Tocco 
medesimo  »,  osserva  il  Mondolfo,  «  rileva  che  nella  mag- 
gior parte  degli  argomenti,  recati  per  provare  che 
l'anima  non  sia  accidente  del  corpo,  ma  suhstantia 
spiritualis,  il  Bruno  si  riferisce  all'anima  individuale, 
non  all'anima  del  mondo  ».  Ebbene,  egli  soggiunge  : 
«allora  dove  se  ne  va  l'affermazione  del  Bruno  che  le 
anime  individuali  non  siano  che  ripercussioni  fuggevoli 
dell'anima  del  mondo,  sue  operazioni  nella  materia  che 
sola  introduce  la  molteplicità  e  la  divisione  ?  » 

«  La  vera  individualità  »,  aveva  detto  il  Tocco  *),  «  o 
per  meglio  dire,  la  vera  sostanzialità  sta  nell'anima  del 
mondo  ;  le  altre  non  sono  se  non  molteplici  ripercus- 
sioni di  quell'unica,  o  per  dirla  chiaramente,  non  sono 
né  più  né  meno  se  non  le  diverse  operazioni  dello  stesso 
principio.  Quando  si  dice  che  l'anima  dell'uomo  è  una 
sostanza  individua,  che  risiede  nel  centro  della  vita, 
non  si  deve  intendere  che  sia- un  essere  diverso  dall'ani- 
ma universale.  È  invece  l'anima  universale,  che  agisce 
in  quel  determinato  punto,  e  da  quel  punto  irraggia 
l'azione  sua  in  tutto  l'organismo.  Così  si  spiega,...  come, 
pur  ammettendo  V  immortalità  dell'anima,  il  Bruno  non 
solo  nella  Causa,  ma  anche  nel  De  minimo  derida  le 
paure  dell'Orco.  Non  è  l'anima  individuale,  non  è  quel- 
l'operazione localizzata  in  quel  centro  che  è  immortale, 
ma  ben  piuttosto  l'anima  universale  stessa,  che  dai 
frammenti  del  disciolto  organismo  ne  comporrà  altri  ;  il 
che  é  ciò  che  v'  ha  di  vero  nell'antica  dottrina  della 
metempsicosi  ».   Alla  domanda  del    Mondolfo    (dove 


')  Le  opp.  ined.,  pag.  69. 


—  8o  — 

se  ne  va?)  il  Tocco  ha  perciò  risposto  :  la  sostanzia- 
lità,  r  individualità  dell'anima  di  ogni  uomo  è  la  stessa 
sostanzialità  e  individualità  dell'anima  universale,  di 
cui  la  prima  è  un'emanazione.  L'anima  dell'uomo,  in- 
somma, è  substantia  individua,  subsistens  etc,  quatenus 
anima  universalis  :  concetto  ovvio  a  chi  abbia  stu- 
diato la  logica  spinoziana  di  sostanza,  attributo  e  modo. 
Si  ricordi  infatti  Spinoza  :  Aquam,  quatenus  aquu 
est,  dividi  concipimus  eiusque  partes  ab  invicem  sepa- 
ravi :  at  non,  quatenus  substantia  est  corporea  ;  eatenus 
enim  neque  separatur  neque  dividitur  *) .  E  anche  per  Spi- 
noza la  mente  umana  è  parte,  com'egli  dice,  dell'intel- 
letto infinito  di  Dio  ^);  e  quindi  è  sostanza,  ma  non  in 
quanto  mente  umana,  nella  sua  finitezza. 

Il  Mondolfo,  dopo  avere  esposto  il  concetto  del 
Tocco,  che  si  rifaceva  certamente  da  Spinoza  nell' in- 
tendere il  rapporto  dell'anima  universale  con  quelle 
particolari,  solleva  la  seguente  difficoltà  :  «  Se  l'anima 
del  mondo  è  individua  ed  unica  realtà,  e,  come 
tale,  unita  inseparabilmente  alla  materia  considerata 
nella  sua  totalità  —  sì  da  costituire  entrambe  due  facce 
di  una  sostanza  unica  —  essa  è  ugualmente  inseparabile 
dai  singoli  esseri,  che  costituiscono  la  totalità  della  ma- 
teria :  non  si  può  concepire  il  suo  distacco  neppur  tem- 
poraneo da  alcuni  di  questi,  senza  supporre  che  l'anima 
sia  unita  ad  una  parte  e  non  alla  totalità  del  mondo, 
e  senza  interrompere  ad  ogni  momento  quella  continuità 
della  sua  azione,  che  dovrebbe  spiegarsi  sempre  tota 
in  toto  et  in  qualibet  totius  parte.  D'altro  canto,  però, 
queste  separazioni,  inconcepibili  per  l'anima  universale, 
sono  concepibilissime  per  le  anime  individuali,  quando 
esse  siano  considerate  non  accidentali,  ma  sostanziali....  ». 
Difficoltà,  però,  che  non  toccherebbe  soltanto  la  filo- 


^)  Eth.  I,  prop.    15  sch. 
2)  Eth.  II,  prop.   II  cor. 


—  8i  — 

sofia  bruniana  ma  ogni  specie  di  emanatismo  che  fa 
derivare  il  molteplice  dall'uno  ;  e  potrebbe  riuscire  se 
mai  una  critica,  non  già  servire  alla  interpretazione  di 
Bruno.  Ma  la  difficoltà  esiste  ?  Considerata  nella  sua 
totalità,  la  materia  sarà  una  ;  e  tale  sarà  in  quanto 
animata,  giacché  la  materia  per  se  stessa  è  caussa  mtd- 
titudinis  et  divisionis.  E  s' intende  che  in  tale  unità  non 
ci  può  essere  più  morte,  e  non  è  da  parlare  di  distacco. 
Ma  la  morte  e  l' interruzione  (relativa)  dell'azione  avvi- 
vante dell'anima  universale  è  appunto  nella  materia 
in  quanto  materia  :  che  non  è  tutto,  cioè  uno,  ma 
molteplicità  :  nella  quale  un  essere  non  è  l'altro,  e 
però  la  vita  dell'uno  è  la  morte  dell'altro,  cioè  distacco 
dell'anima  :  la  quale  non  resta  ad  agire  nel  vuoto  pel 
fatto  che  la  morte  del  secondo  e  pur  vita  del  primo 
essere. 

La  difficoltà  ci  sarebbe  se  l'anima  si  distribuisse  nella 
materia.  Allora  una  parte  materiale  esanime  impor- 
terebbe una  parte  dell'anima  a  spasso.  Ma  l'anima  come 
sostanza  indivisibile  è  tutta  in  tutto  e  in  ciascima  parte, 
e  la  sua  azione  animatrice  perciò  non  e  possibile  che  sia 
mai  interrotta.  S'intende  che  d'altro  canto  né  anche 
una  parte  di  materia  può  restare  senz'anima  ;  perchè 
la  morte  è  relativa  all'essere  particolare  che  si  disgrega 
nei  suoi  atomi  in  quanto  questi  entrano  in  nuovi  ag- 
gregati. Onde  la  matèria  nella  sua  totalità,  cioè,  ripeto, 
rome  unità,  è  sempre  animata,  ossia  è  anima  ;  e  quindi 
non  patisce  mai  morte. 


VII. 


Io  almeno  non  riesco  a  scorgere  la  difficoltà  che  ci 
vede  il  Mondolfo  ;  il  quale,  una  volta  creatasela  per  eli- 
minarla, propende  a  credere  che  il  Bruno  realmente  am- 
mettesse  la  sostanzialità  delle  anime  individuali,  oltre 

6  —  Giorda'to  Bruno  e  il  pensiero  d*l  Rinascimento 


—   82  — 

quella  deiranima  del  mondo  ;  senza  accorgersi  né  anche 
lui  di  quel  che  era  sfuggito  al  Tocco  nel  suo  lavoro  sulle 
Opere  latine  ;  che  cioè  l'anima  del  mondo  è  la  negazione 
delle  anime  individuali  ;  e  viceversa  ;  e  senza  avvertire, 
com'era  naturale,  che  la  difficoltà  da  lui  sollevata,  ci 
sarebbe,  e  insuperabile,  appunto  in  questa  ipotesi  ; 
perchè,  ammesse  le  anime  individuali  unificate  e  fuse 
nell'anima  del  mondo,  e  tante  anime  quanti  sono  gli 
esseri  del  mondo,  non  si  vede  davvero  come  si  po- 
trebbe morire. 

E,  posto  che  i  testi  di  Bruno  parlano  espliciti  nvl 
ridurre  le  anime  individuali  a  mere  fulgurazioni  dell'u- 
nica sostanziale  anima  del  mondo  —  dottrina  analoga 
a  quella  averroistica  dell'unità  dell'intelletto,  che  ebbe 
sostenitori  anche  nel  cinquecento  immediatamente  prima 
del  Bruno;  posto  che  un  pensatore  del  tempo  di  Bruno 
non  poteva  vedervi  la  difficoltà  che  ci  vede  il  Mondolfo, 
perdono  ogni  fondamento  le  sette  considerazioni  che 
egli  enumera  nella  conclusione  del  suo  scritto,  per  dimo- 
strare la  probabilità  della  vecchia  opinione,  che  male 
il  Tocco  avrebbe  fatto  ad  abbandonare,  circa  la  ten- 
denza bruniana  verso  la  monadologia.  Per  la  i.»  e  la 
3.»  (chi  volesse  scorrere  l'elenco  di  queste  considera- 
zioni del  Mondolfo)  metta  il  Mondolfo  al  luogo  dell 'ani- 
ma-sostanza, l'anima  operazione  dell'anima  sostanza  ; 
e  tutto  è  a  posto.  La  2.*  suppone  vera  quella  difficoltà 
fondamentale  che  s' è  vista.  La  minima  realtà,  che 
è  immortale,  è  il  minimo,  cioè  la  sostanza  :  quella 
sostanza  che,  spinozianamente,  è  solo  in  apparenza 
molteplice,  laddove  per  la  mente  non  è  che  ima,  come 
ora  vedremo.  Nella  4.^  nella  5.*  e  nella  6.»  l'ar- 
gomento del  Mondolfo,  che  le  differenze  individuali  sup- 
pongano la  sostanzialità  delle  anime  individuali  è  rove- 
sciato da  espliciti  luoghi  di  Bruno  ^)   e  dallo  stesso  spi- 


4)  Vedi  p.  e.  Càbala,  nei  Dial.  meta-fisici,  pagg.  253-4, 


-  83  - 

rito  generale  del  sistema  che  fa  nascere  le  differenze 
dalla  materia.  Nella  7.*  male  si  appaia  il  principio  di 
libertà  filosofica  e  religiosa  *)  con  la  dottrina  del  li- 
bero arbitrio  ;  e  inesattamente  si  crede  che  il  libero  arbi- 
trio di  Bruno  possa  scambiarsi  con  l'autonomia 
della  coscienza  individuale  (che  il  Mondolfo 
per  positivistico  pudore  vorrebbe  sostituirgli) .  D  libero 
arbitrio  di  Bruno  {amor  confustis,  non  adirne  limifatus,  e 
perciò  potenti  a  qual'è  in  Dio,  che  è,  per  lui,  come  per  Spi- 
noza, ahsoluta  necessitas  ut  sii  etiam  absoluta  libertas  ^) , 
è  difetto,  che  lo  sviluppo  della  ragione  deve  a  poco  a 
poco  colmare,  e  che  perciò  non  può  a  nessun  patto 
ragguagliarsi  alla  divina  libertà  del  filosofo,  parteci- 
pante della  libertà  dell'oggetto  con  cui  si  immedesima. 
La  libertà  di  Bruno  (e  questa  è  la  sua  insuperabile  in- 
feriorità verso  il  monadismo  leibniziano)  non  è  del 
soggetto,  ma  dell'oggetto.  È  autonomia  di  coscienza 
individuale,  nel  senso  che  il  Mondolfo  dà  all'  i  n- 
dividualità,  per  Bruno  non  ce  ne  poteva  essere. 
E  però  è  megUo  consentire  col  Tocco  noli'  opinione  che 
a  lui,  dopo  matura  riflessione,  parve  definitivamente 
preferibile. 


Vili. 


Vero  è  che  la  monadologia  bruniana,  se  non  è  quella 
di  Leibniz,  non  è  neppure  l'atomismo  di  Democrito  e  di 
Epicuro.  E  il  Tocco  a  furia  di  istituire  riscontri  e  inda- 
gar fonti  cancellò  differenze  essenziali,  e  si  lasciò  sfug- 


*)  Religiosa  solo  in  un  certo  senso.  Praticamente 
Bruno  non  riconobbe  libertà  religiosa.  La  sua  religione  libera 
coincide  con  la  filosofìa. 

*)  Opera,  III,  41,  161,  22. 


-84- 

gire  il  vero  concetto  della  monade  di  Bruno,  strozzando 
perciò  l'unità  del  pensiero  bruniano  dal  De  umbris  ai 
poemi  latini.  Unità  che  meglio  si  ritrova  nella  stessa 
esposizione  del  Hoeffding,  malgrado  la  sua  superficialità. 
Questo  storico  p.  e.  vide  chiaramente  che  gli  atomi  di 
Bruno  non  sono  atomi  assoluti  ;  e  con  ciò  sottrasse  già  la 
sua  filosofia  all'atomismo  vero  e  proprio  (come  sistema 
meccanicista)  ;  quantunque  il  suo  modo  di  concepire 
l'atomo  bruniano  sia  inesatto  per  un  doppio  aspetto,  e 
vedendo  una  contraddizione  tra  la  polemica  del  Bruno 
contro  la  divisione  all'infinito  e  la  dottrina  della  rela- 
tività del  concetto  degli  atomi,  e  non  vedendo  che  gli 
atomi  relativi  di  Bruno  possono  essere,  tah  tutti  ad 
eccezione  di  uno,  che  è  assoluto,  la  monas  monadnm  : 
due  inesattezze  che  sono  poi  una  sola,  derivante  dal 
disconoscimento  del  carattere  metafisico  e  oggettivo,  e 
non  gnoseologico  e  soggettivo,  della  relatività  dell'atomo 
bruniano  :  che  è  gravissimo  anacronismo.  I  minimi 
di  Bruno  sono  sostanze  attive  teleologiche,  in  quanto  unica 
sostanza  :  e  però  sono  toto  caelo  diversi  dagli  atomi 
sostanze  inerti  e  meccaniche  in  quanto  molte.  Né  que- 
sto monadismo  è  contraddittorio  al  panteismo  neopla- 
tonico ;  anzi  ne  è  un  momento  necessario  nel  pensiero 
di  Bruno,  e  quindi  più  o  meno  svolto,  secondo  i  vari 
scritti,  ma  pur  sempre  presente^).  I^  monade,  «prin- 
cipio e  sostanza  de  le  cose  »  di  Bruno  è  la  sostanza  di 
Spinoza,  non  la  monade  di  Leibniz. 


1)  Il  Tocco  liquidava  nella  sua  terza  fase  il  monismo 
bruniano,  perchè  non  scorgeva  l' identità  della  monas  mo- 
nadum  e  delle  monadi  particolari  ;  e  però  sosteneva  non  ve- 
dersi chiaro  in  Bruno  il  rapporto.  Ma  il  Hoeffding,  I,  492 
lia  giustamente  osservato  che  B.  si  spiega  chiaramente  in 
proposito  quando  nel  De  min.,  I,  4  dice  Dio  monaduyn  mo- 
nas, nempe  entium  cntitas.  Cfr.  anche  Eroici  furori,  pag.  444 
G.  :  «  la  monade  vera  essenza  de  l'essere  de  tutti  »,  e  De  mi- 
ìiimo,  I,  2  :  i^  Minimum  substantia  rerum  ;  monas....  essentialiter 
in  omnibus  ». 


-85- 

Questo  concetto  del  minimo -sostanza  fu  luminosa- 
mente chiarito  dallo  Spaventa  fin  dal  1866  in  un  piccolo 
saggio,  di  cui  il  Tocco,  che  si  servì  del  maggior  saggio 
concernente  la  teoria  della  conoscenza,  non  tenne  il  de- 
bito conto  *).  Ma  lo  spinozismo  dell'atomo  bruniano  non 
sfuggi  neppure  allo  storico  più  accurato  dell'atomismo,  il 
Lasswitz  ')  (la  cui  opera  il  Mondolfo  non  avrebbe  dovuto 
trascurare),  quantunque  anch'egli  malamente  insista, 
come  il  Hoeffding,  sul  carattere  fenomenico  della 
relatività  delle  monadi -particolari,  e  non  iscorga  la  vera 
differenza  che  separa  queste  dalle  monadi  leibniziane. 


•)  Spaventa,  Saggi,  Napoli,   1867,  pagg.  256-67. 
^}  Gesch.  d.  Atomistik,   I   (1890),  pagg.  365,   399. 


III. 

VERITAS   FILIA  TEMPORIS 

POSTILLA     BRUNIANA 


Dagli  Scritti  vari  di  erudizione  e  di  critica  in  onore 
di  R.  Renier,  Torino,  Bocca,  1912,  pagg.  235-248. 


Nella  Cena  delle  ceneri  (1584)  ^),  ai  vanti  che  Teo- 
filo fa  della  grandiosa  rivoluzione  scientifica  apportata 
dalla  filosofia  del  Nolano,  il  pedante  Prudenzio  risponde 
con  un  ammonimento  preso  a  prestito  dai  Di  sii  eh  a 
Catonis  : 

ludicium  popiili  numquam  contempseris  unus. 
Ne  nulli  placeas,  cium  vis  contemnere  multos  -). 

«  Questo  è  prudentissimamente  detto  »,  ripiglia  Teo- 
«  filo,  che  rappresenta  il  pensiero  stesso  del  Bruno,  «  in 
«  proposito  del  convitto  e  regimento  comone  e  prattica 
«  de  la  civile  conversazione  :  ma  non  già  in  proposito  de 
«  la  cognizione  de  la  verità  e  regola  di  contemplazione, 
((  per  cui  disse  il  medesmo  saggio  : 

Disce,  sed  a  doctis  :  indoctos  ipse  doceto^). 

«  È  anco,  quel  che  tu  dici,  in  proposito  di  dottrina 
espediente  a  molti  ;  e  però  è  conseglio,  che  riguarda  la 


*)  Dial.   I.  Per   i  luoghi  che  saranno  citati  in  questa   nota 
V.  Bruno,  Opere  ital.,  ed  Gentile,  I,  pagg.  25-29. 

")  Baehrens,  Poet.  lai,  min.,  Ili,  226  (dist.  29  del  lib.  II). 
3)  Dist.,  IV,  23  (pag.  232). 


—  9^  — 

moltitudine  :  perchè  non  fa  per  le  spalli  di  qualsivoglia 
questa  soma  [la  cognizione  de  la  verità],  ma  per  quelli 
che  possono  portarla,  come  il  Nolano  ;  o  almeno  muo- 
verla verso  il  suo  termine,  senza  incorrere  difficoltà 
sconveniente,  come  Copernico  ha  possuto  fare». 

Bisogna  dunque,  secondo  il  Bruno,  distinguer^  tra  la 
pratica  e  la  scienza,  tra  la  legge  dell'una  e  la  legge  dell'al- 
tra :  perchè  la  pratica  è  attività  sociale,  il  cui  soggetto  è 
la  comunità  civile,  il  popolo  ;  la  scienza  è  opera  dei  savi, 
onde  «un  solo,  benché  solo,  può  e  potrà  vencere,  ed 
al  fine  avrà  vinto,  e  trionferà  contra  l' ignoranza  gene- 
rale ;  e  non  è  dubio,  se  la  cosa  de'  determinarsi  non  co' 
la  moltitudine  di  ciechi  e  sordi  testimoni,  di  con  vizi 
e  di  parole  vane,  ma  co'  la  forza  di  regolato  sentimento, 
il  qual  bisogna  che  conchiuda  al  fine  ;  perchè,  in  fatto, 
tutti  gli  orbi  non  vagliono  per  uno  che  vede  e  tutti  i 
stolti  non  possono  servire  per  un  sacio  »  :  elg  èfioi 
{xópta,  èàv  ^irs-zoc  ^,  aveva  già  detto  Eraclito  *).  Onde 
la  legge  della  pratica  sarà  nella  moltitudine  de'  te- 
stimoni, come  a  dire  nel  volere  dei  più  ;  quella  della 
scienza  nel  regolato  sentimento,  ossia  nella  logica,  che 
muove  la  cognizione  della  verità  verso  il  suo 
termine,  liberandola  dalle  difficoltà  disconvenienti, 
ossia  dalle  contraddizioni. 

La  pratica,  d'altra  parte  (costume,  legge,  culto  reli- 
gioso, ecc.)  non  è,  per  Bruno,  mera  volontà,  quale  si 
manifesta  nei  voti  (testimoni),  nelle  grida  e  nelle 
altre  espressioni  violente  dello  spirito  popolare  ;  ma  è 
anche  pensiero  o,  come  egh  dice,  «  dottrina 
espediente  a  molti»;  è  un  sapere  che  è  cre- 
denza, sottratta  alla  forza  di  quel  regolato  sentimento 
il  quale  bisogna  che  alfine  conchiuda  :  è  l'accettazione, 
refrattaria  per  sé  ed  estranea  alla  critica  scientifica  del 
pensiero  logico,  di  concetti,  ancorché  falsi,  utili  e  ne- 


)  Fr.  49  Di»l». 


—  gì  -- 

cessali  alla  vita  civile.  Anche  questo  elemento  della 
pratica,  benché  in  sé  pensiero,  non  ha  valore,  secondo  il 
Bruno,  come  tale  ;  e  però  il  savio  non  ha  autorità  e  com- 
petenza rispetto  ad  esso,  e  deve  accettarlo  qual  è  nella 
vita  —  che  è  volontà  orientata  secondo  una  fede  —  del 
popolo,  col  quale  egli,  praticamente,  si  confonde.  Quindi 
l'atteggiamento  del  Bruno  verso  la  religione,  in  quanto 
chiesa  e  istituto  sociale  :  atteggiamento  di  rispetto, 
fondato  sul  concetto  dell'assoluta  incommensurabiUtà 
della  dottrina  filosofica,  che  è  sforzo  di  conoscere  la 
verità,  e  della  dottrina  religiosa,  che  è  credenza  espe- 
diente ai  molti  *). 

Posta  questa  distinzione  e  incommensurabilità  dello 
spirito  pratico;  possiamo  dire,  e  dello  spirito  teoretico, 
egli  non  ricerca  più  oltre  la'  radice  di  questa  doppia 
direzione  dello  spirito  umano  (radice  che  noi  piuttosto 
possiamo  additare  in  quel  residuo  di  trascendenza  dua- 
listica, che  e'  é  in  fondo  al  naturalismo  bruniano)  ;  né, 
tutto  acceso  com'  é  dell'ardore  mistico  della  contem- 
plazione, che  è  puro  pensiero  o  cognizione  della 
verità,  ha  più  interesse  di  ricercare  lo  sviluppo  dello 
spirito  pratico.  C'è  un  processo  nelle  religioni,  nelle 
leggi,  nelle  idee  morali  e  in  tutte  le  dottrine  espedienti 
ai  molti  ?  È  inutile  cercare  in  Bruno  una  risposta  a 
questa  domanda.  Il  suo  mondo  non  è  quello  della  vita, 
ma  quello  della  contemplazione,  non  è  quello  della 
storia,  ma  quello  della  natura  :  la  sua  stessa  etica  dello 
Spaccio  finisce  negli  Eroici  furori,  che  sono  sublimazione 
della  mente  nel  processo  della  verità.  Egli  perciò  non 
ha  luogo  a  proporsi  il  problema  del  movimento  dello 
spirito  pratico  :  11,  per  lui,  e'  è  solo  arbitrio,  dato  estemo, 
fatto,  e  non  logica.  La  fede,  infatti,  come  tale,  è  irrazio- 
nale, e  non  può  avere  sviluppo. 


*)  Vedi   in   proposito  il  saggio  pr«c«dentc  :  G.  Bruno  nella 
storia  della  $ultura. 


-r  9^  — 

La  scienza,  invece,  è  per  il  Bruno  la  negazione  asso- 
luta della  fede  ;  e  però  egli  esclude  il  popolo  dall'  inse- 
gnamento di  quella.  «Color  e' hanno  la  possessione  di 
questa  verità,  non  denno  ad  ogni  sorte  di  persona  co- 
municarla, si  non  vogliono  lavar,  come  se  dice,  il  capo 
a  l'asino  ».  Il  dotto,  che  scopre  una  verità  nuova, 
deve,  secondo  lui,  indirizzarsi  a  chi  ha  ingegno,  ma 
anche  disciplina,  si  che  ignori  tuttavia  «  sol  per  non  av- 
vertire e  non  considerare....  per  la  privazione  de  l'atto 
solo,  e  non  de  la  f acuità  ancora  »,  La  facoltà,  dunque, 
o  la  condizione  per  essere  in  grado  di  accogliere  la  verità 
ossia  di  conoscere,  è  in  parte  naturale  (ingegno)  e  in 
parte  acquisita  con  lo  sterso  esercizio  del  pensiero,  con 
gli  studi  (disciplina).  In  altri  termini,  la  scienza  è 
figlia  della  scienza.  La  verità  nuova  presuppone  verità 
precedenti,  ma  queste  stesse  sono  frutto  di  regolato 
sentimento,  di  pensiero  che  procede  secondo  sue 
leggi.  E  però  dall'insegnamento  del  Nolano  sono  esclusi 
non  solo  quei  «maligni  e  scelerati,  che  per  una  certa 
neghittosa  invidia  si  adirano  ed  inorgoghano  contra 
colui,  che  par  loro  voglia  insegnar  »;  ma  anche  quegli 
altri  «  che,  per  qualche  credula  pazzia,  temendo  che  per 
vedere  non  se  guastino,  vogliono  ostinatamente  per- 
severare ne  le  tenebre  di  quello  eh'  hanno  una  volta 
malamente  appreso  ».  La  credula  pazzia,  che 
è  la  fede,  è  messa  sullo  stesso  piano  della  passione ,che 
impedisce  la  vista  del  vero,  come  la  negazione  assoluta 
dello  spirito  scientifico.  A  tutti  costoro  il  filosofo  oppone 
quei  «  felici  e  ben  nati  ingegni,  verso  gli  quah  nisciuno 
onorato  studio  è  perso  :  temerariamente  non  giudicano, 
hanno  libero  l' intelletto,  terso  il  vedere,  e  son 
prodotti  dal  cielo,  si  non  inventori,  degni  però  esamina- 
tori, giodici  e  testimoni  de  la  verità  ».  Questo  libero 
intelletto  non  è  già  intelletto  vuoto,  poiché  il  Bruno 
richiede,  come  s'  è  veduto,  la  disciplina;  ma  è 
la  ribellione  al  credo  ut  intelligam  di  S.  Anselmo,  e  a 
ogni  intuizione  del  pensiero  che  non  sia  tutto  creazione 


93  — 


di  se  stesso,  o,  come  dice  Bruno,  «esaminatore,  giudice 
e  testimone  della  verità  ». 


II. 


In  questo  concetto  Bruno  non  solo  supera  la  sco- 
lastica e  la  filosofia  greca  (cfr.  la  teoria  dell'anamnèsi 
platonica  ;  dell'  intelletto  attivo  di  Aristotele,  ecc.) 
ma  lo  stesso  suo  naturalismo  che  non  ha  posto  per 
la  hbertà  dello  spirito  come  autoctisi.  Né  Bruno  si 
ferma  qui.  Portato  dal'oscura  intuizione  dell'attività 
progressiva  dello  spirito  nella  storia,  che  era  in  fon- 
do a  tutti  gli  spiriti  del  Rinascimento  (in  cui  pur 
si  mescolava  con  l' idea  opposta,  perdurata  fin  a  tutto 
il  secolo  XVIII,  della  identità  immobile  dell'  ani- 
ma umana  attraverso  tutti  i  tempi  e  tutti  i  luoghi), 
egli  va  oltre,  e  concepisce  la  scienza  non  solo  come 
libertà,  che  potrebbe  essere  la  libertà  di  un  atto  imma- 
nente e  congruo  alla  fissa  e  ferma  eternità  dell'oggetto 
suo,  com'era  concepito  da  Platone  e  poi  da  Aristotele 
e  da  tutta  la  filosofia  posteriore  fino  a  Bruno  ;  sì  anche 
come  storia.  E  già  abbiamo  visto  che  lo  spirito  è  costi- 
tuito nella  facoltà  sua  dalla  disciplina,  che  è  for- 
mazione storica,  e  che  pigHa  il  luogo  della  fede,  per  cui  il 
pensatore  medievale  era  fatto  capace  di  conoscere  il 
vero.  Ma  egli  svolge  con  un'arguta  osservazione  questo 
concetto. 

Prudenzio,  molto  prudentemente,  con  la  viltà  miso- 
neista del  pedante,  ricalcitra  sbigottito  innanzi  alle 
novità  di  Teofilo  dicendo:  «  Sii  come  la  si  vuole,  io  non 
voglio  discostarmi  dal  parer  degU  antichi,  perchè  dice 
il  saggio  :  nell'antiquità  è  la  sapienza  »  *).  E  Teofilo  : 


•)  «  In  antiquis  est  sapientia    et    in  multo    tempore  pru- 
dentia  »  :  Giobbe,  XII,  12. 


—  94  — 

«  E  soggiunge  :  in  molti  anni  la  prudenza.  Si  voi  inten- 
deste bene  quel  che  dite,  vedreste,  che  dal  vostro  fon- 
damento s' inferisce  il  contrario  di  quel  che  pensate  : 
voglio  dire,  che  noi  siamo  più  vecchi  ed  abbiamo  più 
lunga  età  che  i  nostri  predecessori  :  intendo  per  quel 
che  appartiene  a  certi  giudizi,  come  in  proposito.  Non 
ha  possuto  essere  sì  maturo  il  giodicio  d'Eudosso,  che 
visse  poco  dopo  la  rinascente  astronomia,  se  pur  in  esso 
non  rinacque,  come  quello  di  CaHppo,  che  visse  tre nt 'anni 
dopo  la  morte  d'Alessandro  Magno  ;  il  quale,  conie 
giunse  anni  ad  anni,  possea  giongere  osservanze  ad  os- 
servanze. Ipparco,  per  la  medesima  raggione,  dovea 
saperne  più  di  CaHppo,  perchè  vidde  la  mutazione  fatta 
sino  a  centononantasei  anni  dopo  la  morte  d'Alessandro. 
Menelao,  romano  geometra,  perchè  vedde  la  differenza 
de  moto  quattrocentosessantadui  anni  dopo  Alessandro 
morto,  è  raggione  che  n'  intendesse  più  eh'  Ipparco. 
Più  ne  dovea  vedere  Macometto  Aracense  milleducento 
e  dui  anni  dopo  quella.  Più  n'ha  veduto  il  Copernico 
quasi  a  nostri  tempi,  appresso  la  medesma  anni  milleot- 
tocentoquarantanove  ^).  Ma  che  di  questi  alcuni,  che 
son  stati  appresso,  non  siino  però  stati  più  accorti, 
che  quei  che  furon  prima,  e  che  la  molti titudine  di  que' 
che  sono  a'  nostri  tempi,  non  ha  però  più  sale,  questo 
accade  per  ciò  che  queUi  vissero,  e  questi  non  vivono 
gh  anni  altrui,  e,  quel  che  è  peggio,  vissero  morti  quelli 
e  questi  negli  anni  proprii  »,. 


III. 


In  questa  pagina,  per  la  prima  volta,  eh*  io  sappia, 
è  affermato  il  concetto  tutto  proprio  dell'età  moderna , 


*)  Per  tutto  questo  schizzo  di  storia  dell'astronomia  (la 
cui  fonte  è  Copernico)  cfr.  le  note  all'ediz.  cit.,  I,  pagg.  28 
e  416. 


—  95  — 

della  importanza  e  della  serietà  della  storia,  come  attua- 
lità dello  spirito  nel  suo  svolgimento.  Lo  spirito  esa- 
minatore, giudice  e  testimone  nella  verità  non  è  spirito 
astratto,  la  mente,  quale  si  trova  indifferentemente  in 
tutti  gli  uomini,  né  la  mente  in  sé,  fuori  delle  sue  condi- 
zioni determinate  nel  mondo  :  non  è  l'anima,  p.  e., 
di  Platone,  la  quale  soltanto  nell'Iperuranio  è  vera- 
mente in  grado  d' intuire  le  idee.  Lo  spirito  è  Eudosso, 
Calippo,  Ipparco  ecc.  ;  ossia  in  tanto  esso  conosce  quello 
che  conosce,  in  quanto  esso  stesso  è  determinato  nel 
tempo,  o  meglio,  nella  maturità  del  giudicio  che  pro- 
gredisce col  progredire  delle  osservazioni  («  osservanze  ») 
e,  in  generale,  del  suo  stesso  operare,  o  come  benissimo 
dice  Bruno,  del  suo  vivere.  La  vita  dello  spirito 
crea  lo  spirito  ;  e  più  lo  spirito  vive, "più  e  spirito,  più 
é  capacità  d' intendere.  Non  solo  la  scienza  cresce  con 
l'andare  del  tempo  quasi  per  addizione  di  verità  a  verità 
(che  sarebbe  osservazione  empirica  abbastanza  ovvia)  ; 
ma  la  mente  stessa  riceve  un  continuo  incremento, 
si  fa  più  accorta.  E  questo  crescere  o  svolgimento 
intimo  della  mente  non  viene  per  azione  estrinseca  di 
una  illuminazione  progressiva  che  la  mente  riceva  dal 
di  fuori  :  ma  è  l 'autoformazione  della  stessa  mente,  che 
fa  dei  suoi  gradini  raggiunti  base  ad  ascensioni  ulteriori 
impossibili  prima. 

Ed    ecco   lo spirito_che_è_ storia.  La  quale    non 

consiste  —  Bruno ^b  avverte  esplicitamente  —  nella 
vana  cronologia,  ma  nel  pieno  e  concreto  processo  spi- 
rituale :  onde  dopo  Copernico  vivono  i  contemporanei 
di  Tolomeo,  pei  quali  tutto  il  frattempo  non  è  stato 
vita  di  pensiero. 

Questo  concetto  della  storia  in  Vico  e  in  Hegel  s'in- 
tegrerà e  illuminerà  nel  sistema  di  una  filosofìa  dello 
spirito,  che  in  Bruno  manca  quantunque  anche  altrove, 
celebrando  la  potenza  del  lavoro  umano  e  criticando 
l'ingenua  raffigurazione  mitica  dell'età  dell'oro,  egli 
dimostri    d' intuire   profondamente  il  carattere  essen- 


-  96  - 

zialmente  storico  dello  spirito  *).  Ma,  come  episodio  a 
sé  nella  concezione  generale  bruniana,  esso  è  la  coscienza 
perfettamente  lucida  che  lo  spirito  acquista  del  carat- 
tere sacro  dell'opera  sua  in  un  momento  di  energico  ed 
entusiastico  ritmo  della  propria  attività,  che  non  può 
essere  altro  che  progresso,  nella  battagha  contro  la 
tradizione  degli  antichi. 


IV. 


Il  valore  di  questo  concetto  biuniano  della  storia 
si  fa  più  evidente  se  si  raccosta  a  idee  molto  simili  che 
s' incontrano  in  scrittori  dello  stesso  periodo,  ma  poste- 
riori al  Bruno  e  ai  primi  de 'quali  mi  pare  molto  proba- 
bile che  sia  stata  innanzi  la  pagina  del  Bruno. 

Più  di  un  motivo  abbiamo  già  per  ritenere  che  le  opere 
itaUane  del  Bruno,  pubbHcate  a  Londra,  e  segnatamente 
la  Cena,  fossero  note  a  Francesco  Bacone,  che  ebbe  fami- 
liare la  letteratura  itahana,  e  una  volta  cita  il  nostro 
scrittore^):  Orbene,  nel  Novum  organimi  (1620),  lib.  I,  e, 
84,  tra  gli  ostacoli  che  si  sono  opposti  in  passato  al  pro- 
gresso delle  scienze,  è  menzionata  quella  reverentia  anti- 
quitatis,  che  abbiamo  ammirata  in  maestro  Prudenzio. 
E  l'osservazione  critica  di  Bacone  coincide  Con  l' in- 
gegnoso sgambetto  che  Teofilo  dà  nella  Cena  alla  cita- 
zione del  pedante  («  Si  voi  intendeste  bene  quel  che 
dite....»).  «De  antiquitate  autem  opinio  »,  dice  Ba- 
cone quasi  con  le    stesse    parole,  «  quam    homines  de 


*)  Vedi  più  avanti,  pp.  144-5. 

2)  V.  Intyre,  G.  Bruno,  London,  Macmillan,  1903,  e  quel 
che  ne  ho  detto  anch'io  nella  Critica,  ITI,  (1905),  e  nell'opu- 
scolo G.  B.  nella  storia  della  cultura,  Palermo,  1907,  pp.  136  seg. 


—  97  — 

ipsa  fovent,  negli  gens  omnino  est,  et  vix  verbo  ipsi 
congrua.  Mundi  enim  senium  et  grandaevitas  prò  an- 
tiquitate  vere  ha  benda  sunt  ;  quae  temporibus  no- 
stris  tribui  debent,  non  juniori  aetati  mundi,  qualis 
apud  antiquos  fuit.  Atque  re  vera  quemadmodum  majo- 
rem  rerum  humanarum  notitiam  et  maturius  judicium 
[cfr.  il  maturo  giodìcio  di  B.]  ab  homine  sene  expecta- 
mus  quam  a  juvene,  propter  experientiam  et  rerum, 
quas  vidit,  et  audivit,  et  cogita vit,  varietatem  et  co- 
piam  ;  eodem  modo  et  a  nostra  aetate  (si  vires  suas 
nosset  et  experiri  et  intendere  vellet)  majora  multo 
quam  a  priscis  temporibus  expcctari  par  est  ;  utpote 
aetate  mundi  grandiore,  et  infinitis  experimentis,  et 
observationibus  [cfr.  le  osservanze  di  B.]  aucta  et  cumu- 
lata »  ^). 


^)  Avverto  qui  che  in  fondo  a  questo  aforisma  Bacone 
conchiude  :  <>.  Recte  enim  Veritas  Temporis  fìlia  dicitur,  non 
Authoritatis  ».  E  il  Fowler  {Bacon' s  N.  Org.*).  Oxford,  1889, 
p.  294,  annota  :  «  See  Aulus  Celli  us,  Noe  te  s  Atticac,  lib.  XII, 
cap.  n  :  '  Alius  quidam  veterum  poetarum,  cuius  nomen  mihi 
nunc  memoriae  non  est,  vcritatem  temporis  filiamesse  dixit  ' 
lam  indebted  for  this  quota tion  to  the  Rev.  E.  Marshall.  Cfr. 
Aeschylus,  Promete us  vinctus,  981  :  'AXX'èx9i8àox6i  nuW  ò  yr^pA- 
cnMOv  yjpóyo^.   E  si  può  anche  citare  Senofane  (fr.  18  Diels)  : 

oiha  art*  àprx^fi^  nàvxa  9tol  Gvy^xoìo'  OTiéCeigav, 
àXXà  XP^vfp  ^TjxoOvxEg  ècpeupioxo'iaiv  ct|itivov. 

Si  può  altresì  citare  quell'osservazione  del  Machiavelli 
{Discorsi,  i,  3)  :  a  Quando  alcuna  malignità  sta  occulta  un 
tempo,  procede  da  una  occulta  cagione,  che,  per  non  si  essere 
veduta  esperienzo.  del  contrario,  non  si  conosce  ;  ma  la  fa 
poi  scuoprire  il  tempo,  il  quale  dicon  esser  padre  di  ogni  verità  ». 
Per  Leonardo  da  Vinci  vodi  più  avanti  pag    189. 

Uno  dei  più  eleganti  e  famosi  editori  del  Cinquecento,  Fran- 
cesco Marcolini  <ii  Forlì,  che  pubblicò  dal  1535  al  1559, 
tolse  a  divisa  delle  sue  stampe  la  Verità  nuda  flagellata  dalla 
Menzogna  e  sostenuta  dal  Tempo,  col  motto  :  Veritas  fìlia 
temporis,  o  La  verità  fì^liiiola  k  del  gran  tempo.  Vedi  G.  Fu- 
magalli, Lexicon  typograph.  Italiae,  Firenze,  Olschki,  1905, 
pag.  492.  Cfr.  Delai.ain,   Inventaire,  pagg.  266-7. 

7  —  Giordano  Bruno  e  ti  pensiero  del  Rinaiciment» 


-98  -- 

Non  mi  par  possibile  dubitare  che  questo  passo 
derivi  dalla  Cena,  con  gli  ampliamenti  owii  appunto  in 
chi  ripete,  e  senza  più  la  nota  finale  della  distinzione 
tra  il  semplice  scorrere  del  tempo  e  la  vita  operosa  del 
pensiero,quale  vera  rappresentazione  dell'  incremento 
spirituale. 

Anche  nel  De  augmentis  scientiarum  (1623)  ricorre 
l'arguta  inversione  bruniana  della  vita  del  genere 
umano,  che  dall'alto  della  nuova  scienza  cominciava 
a  guardare  come  fanciulli  i  già  venerati  vegliardi  del 
sapere  antico.  Qui  Bacone  appaia  come  egualmente  vi- 
ziosi i  due  eccessi  opposti  dell'amore  immoderato  così 
del  nuovo  come  dell'antico  :  «  Qua  in  re  Temporis  fi- 
liae  male  patrissant.  Ut  enim  Tempus  prolem  devorat, 
si  haec  se  invicem  ;  dum  Antiquitas  novis  invideat  au- 
gmentis,  et  Novitas  non  sit  contenta  recentia  adji- 
cere,  nisi  vetera  prorsus  eliminet,  et  rejiciat.  Certe 
consilium   Prophetae  ^)    vera  in    hac    re   norma  est  : 


Male  invece  si  cita  a  riscontro  delio  stesso  luogo  del  N.  Or- 
ganum,  come  ha  fatto  I'Ellis  (in  Bacon's,  Philos.  WW., 
ed.  Spedding,  Ellis  e  Heath,  I,  191,  n.  i)  il  seguente  luogo 
di  Campanella  {A poi,  prò  Galilaeo)  di  significato  ben  diverso: 
«  Quapropter  invidi  sunt  aut  ingenio  et  fide  in  Deura  exigui 
qui  putant  in  Aristotele  et  aliis  philosophis  antiquis  quiescen- 
dum  :  praesertim  post  Evangelii  lucem,  et  novi  or  bis  ac  stel- 
larum  inventionem,  qua  prisci  caruerunt,  sicut  et  luce  fidei 
quae  perficit  in  nobis  naturam  supra  ethnicos  non  deprimit 
sub  eorum  ìugo  ;  cum  eorum  philosophia  sit  catechismus  et 
nostra  sit  perfecta  doctrina,  teste  Cyrillo  ;  unde  in  mando 
qui  est  liber  Dei  et  sapientiae  melius  Were  poterimiLS,  si  gra- 
tiam  quae  est  in  nobis  non  negligamus  ».  Cfr.  pure  L.  Blanchet, 
Les  antécéderits  histoviques  duje  pensa,  doncjc  suis,  Paris,  Alcan. 
1920,  p.  265.  Per  le  idee  del  Campanella  intorno  al  progresso 
V.  G.  S.  Felici,  Le  dottrine  filosofico-religiose  di  T.  Campanella, 
Lanciano,  Carabba,  1895,  pagg.  167- 181.  Meglio  piuttosto  ricor - 
dare  col  Rigault,  Opera  qui  appresso  citata,  pag.  24  quel 
luogo  di  Ruggero  Bacone,  Opus  malus,  1,  6  :  «  Et  infert, 
quanto  juniores,  tanto  perspi  cacio res,  quia  juniores,  posteriores 
successione  temporum,  ingrediantur  labores  priorum  >). 

*)  Geremia,  VI,  16. 


—  99  — 

State  super  vias  antiquas,  et  videte  quaenam  sit  via  recta, 
et  bona,  et  ambulate  in  ea.  Antiquitas  eam  meretur 
reverentiam,  ut  homines  aliquandiu  gradum  sistere  et 
supra  eam  stare  debeant,  atque  undequaque  circum- 
spicere,  quae  sit  via  optima  :  quum  autem  de  via  bene 
constiterit,  tunc  demum  non  restitandum,  sed  alacriter 
progrediendum.  Sane,  ut  verum  dicamus,  Antiquitas 
saectili,  Juventus  mundi  ^).  Nostra  profecto  sunt  anti- 
qua tempora,  quum  mundus  jam  senuerit  :  non  ea, 
quae  computantur  ordine  retrogrado,  initium  sumendo 
a  saeculo  nostro  »  ^). 

A  questo  luogo  qualche  commentatore  di  Bacone  ') 
ha  avvicinato  un  versetto  del  2°  libro  di  Esdra  (XIV, 
io)  :  quoniam  saeculmn  perdidit  juventutem  suam  et 
tempora  appropinquant  senescere  ;  dov'è,  piuttosto,  l'in- 
tuizione contraria  della  vita,  non  come  progresso,  anzi 
come  decadenza  ;  e  vi  si  può  vedere  soltanto  un  riscontro 
verbale  al  motto  baconiano  antiquitas  saeculi  iuventus 
mundi.  Più  a  proposito  si  cita  *)  un  luogo  dei  Proble- 
mata  marina  (1546)  del  Casmann:  «  Si....antiquiorum  di- 
gnitas  ex  tempore  major  videtur,  id  nostros  qui  hodie 
docent  posteriores  unice  commendabit,  nam  tempus.... 
doctius  et  prudentius  evadit  ex  continuo  progressi!,  ut 
senescens  judicio  sit  acriore,  solidiore  et  maturiore  ». 
Ma,  oltre  che  è  assai  improbabile  che  il  Casmann  fosse 
noto  al  Bruno,  che  suole  sempre  ricordare  gli  scrittori 
che  conobbe,  si  tratta  qui  di  un'ovvia  osservazione 


*)  «  This  remark  «,  dice  l'  EUis  nelle  sue  note  alla  edizione 
citata  (ì:>ag,  458,  n.  4),  «is  not,  I  think,  given  by  Bacon  a3 
a  quotation,  and  it  i  proba  ble  that  he  did  not  derive  if  from 
any  earlier  writer  ». 

2)  De  augm.,  lib.  I,  38  (in  «  Philos.  Worfts  »  ed.  Ellis, 
Spedding  e  Heath,  voi.  I,  pagg.  458-9). 

3)  Ch.  De    Remusat,    Bacon,    sa  vie,  son  temps,  sa  phih 
copine  et  son  influence  jusqv'à  nos  jonrs,  2. e  ed.,  Paris,  1858. 
pag.   183,  ed  Ellis,  nota  al  l.  e. 

*)  Ellis,  l.  e,  pa.e^g.  458-9  n. 


—   100 


che  non  ha  la  forma  arguta  di  quella  del  Bruno  e  di  Ba- 
cone, né  tanto  meno  la  profondità  filosofica  che  il 
pensiero  ha  nel  primo. 


V. 


È  noto  poi  quante  somiglianze  e  coincidenze  si 
trovino  tra  gli  scritti  del  Bruno  e  quelli  del  Galilei,  e 
quali  sospetti  abbia  destati  il  silenzio  assoluto  del  se- 
condo sul  conto  del  primo  ^).  Ma  non  è  stata  ancora 
avvertita  la  concordanza  tra  la  pagina  della  Cena  sul 
progresso  dello  spirito  umano  e  un  frammento  del  Ga- 
lilei, pubblicato  fin  dal  1876  *),  dove  è  detto  :  «  Il  dire 
che  le  opinioni  più  antiche  et  inveterate  sieno  le  migliori 
è  improbabile,  perchè  siccome  di  un  uomo  particolare 
l'ultime  determinazioni  par  che  siano  le  più  prudenti, 
e  che  con  gli  anni  cresca  il  giudizio,  cosi  della  universalità 
degh  uomini  par  ragionevole  l'ultime  determinazioni 
sien  le  più  vere  ».  È  Io  stesso  concetto  di  Bruno  anche 
qui,  ma  in  una  forma  filosoficamente  più  attenuata  e 
quasi  empirica  ;  sì  da  non  potersi  escludere  che  esso 
sia  sorto  spontaneamente  nella  mente  di  Galileo. 

Eco  galileiana  può  ritenersi  quel  che  si  legge  in 
uno  scritto  polemico  di  Mario  Guiducci,  il  noto  scolaro 
del  grande  Pisano,  indirizzato  nel  1625  contro  il  gesuita 
genovese  Fabio  Ambrogio  Spinola  iscritto  da  poco  venuto 


*)  V;  per  tutti  Spampanato,  Quattro  filosofi  napoleta-Mi 
tifi  carteggio  di  Galileo,  Portici,  pagg.  11-35. 

*)  Dal  Berti  in  Storia  dei  ms'i.  Galileiani  della  Bibl. 
Naz.  di  Firenze,  in  «Atti  dei  Lincei  »  (1875-76),  s.  2»,  voi.  ITI, 
parte  terza,  Mem.  se.  mor.,  pag.  102.  Vedi  ora  in  Opere,  ed. 
na/ion.  VII,  686,  post.   63. 


—  lOI    — 

alla  luce  :  «  Io  non  voglio  tralasciare  di  mostrarvi  un 
grandissimo  errore,  nel  quale  incorrete  non  solo  voi,  ma 
anche  molti  e  molti  altri  mentre  accusate  i  filosofi  moderni 
che  ipsa  antiquitate  non  utunttir,  fondandovi  sul  vedere 
che  essi  mediante  le  ragioni  ed  esperienze  scoperte  novel- 
lamente segnano  nuove  opinioni.  Il  valersi  dell'antichità 
in  filosofare  è  ottimo  pensiero  ;  ma  non  dell'antichità 
intesa  a  vostro  modo,  se  già  non  vogliamo  dire  che  un 
vecchio,  il  quale  sia  involto  nelle  leggerezze  e  nei  pia- 
ceri giovanili,  viva  conforme  a  l'etade  antica,  poi  che 
così  et  egli  e  la  maggior  parte  dei  vecchi  hanno  costu- 
mato di  vivere....  Quando  si  dice  che  in  filosofia  si  ha 
da  rivivere  1'  età  più  vecchia  e  che  ci  conviene 
avere  riguardo  all'  antichità,  si  ha  da  intendere  del- 
l' età  più  vecchia  del  mondo,  il  quale  col  crescere  di 
anni  cresce  in  maggior  perfezione  e  maggiore  espe- 
rienza e  notizia  delle  cose.  Ora,  se  questa  vecchiezza 
compete  molto  più  a'  tempi  nostri  che  a'  quelli  d'Ari- 
stotele, ne'  quaU,  avendo  la  filosofia  da  due  mila  anni 
manco  che  adesso,  era  si  può  dire  novizia  e  fanciulla, 
non  biasimate  coloro  che  in  età  matura  più  non  vogliono 
pargoleggiare  »  *). 


VI. 


Più  prossimo  alla  forma  del  pensiero  bruniano 
è  un  frammento  di  Cartesio  pubblicato  dal  Baillet 
nella  sua  Vie  de  Mr.  des  Cartes  (1691)  ;  «  Non  est 
quod  antiquis  multum    tribuamus    propter    antiquita- 


^)  Da  Antonio  Fa  varo,  Amici  e  corrif-òontienti  di  G.  Ga- 
lilei, XXX  XII  :  ^f.  Guiducci  negli  «  Atti  del  R.  Est.  Ven.  •, 
a.   1913-16,  t.  II,  pag.   1404. 


—  102  — 

tem,  sed  nos  potius  iis  antiquiores  dicendi.  lam  enim 
senior  est  mundus  quam  tunc,  maioremque  habemus 
rerum  experientiam»  ^).  Ma  quest'  idea  in  Cartesio 
non  giova  già  ad  apprezzare  la  storia,  poiché  egli  non 
insiste  sul  fondamento  di  questa  maggiore  esperienza 
attribuita  ai  moderni  ;  e  partecipa  all'  illusione  antisto- 
rica del  Bacone  di  una  instauratio  ah  imis,  che  faccia 
tabula  rasa  del  passato.  Il  quale  per  Bruno,  invece,  è 
la  base  del  presente.  L' intelligenza  matematica  di 
Cartesio  è,  com'  è  noto,  nelle  condizioni  men  favorevoli 
a  una  valutazione  positiva  della  storia. 

E  con  lui,neir  identica  situazione,  si  trova  Malebran- 
che (1674),  che  in  un  luogo  benissimo  della  Recherche  de  la 
vérité^),  divenuto  famoso,  dice  :  <<  On  estime  davantage 
les  opinions  les  plus  vieilles  parce  qu'elles  sont  les  plus 
éloignées  de  nous.  Et  sans  doute,  si  Nembrot  avait  écrit 
r  histoire  de  son  règne,  tonte  la  politique  la  plus  fine  et 
méme  toutes  les  -autres  sciences  y  seraient  contenues, 
de  méme  que  quelques-uns  trouvent  qu'Homère  et  Vir- 
gjle  avaient  une  connaissance  parfaite  de  la  nature. 
Il  faut  respecter  l'antiquité,  dit-on  :  quoi  Aristote, 
Platon,  Epicure,  ces  grands  hommes,  se  seraient  trom- 
pés  !?  On  ne  considère  pas  qu'Aristote,  Platon,  Epicure 
étaient  hommes  comme  nous  et  de  la  méme  espèce 
que  nous  :  et  de  plus,  qu'au  temps  où  nous  sommes, 
le  monde  est  plus  àgé  de  deux  mille  ans,  qu'il  a  plus 
d'expérence,  qu'il  doit  étre  plus  éclairé,  et  que  c'est 
la  vieillesse  du  monde  et  de  l'expérience  qui  font  de- 


1)  Paris,  1691,  liv.  Vili,  cap.  X,  pag.  531  ;  Descarifs, 
Oeiwres,  ed.  Adam-Tannery,  X,  pag.  204.  «  It  is  unlikely  that 
Descartes  (dice  T  Intyre,  op.  cit.,  pag.  336)  should  have 
been  ignorar»!  of  a  writer  well  known  to  Mersenne  and  Huet.... 
Certainly  the  fact  thj?th  Desc.  nowhere  mcntions  the  guilty 
philosopher  is  of  no  importance  in  deciding  as  to  the  influence 
of  the  latter  upon  him  ». 

*)  Livr.  Il,  pari.  2,  chap.  3  (ed.  Garnier,  a  cura  del  Bouil- 
LiER,  t.  I,  pag.  203). 


—  103  — 

couvrir  la  vérité»^).  Ma  qui  si  obbedisce  ai  motivi 
della  celebre  querelle  des  anciens  et  dcs  moderncs  che  in 
Francia  fu  dibattuta  lungo  il  xvii  e  xviii  secolo,  e  fu 
la  continuazione  del  movimento  degli  scrittori  nostri 
della  Rinascenza  ;  iniziato  in  Francia  appunto  da  Car- 
tesio, co*  suoi  seguaci,  che  insegnò,  è  stato  detto,  «le 
mépris  de  Tantiquité,  comme  Ronsard  en  avait  prechée 
Tadoration  »  *).  Bruno  era  stato  affatto  alieno  da 
questo  dispregio  dell'antichità^). 


*)  Cfr.  N.  Amenta,  avvocato  napoletano.  De'  rapporti 
di  Parnaso,  Napoli,  1710,  pag.  118,  dove  si  rimanda  a  questo 
luogo  di  Malebranche  contro  la  sujjerstizione  per  gli  antichi. 
Vedi  Maugain,  ÈHide  sur  l'éuohftion  intell.  de  l'Italie  de  1657 
à  1750,  Paris,  T909,  pag.  173. 

»)  Vedi  H.  RiGAULT,  Hist.  de  la  querelle  des  ang.  et  des 
niod.,  Paris,  Hachette,  1856,  pag.  49  ;  e  cfr.  pei  motivi  e  il 
significato  della  querelle  Alfred  Michiels,  Hist.  des  idées 
littéraires  en  France  au  XIX  siede  et  de  leurs  origines  dans 
les  siècles  antérieures,  Paris,  1863  ;  Brunetière,  La  forma- 
tion  de  l'idée  du  progrès  au  XVII l  siede,  in  Études  critiqttes 
sur  Vhist,  de  la  littér.  frane.,  cinquième  sèrie,  2»  ed.,  Paris, 
Hachette,  1896,  pagg.  183-250  e  J.  Delvaille,  Essai  sur 
Vhist  'le  l'idée  de  progrès  jusqu'à  la  fin  dii  XVI  TI  siede,  Pa- 
ris, Alcan,  1910,  lib.  IV.  Sulle  deficienze  del  libro  del  Del- 
vaille, che  si  lascia  sfuggire  il  valore  della  pagina  della  Cena, 
vedasi  la  mia  Ri  firma  della  dialettica  hegeliana,  Messina, 
Principato,  1913,  pagg.  231-41.  Il  Michiels  e  il  Delvaille 
hanno  richiamato  l'attenzione  sopra  un  luogo  infatti  molto 
notevole,  come  anticipazione  del  concetto  di  Pascal,  del 
«  Discours  à  l'Académie  »  (3  gennaio  163Ò)  di  Guillaume 
CoUete  :  «  Si  nous  pouvons  savoir  les  choses  qu'ils  (les 
anciens)  ont  sues  et  les  égaler  en  ce  que  nous  les  sa- 
vons  comme  eux,  nous  pouvons  aussi  les  surpasser  en 
ce  point  que  nous  savons  des  choses  qui  leur  ont  été  rachées, 
que  le  temps  nous  a  dc'couvertes,  et  qu'il  semble  n'avoir  ré- 
servées  que  pour  nous.  Et,  en  effet,  comme  une  longue  expé- 
rience  ne  s'acquiert  qu'avec  un  long  usage,  il  est  bien  croya- 
ble  que  les  derniers  qui  sont  comme  la  vieillesse  du  monde, 
peuvent  donner  aux  hommes  des  connaissances  et  des  lumiè- 
res  que  l'enfance  du  monde  ne  leur  pouvait  pas  donner  encore  ». 

3)  Non  ha  badato  punto  a  questa  differenza  essenziale 
tra  il  concetto  del  progresso  e  la  svalutazione  degli  antichi 


—  104 


VII. 


Molto  più  s'avvicinano  al  pensiero  del  Bruno,  pel  mag- 
gior senso  del  valore  dello  spirito  che  dà  loro  il  misticismo, 
Arnauld  e  Pascal.  Il  primo  dei  quali  ribatteva  la  vecchia 
tesi  della  progressiva  corruzione  sostenuta  da  un  teologo 
avverso  alla  nuova  filosofia,  dicendo  paradosso 
ridicolo  r  immaginarsi  più  sapienti  i  più  anti- 
chi. «  Si  cela  était,  il  f audrai t  qu'il  y  eut,  avant  le  déluge, 
de  plus  habiles  médecins,  de  plus  savant  géomètres 
qu'Hippocrate,  Archimede  et  Ptolémée.  N'est  donc  pas 
visible  au  contraire  que  les  sciences  humaines  se  perfec- 
tionnent  par  le  temps  ?  »*). 

Ma  classico  è  lo  svolgimento  che  dà  Pascal  al  con- 
cetto del  progresso  di  contro  al  principio  di  autorità 
nella  Préface  sur  Tratte  du  vide  (1647)  :  ed  è  il  solo  vero 
commento  al  luogo  di  Bruno,  che  a  lui  per  altro  rimase 
forse  ignoto.  Il  Pascal  fa  una  distinzione  analoga,  ma 
non  eguale,  a  quella  che  abbiamo  veduta  nello  scrittore 
italiano  :  ossia  distingue  le  scienze  che  dipendono  dal- 
l'autorità, le  quali  non  hanno  altro  fondamento  che  la 
memoria,  e  sono  puramente  storiche,  mirando  a 
conoscere  quel  che  è  stato  tramandato  dagli  scrittori  ;  e 
le  scienze  che  dipendono  dai  nostri  sensi  e  dalla  ragione. 
Esempi  delle  prime  :  la  storia,  la  geografia,  le  hngue, 
ma,  sopra  tutto,  la  teologia.  In  queste  disciphne  pare  al 
Pascal  che  si  possa  giunger  alla  conoscenza   totale,  cui 


il  GuYAU  negli  estratti  raccolti  nel  suo  vohirae  :  Pascal, 
Entretien  avec  De  Soci  et  De  l'mttorité  et  du  progrès  en  philo- 
Sophie,  Paris,   1875. 

*)  BoTJiLLiF.R,    Hist.    de    la    pkilos.   cartés.,    l,    pag.    483  ; 
RiGAULT,  pag.  33. 


—  105  — 

non  sia  più  possibile  aggiunger  altro.  AH'  incontro,  le 
scienze  dell'altra  classe  (la  geometria,  l'aritmetica,  la 
musica,  la  fisica,  la  medicina,  l'architettura  e  tutte 
insomma  le  discipline  soggette  al  ragionamento  e  all'e- 
sperienza) crescono  sempre  col  tempo,  con  la  fatica  che 
vi  si  spende  intorno  e  col  moltiplicarsi  delle  esperienze. 
Qui  si  può  accogliere  nuove  teorìe  senza  mancar  di 
rispetto  agli  antichi,  e  senza  peccare  d'ingratitudine, 
«  puisque  les  premières  connaissances  qu'il  nous  ont 
données  ont  servi  de  degrés  aux  notres,  et  que  dans 
ces  avantages,  nous  leur  sommes  redevables  de  l'a- 
scendant  que  nous  avons  sur  eux  ;  parce  que,  s'étant 
élevés  jusqu'à  un  certain  degré  ou  ils  nous  ont  porte, 
le  moindre  effort  nous  fait  monter  plus  haut,  et  avec 
moins  de  peine  et  moins  de  gioire  nous  nous  trouvons 
au-dessus  d'eux.  C'est  de  là  que  nous  pouvons  découvrir 
des  choses  qu'il  leur  était  impossible  d'apercevoir.  No- 
tre  vue  a  plus  d'étendue  ». 

Pascal,  come  si  vede,  teorizza  la  necessità  del  pro- 
gresso, al  pari  di  Bruno.  Ma  il  progresso  suo  è  esten- 
sivo, e  non  intensivo;  matematico,  non  \ 
propriamente  storico.  Per  Bruno  lo  spirito  si  | 
viene  trasformando  in  rapporto  all'estendersi  della  sua  \ 
conoscenza  ;  e  viceversa,  la  conoscenza  si  viene  esten- 
dendo in  funzione  dell'  incremento  incessante  dello  spi- 
rito. Che  è  il  vero  e  concreto  concetto  del  progresso.  Al 
Pascal  sfugge  questo  lato  più  profondo.  La  dignità  della 
ragione  umana,  e  la  sua  superiorità  sull'  istinto  che 
«  demeure  toujours  dans  un  état  égal  »,  consiste  ap- 
punto cen  ce  que  les  effets  du  raisonnement  augmen- 
tent  sans  cesse  ».  Soltanto  gU  effetti  !  La  scienza  istin- 
tiva degli  animali  non  progredisce  perchè,  acquistata 
sotto  la  pressura  del  bisogno,  è  co'i  fragile  che  si  perde 
insieme  col  bisogno  che  1*  ha  fatta  nascere.  Gli  animali 
la  ricevono  a  volta  a  volta  dalla  natura  e  non  la  conser- 
vano ;  onde  non  aggiungono  mai  il  nuovo  al  vecchio  ; 
perchè  non  hanno  mai  un  vecchio  possesso.  La  natura 


—  io6  — 

non  concede  mai  loro  nulla  di  meno,  affinchè  non  peri- 
scano; ma  non  concede  loro  neppure  nulla  di  più  «de  peur 
qu'ils  ne  passent  les  limites  qu'elles  leur  a  prescrites  ». 
L'uomo  invece  è  nato  per  superare  ogni  limite:  n'est 
produit  que  pour  Vinfinité.  Grande   pensiero,  che  però 
da  Pascal  è  guardato  da  una  sola  faccia,  come  conveniva 
alla  sua  filosofia,  orientata  in  modo  cosi  radicalmente 
diverso  da  quella  di  Bruno,  che  diceva  anche  lui  poco 
innanzi  al  passo  qui  studiato  d'esser  «  promosso  a  scuo- 
prire  l' infinito  effetto  dell'  infinita  causa,  il  vero  e  vivo 
vestigio    de  l' infinito  vigore  ».  Per  Bruno    questo    in- 
finito è  interno  a  noi,  ed  è  noi  stesso.  Per  Pascal  è  fuori 
di  noi  ad  appartiene  all'oggetto  ,  e  solo  all'oggetto  della 
conoscenza  :  infinito  matematico,  astratto.  L'unilatera- 
lità del  suo  progresso  è  evidente  in  questa  bella  pagina, 
onde  egli  spiega  l'infinità,  per  cui  l'uomo  è  prodotto  : 
«  H  est  dans  l'ignorance  au  premier  àge  de  sa  vie  ;  mais 
il  s' instruit  sans  cesse  dans  son  progrès  :  car  il  tire 
avantage  seulement  de  sa  propre  expérience,  mais  en- 
core  de  celle  des  ses  prédécesseurs  ;  parce  qu'il  garde 
toujours  dans  sa  mémoire  les  connaissances  qu'il  s'est 
une  fois  acquises,  et  que  celles  des  an^iens  lui  sont 
toujours  présentes  dans  les  livres  qu'ils  en  sont    lais- 
sés.  Et  comme  il  conserve  ces  connaissances,  il    peut 
aussi  les    augmenter    facilement  ;  de  sort  que  les 
hommes   sont   aujourd'hui  en   quelque   sorte    dans   le 
meme  état  où  se  trouveraient  ces  angiens  philosophes, 
s'ils  pouvaient  avoir  vieilli  jusques  à  présent,  en  a  i  o  u- 
t  a  n  t    aux  connaissances  qu'il  avaient  celles  que  leurs 
études  auraient  pu  leur  acquérir  à  la  faveur  de  tant  de 
siècles.  De  là  vient  que,  par  une  prerogative  particulière, 
non  seulement  chacun  des  hommes  s'avance  de  jour 
en  jour  dans  les  sciences,  mais  que  tous  les  hommes 
ensemble  y  font  un  continuel  progrès  à  mesure  que 
l'uni  ver  s  vieillit,  parce  que  la  meme  chose  arri  ve  dans 
la    succession   des   hommes,   que  dans   les   àges  diffé- 
rents  d'un  particulier.  De  sorte  que  tout  la  suite   des 


—  107  — 

hommes,  pendant  le  cours  de  tant  de  siècles,  doit 
ètre  considerée  comme  un  meme  homme  qui  *)  sub- 
siste  toujours  et  qui  apprend  continuelk  ment  :  d'où 
l'on  voit  avec  combien  d'injustice  nous  respectons  l'an- 
tiquité  dans  ses  philosophes  ;  car,  comme  la  vieillesse 
est  Tàge  le  plus  distant  de  l'enfance,  qui  ne  voit  que  la 
vieillesse,  dans  cet  homme  uni  versoi,  ne  doit  pas  etre 
cherchée  dans  les  temps  proches  de  sa  naissance,  mais 
dans  ceux  qui  en  sout  les  plus  éloignée  ?  Ceux  qui  nous 
appellons  anciens  étaient  vératablement  nouveaux  en 
toutes  choses,  et  formaient  l'enfance  des  hommes  pro- 
prement  ;  et  comme  nous  avons  j  o  i  n  t  à  leurs  con- 
naissances  l'expérience  des  siècles  qui  les  ont  suivis,  c'est 
en  nous  que  l'on  peut  trouvcr  cette  antiquité  que  nous 
révérons  dans  les  autres  »  *). 

n  Pascal  stesso,  adunque,  non  vede  altro  progresso 
che  quello  della  quantità  delle  conoscenze;  per  cui  l'uomo 
conserva  le  già  acquistate,  ed  attingendo  nell'infinità 
dello  scibile  può  sempre  aggiungervene  nuove.  Ma  l'uo- 
mo resta  sempre  lo  stesso  uomo,  per  estendere  che  faccia 
la  sfera  del  proprio  sapere.  Questo  sarà  appunto  il  con- 
cetto che  prevarrà  nella  seconda  metà  del  Seicento  nella 
qtierelle;  in  cui,  per  negare  la  superiorità  degli  antichi,  si 
finirà  col  sostenere  che  gli  uomini  in  tutti  i  tempi  sono 
stati  gli  stessi  ;  ossia  col  toglier  di  mezzo  il  progresso. 
Onde  Fontenelle  nei  Dialogues  des  morts  (1683),  se  fa 
negare  da  Montaigne  il  frutto  delle  esperienze  umane, 


•)  Charles  Perrault  nel  Panllèle  des  anciens  et  des 
niodernes  (1688-97)  ^^'"à  '•  «  Le  genre  humain  doit  étre  consi- 
déré  comme  un  seul  homme  éternel,  en  sorte  que  la  vie  de 
l'humanité,  comme  la  vie  de  l'homme,  a  son  enfance  et  sa 
jeunesse  ;  qu'elle  a  actueilement  sa  virili  té,  mais  qu'elle  n'aura 
pas  de  déclin  et  que  cette  loi  d'un  incessant  progrès  est  vraie 
et  d«^monsti*able  non  seulcment  pour  les  sciences  exactes  et 
d'observation,  et  pour  l'industrie  ou  la  politique,  mais  meme 
pour  la  morale  ou  par  l'art  »  (in  Guyau,  op.  cit.,  pag.   207). 

*)  Nell'ed.   Guyau  cit.,  pagg.   49-61. 


__  io8  — 

perchè  gli  uomini  «  sont  faits  comme  le  oiseaux,  qui 
se  laissent  toujours  prendre  dans  les  memes  filets  où 
Von  a  dejà  pris  cent  mille  oiseaux  de  leur  espèce,  il  n'y 
a  personne  qui  n'entre  tout  neuf  dans  la  vie,  et  les  sot- 
tises  des  pères  sont  perdues  pour  les  enfants  »  ;  da 
Socrate  fa  difendere  la  tesi,  che  «les  habits  changent; 
mais  ce  n*est  pas  à  dire  que  la  figure  des  corps  change 
aussi.  La  poli  tesse  ou  la  grossièreté,  la  science  ou  Tigno- 
rance,  le  plus  ou  le  moins  d'une  certaine  naiveté,  le 
genie  sérieux  ou  badin,  ce  ne  sont  là  que  le  dehors 
de  l'homme,  et  tout  cela  change  :  mais  le  coeur  ne  change 
point,  et  tout  l'homme  est  dans  le  coeur  »^). 

Tale  fu  il  concetto  astratto  della  natura  umana,  cioè 
dello  spirito,  prevalso  nel  secolo  antistorico  per  antono- 
masia, il  xviii;ed  era  stato  il  concetto  del  nostro  Cinque- 
cento, quando  i  comici  copiavano  Plauto  e  Terenzio,  col 
pretesto  che  nil  sub  novi,  come  ripeteva  il  Ruzzante,  e 
che  «il  mondo»,  come  diceva  Lorenzino  de' Medici  nel 
prologo  dell' Aridosia,  «  è  stato  sempre  a  un  modo  »  ;  o. 


*}  Lo  stesso  FoNTENELLE  nella  Digression  sur  les  anciens 
et  les  modernes  (unita  alle  sue  Eglognes,  1688)  scriverà  :  «  Un 
bon  esprit  cultivé  est,  pour  ainsi  dire,  compose  de  tous  les 
esprits  des  siècles  précédentes  :  ce  n'est  qu'un  méme  esprit , 
qui  s'est  cultivé  pendant  tout  ce  temps-là.  Ainsi,  cet  homme, 
qui  a  veQu  depuis  le  commencement  du  monde  jusqu'à  pré- 
sent,  a  eu  son  enfance,  etc.  ».  Dove  par  di  riudire  la  parola 
di  Pascal.  Ma  il  frammento  di  Pascal  non  era  allora  pub- 
blicato (edito  per  la  prima  volta  dal  Bossut  nel  1779  col 
titolo  De  V autorità  en  matière  de  philosaphie)  quantunque  si 
possa  sospettare  che  il  Fontenelle  l'avesse  potuto  vedere  ma- 
noscritto. I  commentatori  di  Pascal  citano  S.  Agostino,  De 
civ.  Dei,  X,  14,  dove  pure  l'umanità  è  paragonata  a  un  solo 
uomo  che  si  sviluppa  attraverso  le  sue  varie  età  :  (  Sicut  autem 
unius  hominis,  ita  immani  generis....  recta  eruditio  per  quosdam 
articulos  temporum  tanquam  aetatum  processit  accessibus  ».  Cfr. 
E.  Havet,  nelle  note  alla  sua  edizione  di  Pascat.,  Pensées,  Pa- 
ris, Delagrave,    1887,   IT,   275, 


—  log  — 

come  teorizzava  quello  spirito  bizzarro  del  Doni  ^), 
«quel  che  si  dice  oggi  è  stato  detto  molte  volte,  perchè 
coloro  che  sono  stati  innanzi  a  noi  hanno  avuto  i  mede- 
simi humori ,  più  et  più  volte  :  per  esser  questa  materia 
dell'homo  d'una  medesima  sostanza,  sapore,  et  ha  ver 
dentro  tutto  quello  in  questi  spiriti,  che  tutti  gli  altri 
spiriti  hanno  avuto  »;  e  come  anche  asseriva  l'autore  dei 
Discorsi  sopra  la  prima  deca  di  T.  Livio,  quando  ripo- 
neva la  «vera  cognizione  delle  istorie  *  nel  <f trarne,  leg- 
gendole, quel  senso  j>  e  nel  «gustare  di  loro  quel  sapore 
che  le  hanno  in  sé  »  :  ossia  quegli  ammaestramenti,  cui 
non  badano  gli  «infiniti  che  leggono,  pighando  piacere 
di  udire  quelle  varietà  deìli  accidenti  che  in  esse  si  con- 
tengono, senza  pensare  altrimenti  d' imitarle,  giudicando 
la  imitazione  non  solo  difficile,  ma  impossibile  :  come  se 
il  cielo,  il  sole,  gli  elementi,  gli  uomini  fossero  variati  di 
moto,  d'ordine  e  di  potenza,  da  quello  che  egli  erano 
anticamente  »  *). 

Bruno,  insomma,  in  tutta  la  Rinascenza,  per  cotesta 
sua  netta  intuizione  della  storicità  dello  spirito,  è  una 
voce  affatto  isolata  ;  e  tale  resta  in  tutta  Europa  fino 
a  G.  B.  Vico  8). 


*)  /   Marmi,   Venezia,  Marcolini,    1552,   I,   53. 

•)  Discorsi,  lib.  I,  introd.  ;  cfr.  Ili,  43.  Si  può  ricordare  an- 
che quest'altro  luogo  ;  «  Io  ho  sentito  dire  che  la  istoria  è  la 
maestra  delle  azioni  nostre,  e  massime  de'  principi  :  e  il  mondo 
fu  sempre  ad  un  modo  abitato  da  uomini  che  hanno  avuto 
sempre  le  medesime  passioni  ;  e  sempre  fu  chi  serve  volentieri, 
e  chi  si  ribella  ed  è  ripreso  >•  {Del  modo  di  trattare  i  popoli  della 
V  aldichiana) . 

*)  Un'eco  citila  Cena  bruniana  è  molto  probabilmente  il 
seguente  passo  del  cosentino  Tommaso  Cornelio  (161^^-1684) 
ne!  dialogo  proemiale  ai  suoi  Progyninasmaia  physica  (del 
quale  Giordano  Bruno  è  uno  degli  interlocutori)  :  «  Nec  me 
porro  gravi  US  iratum....  putes,  quod  abs  te  fuerim  subcontu- 
meliose reprehensus.  Do  hoc  ardori  studioque  tuo  eiga  bar- 
bnto«?    illos    veteres,    quorum   nomina,    memoriamqne   auguste 


—  no  — 

et  sancte  veneraris.  Sed  vide  interea  ne  nimium  fallare,  duni 
sapietitiam  illam  authoritatemque,  quam  in  aetibus  habet  se- 
nectus,  antiquitati  deferendam  arbitraris.  Num  tibi  illud  exci- 
dit,  quod  paulo  ante  dixeras,  consenuisse  jam  mundum  atque 
adeo  ipsius  grandaevitatem  senectutemque  nostro  potius  sae- 
culo,  quam  priscis  temporibus  esse  tribuendam  ?  At  vero 
quemadmodum  senes  et  rerum  cognitione  et  maturi- 
tate  iudicii,  natu  minoribus  saepe  numero  praestant, 
quia  nimirum  plura  illis  experiri  et  usu  cognoscere  medita- 
rique  licuit,  ita  nostra  haec  aetas,  utpote  antegressis  gran- 
dior  et  per  multa  experientiarura  varie  tate  cumulatior,  plurima 
comporta  habet  atque  perspecta,  quae  ab  antiquioribus  igno- 
rabantur.  Ouocirca  quum  non  panca  nos  a  veteribus  vel 
literis  consignata,  vel  per  manus  tradita  et  haereditario  quasi 
jure  transmissa  acceperimus,  rerum  illam  ampliorem  notitiara. 
quae  aetate  provectiores  minoribus  plerumque  praecellunt, 
nobis  non  injuria  vendicabimus.  Ita  profecto  se  res  habet. 
Nihil  piane  inventum  simul  et  perfectum  est.  Rudis  quidem 
fuerat  ac  pene  dixeiim  puerilis  Pythagorae  temporibus  philo- 
sophia,  quae  magnum  deinde  saeculis  sequentibus  nacta  est 
incrementum  ;  et  medicina  sub  Hippocrate  felicissima  ha  - 
buit  incunabula,  postea  vero  una  cum  aetatibus  etiam  atque 
etiam  adolevit  »  :  ediz.  di  Napoli,  i68^  P^-gg-  22-3.  I  Progin- 
nasmi  erano  già  usciti  a  Venezia  nel  16)03,  ®  l^i  prima  volta, 
anche  a  Venezia,  «Typ.  haeredumFrancisci  Babà  »,  nel  1663, 
in-40  :  V.  N.  Toppi,  Bihl.  napoL,  Napoli,  1778,  pag.  296. 


IV. 

IL  CONCETTO  DELL'UOMO 
NEL  RINASCIMENTO 


Dal  Giorn.  star.    d.  lettef.  Hai.  voi.  LXVII,   1916, 
con  aggiunte. 


«  Basterebbe  questa  sola  conquista 
per  imporci  un  obbligo  di  eterna  ri- 
conoscenza verso  gli  uomini  del  Ri- 
nascimento » . 

Burckhardt,  Ciu.  Rinasc.  Hai.,  tr. 
it.,  II.  95. 

La  conquista,  che  il  Burckhardt  ascrive  a  grande 
merito  degli  scrittori  e  degli  uomini  italiani  del  Rina- 
scimento, è  quella  del  concetto,  allora  scoperto,  del 
valore  proprio  dell'uomo  e  della  sua  superiorità  sulla 
natura.  Noto  abbastanza  è  come  tale  concetto  si  sia 
fatto  strada  a  grado  a  grado  nella  coscienza  degli  uomini 
di  quell'età  ;  ma  finora  non  si  è  studiata  la  forma  filo- 
sofica che  assunse  ben  presto,  e  con  cui  vigorosamente 
si  spiegò  nelle  menti  dei  maggiori  pensatori. 

Il  problema  filosofico  concerne,  da  una  parte,  la 
posizione  dell'uomo  di  fronte  a  Dio  inteso  come  prin- 
cipio trascendente  della  realtà  ;  e  riceve  nel  Rinasci- 
mento una  soluzione  naturalistica,  poiché  si  assegna 
alla  vita  umana  un  fine  immanente.  Ma,  dall'altra, 
riguarda  la  posizione  dell'iiomo  di  fronte  alla  natura, 
con  la  quale  egli  era  dalla  filosofia  antica  mescolato  e 
confuso  ;  e  riceve  per  questo  rispetto  una  soluzione  op- 
posta alla  prima;  una  soluzione ,  che  rivendica  l'auto- 
nomia dell'uomo  di  fronte  alla  natura  inferiore,  ricolle- 
gandolo alla  divinità  trascendente.  Onde  per  un  verso 
si  nega,  ma  per  l'altro  si  è  condotti  a  riaffermare  V  im- 
mortalità. E  si  hanno  due  diversi  e  talvolta  opposti  in- 

d  —  Giordano  Bruno  r  il  ptmiero  d*l  Rinatttmenjl» 


—  114  — 

dirizzi  di  filosofare  ;  i  quali  pure  concorrono  nella  spe- 
culazione di  Tommaso  Campanella,  che  ben  si  può  con- 
siderare come  il  frutto  più  maturo  del  Rinascimento 
italiano. 


Uno  dei  più  notevoli  sonetti  del  Campanella,  in- 
nanzi ai  quali  lo  studioso  della  storia  del  pensiero  si 
ferma  colpito  da  lampi  di  intuizioni  profonde,  è  quello 
segnato  col  n.  34  della  Scelta,  pubblicata  da  Tobia 
Adami  nel  1622,  e  quindi  scritto  anteriormente,  come 
io  credo,  al  1607  *).  È  intitolato  :  Che  la  malizia  in 
questa  vita  e  nell'altra  ancora  è  danno,  e  che  la  bontà  bea 
qua  e  là  :  composto  perciò  per  esprimere  il  concetto 
che  non  occorre  postulare  una  vita  oltremondana  per 
assicurare  il  premio  alla  virtù  e  il  castigo  alla  colpa,  e 
a  combattere  implicitamente  la  vecchia  teodicea  che 
ricava  una  prova  dell'  immortalità  dell'anima  dal  con- 
cetto dell'assoluta  giustizia  di  Dio.  Il  sonetto  dice  : 

Seco  ogni  colpa  è  doglia,  e  trae  la  pena 
nella  mente  o  nel  corpo  o  nella  fama  : 
se  non  repente,  a  farsi  pian  pian  mena 
la  robba,  il  sangue  o  l'amicizia  grama. 

Se  contra  voglia  seco  ella  non  pena, 
vera  colpa  non  fu  :  e  se  '1  tormento  ama, 
eh'  è  amaro  a  Cecca  e  dolce  a  Maddalena, 
per  far  giustizia  in  sé,  virtù  si  chiama. 

La  coscienza  d'una  bontà  vera 
basta  a.  far  l'uom  beato  ;  ed  infelice 
la  fìnta  ed  ignorante,  ancor  ch'altèra. 

Ciò  Simon  Piero  al  mago  Simon  dice, 
quando  volessim  dir  che  l'alma  péra, 
ch'altre  pur  vite  e  sorti  a  se  predice. 


*)  V.  Poesie,    ed    Gentile,    Bari,    Laterza,  T015,    pag.  83 
e  per  la  cronologia  la  mia  Nota  ivi,  pag.  293. 


—  115  — 

Il  Campanella  è  convinto,  come  risulta  dalle  stesse 
poesie  e  da  tutti  i  suoi  scritti,  che  l'anima  infatti  predica 
a  sé  altra  vita  oltre  a  questa,  in  cui  pare  che  soffra  il 
giusto  e  r  ingiusto  goda  ;  un'altra  vita,  in  cui  le  parti 
s'invertiranno,  come  tutti  i  teologi  e  molti  filosofi  di- 
cono. Ma  nel  suo  naturalismo,  in  cui  la  natura  tutta, 
compreso  l'uomo,  si  spiega  «  iuxta  propria  principia  », 
senza  che  si  ricorra  a  una  realtà  trascendente,  crede 
che  la  giustizia  s'adempia  già  perfettamente  in  questa 
vita,  e  il  castigo  sia  immanente  alla  colpa  stessa,  come 
il  premio  alla  virtìì  ;o,  come  oggi  si  direbbe,  che  il  valore 
è  nella  stessa  volontà  che  lo  realizza  ;  o  ancora,  come 
diceva  Kant  (che  pure  continua  anche  lui  a  desumere  dal 
concetto  della  giustizia  la  fede  nell'  immortalità  dell'a- 
nima), che  il  bene  supremo  risieda  appunto  nella  buona 
volontà.  Seco  ogni  colpa  è  doglia,  e  le 
pene  che  essa  trae  con  sé,  naturalmente,  nell'anima  e 
nel  corpo,  nelle  sostanze,  nella  famiglia,  e  anche  nelle 
amicizie,  sono  conseguenze  della  stessa  natura  della 
colpa  ;  che  porta  seco  la  coscienza  di  sé,  e  quindi  il 
rimorso,  il  penar  seco.  E  qui  s'arresta  il  ciclo 
della  colpa.  Che  se  il  rimorso  genera  la  contrizione,  il 
tormento  dolce  alla  penitente  Maddalena,  «remittun- 
«tur  ei  peccata  multa,  quoniam  dilexit  multum»*): 
allora,  dice  il  Campanella  non  è  più  colpa,  ma  virtù  : 
allora  la  volontà,  quella  stessa  della  colpa,  fa  giusti- 
zia in  sé.  Che  è  il  ciclo  della  redenzione.  Man- 
cando la  coscienza  del  male,  il  male  non  e'  é  ;  ma  e'  è 
la  miseria  del  male,  giacché  infelice  è  chi  si  stimi  buono 
ignorando  che  sia  bontà  vera,  come  infehce  ehi  finge 
d'esser  buono  :  mancando  all'uno  e  all'altro  quella 
bontà,  nel  cui  possesso  o  nella  cui  coscienza  consiste  la 
beatitudine.  Concetti,  che  il  Campanella  svolge  anche 


')  Lue,  7,  /17. 


—  ii6  — 

nella  Philosophia  realis  ^),  dove  insiste  sulla  tesi  che 
«  naturalis  est  punitio  culpae  »,  perchè  ogni  vizio  è  una 
violazione  delle  leggi  di  natura,  ed  è  punito  nelle  sue 
conseguenze  dalla  stessa  natura,  che  non  può  esser  vio- 
lata.- 

«  In  questo  modo»,  è  stato  detto  ^),  «il  Campa- 
nella precedeva  i  moderni,  e  specialmente  lo  Spencer 
(benché  non  trasmodi  al  pari  di  costui,  mantenendosi 
egh  nei  giusti  Hmiti),  che  riguarda  le  reazioni  naturali 
come  Funico  mezzo  di  disciplina  morale  ».  Ma  tra  lo 
Spencer  e  il  Campanella  e'  è  una  gran  differenza,  che 
torna  tutta  a  vantaggio  del  secondo  :  che  per  lo  Spencer 
la  reazione  della  natura  è  una  semplice  reazione  mec- 
canica, alla  quale  non  è  necessaria  la  coscienza  del  male  ; 
laddove  pel  Campanella  senza  dissidio  interno  non  e'  è 
colpa  :  ossia  per  l'uno  il  male  è  un  puro  fatto  o  feno- 
meno naturale,  laddove  per  l'altro  è  sì  anche  un  fatto 
naturale,  poiché  si  oppone  alle  leggi  della  natura,  ma  si 
realizza  nella  volontà,  e  qui  attinge  il  suo  valore  e  la 
possibilità  del  proprio  superamento.  Se  contra 
voglia  seco  ella  non  pena,  vera  colpa 
non  fu!  Anche  nella  teoria  della  conoscenza  il  filo- 
sofo italiano  può  parere  un  puro  sensualista,  della  stessa 
risma  dello  Spencer  :  ma  il  senso,  a  cui  egli  riduce  ogni 
forma  del  conoscere,  non  è  pura  passività,  ma,  com'è 
stato  notato,  percezione  della  passività  ;  ossia  intel- 
letto e  senso  in  uno.  Sicché  il  suo  sensualismo,  attenta- 
mente considerato,  si  rivela  piuttosto  uno  schietto 
idealismo. 

n  concetto  piuttosto  dell'  immanente  valore  della 
volontà  anticipa,  senza  dubbio,  una  delle  più  salde  e 
fondamentali  dottrine  del  kantismo.   Ma  negli  ultimi 


^)  Maral.,  e.  XIV,  a.  i  e  2.  Cfr.  il  son.  Modo  di  filoso- 
Jafe,  nelle  Poesie,  pag.  16. 

^)  G.  B.  Cerini,  Gli  scrittori  pedag.  ital.  del  sec.  XVII, 
Torino,  Paravia,  1900,  pag.  160. 


—  117  — 

versi  del  sonetto  è  ricondotto  dall'autore  a  un'auto- 
rità che  toglierebbe  ad  esso  ogni  importanza  storica, 
facendolo  apparire  quasi  una  opinione  antichissima  della 
stessa  Chiesa  cristiana,  e,  secondo  il  Campanella,  del- 
l'Età apostolica,  quantunque  poi  sopraffatta  dalla  più 
diffusa  e  prevalente  dottrina,  che  riconnette  la  giusti- 
zia divina  all'  immortalità  trascendente  dell'uomo.  A 
intendere  l'accenno  dei  w.  12-13  giova  leggere  l'espo- 
sizione che  fa  del  sonetto  lo  stesso  autore  in  questi  ter- 
mini :  «  Notabile  sonetto  per  far  conoscere  che  il  male 
punisce  l'uomo  da  sé  subito  e  che,  quando  non  è  vero 
male,  non  porta  pena  contra  il  volere.  E  che  la  co- 
scienza netta  può  bear  l'uomo.  E  quantunque  l'alma 
fosse  mortale,  è  più  beato  chi  vive  bene  e  puramente 
che  gli  malfattori.  "Questa  sentenza  è  di  san  Piero  in 
san  Clemente  Romano,  dove  risponde  a  Simon  Mago, 
che  dicea  che  con  la  speranza  dell'altra  vita  perdiamo 
la  presente.  E  nell'ultimo  verso  pruova  che  sia  immor- 
tale, perchè  essa  alma  ha  tali  sillogismi  efficaci  a  pro- 
varlo ;   e    trovansi  oltre  le  profezie  e  religione  ». 

Così,  nella  seconda  canzone  della  Salmodia  meta- 
fisica, appartenente  al  periodo  delle  più  dure  sofferenze 
del  povero  prigioniero  chiuso  in  un'orribile  fossa  di 
Castel  sant'Elmo,  dice  a  Dio  : 

Io  con  gli  amici  pur  sempre  ti  scuso 
ch'altro  secolo  in  premio  a  tuo'  riserbi, 
e  che  i  malvagi  in  sé  sieno  infelici 
sempre  affliggendo  gli  animi  superbi 

sdegno,  ignoranza  e  sospetto  rinchiuso  ; 
e  che  di  lor  fortune  traditrici 
traboccan  sempre  al  fine. 

E  nell'esposizione  commenta  :  «  A'  buoni  s'aspetta 
un'altra  vita  in  premio.  E  che  di  più  in  questa  vita 
gli  tristi  sono  più  puniti  in  verità,  che  gli  buoni  inter- 
namente,   bench'e'  non   paia;  come     pur   disse   san 


—  it8  — 

Piero  a  Simon  mago  ecc.»  *).  Nello  stesso  tempo  egli 
componeva  quel  suo  trattato  così  caratteristico  con- 
tro epicurei  e  machiavellisti,  che  diede  nel  1607  mano- 
scritto a  Gaspare  Scioppio,  e  fu  da  costui  intitolato 
Atheismus  triiimphatus  ;  il  trattato  che  contiene  tutta 
la  teodicea  del  Campanella.  Nel  cap.  XVI  egli  vi  ri- 
spondeva «quaestioni  atrocissimae,  vexanti  mentes 
«  hominum,  praecipue  Epicureos  et  Machia vellistas  »  : 
la  domanda  di  Geremia  e  di  altri  profeti  :  «  Quare  via 
«  impiorum  prosperatur  ?  ».  E  la  sua  prima  risposta 
è  quella  ortodossa  :  «  Dico  hoc  contrarium  esse  ei,  qiiod 
credunt.  Quippe  enim  hoc  certum  est  argumentum, 
quod  hominj  conveniat  alia  melior  vita,  ut  bene 
Athenagora  ^)  argumentatur,  et,  post  hanc,  futura  sit 
recompensatio  honorum  et  malorum....  Profecto,  si  tu 
credis  providentiam  et  amorem  Dei  erga  cn  aturas,  hoc 
argumentum  morahter  convincit  quod  nimirum  altera 
sit    vita»^j. 

Dove  ognun  vede  che  il  Campanella  ripete  l'argo- 
mento già  addotto  da  tanti ,  ma  non  gli  attribuisce  nessun 
valore,  poiché  avverte  che  esso  può  creare  una  convin- 
zione morale  in  chi  già  creda  nella  prov\ddenza,  ma  non 


*)  Poesie,  pag.  126. 

2)  Cfr.  il  suo  scritto  De  yesurrectione  cadaverurii  ;  che  il 
Campanella  per  altro  potè  leggere  così  trad.  dal  Ficino  (Opera, 
Basilea,  1561,  t.  II,  pag.  1872)  :  «  Pro  videntia....  prò  vidi  t  ergo 
«  composito  quoque  iudicium  dispensaturum  iuste,  com.mune 
((  praemium  vel  supplì  cium  prò  actionibus  passioni  busque  ani- 
«  mae  corporique  communi  bus.  Iudicium  vero  eiusmodi  in 
«  vita  praesenti  minus  impletur,  ubi  impii  quidem  plerumque 
«fortunati  sunt,  pii  vero  insti que  frequenter  infortunati.... 
((  Nisi  enim  praemia  manerent  vitae  sequentis,  providentia 
<(  iustitiaque  divina  traherentur  in  dubium.  Homo  quin  etiam 
«  brutis  loret  miserabilior,  qui,  religionis  et  iustitiae  gratia, 
«  corporeis,  se  privat  oblectamentis  et  incommoda  subit  in- 
«  numera.  Ipsaque  virtus,  religio,  leges  deliramenta  forent  atque 
«  de  tri  menta  ». 

^)  Parisiis,   Du   Bray,    1636,   pag,   222. 


—  119  — 

vale  per  gli  epicurei  che  anche  questa  provvidenza 
negano.  Quindi  tutta  la  forza  della  sua  polemica 
si  restringe  alla  icrie  degli  argomenti  ai  quali  passa 
subito,  desunti  da  considerazioni  meramente  naturali, 
o  meglio  naturalistiche.  Basti  la  prima,  che  è  questa  : 
«Insuper  assero,  quod  etiam  si  ha.ec, 
non  credi  s,  bonum  vrìt  operari  boni  mi  sccun- 
dum  naturam.  Operari  enim  secundum  naturam  cui- 
libet  sano  iucundum  est,  dicunt  physiologi.  Ergo 
pravi  homines  operantur  malum  contra  naturam  et 
regulas  eius  ;  ergo  semper  moesti  sunt.  Gaudi um  au- 
tem  apparens  est  falsumque,  quod  subito  pc^rditur, 
sicut  gaudi  um  aegroti  bibentis  aquam  contra  legem 
medici  magna  cum  voluptate  ;  sed  statim  affert  mor- 
tem  ;  et  voluptas  falsa  fuit.  Plus  capit  voluptatis  qui 
in  fame  manducat  panem  caseumque,  prout  natura 
statuit,  quam  qui  sine  fame  vitulum  saginatum.  Hoc 
nec  Epicurus  negat  :  ergo  si  famem  expectes,  non  es 
minor  rege  in  cibo  potuque  ». 

Ma  più  ci  interessa  qui  la  conclusione  dove  si  av- 
verte che  «  Petrus  Apostolus  hoc  arcanum  docuit  contra 
V  Simonem  Magum,  quod,  etsi  alia  non  superesset  vita, 
«  coscitntia  rtcìa  in  hac  beatum  facit  hominem  magis, 
«  quam  quaecunque  fortuna  laeta  incredulorum.  Ecce 
«  ergo  quia  boni  sunt  beati  undequaque.  Et  quidem  qui 
«  non  statuit  vitae  probitatem  experimcnto  proprio 
«agnoscere,  hanc  philosophiam  unquam  agnoscet.  Et 
«ego  testis  sum,  qui  de  omni  viventi  modo  examen  feci. 
«  Scio  etiam  caros  mihi  puntate  conscientiac  ac  vitae 
«  probitate  longe  magii-  gaudere,  quam  quibuscumque 
«deliciis  »*). 

La  discussione  di  san  Pietro  e  Simon  Mago  intorno 
all'immortalità  dell'anima,  a  cui  s'allude  ripetutamente 
dal    Campanella,    è   nelle    Pseudo-clementine    Ricogni- 


^)  Ath.  tv.,   pag.   225. 


T~  120   — 

zioni,  scritte,  a  quel  che  pare,  al  principio  del  sec.  Ili, 
e  che  il  Campanella  doveva  aver  lette  prima  dell'ini- 
zio della  sua  ventisettenne  prigionia,  e  citava  a  memoria 
scrivendo  le  Poesie  e  VAtheismtis.  E  benché  egli  po- 
tes>.e  a  ragione  vantare  una  portentosa  memoria,  questa 
volta  bisogna  pur  dire  che  questa  gli  sia  fallita.  Ivi  in- 
fatti san  Pietro  dice  a  Simon  Mago  che  è  segno  della 
bontà  divina  dare  il  suo  sole  e  la  sua  pioggia  egualmente 
ai  giusti  e  agi'  ingiusti  ;  ma  aggiunge  ;.ubito  :  «  Sed 
a  hoc  videretur  iniustum,  si  bonos  malosque  acquali  sem- 
«  per  sorte  censeret,  et  ni  si  frugum  causa  hoc  faceret, 
«  quibus  perfrui  aequaliter  omnes,  qui  in  hoc  mundo  nati 
«  sunt,  conveniret  ».  Se  non  che,  egli  osserva,  a  quel 
modo  che  la  pioggia  mandata  da  Dio  nutre  del  pari 
le  biade  e  il  loglio,  e  poi,  al  tempo  della  raccolta,  le 
granaglie  vengono  conservate,  e  la  paglia  e  il  logHo 
bruciati,  così  nel  di  del  giudizio  i  giusti  entreranno  nel 
regno  di  Dio  e  gì'  ingiusti  verranno  reietti,  e  allora  alla 
bontà  succederà  la  giustizia  di  Dio.  Per  san  Pietro  non 
jji  può  negare  che  «si  aequaUs  permaneret  perpetuo  ma- 
«lis  et  bonir,  iam  hoc  non  solum  bonum  non  esset,  sed 
«  et  iniustum  atque  iniquum  videretur  »,  perchè  non  ci 
sarebbe  più  differenza  di  merito  dal  giusto  all'  ingiusto. 
Al  che  Simon  Mago  naturalmente  oppone  :  «Unum  est, 
«de  quo  mihi  vehm  satisfìeri,  num  immortalis  sit 
«  anima  :  non  enim  possum  onus  subin  iustitiae,  nisi 
«  prius  de  immortalitate  animae  sciam,  quae  utique  si 
«immortalis  non  est,  nec  preadicationis  tuae  poterit 
«  stare  professio  ».  Ma  di  ciò  non  può  contentarlo  Pietro, 
che  soltanto  dalla  giustizia  di  Dio  crede  si  possa  de- 
durre r  immortalità  dell'anima  ;  e  poiché  Simone  in- 
siste nel  chiedere  che  si  metta  da  parte  la  questione 
della  divina  giustizia,  che  egli  non  può  concedere  se 
prima  non  gli  si  provi  quella  vita  immortale  in  cui  essa 
si  compirebbe,  Pietro  infine  gli  dichiara  apertamente  : 
«  Audi.  NonnuUi  hominum  blasphemantes  Deum  et 
«  omnem  vitam  suam  iniustitiae   voluptate   ducentes, 


—  121  — 

«in  lectulis  suis  defuncti  sunt  consecuti  finem  vitae 
«  intcr  suos  et  honorabilem  sepulturam  ;  alii  vero, 
a  Deum  colentes  et  cum  omni  iustitia  et  sobrietate  vi- 
«tam  suam  in  parsimonia  conservantes  prò  iustitiae 
«  observantia,  in  desertis  interiere,  ita  ut  ne  sepultura 
«quidem  haberentur  digni.  Ubi  est  ergo  iustitia  Dei,  si 
«anima  immortalis  non  est,  quae  vel,  si  impie  egerit, 
«poenas  in  futuro,  vel,  si  pie  et  iuste,  praemia  conse- 
«  quatur  ?  ».  E  a  questa  dichiarazione  segue  uno  strin- 
gente dialogo  in  cui  Simon "^  dice:«  Hoc  utique  est  quod 
«  nos  incredulos  facit,  quia  multi  bene  agentes  male  pe- 
«  reunt  ;  et  rursum,  multi  impie  agentes  longi  temporis 
«  cum  beatitudine  vitam  finiunt.  —  Et  Petrus  :  Hoc 
«ipsum,  inquit,  quod  te  ad  incredulitatem  trahit,  no- 
«bis  certam  fìdem  facit,  quia  iudicium  erit.  Etenim 
«cum  certum  sit  Deum  iustum  esse,  necessarium  et 
«  consequens  est  aliud  esse  seculum,  in  quo  unusquisque 
«prò  mentis  recipiens  iustitiam  Dei  probet.  Quod  si 
«nunc  omnes  homines  prò  meritis  suis  reciperent,  vere 
«  nos  falle  re  videbamur  dicentes  futurum  esse  iudicium  : 
«et  ideo  hoc  ipsum,  quod  in  praesenti  vita  non  reddi- 
«tur  unicuique  prò  actibus  suis,  fidem  indubitabilem 
«facit  scientibus  Deum  esse  iustum,  quia  iudicium  erit. 
«  —  Et  Simon  :  Cur  ergo  mihi  non  persuadetur  ?  — 
«  Petrus  ait  :  Quia  verum  prophetam  non  audisti,  di- 
«centem  (Matth.  6)  :  Quaerite  primo  iustitiam  eius, 
«  et  haec  onmia  adponentur  vobis.  —  Et  Simon  :  In- 
«dulge,  inquit,  mihi,  nolenti  primo  iustitiam  quaerere, 
«antequam  sciam' an  immortalis  sit  anima.  —  Et  Pe- 
«tru3  :  Et  tu  mihi  hoc  unum  indulge,  quod  non  possim 
«  facere  aliter,  quam  me  Propheta  veritatis  edocuit.  — 
«  Tum  Simon  :  Certum  est,  inquit,  non  posse  te  adserere, 
«  quod  immortalis  sit  anima  ;  et  hoc  cavillaris,  sciens, 
«quod  si  mortalis  probetur,  radicitus  convellatur  reli- 
«  gionis  istius,  quam  conaris  adserere,  tota  professio  : 
«et  ideo  laudo  quidem  prudentiam  tuam,  non  tamen 
«  probo    persuasionem  :    multis   enim  persuades  susci- 


—   122   —   • 

«  pere  religionem  et  libidinis  subire  continentiam  sub 
«  spe  futurorum  bonorum,  quibus  evenit  ut  neque  prae- 
«sentibus  perfruantur  et  decipiantur  futuris.  Simul 
«enim  ut  mortuis  fuerint,  etiam  anima  pariter  extin- 
«guetur  »  *). 

La  conclusione  è  quella  che  doveva  essere  :  contro 
Simone  «  principia  negantem  »  Pietro  non  ha  modo  di 
dimostrare  né  la  giustizia  divina,  né  l'umana  immor- 
talità ;  e  finisce  con  lo  sdegnarsi  contro  la  sfrontatezza 
dell'ateo.  Nessun  accenno,  come  si  vede,  all'ardita  tesi 
immanentistica  che  il  Campanella  credeva  di  avere 
incontrata  in  quella  discussione.  Anzi  per  lo  scrittore 
delle  Ricognizioni  non  e'  è  giustizia  senza  un'altra  vita  ; 
che  é  la  recisa  negazione  della  tesi  svolta  dal  Campa- 
nella nel  suo  sonetto. 

Come  la  memoria  del  filosofo  calabrese  potesse  in 
questo  caso  ingannarsi  non  é  diffìcile  intendere  ;  e  sa- 
rebbe inutile  spendervi  attorno  parole.  Certo  egli  me- 
scolava al  ricordo  di  quella  vivace  discussione  tra  san 
Pietro  e  Simon  Mago,  che  avevagli  dovuto  fare  molta 
impressione,  il  ricordo  d'altre  letture  relative  allo  stesso 
argomento  :  letture  bensì  di  scrittori  molto  recenti, 
poiché  r  idea  d'una  giustizia  immanente  nello  stesso 
mondo  dell'esperienza  suppone  la  negazione  o  il  dubbio 
intorno  al  mondo  che  trascende  l'esperienza,  e  insomma 
quella  critica  del  concetto  dell'  immortalità  dell'anima,, 
che  è  propria  del  Rinascimento. 

Ancora  nella  Theologia  platonica  di  Marsilio  Ficino, 
composta  tra  il  1469  e  il  'yy,  la  felicità  umana  importa 
la  vita  oltremondana,  e  le  prime  parole  dell'opera  sono 
queste  :  «  Cum  genus  humanum,  propter  inquietudinem 
«animi  imbecillitatemque  corporiset  rerum  omnium  indi- 


*)  D.  Clementis  Recognitionum  libri  tres,  Rufino  To- 
RANO  Aquileiense  interprete,  in  Clementina  hoc  est  B.  Clem. 
Romani,  Opera,  Coloniae  Agripp.,  1569,  pagg.  56-7  (cito  un* 
edizione  che  potè  essere  usata  dal  C.). 


—  123  — 

«gentiam,  duriortm  quam  bestiae  vitam  agat  in  terris, 
«  Fi  terminum  vivendi  natura  illi  eundem  penitus  atque 
«ceteris  animantibus  tribuisset,  nullum  animai  esset 
«infelicius  homine.  Quoniam  vero  fieri  nequit,  ut  homo, 
«qui  Dei  cultu  propius  cunctis  mortalibus  accedit  ad 
n  Deum  beatitudinis  authorem,  omnino  sit  omnium 
<n  infelicissimus  ;  solum  autem  post  mortem  corperis 
«  beatior  effici  potest  ;  necessarium  esse  videtur  animis 
«  nostris  ab  hoc  carcere  discedentibus  lucem  aHquam 
«superesse  »  *). 

Così,  quando  nel  15 16,  nel  suo  De  immortalitate 
animae,  Pietro  Pomponazzi  con  quelle  stesse  armi  della 
filosofia  aristotelica  che  erano  state  per  tanti  secoli 
adoperate  a  difesa  dei  dommi  cristiani,  ebbe  impugnato 
r  immortalità  dell'anima,  si  trovò  subito  innanzi  all'ob- 
biezione, che  allora  o  non  e'  è  un  Dio  a  reggere  il  mondo, 
o  (ciò  che  è  assurdo)  egli  è  iniquo.  E  il  Pomponazzi,  ispi- 
randosi forse  allo  stoicismo,  ma  sopra  tutto  alla  logica 
inmianentistica  e  originale  del  suo  pensiero,  rispose  : 
«  Neutrum  sequi  ».  Nessun  male  rimane  essenzialmente 
impunito,  nessun  bene   irrimunerato*).  V'ha  un  dop- 


M  FiciNO,   Theol.    PlaL,    1,    i,    in    Opera,    t.    I,    pag.   75. 

'^)  11  Fiorentino,  Il  Risorg.  filos.  nel  Quattrocento,  Napoli, 
1885,  pag.  2x8,  attribuisce  al  Fontano  ir  merito  di  avere  nel 
suo  trattato  De  prudentia  (1496)  concepito  «  la  virtù  come 
<(  fine  a  se  stessa  e  da  ricercare  per  sé,  non  per  altro  fine.  Il 
«  che  lo  distingue  non  solo  da  Aristotele,  ma  dai  suoi  prede- 
«  cessori,  dal  Valla  e  dal  Filelfo,  i  quali  si  orano  accostati 
«più  ad  Epicuro».  E  cita  alcune  frasi  tolte  dal  cap.  11  del 
lib.  II.  Sicché  il  Fontano  avrebbe  anticipato  di  venti  anni 
l'affermazione  del  Pomponazzi,  che  il  premio  della  viitù  non 
può  essere  se  non  la  virtù  stessa.  Ma  basta  leggere  quelle 
frasi  nel  contesto  e  accostarle  a  quello  che  si  dice  nel  capi- 
tolo seguente  dello  stesso  libro,  per  vedere  che  la  virtù  è  con- 
cepita da  lui  come  fine  a  se  stessa  nello  stesso  .senso  dell'aù- 
làpxsta  aristotelica,  ed  egli  non  sorpassa  menomanente  il 
punto  di  vista  eudemonistico  di  Aristotele.  Vedi  i  due  luoghi 
riferiti    neW Appendice,    I. 

Fel  concetto  stoico  della  virtù  premio  a  se  stessa  Seneca, 


—  124  — 

pio  modo  d' intendere  la  pena  e  il  premio  :  un  modo, 
per  cui  la  pena  o  il  premio  è  essenziale  ed  inseparabile  ; 
e  un  altro,  per  cui  invece,  essa  è  accidentale  e  quindi 
separabile  :  «  Praemiumessentiale  virtutis  est  ipsamet  vir- 
«  tus,  quae  hominem  felicem  facit.Nihilenim  maius  natura 
«  humana  habere  potest  ipsa  virtute,  quandoquidem  ipsa 
asola  hominem  securumfacit  etremotum  ab  omni  per- 
«  turbatione.  Omnia  namque  in  studioso  consonant  :  nihil 
«  timens,  nihil  sperans,  sed  in  prosperis  et  adversis  imi- 
{(  formiter  se  habens,  sicut  dicitur  in  fine  I  (cap.  90) 
«  Ethicorum.  Et  Plato  in  Critone  dixit  :  *  Viro  bono  ncque 
«defuncto  potest  aUquod  malum  contingere'.  At  oppo- 
<(  sito  modo  de  vitio  :  poena  namque  vitiosi  est  ipsum 
«  vitium,  quo  nihil  miserius,  nihil  infelicius  esse  potest. 
«  Quam  autem  perversa  sit  vita  vitiosi  et  màxime  fu- 
«gienda  manifestat  Aristoteles  VII  Ethicorum,  ubi 
«  ostendit  quod  vitioso  omnia  dissonant  :  nemini  fidus, 
<(  namque  ipse  sibi  ncque  vigilans  ncque  dormiens  quie- 
<(  scit,  diris  corporis  et  animi  cruciatibus  angustiatur  : 
«  vita  infelicissima.  Adeo  quod  nuUus  sapiens,  quantum- 
«cumque  egenus,  corpore  infirmus,  a  bonis  fortunae 
«destitutus,  eligeret  vitam  tyranni,  vel  alicuius  poten- 
«  tis  vitiosi  malletque  sapiens  in  sua  dispositione  per- 
«  manere.  Itaque  omnis  virtuosus  virtute  sua  et  feh- 
«  citate  praemiatur.  Quare  Aristoteles  ProUematum  XI 
«  problemate,  quo  quaerit  cur  in  certaminibus  *)  ap- 
<(  ponuntur  praemia,  at  non  in  virtutibus  et  scientiis, 


Epy  93;  e  cfr.  RoHDE,  Psyche,  tr.  it.,  II,  318  «.  Claudiano, 
Pan.  Manlio   Theodoro  vv.    i  ss.  : 

Ipsa  quidem  virtus  pretium  sibi,  solaque  late 
Fortunae  secura  nitet,  nec  fascibus  ullis 
Erigitur,  plausuque  petit  clarescere  vulgi  eto. 

e  già  SiLio  Italico,  Pnn.,  XI II,  663  ; 

Ipsa  quidem  virtus  sibimet  pulcherrima  merces. 

Cfr.  Ovidio,  Ex  Pordo,  II,  in,  33. 

*)  Probi.  XXX,  II  :  t^^  jjtèv  xaxà  tò  aò)|i.a  àyor/fas. 


—  125  — 

«dicit  hoc  ideo  contingere,  quoniam  virtus  ipsa  est 
«  praemium.  Nam  cum  praemium  de  beat  esse  praestan- 
«  tius  certamine,  nihilque  prude ntia  potest  esse  parestan- 
«tius,  sibi  ipsi  igitur  praemium  est  *j.  At  contrarium 
«  de  vitio  contingit.  Ideo  nullus  vitiosus  impunitus  relin- 
«  quitur,  quandoquidem  vitium  ipsum  sibi  vitioso  sit 
«  poena  ». 

Il  premio  che  può  mancare  alla  virtù  è  quello  acci- 
dentale ;  e  lo  stesso  dicasi  della  pena  ;  e  soltanto  perciò 
per  rispetto  a  questi  premi  e  pene  accidentali  si  può  dire 
che  non  ogni  bene  è  ricompensato,  e  non  ogni  male  puni- 
to. «Ncque  hoc  inconvenit  »,  trattandosi  di  punti  di  vista, 
come  oggi  si  direbbe,  estranei  alla  natura  intrinseca 
del  bene  e  del  male.  Ma,  nota  il  Pomponazzi,  due  cose 
sono  da  osservare  :  i.®  che  il  premio  essenziale  è  assai 
più  perfetto  dell'accidentale,  come  la  virtù,  p.  e.,  del 
denaro  ;  e  la  pena  della  colpa  è  ben  altra  del  danno, 
con  cui  essa  può  essere  punita  ;  2°  che  il  premio  acci- 
dentale od  estrinseco  non  si  somma  al  pregio  intrinseco 
della  virtù  ;  anzi  lo  scema.  «  Exempli  causa,  si  ah  qui  s 
«virtuose  operatur  sine  spe  praemii,  alter  vero  cum 
«spe  praemii,  actus  secundi  non  ita  virtuosus  habetur 
«  sicut  primi  ».  E  maggiore  quindi  è  il  premio  del  vir- 
tuoso cui  non  tocchi  nessun  premio  accidentale.  E  vi- 
ceversa, il  contrario  può  dirsi  della  pena  :  «  cum  poena 
damni  adiungitur  culpae,  diminuit  culpam  ».  Onde  il 
Pomponazzi  potrà  conchiudere  avvertendo  da  ultimo  : 
«  Quod  studiose  operans,  non  expectans  praemium 
«aliud  a  virtute,  longe  virtuosius  et  magis  ingenue 
«  videtur  operari  quam  ille,  qui  ultra  virtutem  prae- 
«  mium  aliquod  expectat  ;  quique  fugit  vitium  ob  tur- 
«  pitudinem  vitii,  non  proptf  r  timoj-em  poenae  debitae 
«  prò  vitio,  magis  laudandus  videtur  quam  qui   evitat 


•)  'Ext  tk  del  xf/C  àywvia?  xb  àd-Xcv  xpelttov  elvaf  ini  |iàv  yàp 
Tdv  yty^x^n'Mb'é  àtìXr^Jiàxwv  xò  dQAov  oiptxtóxtpov  xal  pàyTiov  x:^  àyto- 
vioc  00910?  ti  xi  av  à{>Xov  péXttov  Yévoixo. 


—   126   — 

«  vitium  propter  timorem  poenae.  Quare  perfectius 
«asserentes  animam  mortalem  meliiis  videntur  salvare 
«rationem  virtutis  quam  asserentes  ipsam  immorta- 
«lem.  Spes  namque  praemii  et  poenae  timor  videntur 
«  servilitatem  quandam  importare,  quae  >rationi  vir- 
«  tutis  contrariatur  »  *) . 

Bisognerà  venire  fino  a  Spinoza,  perchè  si  senta 
ripetere,  non  per  influsso  del  Campanella,  né  del  Pom- 
ponazzi,  ma  forse  del  filosofo  ebreo  medievale  Maimo- 
nide  '"),  e  sopra  tutto  per  una  rigorosa  elaborazione 
delle  idee  immanentistiche  della  filosofia  neoplatonica, 
destinata  a  risolversi  in  schietto  naturalismo,  che  «  bea- 
titudo  non  est  virtutis  praemium,  sed  ipsa  virtus  » 
{Eth.,  V  42).  Ma  Spinoza,  proiettando  tutta  la  realtà 
dello  spirito  nel  pensiero  divino,  che  è  la  stessa  realtà 
della  natura,  rende  inconcepibile,  senza  libertà,  questa 
virtù,  che  non  sarà  intesa  nel  suo  valore  assoluto 
prima  di  Kant. 


XI, 


È  noto  che  un  puro  naturalista  il  Campanella  non 
è  ;  come  non  è  Bruno,  e  nessuno  dei  filosofi  moderni 
prima  dello   Spinoza.   Anche  Campanella  perciò  ha  bi- 


*)   De   iiuin.   an.,   cap,   XI V, 

^)  Guide  des  égarés,  trad.  Munk  III,  51-54;  e  cfr.  L.-G. 
LÉVY,  Maimonide,  Paris,  Alcan,  191 1,  pag.  256;  e  una  mia 
nota  in  Spinoza,  Etica,  Bari,  Laterza,  191 5,  pag.  370.  Anche 
Spinoza,  per  diversi  motivi  del  Campanella,  ma  non  me- 
no del  Campanella  crede  l'anima  immortale  ;  e,  come  già 
il  C,  dice  che  quanivis  nesciremiis  mentem  nostrani  aeternam 
esse,  pietatem  tamen  et  religionem  et  absolnfe  omnia  quae  ad 
animosi tatem  et  generositatem  referri  ostendimus...,,  prima  ha- 
beremus  {Eth.,  V,  41). 


—  127  — 

sogno  dell'  imortalità  trascendente  dell'anima  :  di  un'a- 
nima che  non  si  spieghi  come  un  risultato  o  un  principio 
della  stessa  natura,  ma  la  trascenda,  e  postuli  ima 
realtà  superiore.  La  tendenza  immanentistica  del  suo 
pensiero  si  palesa  tuttavia  anche  nella  sua  maniera  di 
argomentare  l' immortalità  :  fondata  sulla  osservazione 
della  profonda  differenza  che  separa  l'uomo  dal  mondo 
naturale,  onde  l'uomo  sovrasta  a  tutte  le  cose  e  celebra 
una  natura  analoga  a  quella  di  Dio,  in  quanto  domina  sul- 
l'universo, ne  regge  le  forze  e  crea  un  mondo  che  è  suo. 
Tra  le  poesie  della  Scelta  una  delle  più  belle  è  questa 
che  canta  con  alta  e  commossa  ispirazione  la  possanza 
dell'uomo  *)  : 

Gloria  a  Colui  che  '1  tutto  sape  e  puote  ! 
O  arte  mia,  nipote  —  al  Primo  Senno, 
fa'  qualche  cenno  —  di  su'  immagin  bella, 
eh'  '(  uomo  »  s'appella. 
5         «  Uomo  ).  s'appella  chi   di   fango  nacque, 
senza  ingegno  soggiacque,  —  inerme,  ignudo  : 
patrigno  crudo  —  a  lui  parve  il  Primo  Ente, 
d'altri    parente. 
D'altri  parente,  a'  cui  nati  die'  forza 
IO     bastante,  industria,  scorza,  —  pelo  e  squame. 
Vincon  la  fame  --  han  corso,  artiglio  e  corno 
contra  ogni  scorno. 
Ma  ad  ogni  scorno  l'uom  cede  e  plora  ; 
del  suo  saper  vien  l'ora  —  troppo  tarda;*). 
1 5     ma  sì  gagliarda,  —  che  dal  basso  mondo 
par  dio  secondo. 


')  Poesie,  pagg.  170-2. 

)  K  evidente  in  questo  tratto  la  reminiscenza  del  mito 
di  Protagora  sull'origine  dell'uomo  e  della  società  (Platone, 
Protag.,  XI).  Ma  questo  contrasto  tra  l'infermità  fisica  del- 
l'uomo e  la  forza  eie  gli  altri  animali  era  diventata  negli  scrit- 
tori del  Rinascimento  proverbiale  sull'esempio  di  Plinio  {Nat. 
Hist..  VII;  proemio^,  che  il  Landino  così  tradusse  (nel  suo 
volgarizzamento  pubbl.  nel  1476):  «Cominceremo  dall'uomo, 
per  cagion  del  quale  pare  che  la  natura  abbia  prodotto  tutte 
le  altre  cose.  Ma  non  «anza  gran  prezzo  ci  badato  tante  cose,  e 
con  crudeltà  ha   voluto  ci  sieno  coste  troppo  care,  in  forma 


—    128  — 

E,  dio  secondo,  miracol  del  Primo, 
egli  comanda  all'  imo,  —  e  *n  ciel  sormonta 
senz'ali  e  conta  —  i  suoi  moti  e  misure 
20  e  le  nature. 

Sa  le  nature  de  le  stelle  e  '1  nome, 
perchè  altra  ha  le  chiome  —  ed  altra  è  calva, 
chi  strugge  o  salva  —  e  pur  quando  l'eclisse 
a  lor   venisse, 
25         quando  venisse  all'aria,  all'acqua,  all'humo. 
Il  vento  e  '1  mar  ha  domo,  —  e  '1  terren  globbo 
con  legno  gobbo  —  accerchia,  vince  e  vede, 
merca  e  fa  prede. 
Merca  e  fa  prede  ;  a  lui  poca  è  una  terra. 
30     Tuona,  qual  Giove,  in  guerra  —  un  nato  inerme 
porta  sue  inferme  —  membra  e  sottogiace 
cavallo  audace. 
Cavallo  audace  e  possente  elefante  ; 
piega  il  leon  innante  —  a  lui  il  ginocchio  ; 
35     già  tirò  il  cocchio  —  del  roman  guerriero  ; 
ardir  ben  fiero  ! 


che  difficilmente  si  può  giudicare  se  migliore  madre  inverso 
di  noi  è  stata,  o  più  crudele  matrigna.  Imprima  l'uomo  è  solo 
tra  tutti  gli  altri,  el  quale  la  natura  non  ricuopre  colle  sue 
cose  medesime,  ma  con  quelle  d'altri.  Agli  altri  animali  è  dono 
el  suo  vestire  naturale,  o  guscio  o  corteccia  o  cuoio  o  spini  o 
setole  o  pelo  o  piume  o  penne  o  squame  o  velli.  Gli  arbori 
ancora  con  due  bucci  sono  difesi  dal  freddo  e  dal  caldo.  Solo 
l'uomo  è  prodotto  dalla  natura  nudo,  e  '1  di  che  nasce  in  terra 
nudo  cade  cominciandosi  dal  pianto.  Né  altro  animale  è  prò* 
dotto  alle  lacrime  se  non  l'uomo,  e  queste  sono  el  principio 
della  vita  sua.  Né  ride  alcuno  prima  che  '1  quadragesimo  di, 
ma  piange  subito  che  è  nato.  E  benché  ogni  bestia,  eziandio 
quelle  nascono  tra  noi,  nascendo  rimanghi  libera,  solo  l'uomo, 
nato  per  signoreggiare  agli  altri  animali,  é  legato  e,  quasi 
per  malo  augurio,  comincia  la  sua  vita  da  legami  e  da  sup- 
plicii.  Né  questo  male  gli  adiviene  per  altro  suo  errore,  se  non 
per  essere  nato  »  ecc.  ecc.  Ma  da  queste  pessimistiche  conside- 
razioni Plinio  traeva  la  conseguenza  malinconica,  lontanis- 
.sima  dal  pensiero  di  Campanella  :  «  È  sanza  fallo  somma 
stultizia,  avendo  noi  tale  principio,  persuaderci  essere  nati 
per  usare  superbia  ».  Come  lungamente  questo  motivo  pliniano 
sia  stato  sviluppato  dal  Gelli  nei  primi  nove  diali,  della  sua 
Circe,  è  dimostrato  da  C.  Bonàrdi,  G.  B.  Gelli  e  le  sue  opere. 
Città  di  Castello,  1899,  pagg.  98  ss. 


—  129  — 

Ogni  ardir  fiero  ed  ogni  astuzia  abbatte,  '^"  '^"'^^' 

con  lor  s'orna  e  combatte,  —  s'arma  e  corre.  *^](/[')i  /, 

Giardino,  torre  —  e  gran  città  compone  u]   |]j  oln'JH' 

4°         ^.  ,       .       ^  l^gg^  P°"^'  ^.      ^  ,.  l.;fr,M-,f   ori. 

Ei  leggi  pone,  come  un  dio.  Egli  astuto  ' 

ha  dato  al  cuoio  muto  —  ed  alle  carte  •     '        '"   *' 

di  parlar  arte  ;  —  e  che  i  tempi  distingua  \,  'v>;ìi>^uìV\ 

dà  al  rame  lingua.  !/{'!r>1n: 
45         Dà  al  rame  lingua,  perc'ha  divina  alma. 

La  scimia  e  l'orso  han  palma,  —  e  non  sì  industre, 

che  '1  fuoco  illustre  —  maneggiasse;  ei  solo  .  i''*  • 

si  alzò  a  tal  volo.  bn.HUp  " 

Si  alzò  a  tal  volo.e  dal  pianeta  il  tolse  ;  )ijj(fi  èdi  - 
50     con  questo  i  monti  sciolse,  —  ammazza  il  ferro,j     i       'k 

accende  un  cerro,  —  e  se  ne  scalda  e  cuoce  '  ojxMìIIj^kj  >> 

vivanda  atroce;  '      -!J(>(j[mi' 

vivanda  atroce  d'animai  che  guasta:  •           ..,,., 
latte  ed  acqua  non  basta,  —  ogn'erba  e  seme 
55     per  lui  ;  ma  preme  —  l'uve  e  ne  fa  vino, 

liquor  divino.  >>iiLU\j^ 

Liquor  divino,  che  gli  animi  allegra.  sfVH'ya  *> 

Con  sale  ed  oglio  integra  —  il  cibo,  e  sana.  ■<     ioiirìlfi'} 

Fa  alla  sua  tana  —  giorno  quando  è  notte,  ,      , ,(.  ,^j]^j  ,, 

60                            oh  leggi  rotte  !  l 

Oh  leggi  rotte!  ch'un  sol  verme  sia  '     '  '^"'^^'^^l  *' 

re,  epilogo,  armonia,  —  fin  d'ogni  cosa.  ' ''> 

O  virtù  ascosa,  —  di  tua  gloria  propria  ..fi 

pur  gli  fai  copia.  ,.    <,i,^»p„ 

65         Pur  gh  fai  copia,  se  altri  avviva  il  morto  ;  i-\  l.     ì 

passa  altri,  e  non  è  assorto,  —  1'  Eritreo  ;  ■>»  >  li  'm'n\i 

Canta  Eliseo  —  il  futuro;  Elia,  so  'n  vola  ^iiil'>)nr '11')].^ 

alla  tua  scuola;  1.    obniir'»T)y< 

alla  tua  scuola  Paolo  ascende,  e  truova  ',.^;     , .  j^.jj  ,^ 
70    con  manifesta  pruova  —  Cristo  a  destra 
della  maestra  —  Potestade  immensa. 

Pensa,  uomo,  pensa!  "i"  mi  ■.'!*■ 

Pensa,   uomo,   |x;nsa  ;   giubila  ed  esalta  ii>' 0)jnin  • 

la  Prima  Camion  alta  ;  --  quella  os53erva,  Mtiifnir  .    ■ 

75     perch'a  te  .serva  —  ogn'altra  sua  fattura,  Jnj,nijj  < 

seco  ti  unisca  pfentil  fede  pura,  nin  >l>!>fi* 

e  '1  tuo  canto  del  lor  vada  in  più  altura.  ^aKi/p  ,'i' 
•  11  concetto  (vv.  16-17)  dell'uomo  che  è,  jxl  suo  pétì-  '•" 

siero,   dio,   ritornerà  in  Giambattista  Vico*),  e  si  può' 

')  V.  i  miei  Studi  vichiani,  Messina,  Principato,  1915,  pag.  46Ì  "     ^* 

p  —  Giordano  Uruno  e  il  pensiero  del  Rinascimento 


—  130  — 

dire  uno  dei  germi  che  schiuderanno  nella  Scienza  Nuova. 
A  tempo  del  Campanella,  e  per  influsso  molto  probabil- 
mente di  lui,  s'incontra  anche  nel  Galilei,  malgrado  il 
suo  naturalismo.  Chi  non  ricorda  il  suo  celebre  india - 
mento  dell'  intelletto  umano  nella  prima  giornata  del 
Dialogo  dei  massimi  sistemi  ?  Quivi,  distinti  i  due  modi, 
intensivo  ed  estensivo,  dell'intendere,  dice  che  «ex- 
«tensive,  cioè  quanto  alla  moltitudine  degli  intclligi- 
«bih,  che  sono  infiniti,  l'intender  umano  è  come  nullo, 
«quando  bene  egli  intendesse  mille  proposizioni,  per- 
«chè  mille  rispetto  all'infinità  è  come  uno  zero  ;  ma, 
«  pigliando  l' intendere  intensive,  in  quanto  cotal  termine 
«importa  intensivamente,  cioè  perfettamente  alcuna 
«proposizione,...  l'intelletto  umano  ne  intende  alcuna 
«così  perfettamente  e  ne  ha  così  assoluta  certezza, 
«  quanto  se  n'abbia  l' istessa  natura  ;  e  tali  sono  le 
«  scienze  matematiche  pure,  cioè  la  geometria  e  l'arit- 
«metica,  delle  quali  l'intelletto  divino  ne  sa  bene  infi- 
«  nite  proposizioni  di  più,  perchè  le  sa  tutte  :  ma  di  quelle 
«  poche  intese  dall'  intelletto  umano  credo  che  la  cogni- 
«  zione  agguagli  la  divina  nella  certezza  obiettiva, 
«  poiché  arriva  a  comprenderne  le  necessità,  sopra  la 
«  quale  non  par  che  possa  essere  sicurezza  maggiore  ». 
Anche  il  Galilei  ha  questo  senso  profondo  della  divinità 
dell' inteUigenza  umana:  «Anzi,  quando  io  vo  consi- 
«  derando  quante,  e  quanto  maravigliose  cose  hanno 
«intese,  investigate  ed  operate  gli  uomini,  purtroppo 
«chiaramente  conosco  io  ed  intendo  esser  la  mente 
«  umana  opera  di  Dio,  e  delle  più  eccellenti  ».  Anche  lui 
è  ispirato  quasi  a  cantare  la  potenza  mirabile  dell'  inge- 
gno umano  :  «  Io  son  molte  volte  andato  meco  medesimo 
«considerando,  in  proposito  di  questo  che  di  presente 
«  dite,  quanto  grande  sia  l'acutezza  dell'  ingegno  umano  : 
«e  mentre  io  discorro  per  tante  e  tanto  meravigliose 
«invenzioni  trovate  dagU  uomini,  sì  nelle  arti  come  nelle 
«  lettere,  e  poi  fo  riflessione  sopra  il  saper  mio,  tanto 
«lontano  dal  potersi  promettere  non  solo  di  ritrovarne 


«alcuna  di  nuovo,  ma  anche  di  apprendere  delle  giù 
«  trovate,  confuso  dallo  stupore  ed  afflitto  dalla  dispe- 
«  razione,  mi  reputo  poco  meno  che  infelice.  S' io  guardo 
«alcuna  statua  delle  eccellenti,  dico  a  me  medesimo: 
« —  E  quando  sapresti  levare  il  soverchio  da  un  pezzo 
«di  marmo,  e  scoprire  si  bella  figura  che  vi  era  nasco- 
«  sta  ?  Quando  mescolare  e  distendere  sopra  una  tela 
«  o  parete  colori  diversi,  e  con  essi  rappresentare  tutti  gli 
«oggetti  visibili,  come  un  Michel  angiolo,  un  Raffaello, 
«  un  Tiziano  ?  —  S' io  guardo  quel  che  hanno  ritrovato 
«gli  uomini  nel  compartir  gh  intervalli  musici,  nello 
«  stabilir  precetti  e  regole  per  potergli  maneggiar  con 
«diletto  mirabile  dell'udito,  quando  potrò  io  finir  di 
«  stupire  ?  Che  dirò  dei  tanti  e  sì  diversi  strumenti  ? 
«  La  lettura  dei  poeti  eccellenti  di  qual  maravigha  riem- 
«  pie  chi  attentamente  considera  T  invenzion  de' 
«  concetti  e  la  spiegatura  loro  ?  Che  diremo  dell'archi- 
«  tettura  ?  Che  dell'arte  navigatoria  ?  Ma  sopra  tutte 
«le  invenzioni  stupende,  qual'eminenza  di  mente  fu 
«  quella  di  colui  che  s' immaginò  di  trovar  modo  di  co- 
«  municare  i  suoi  più  reconditi  pensieri  a  qualsivoglia 
«  altra  persona,  benché  distante  per  lunghissimo  inter- 
«  vallo  di  luogo  e  di  tempo  ?  parlare  con  quelli  che  son 
«  nell'  Indie  ?  parlare  a  quelli  che  non  sono  ancora  nati. 
«  né  saranno  se  non  di  qua  a  mille  e  dieci  mila  anni? 
«  e  con  qual  facilità  ?  con  i  vari  accozzamenti  di  venti 
«  caratteruzzi  sopra  una  carta  !  Sia  questo  il  sigillo  di 
«tutte  le  ammirande  invenzioni  umane  »  ^). 

Ma  questo  concetto  della  divinità  immanente  nel- 
l'uomo nel  Gahlei  è  evidentemente  una  semplice  eco, 


*)  Opere,  ed.  naz.,  VII,  128-g.  Su  questo  luogo  v.  B.  Spa- 
venta, Esperienza  e  metafisica,  Torino-Roma,  Loescher,  1888, 
pagg.  218-9  e  Scritti  filosofici,  ediz.  Gentile,  Napoli,  Morano, 
1900,  pagg.  383-7.  V.  Fazio-Allmayer,  G.  Galilei,  nella  collez. 
«  I  grandi  pensatori  »  del  Sandron,  Palermo,  191 1,  pag.  155  ; 
e  una  mia  nota  a  q.  1.  in  Galilei,  Frammenti  e  lettere,  Li- 
vorno, Giusti,    191 7,   pag.  26. 


—  132  -- 

affiochita  da  questa  espressione  del  sentimento  perso- 
nale della  propria  debolezza  ;  conseguenza,  a  sua  volta, 
della  posizione  galileiana.  Per  Galileo  infatti  il  divino  è 
nella  natura,  fuori  dell'uomo,  e  la  stessa  grandezza  umana 
apparisce  perciò  come  qualche  cosa  di  estraneo  all'uomo 
che  l'afferma  e  l'ammira  stupefatto,  quasi  la  più  alta 
meraviglia  della  divina  natura.  Pel  Campanella  invece 
è  uno  dei  concetti  centrali  della  sua  speculazione.  La 
quale  ne  trae  argomento  a  quella  vigorosa  metafìsica 
del  divino,  onde  il  Campanella  dal  naturalismo  tele- 
siano  si  solleva  a  una  filosofìa  naturalistica  della  reli- 
gione (poiché  egh,  e  non  Herbert  Cherbury  è  il  vero 
iniziatore  della  dottrina  della  religione  natu- 
rale), e  quindi  alle  sue  rivoluzionarie  idee  politiche 
e  sociah,  rappresentate  nella  utopia  della  Città  del  sole. 
Chi  confronti  la  poesia  che  si, è  riferita  con  l'ante- 
riore capitolo  25  del  secondo  hbro  del  De  sensu  rermn 
dello  stesso  Campanella,  nella  primitiva  redazione  ita- 
liana, intitolato  Della  immortalità  e  divinità  dell'uomo  *) 
e  col  capitolo  7,  forse  contemporaneo,  del  suo  Atkei- 
smus  triumphatus,  inteso  anch'esso  a  provare  «homi- 
«nem  animo  divino  immortalique  donatum  esse  »  non- 
ché col  posteriore  articolo  introduttivo  al  cap.  2  del 
XIV  libro  della  sua  Metafisica,  dove  si  adducono  «de 
«hominis  excellentia  super  ani  malia  et  divinitate  eius 
«  animae  rationes  efficacissimae  et  sensatae  »,  vede  in 
questo  canto  della  possanza  dell'uomo  lo  spunto  di  una 
dimostrazione  filosofica,  dal  Campanella  più  volte  ripe- 
tuta, della  natura  divina  e  quindi  immortale  dell'anima 
umana.  L'uomo,  egli  dice,  non  è  un  essere  tra  gli  altri 
della  natura,  perché  nessuno  effetto  si  può  sopra  la 
sua  causa  elevare.  «Ma  noi  veggiamo  che  l'uomo  non 
«  si  ferma  sotto  la  natura  degli  elementi,  e  del  sole  e 
«  della  terra;  ma  molto  più  sopra  loro  intende,  desidera  ; 


*)  V.  il  mio  scritto  Le  varie  redazioni  del  De  sensu  rer, 
di  2^.  C.con  un  sar^gio  del  testo  ita!,  ined.,  Napoli,  Giannini, 
pag.  26. 


—  133  — 

«e  opera,  più  che  nullo  effetto  loro,  altissimi  effetti. 
«  Talché  non  pende  da  loro,  ma  da  cagione  molto  più 
«alta,  che  Dio  s'appella.  Ecco  che  quando  l'uomo  va 
«  cogitando,  pensa  sopra  il  sole,  e  poi  sopra,  e  poi  fuori 
«  del  cielo,  e  più  mondi  infinitamente,  come  escogitano 
«  pure  gli  Epicurei,  Dunque,  di  qualche  infinita  causa 
<(  ella  è  effetto,  e  non  del  sole  e  della  terra,  sopra  il  quali 
«  infinitamente  trapassa  »*) .  E  discorsi  i  titoli  dell'ec- 
cellenza e  potenza  dell'uomo,  tocca  efficacemente  la 
profonda  radice  della  differenza  tra  l'universal  natura 
e  l'uomo  :  «  Tutti  gli  animali  stanno  dentro  il  ventre 
«  del  mondo,  e  l'uomo  con  loro,  come  vermi  dentro  il 
«  ventre  dell'animale  :  e  pure  solo  gli  uomini  s'accor- 
«  gono  che  cosa  è  questo  grande  animale  e  il  suoi  prin- 
«cipii,  corsi,  vita  e  morte.  Dunque,  l'uomo  sta  non  solo 
«come  verme,  ma  come  ammiratore  e  luogotenente 
«della  causa  architettrice  d'ogni  cosa»  2).  Il  pensiero 
infatti  è  ciò  che  si  oppone  alla  natura,  distinguendola 
da  sé  e  in  sé  contenendola.  Di  qui  il  significato  storico 
della  poesia  del  Campanella  e  di  tutti  gU  altri  luoghi, 
in  cui  egli  tratta  questo  argomento  dell'eccellenza  del- 
l'uomo sulla  natura. 


III. 


Ma  si  tratta  di  un  argomento  caro  ai  filosofi  italiani 
del  Rinascimento  ;  e  potrebbe  parere  ereditato  senz'al- 
tro dagli  scrittori  classici. 

Dante,  trattando  nel  Convivio  della  nobiltà  del- 
l'uomo, ricorreva  con  la  memoria  al  magnifico  salmo 
biblico,  che  chiede  a  Dio  : 

Quid  est  homo,  quod  memor  es  eius  ? 

aut  filius  hominis,  quoiiiam  visitas  ouiu  ? 


*)  Il  sole   e    la   terra,  o  il  caldo  e  il  freddo,  erano  le  due 
nature    agenti    della  fisica  telesiana,  seguita  dal  C. 
*)  De  stnsu  rerum,  1.  e.   (redaz.  ital.). 


—  134  — 

Minuisti  euni  palilo  minus  ab  angelis  ; 

gloria  et  honore  coronasti  eum, 
et  constituisti  eum  super  opera  manuum  tuarum. 
Omnia  subiecisti  sub  pedibus  eius, 

oves  et  boves  universas, 

insuper  et  pecora  campi, 
volucres  caeli,  et  pisces  maris 

qui  perambulant  semitas  maris. 

Ma  il  Salmista  ne  traeva  solo  argomento  a  celebrare 
con  gratitudine  la  grandezza  meravigliosa  di  Dio,  ter- 
minando come  aveva  cominciato  :  Domine  Dominus 
noster,  qiiam  admirahile  est  nomen  tuum  in  universa 
terra  !  ^) . 

I  nostri  scrittori  del  Rinascimento  invece  si  compia- 
cevano, come  già  Lattanzio^),  di  leggere  in  Ovidio  i 
celebri  versi,  che  nelle  Metamorfosi  (T,  76-86)  fan  se- 
guito alla  descrizione  della  origine  di  tutte  le  cose 
naturali  : 

Sanctius  his  animai  mentisque  capacius  altae 
Deerat  adhuc,  et  quod  dominari  in  cetera  posset. 
Natus  est  homo  :  sive  hunc  divino  semine  fecit 
lUe  opifex  rerum,  mundi  melioris  origo, 
Sive  recens  tellus  seductaque  nuper  ab  alto 
Aethere  cognati  retinebat  semina  caeli  ; 
Quam  satus  lapeto  mixtam  fluvialibus  undis 
Finxit  in  effigiem  moderantum  cuncta  deorum  ; 
Pronaque  eum  spectent  animalia  cetera  terram, 
Os  homini  sublime  dedit,  caelumque  videre 
lussit  et  erectos  ad  sidera  toUere  vultus  ^). 


♦)  Salm.   Vili. 

2)  De  opificio  Dei,  e.  2.  e  Div.  Inst.it.,  II,  i. 

3)  Vedi  le  citazioni  di  questo  luogo  in  Valla,  Dialectica,  1,9; 
Platina,  De  falso  et  vero  bono,  in  Opera,  Colonia,  1551,  pag.  16  ; 
Cardano,  De  rer,  varietate,  lib.  VIII,  e.  40  (Basilea,  1581), 
pagg.  490-91  ;  Campanella,  Philos.  sen.^.  demonsir.,  Èpist. 
proem.  Cfr.  G.  S.  Felici,  Le  dottrine  filosofico-religiose  di  T.  ('., 
Lanciano,  Carrabba,    1895,   pag.    16. 

Anche  Minucio  Fei^ice  {Octav.,  17):  «  Praecipue  eum  a 
feris  beluis  hoc  differamus,  quod  illa  prona  in  terramque 
vergentia  nihil  nata  sint  prospicere  nisi  pabulum,  nos,  quibus. 


—  135  — 

Cicerone  nel  De  legihus  (I,  9)  aveva  anch'egli  con- 
trapposto l'uomo  alla  natura  con  parole  pur  care  ai 
nostri  scrittori  del  Rinascimento  :  «  Animai  hoc  provi- 
«dum,  sagax,  multiplex,  acutum,  memor,  plenum  ra- 
«  tionis  et  consili i  quem  vocamus  hominem,  praeclara 
«  quadam  conditione  generatum  a  supremo  deo  :  solum 
«enim  est,  ex  tot  animantium  generibus  atque  natu- 
<<  ris,  particeps  rationis  et  cogitationis,  cum  ce t era  sunt 
«  omnia  expertia.  Quid  est  autem,  non  dicam  in  homine, 
«  sed  in  omni  caelo  atque  terra,  ratione  divinius  ?  ».  E 
nel  De  natura  deorum  (II,  56),  per  dimostrare  «  quantae 
<(  res  hominibus  quamque  eximiae  tributae  sint  »,  questa 
poneva  a  capo  di  tutte  le  prerogative  degli  uomini  : 
«  Quae  (providentia  naturae)  eos  humo  exitatos  celsos 
«et  erectos  constituit,  ut  deorum  cognitionem  caelum 
«  intuentes  capere  possent.  Sunt  enim  ex  terra  homines 
«  non  ut  incolae  atque  habitatores,  sed  quasi  specta- 
«tores  superarum  rerum  atque  caelestium,  quarum 
«speculum  ad  nuUum  aliud  genus  animantium  per- 
<i  tinet  ».  Dove  le  parole  ricordano  quelle  del  De  sensii 
rerum  campanelliano  ;  e  il  concetto  stoico,  qui  ripro- 
dotto da  Cicerone,  è  certamente  la  fonte  da  cui  sgorga 
il  remoto  principio  del  pensiero  del  Campanella.  Ma  è 
evidente  il  divario  tra  quella  che  per  Cicerone  può  dirsi 
una  semplice  differenza  di  grado,  e  l'opposizione  quali- 
tativa che  il  Campanella  scorge  tra  lo  spettacolo  e  lo 
spettatore,  la  natura  e  la  mente. 

Anche  l'esaltazione  dell'eccellenza  umana  era  un 
motivo  dell'antica  polemica,  stoica  prima  e  poi  neopla- 
tonica, in  favore  del  concetto  della  finalità  e  della 
provvidenza  divina  contro  il  meccanismo  epicureo.  E 


vultiis  erectus,  quibiis  snspectus  in  caelum  datus  est,  sermo 
et  ratio,  per  quac  Deiim  adgnoscimus,  sentimiis,  imitamur, 
ignorare  nec  fas  nec  licct  ingerentem  sese  oculis  et  sensibus 
nostri  caelestem  claritatem  :  sacrilegii  enim  vel  maxime  instar 
est,  hnmi  quaerere  qnod  in  sublimi  debeas  invenire  », 


—  136  — 

in  Cicerone  {De  nat.  deor.,  II,  59)  ^)  si  ritrovano  tanti 
dei  colori  adoperati  nella  poesia  del  Campanella  sulla 
possanza  dell'uomo:  l'intelligenza  dell'uomo,  l'elo- 
,qi^enza,  il  linguaggio,  le  mani,  «multarum  artium  mi- 
histrae  »,  l'addomesticamento  delle  bestie  e  lo  sfrutta- 
ménto di  tutti  gli  esseri  e  di  tutte  le  forze  della  natura, 
e  il  dominio  delle  potenze  più  violente,  del  mare  e  dei 
venti  :  «  Nos  campis,  nos  montibus  fruimur,  nostri 
«  simt  omnes,  nostri  lacus,  nos  fruges  serimus,  nos  ar- 
<(  bpres,  nos  aquarum  inductionibus  terris  fecunditatem 
<<  dàmus,  nos  flumina  arcemus,  derigimus,  avertimus, 
<inostris  denique  manibus  in  rerum  natura  quasi  alte- 
<<,rain  naturam  effìcere  conamur  ».  Che  più  ?  la  umana 
ragione  è  penetrata  fino  nel  cielo.  «  Soli  enim  ex  ani- 
«  màntibus  nos  astrorum  ortus,  obitus  cursusqùe  co- 
«  gnovimus;  ab  hominum  genere  fìnitus  est  dies,  mensis, 
«annus,  defectiones  solis  et  lunae  cognitae  praedictae- 
'^jqueinomne  posteruni  tempus,  quae,  quantae,  quando 
<?  futurae  sint.  Quae  contuens  animus  accedit  ad  cogni- 
<<.i;ionem  deorum....  ».  Ma,  se  i  colori  son  quelli  prestati 
dagli  antichi  scrittori,  nel  Rinascimento  e'  è  uno  spirito 
nuovo,  derivante  dalla  riscossa  dell'uomo,  che  ripiglia 
l'^nitico  tema  della  sua  preminenza  nel  mondo  per 
contrapporsi  a  questo,  nella  sua  autonomia,  quasi  cen- 
tìp,  come  più  tardi  si  svelerà,  d'una  nuova  concezione 
della  vita. 


IV. 


Questa  opposizione  dello  spirito  alla  natura  non  è 
opera    del  rigido   naturalismo   del   Pomponazzi  e   de] 


*)  La  sua  fonte  in  questa  parte  del  De  nat.  d.  è  Panezio  : 
cfr.  R,  HiRZEL,  Untersuch.  z.  Ciceros  philos.  Schri/ien.  I  Th. 
(Leipzig,  Hirzel,  1877),  pag.  203. 


/ 


—  137  — 

Telesio,  ma  del  platonismo  fiorentino,  che  è  l'altro 
affluente,  per  dir  così,  della  filosofia  del  Campanella, 
e  senza  dubbio  la  diretta  sorgente  de'  suoi  pensieri  sulla 
dignità  ed  eccellenza  dell'uomo.  È  noto  in  qual  conto 
egli  teneva  il  Pico  ^)  ;  ed  è  celebre  l'orazione  De  ho- 
minis  dignitate,  che  il  Pico  scrisse  nel  i486  ^),  e  pensava 
di  pronunziare  a  Roma  prima  della  discussione  delk^ 
sue  anche  più  celebri  tesi. 

In  questa  orazione  il  mirandolano  comincia  dall'ac- 
cennare  alle  lodi  dell'umana  natura  fatte  da  altri  ^), 
e  trova  che  nessuno  finora  ha  mai  colpito  nel  segno  : 
«  Magna  haec  quidem,  sed  non  princi palla,  id  est,  quae 
summae  admirationis  privilegium  sibi  iure  vindicent  ». 
Gli  altri,  per  esempio,  avevan  fermato  l'attenzione  sulle 
proprietà  che  l'uomo  ha  comuni  con  gli  angeli,  posti  anche 
essi  dal  platonismo  alessandrino  fra  mezzo  la  natura 
e  Dio.  Ma,  si  chiede  il  Pico,  «cur  non  ipsos  angelos  et 
beatissimos  caeli  choros  magis  admiremur  ».  Il  vero 
miracolo  del  mondo,  e  l'unico,  è  l'uomo.  Perchè  ?  Creato 
il  mondo,  parve  a  Dio  necessario  un  essere  «  qui  tanti 
«operis  rationem  perpenderet,  pulchritudinem  amaret, 
«  magnitudinem  admiraretur  ».  C'era,  insomma,  la  na- 


*)  V.  la  sua  lettera  del  1G07  al  Qucrengo  in  L,  Amarile, 
//  cod.  d.  leti,  del  Camp.,  Napoli,  1881,  pagg.  60-62. 

*)  Veci.  L.  DoREz,  Lettres  inédites  de  Jean  Pie  de  la  Mirandole, 
nel  Giorn.storJett.  it.  XXV,  354-358,  e  L.  Dorez  et  L.  Thuasni:, 
Pie  de  la  Mir.  en  France,  Paris,  Lcroux,  1897,  pag.  55.  —  Pel 
De  hom.  dign.  mi  attengo  alla  ediz.  degli  Òpera  omnia,  Basi- 
lea, 1601,  pagg.  207  sgg.  È  noto  (v.  Geiger,  in  Burckhardt, 
La  civiltà  del  Rinasc.  in  Italia,  trad,  it.,  Firenze,  1900,  II,  95) 
che  il  titolo  De  hom.  dign.  corrisponde  soltanto  a  una  parte 
dell'orazione,  che  originariamente  era  tra  le  Commentationes,  e 
ricevette  più  tardi  quel  titolo. 

^)  Tra  questi  altri  egli  ricorda  Asclepio  che  disse 
l'uomo  magnum  miraciihtm  :  ossia  quello  degli  scritti  erme- 
tici che  è  intitolato  AsclePius  trad.  da  Apuleio,  e  già  commen- 
tato dal  Firino.  V.  il  cap.  3,  da  cui  è  evidente  che  il  Pico  pur 
toglie  lo  spunto  del  suo  scritto  :  in  Ficino,  Opera,  ediz.  Ba- 
silea, 1561,  t.  II,  pagg.  1859-60. 


-  138  - 

tura,  oggetto  del  pensiero,  e  mancava  il  pcmsiero.  E  purd 
tutto  pareva  che  già  fosse  stato  creato  :  «  nec  erat  in 
«archetypis  unde  novam  sobolem  effingeret,  nec  in 
«thesauris,  quod  novo  filio  haereditarium  largiretur, 
«  nec  in  subselliis  totius  orbi,  ubi  universi  contempla- 
«tor  iste  sederet.  lam  piena  omnia  summis,  mediis 
«  infìmisque  ordinibus  fierant  distributa  ».  Stupenda Jm- 
magine,  in  cui  si  raffigura  la  situazione  propria  del 
naturalismo,  che,  lasciandosi  alle  spalle  lo  spirito,  non 
trova  lacuna  di  sorta  nel  reale  ;  sicché  quando  si  sforza 
di  concepire  lo  stesso  spirito,  lo  degrada  e  quasi  disu- 
manizza facendolo  rientrare  nel  quadro  generale  de^ 
meccanismo  della  natura.  Ed  ecco  la  soluzione  de 
Pico,  che  assegna,  secondo  lui,  il  vero  valore  specifìcc 
dell'uomo,  mettendolo  al  di  sopra  della  stessa  natura 
angelica.  All'uomo  non  fu  dato  da  Dio  nulla  di  proprio  ; 
fu  bensì  conferito  «commune  quidquid  privatum  sin 
«  gulis  fuerat».  Messolo  in  mezzo  al  mondo,  quasi  com- 
pendio ed  epilogo  di  tutto,  Dio  avrebbe  indicato  ad 
Adamo  la  sua  prerogativa,  come  l'essenza  stessa  della 
libertà.  L'uomo  non  ha  una  sua  natura  specifica,  e  non 
ha  perciò  leggi  a  cui  soggiaccia,  né  limiti,  entro  cui  si 
restringa  necessariamente  la  sua  attività,  salvo  quelli 
che  egli  stesso  s'imponga  liberamente.  Egli  non  è  né 
celeste  né  terreno,  né  immortale  né  mortale  :  libero 
creatore  di  se  medesimo  («tui  ipsius  quasi  arbitrarius 
«  honorariusque  plastes  et  fictor  »),  egli  sarà  quel  che 
vorrà.  Può  tralignare  abbrutendosi,  e  rigenerarsi  in 
Dio  «  ex  sui  animi  sententia  ».  E  questa  è  la  fehcità, 
questa  la  grandezza  dell'uomo  :  essergh  dato  d'ottenere 
quanto  desidera,  farsi  quello  che  vuole.  I  bruti,  da 
una  parte,  e  le  nature  celesti,  dall'altra,  sono  immedia- 
tamente quello  che  sempre  saranno.  L'uomo  in  sul  na- 
scere non  porta  seco  se  non  i  germi  di  tutte  le  vite  : 
dei  quali  germoglieranno  e  daran  frutto  quelli  che 
saranno  da  lui  coltivati. 

Tale  la  vera  analogia   tra    l'uomo  e    Dio,    il   Pico 


dirà  n^ìV Heptaplus  (V,  6)  *),  a  commento  del  biblico 
«  Faciamus  hominem  ad  imaejinem  nostram  ».  Non  è  la 
mente,  aveva  egli  detto,  che  assomigha  Tuomo  a  Dio, 
perchè  le  proprietà  di  essa  «  quanto  in  angelis  sunt  quam 
«  in  nobis  potiora  et  contrariae  minus  naturae  admixta 
«  tanto  cum  divina  natura  plus  simiUtudinis  et  cogna- 
«  tionis  habentia  ».  Anche  lì  aveva  osservato,  che  occorre 
cercare  un  che  di  pecuHare  nell'uomo,  ond'egh  sia  si- 
mile a  Dio,  e  che  non  abbia  comune  con  nessun 'altra 
creatura.  «  Id  quid  esse  ahud  potest,  quam  quod  ho- 
«  minis  substantia  omnium  in  se  naturarum  substan- 
«  tias  et  totius  universitatis  plenitudinem  re  ipsa  com- 
«  plectitur  ?  ».  E  insisteva  sul  «  re  ipsa  »  notando  che 
in  ciò  consiste  appunto  la  differenza  tra  gH  angeli  e  qua- 
lunque essere  intelHgente  da  una  parte,  e  l'uomo  dal- 
l'altra :  che  anche  quelli  contengono  le  forme  e  le 
ragioni  di  tutto,  in  quanto  ogmmo  é  intelletto  che  cono- 
sce tutto.  «At  vero,  quemadmodum  Deus  non  solum 
«obidquod  omnia  intelligit,  sed  quia  in  se  ipso  ita  ve- 
«  rae  rerum  «^ubstantiae  perfectionem  totam  unit  et 
«coUigit  ;  ita  et  homo....  ad  integritatem  suae  sub- 
»stantiae  omnes  totius  mundi  naturas  corrogat  et 
«  counit  ».  Le  forme  che  si  raccolgono  ne  11'  intelletto 
sono,  conforme  alla  dottrina  aristotelica,  prive  di  quella 
realtà  della  sostanza,  che  imphca  la  materia  :  onde  la 
mente,  in  cui  Pico  non  trova  la  pecuUare  natura  del- 
l'uomo, è  l'intelletto  astratto,  che  ha  fuori  di  sé  la 
realtà  ;  l' intelletto  aristotelico,  quel  motore  immobile, 
che  non  poteva  concepirsi  creatore  del  mondo,  poiché 
questo  è  materia  oltre  che  forma,  ed  esso  è  pura  forma. 
La  mente  invece,  che  si  può  attribuire  in  proprio  al- 
l'uomo e  a  Dio,  sarebbe  attività  non  contemplatrico, 
ma  creatrice,  realizzatrice  dell'ospere    della   sostanza  ') 


M  Scritto  nel    1489  :   cfr.  G.  P.  della  Miranìola  e  la  cabala, 
studio  del  p.  G.  Origlia,  Mirandola,  1894,  pag.  62. 
')  Cfr.  i  miei  Studi  vichiani,  pagg,  38-40. 


—  140  — 

(«  perfectionem  totam  substantiae  »)  :  lo  spirito,  ii 
somma,  concepito  non  più  secondo  T  intellettualismi 
greco,  per  cui  la  mente  ha  la  realtà  di  contro  a  sé  ; 
secondo  V  idealismo  cristiano,  pel  quale  la  vera  reali 
è  opera  dello  stesso  spirito  ^). 


n  Pico  tuttavia  era  stato  preceduto  dalla  vasta 
culazione   fìciniana  intorno  alla  natura  dell'anima, 
propriamente  intorno  alla  natura  divina  e    immortai 
di  essa  :  che  è  l'argomento  della  già  citata  Theologi 
platonica. 

Marsilio  Ficino  aveva  letto  nello  pseudoplatonic 
Assioco  questo  luogo,  che  nella  stessa  tradu;|ione  fìci- 
niana fu  certamente  sotto  gli  occhi  del  Campanella  ^] 
e  pare  se  ne  ricordi  nella  sua  poesia  sulla  possanza  del- 
l' uomo:  «  At  haec  multae  sunt  perpulchraeque  de  animi 
«  immortalitate  rationes.  Ncque  enim  mortalis  natura  in 
«  tam  varias  res  att oliere  sese  posset,  ut  contemneret 
«ingenium  ferarum,  conderet  urbes,  respublicas  consti^ 
«tueret,respiceret  etiam  in  caelum  et  astrorum  videret 
«  revolutiones  cursusque,  solis  et  lunae  ortus  item  et 
«  occasus,  defectus,  celeritatem,  distantias,  aequino- 
«  ctiaque  et  duplices  conversiones,  Pleiadum  etiam  et 
«  hiemis  atque  aestatis  ventos,  imbriumque  casus  et  hor- 
«rendos  turbinmn  raptus,  ut  compre hensos  quoque 
«  mundi  labores  saeculis  traderet,  ni?i  divinus  quidam 


*}  Cfr.  M^ssETANi,    La  filos,  cahalistica   di  C.  Pico  di  Mi- 
randola, Empoli,  Traversali,   1897,  ^'  ^^• 

2)  Che  cita  V Assioco  nelle  Poesie,  pagg.  151,  375. 


—  141  -- 

mentibus  nostris  spiritus  inesset,  quo  complexum  no- 
titiamque  tantarum  attingerei  rerum»*). 

Ma  in  un  capitolo  della  Theologia  platonica  (XIII  3), 
le  si  direbbe  la  fonte  diretta  del  Campanella,  lo  spunto 
ììVAssioco  è  svolto  in  una  delle  pagine  più  belle  della 
Oria  del  concetto  della  libertà  e  della  potenza  dello  spi- 
to  umano  :  «  Cetera  ammalia  vel  absque  arte  vivunt,  vel 
àineula  una  quadam  arte,  ad  cuius  usum  non  ipsa  st^ 
:onferunt,  sed  fatali  legre  trahuntur  :  cuius  signum  est, 
3[uod  ad  operi s  fabricandi  industriam  nihil  proficiunt 
:empore.  Contra  homines  artium  innumerabilium  in- 
ventorcs  smit,  quas  suo  exequuntur  arbitrio  :  quod 
iignifìcatur  ex  eo,  quod  singuli  multas  exercent  artes, 
nutant  et  diuturno  usu  sunt  solertiores  ». 

11  solo  uomo  insomma  ha  una  storia,  perchè  è  H- 
iro.  La  legge  fatale  della  natura  inferiore  è 
mmutabilità  ;  la  libertà  umana  invece  è  mutazione  e 
ogresso;  l'uomo  perciò  è  creatore  d'un  mondo  suo, 
icchè,  quel  che  è  più  mirabile,  «humanae  artes  fa- 
ì)ricant  per  se  ipsas  quaecumque  fabricat  ipsa  natura, 
luasi  non  servi  simus  naturae,  sed  aemuli  ».  L'uomo 
n  solo  imita  le  opere  della  natura,  ne'  suoi  dipinti, 
e.,  e  in  tutte  le  opere  d'arte  che  paion  vive  ^  naturali  ; 
i  invade  il  campo  della  stessa  natura  con  le  sue  costru- 
)ni  magnifiche,  e  con  le  sue  officine  di  metalli  e  di 
tri  :  «  naturae  inferioris  opera  perficit,  corrigit  et 
mendat  ». 

«  Similis  ergo  ferme  vis  hominisest  naturae  divinae, 
uandoquidem  homo  per  se  ipsum,  idest  per  suum 
onsilium  atque  artem,  regit  scipsum  a  corporalibus 
aturae  limitibus  minime  circumscriptum,  et  singula 
aturae  altioris  opera  aemulatur.  Et  tanto  minus 
uam  bruta  naturae  inferioris  eget  subsidio  quanto 
auciora   corporis    munimcnta    sortitus  est  a    natura 


)   Ax.,    i.;iK.    27.,    B-C. 


—  142  — 

«  quam  bruta,  sed  ipsemet  illa  sua  copia  constniit  ali- 
«menta,  vestes,  strumenta,  habitacula,  supellectilia , 
«arma.  Ideo  cum  ipse  sua  facultate  se  fulciat,  fulcit 
«  uberius  quam  bestias  ipsa  natura  », 

A  cominciare  dai  piaceri  dei  sensi,  che  l' ingegno 
umano  moltiplica  sempre,  laddove  «bruta  brevissimis 
«  naturae  claustris  concluduntur  »,  per  venire  a  tutto 
ciò  che  di  utile  inventa  di  continuo,  fino  alle  opere  più 
alte  della  sua  attività  disinteressata,  dalle  quaU  non 
pure  non  s'attende  vantaggio  di  sorta,  ma  riceve  spesso 
incomodi  e  molestie. 

«  In  iis  artificiis  animadvertere  licet,  quemadmo- 
«  dum  homo  et  omnes  et  undique  tractat  mundi  ma- 
«terias,  quasi  homini  omnes  subiciantur.  Tractat,  in- 
«  quam,  dementa,  lapides,  metalla  et  plantas  et  anima- 
«lia,  et  in  multas  traducit  formas  atque  figuras,  quod 
«nunquam  bestiae  faciunt.  Ncque  uno  est  elemento 
«contentus  aut  quibusdam,  ut  bruta,  sed  utitur  omni- 
«bus  quasi  sit  omnium  dominus.  Terram  calcat,  sulcat 
«  aquam,  altissimis  turribus  conscendit  in  aerem,  ut  pen- 
«  nas  Daedali  vel  Icari  praetermittam  ^) .  Accendit 
«ignem,  et  foco  familiari  ter  utitur  et  delectatur  pra- 
«  cipue  ipse  solus  ^) .  Merito  cadesti  elemento  solum 
«cadeste  animai  ddoctatur  *).   Cadesti  virtute  ascendit 


^)  Cfr.  sopra  a  pag.  126  la  poesia  del  Campanella,  vv. 
17-20,  26-7. 

')  Cfr.  la  poesia  del  Campanella  vv.  46  segg. 

3j  Concetto  stoico.  Cfr.  Cicer.,  TuscuL,  I,  18,  42.  e  meglio 
Lattanzio,  Divin.  Instit.,  VII,  9:  «Praeterea  non  exigumn 
((  immortalitatis  argumentum  est,  quod  homo  solus  cadesti 
«elemento  utitur.  Nam  cum  rerum  natura  his  duobus  ele- 
0  mentis,  quae  rcpugnantia  sibi  atque  inimica  sunt,  constet 
(igne  et  aqua,  quorum  alter  caelo,  alterum  terrae  adscribi- 
u  tur  :  ceterae  animantes,  quia  terrenae  mortalesque  sunt,  ter- 
<(  reno  et  gravi  utuntur  elemento,  homo  solus  ignem  in  usu 
((  habet,  quod  est  elementum  leve,  sublime,  cadeste.  Ea  vero 
«  quae  ponderosa  sunt,  ad  mortem  deprimunt,  et  quae  levia 
«sunt  ad  vitam  sublevant,  quia  vita  in  summo  est,  mors  in 


—  143  — 

caelum,  atque  metitur  *)  ;  supercaelesti  mente  trascen- 
dit  caelum.  Nec  utitur  tantum  elementis  homo,  sed  or- 
nat,  quod  nuUum  facit  brutorum.  Quam  mirabilis  per 
omnem  orbem  terrae  cultura  !  Quam  stupenda  aedifi- 
ciorum  structura  et  urbium  !  Irrigatio  aquarum  quam 
artificiosa  !  Vicem  gerit,  Dei,  qui  omnia  elementa  ha- 
bitat colitque  omnia  et  terrae  praesens  non  abest  ab 
aetere.  Atqui  non  modo  elementis,  verum  etiam  elemen- 
torum  animalibus  utitur  omnibus,  terrenis,  aquatilibus, 
volatiHbus  ad  escam  commoditatem  et  voluptatem  ^)  ; 
supernis  caelestibusque  *)  ad  doctrinam  magiaeque 
miracula,  Nec  utitur  brutis  solum,  sed  et  imperat.  Fieri 
quidem  potest,  ut  armis  quibusdam  a  natura  acceptis 
bruta  nonnulla  quandoque  vel  impetum  in  hominem  fa- 
ciant,  vel  hommis  effugiant  impetum  ;  homo  autem,  ac- 
ceptis a  se  ipso  armis  et  vitat  ferarum  impetum  et  fugat 
et  domat.  Quis  vidit  unquam  homines  ullos  sub  bc- 
stiarum  imperio  detineri,  quemadmodum  ubique  vidi- 
mus  tam  immanissimarum  ferarum  quam  mitium 
armenta  per  omnem  vitam  parere  hominibus  ?  Non 
imperat  bestiis  homo  crudeliter  tantum,  sed  guber- 
nat  etiam  illas,  fovct  et  docet.  Universahs  provi  de  ntia 
Dei,  qui  est  universaUs  causa,  propria  est  ;  homo  igi- 
tur,  qui  universaliter  cunctis  et  viventi  bus  et  non  vi- 
ventibus  providet,  est  quidam  Deus.  Deus  est  procul 
dubio  animaHum,  qui  utitur  omnibus,  imperat  cunctis, 
instruit  plurima.  Deum  quoque  esse  constitit  elemen- 
torum,  qui  habitat  colitque  omnia  ;  Deum  denique 
omnium  materiarum,  qui  tractat  omnes,  vertit  et 
format  ». 


imo.  Et  ut  lux  esse  sino  igne  non  potest,  sic  vita  sine  luce- 
Ignis  igitur  elementum  est  lucis  cac  vitae  :  unde  apparet  ho- 
ninem,  qui  eo  utitiu-,  immortalem  sortitum  esse  conditionem, 
q[uia  illi  familiare  est,  quod  facit  vitam  ». 
*)  Cfr.  Campanella,  vv.   18-19. 

Cfr.  vv.  31-8. 

Ossia,  degli  angeli  e  dèmoni. 


:ì 


—  144  — 

Da  tutte  queste  prove  della  divinità  deiranima  anche 
il  Ficino  conchiude  :  «  Qui  tot  tantique  in  rebus  corpori 
«  dominatur  et  immortalis  Dei  gerit  vicem,  est  procul 
«  dubio  immortalis  ».  Pure  ci  son  prove  di  gran  lunga 
superiori  della  sublime  natura  dell'uomo.  H  quale,  non 
pago  delle  arti  che  si  riferiscono  al  dominio  del  mondo 
materiale,  si  solleva  a  una  forma  più  spirituale  del 
divino  mediante  Fesercizio  della  sua  potenza  morale, 
che  si  dispiega  sulla  volontà  propria  od  altrui  ;  giacché 
egli  solo  tra  gli  animali  s' innalza  al  dominio  di  se 
medesimo,  e  quindi  degli  altri,  nella  famiglia,  nello 
Stato,  nel  genere  umano.  Egli  solo  tra  gli  animah  è 
capace  di  sacrificarsi  per  il  pubblico  bene,  fino  ad  in- 
contrare la  morte,  «utpote  qui  singula  haec  mortaha 
«  despicit  bona,  communi s  aeternique  boni  fìrmitati 
«  confi-sus  ».  E  dimostra  poi  anche  più  evidentemente 
la  sua  divina  natura  con  le  scienze  pure  e  le  arti  belle, 
che  non  si  possono  in  nessun  modo  considerare  come 
indirizzate  alla  soddisfazione  di  bisogni  terreni,  e  nelle 
quali  l'anima  sdegna  di  già  il  ministero  del  corpo.  Né  ba- 
sta :  «  Unum  illud  est  in  primis  animadvertendum,  quod 
«  artifìcis  solertis  opus  artificiose  constructum  non  po- 
«  test  quiUbet,  qua  ratione  quo  ve  modo  sit  constructam 
«  discernere,  sed  solum  qui  eodem  pollet  artis  ingenio. 
«Nemo  enim  discerneret  qua  via  Archimedes  sphaeras 
«  constituit  aeneas,  eisque  motus  motibus  caelestibus 
«similes  tradidit,  nisi  simili  esset  ingenio  praeditus. 
«Et  qui  propter  ingenii  similitudine  m 
«  discerni  t,  is  certo  posset  easdemcon- 
«stituere,  postquam  agnovit,  modo  non 
«  deesset  materia.  Cum  igitur  homo  caelorum  ordinem,  un- 
«  de  moveantur,  quo  progrediantur,  et  quibus  mensuris 
«  quidve  parìant,  viderit,  quis  neget  eum  esse  ingenio, 
«  ut  ita  loquar,  pene  eodem  quo  et  author  ille  caelorum? 
«ac  posse  quodammodo  caelos  facere,  si  instrumenta 
«nactus  fuerit  materiamque  caelestem,  postquam  facit 
<i  eos  nunc  licet  ex  alia  materia,  tamen  persimiles  ordine?» 


—  145  — 

Con  che  il  Ficino  ha  toccato  da  maestro  il  fondo  della 
questione,  enunciando  chiaramente,  come  già  in  altro 
luogo  della  stessa  Teologia  *),  il  concetto  del  conoscere 
come  attività  costruttiva  del  conosciutp  ;  quel  concetto, 
da  cui  prenderà  le  mosse  la  speculazione  del  Vico  piìi 
di  due  secoli  dopo,-  e  che  sarà  fissato  dal  filosofo  napo- 
letano nel  celebre  motto  :  «  verum  et  factum  conver- 
«  tuntur  ».  Né  anche  qui  il  Ficino  ammette  V  identità 
tra  la  mente  umana  e  la  divina;  e  non  era  possibile  che 
l'ammettesse  ;  e  perciò  si  arresta  a  quello  stesso  scet- 
ticismo, a  cui  s'arresterà  anche  il  Vico.  Ma  quella  cer- 
ta somigHanza  che  scorge  tra  le  due  menti,  era  il  più 
alto  segno  del  divino  che  si  potesse  scorgere  nello  spirito 
umano  finché  restava  una  natura  fuori  di  esso,  e  un 
cielo  di  Dio  cotanto  diverso  da  quello  di  Archimede, 
come  solo  possibile  termine  di  ragguaglio. 


VI. 


Dal  Ficino,  dal  Pico  e  dagli  scritti  ermetici  già  recati 
in  latino  dal  Ficino  dipende  l'esaltazione  che  si  fa  del- 
l'uomo nell'ultimo  dialogo  della  Circe  pubblicata  nel 
I54Q  in  Firenze  dal  filosofo  calzaiuolo  Giambattista 
GelH.  Basta  leggerne  alcuni  periodi,  dove  dice  della  di- 
gnità che  dà  all'uomo  la  sua^«  volontà  libera  »  :  dignità 
«tanto  maravighosa,  che  quei  primi  sapienti  di  Egitto 
«  lo  chiamaron  solamente  per  questo  il  gran  Miracolo  de 
«  la  natura.  Perchè  tutte  le  altre  creature  hanno  avuto 
((  una  certa  legge,  per  la  quale  elle  non  possono  compiere 
«altro  fine  che  quello  che  è  stato  ordinato  loro  dalla 


^)  Cfr.  i   miei   Studi  vichianì,  pagg.  27-28, 

lu  —  (ìiordano  fi/ tpio  e-  il  pensiero  del  A'// 


—  146  — 

«  natura  :  né  possono  uscire  in  modo  alcuno  da  que'ter- 
a  mini  che  ella  ha  assegnato  loro.  E  l'uomo,  per  avere, 
«  questa  volontà  libera,  può  acquistarne  uno  più  degno 
«  e  uno  meno  degno,  come  pare  a  lui,  o  inchinandosi  in- 
«  verso  quelle  cose  che  sono  inferiori  a  lui,  o  rivolgendosi 
«inverso  quelle  che  gli  sono  superiori.  Imperocché  se  egli 
«  si  darà  tutto  al  ventre,  tenendo  sempre  la  bocca  e  la 
«  faccia  fitta  ne  la  terra,  egli  diventerà  stupido  e  simile  a 
((  le  piante,  e  se  egli  s'immergerà  troppo  nella 'dilettazione 
«  sensitiva,  diverrà  simile  ai  bruti.  Ma  se  e  di,  voltando 
<j  la  faccia  al  cielo,  considererà  filosofando  la  bellezza 
«  dei  cieli  e  il  maraviglioso  ordine  de  la  natura;  e  se  egli, 
«si  muterà  di  terreno  in  animale  celeste; e  se  egh,  sprez- 
«  zati  tutti  gli  impedimenti  del  corpo  attenderà  a  contem- 
«  piare  le  cose  divine,  si  farà  quasi  uno  Iddio...  Egli  può 
«farsi  tutto  quello  che  egli  vuole  »  *).  Così  anche  nella 
dedica  della  stessa  Circe  a  Cosimo  de'  Medici,  il  Gelli 
aveva  scritto  :  «  In  potestà  de  l'uomo  é  stato  liberamente 
«  posto  il  potersi  eleggere  quel  modo  nel  quale  più  gh  piace 
«  vivere,  e  quasi  come  un  nuovo  Proteo  trasformarsi  in 
«  tutto  quello  che  egli  vuole,  prendendo,  a  guisa  di  ca- 
«  maleonte,  il  color  di  tutte  quelle  cose  a  le  quali  egli 
«  più  si  avvicina  con  l'affetto;  e  finalmente,  o  farsi  terreno 
«o  divino,  e  a  quello  stato  trapassare,  che  a  la  elezione 
«  del  libero  voler  suo  piacerà  più  K 

Il  concetto  dei  neoplatonici  fiorentini  sarà  ripreso 
nello  Spaccio  della  bestia  trionfante  (1584)  da  Giordano 
Bruno,  che  se  ne  gioverà  a  rivendicare  contro  la  conce- 
zione antistorica  dell'età  dell'oro,  il  valore  della  libertà 
e  del  lavoro  onde  l'uomo  crea  a  se  stesso  il  proprio  destino 
e  la  civiltà.  Dice  Giove  (e  nel  dialogo  riferisce  Sofia)  : 
«  Che  gli  dei  aveano  donato  a  l'uomo  V  intelletto  e 
«le  mani,  e  l'aveano  fatto  simile  a  loro,  donandogli 
«  facoltà  sopra  gli  altri  animali,  la  qual  consiste  non  solo 


^)  Opere,  Firenze,  Le  Mounier,   1855,   P^^-   ^44' 


—  147  — 

«  in  poter  operar  secondo  la  natura  ed  ordinario,  ma  ed 
«oltre,  fuor  le  leggi  di  quella  ;  acciò,  formando  o  pos- 
«  sendo  formar  altre  nature,  altri  corsi,  altri  ordini  con 
«l'ingegno,  con  quella  libcrtade,  senza  la  quale  non ar- 
«rebe  dettar  similitudine,  venese  a  serbarsi  dio  de  la 
«  terra.  Quella  certo,  quando  verrà  ad  essere  ociosa,  sarà 
«  frustratoria  e  vana,  come  indarno  è  V  occhio  che  non 
«vede,  e  mano  che  non  apprende.  E  per  questo  ha  de - 
«terminato  la  Providenza,  che  vegna  occupato  ne  l'a- 
«zione  per  le  mani,  e  contemplazione  per  l'intelletto, 
«  de  maniera  che  non  contempla  senza  azione  e  non  con- 
«  tempia,  e  non  opra  senza  contemplazione.  Ne  l'età  dun- 
«  que  de  l'oro  per  l'ocio  gli  uomini  non  erano  più  virtuosi, 
«  che  sin  al  presente  le  bestie  son  virtuose  ;  e  forse  erano 
«  più  stupidi,  che  molte  di  queste.  Or,  essendo  tra  essi  per 
«l'emulazione  d'atti  divini  e  adattazione  di  spirituosi 
«affetti  nate  le  difficultadi,  risorte  le  necessitadi,  sono 
«  acuiti  gl'ingegni,  inventate  le  industrie,  scoperte  le  arti  ; 
«  e  sempre  di  giorno  in  giorno,  per  mezzo  de  l'egestade, 
«  da  la  profondità  de  l'intelletto  umano  si  eccitano  nove 
«e  maraglio^  invenzioni.  Onde,  sempre  più  e  più  per  le 
«  sollecite  ed  urgenti  occupazioni  allontanandosi  dall'esser 
«bestiale,  più  attamente  s'approssimano  a  l'esser  di- 
«  vino  »  *). 

Qui  Bruno  addita  sicuramente  il  valore  dell'uomo 
come  spirito  creatore  del  suo  mondo  nella  storia  ;  e 
torna  ad  adombrare  quel  concetto  del  progresso  che  già 
era  lampeggiato  alla  sua  mente  nella  Ccjia  de  le  ceneri  ^). 
Qui  egli  prenunzia  Vico. 

Al  quale  pure  prelude  Cesare  Cremonini,  di  Cento 
(1552-1631),  il  celebre  professore  aristotelico  padovano 
amico  di  Galileo,  filosofo  0  scrittore  troppo  più  famoso  ch(^ 


')  Dialoghi  montli,  ed.  Gentile,  pagg.  143-4.  Su  quciila 
celebrazione  bruniana  dell'umano  lavoro  Cfr.  Spavi  nta,  Sag'^i 
(li  Cyiticci,  Napoli,    1867,  pa2:q:.    ibo-165. 

2)  Vedi  sopra,  k)  scritto;   Verilas  filici  i,ii'l  ■>' 


—  148  — 

conosciuto.  Dc;l  quale  una  prolusione,  letta  a  Padova 
il  26  gennaio  1597,  contrappone  l'uomo  alla  natura,  e  la 
filosofìa  fa  consistere  nella  conoscenza  di  sé,  come  epi- 
logo del  reale,  e  mirabile  potenza  di  libera  attività,  così 
come  farà  G.B.  Vico  nella  prima  delle  sue  Orazioni 
inaugurali  ^) . 


VII. 


Ma  questa  speculazione  del  valore  dell'uomo,  che  è 
il  valore  dello  spirito  di  fronte  alla  natura,  salita  nel 
Ficino,  nel  Pico  e  nel  Bruno  a  così  alte  cime,  era  stata 
iniziata  in  Firenze  stessa  un  ventennio  prima,  e  ri- 
spondeva a  un  generale  movimento  dello  spirito  del 
Quattrocento  italiano.  Uno  de'  suoi  storici  più  acuti  ^) 
ha  scritto  :  «  Jadis,  alors  que  la  cité  de  Dieu  se  pro- 
«longeait  sur  la  terre,  l'homme,  exilé  d'un  jour  dans 
«une  vallee  de  larmes,  ne  gardait  d'autre  noblesse  que 
«son  origine  et  n'avait  d'autre  mission  qu'à  préparer 
«per  le  jeune  et  la  repentance  son  avenir.  Aujourd'hui, 
«  dans  la  realité  présente  de  la  joie  et  de  la  beante, 
«l'homme  est  tout.  Il  n'est  plus  esclave,  il  est  maitre, 
«  il  n'est  plus  membre,  il  est  chef.  Il  n'est  plus  clero,  doc- 
«  teur,  baron,  drapier,  guelfe,  gibelin,  chréticn  :  il  est 


*)  Vedine  l'estratto  che  ne  riproduco  nell'Appendice,  II.  Sul 
Cremonini  v.  D.  Berti,  Di  C.  Crem.  e  della  sua  controversia 
con  r  Inquisizione  di  Padova  e  di  Roma  (Roma,  1878  ;  estr. 
dalle  Meni,  della  R.  Acc.  di  Line,  1877-78,  se.  mor.)  ;  L.  Ma- 
BiLLEAU,  C.  C,  Paris,  Hachette,  1881  ;  e  Charbonnel,  La 
pensée  ital.  au  XVI  siede  et  U  courant  libertin,  Paris,  Cham- 
pion, igig,  pagg.  230-274.  Ma  sul  Cremonini  manca  ancora 
il  lavoro  che  ne  dimostri  il  reale  valore  storico. 

^)  Ph.  MoNNiER,  Le  Qwa/^i'ocewjfo,  Paris,  1912,  t.  I,  pag.  jj8. 
Cfr.  Burckhardt,  La  Civiltà,  II,  95. 


^    l_jC)    — 

«lui.  Il  s'est  fait  lui-meme  :  Je  me  suis  fait  moi-meme, 
«  disait  Fontano.  Son  but  est  lui-meme  :  1  i  h  o  m' 
«faiz  pour  lui-meme,  disait  Latini  ».  Già 
la  polemica  dantesca  contro  la  definizione  che  Fede- 
rico II  aveva  dato  della  nobiltà,  era  stata  uno  dei  primi 
segni  della  riscossa  della  coscienza  umana.  Ma  per  gli 
tunanisti  la  questione  della  natura  della  nobiltà  fu  uno 
dei  temi  favoriti,  e  i  molti  dialoghi  e  trattati  che  se 
ne  scrissero  sono  uno  dei  più  eloquenti  segni  del  tempo. 
Il  Bruni,  il  Poggio,  il  Piccolomini,  il  Platina,  il  Landino, 
il  Filelfo,  lo  stesso  Ficino  *)  dicono  a  una  voce  che 
nobih  non  si  nasce,  ma  si  diventa  con  le  proprie  opere. 
Ecco  per  esempio  quel  che  scriveva  il  Platina  con  quel 
vivo  senso  della  dignità  umana  che  l'umanesimo  pro- 
moveva :  «  Frustra  nituntur  qui,  omissa  virtute,  nobilita- 
«  temtanquam  haereditarium  munus  a  maioribus  expe- 
«  tant.  Quis  enim  generosum  hunc  dixerit,  qui  indignus  ge- 
«  nere  et  praeclaro  nomine  tantum  insignis  ?  Nobilitas 
«erdm  viitutis  socia  et  comes,  proprio  labore  quaesita, 
«non  alieno,  cum  vitiis  stare  nullo  modo  potest.  Unde 
«  verum  illud  Senecae  tragici  est  :  *  Qui  genus  iactat 
«  suum,  aliena  laudat  '.  Gloriari  quidem  possumus  nos 
«  a  claris  maioribus  sanguinem,  artus,  viscera  acce- 
«  pisse  :  nobihtatem  vero  nequaquam,  quae  tota 
ex  animis  nostris  pende  t,  et  non  aUunde 
«  venit,  ne  ignarum  vulgus  sequamur,  qui  persaepe 
«  in  maximos  errores  dilabitur,  cuiusque  opinio  raro  cum 
«  sapicntia  convenit  *)  », 

Lo  stesso  concetto  stoici  zzante  del  valore  creativo 
o  della  assoluta  autonomia  della  volontà  umana  si  fa 
strada  nella  discussione  intorno  al  potere  della  fortuna 
contro  la  quale,  per  bocca  di  Leon  Battista  Alberti, 
l'uomo  afferma  vigorosamente  la  propria* potenza  corno 
principio  del  proprio  destino.  Tutti  gli  scritti  morali  di 


*)  Burckhardt,  II,   102-3  ;  Rossi,  Quattroceìiio,  pag.  85. 
")  De  vera  nobilitate,  in  Òpera,  Colonia,   1561,  pag.  60. 


^  150  -^ 

quest'uomo  così  rappresentativo  dello  spirito  del  Rina- 
scimento sono  una  rivendicazione  della  libertà  dell'uomo 
dalla  cieca  forza  della  natura  esterna  e  del  caso,  e  un 
continuo  incitamento  all'uomo  perchè  vegga  nella  sua 
vita  l'effetto  delle  sue  proprie  azioni. 

Ne'  suoi  giovanili  Ini er cenali  rappresenta  la  vita 
umana  come  un  fiume,  e  mentre  vede  correre  alla  morte 
chi  si  affi-da  alla  corrente,  addita  la  saviezza  di  quelli 
che  fanno  piuttosto  assegnamento  sulle  proprie  forze  : 
«  Meliori  idcirco  in  sorte  sunt  hi  qui,  ab  ipsis  pri- 
«mordiis  fisi  propriis  viribus,  nando  hunc  ipsum  vitae 
«  cursum  peragunt  :  namque  cum  ilUs  praeclare  quidem 
«agitur,  qui,  natandi  peritia  freti  atque  adiuti,  modo 
«otiosi  parumper  commorari  poneque  sequentem  navi- 
«  culam  aut  tabulas  fluvio  devectas  praestolari,  modorc 
«  item  maximis  viribus  ut  scopulos  evitent  contendere 
«  atque  ad  litus  usque  prò  laude  advolare  di  dicere  ». 

Contro  chi  attribuisce  alla  fortuna  l' ingiusta  largii 
zione  dei  comodi  e  degli  onori  ai  malvagi,  e  quindi 
contro  la  vecchia  dottrina  teologica,  che  rinvia  a  un'al- 
tra vita  l'adempimento  della  divina  giustizia,  scrive  : 
«  Quis  putarit  fortunam  vi  sua  malos  extollere,  ubi 
«  palam  est,  eos  fere  omnes,  qui  vulgo  fortunati  dicun- 
«  tur,  hominum  improbitate  aut  stultitia  crevisse  ? 
«Tolle  cupiditates,  folle  ignaviam,  sustuleris  impe- 
«rium,  si,  quod  illi  attribuendum  est,  fregeris  vim, 
«neglexeris  impetum  furentis  fortunae.  Est  profecto 
«ut  dicis,  atque  ideo  mortalium  sorti  vel  potius  inge- 
«  niis  condolendum  est,  qui  vel  nesciant,  vel  nequeant 
«consiHo,  prude ntia  aut    virtute    integra   perfrui  »  ^). 

Più  tardi  nel  proemio  al  ivattRto  Della  famiglia  tor- 
nava più  chiaramente  a  notare  :  «  Da  molti  veggo 
«la  fortuna  più  volte  essere  senza  vera  cagione  incol- 
«pata.  E  scorgo  molti,  per  loro  stultizia  scorsi  ne'  casi 


Opera  ifiedit^i.  ed.  Mancini,  Firenze,  1890,  pagg.  138,  216. 


—  151  — 

«sinistri,  biasimarsi  della  fortuna  e  dolersi  d'essere 
«agitati  da  quelle  fluttuosissime  sue  onde,  nelle  quali, 
«stolti  1  sé  stessi  precipitarono.  E  così  molti  inetti,  de' 
«  suoi  errati,  dicono,  altrui  forza  funne  cagione.  Ma  se 
«  alcuno,  con  diligenza  qui  vorrà  investigare  qual  cosa 
«molto  estolla  e  accresca  le  famiglie,  qual'anche  le 
«  mantenga  in  sublime  grado  d'onore  e  di  felicità,  costui 
«  apertamente  vedrà  gli  uomini  a  v  e  r  s  i  d'o  g  n  i 
«suo  bene  cagione  e  d'ogni  suo  male.... 
«  Non  è  potere  della  fortuna  ;  non  è,  come  alcuni  scioc- 
«chi  credono,  così  facile  vincere  chi  non  voglia  esser 
«  vinto.  Tiene  giogo  la  fortuna  solo  a  chi  sé  gli  sotto- 
«  mette  ». 

La  virtù,  non  la  fortuna,  è  il  principio  dell'u- 
mana grandezza  :  una  virtù,  che  non  è  grazia  ce- 
leste, ma  umana  volontà  :  quella  virtù  appunto 
che  predicherà  il  Machiavelli.  «Così  adunque  si  può 
«  statuire,  la  fortuna  essere  invalida  e  debolissima  a  ra- 
«  pirci  qualunque  nostra  minima  virtù  :  e  dobbiamo 
«  giudicare  la  virtù  sufhciente  a  contendere  e  occupare 
«ogni  sublime  e  eccelsa  cosa,  amplissimi  principati, 
«  supreme  laudi,  eterna  fama  e  immortai  gloria.  E  con- 
«  viensi  non  dubitare  che  cosa  qual  si  sia,  ove  tu  la 
«  cerchi  e  ami,  non  t'  è  più  facile  ad  averla  e  ottenerla, 
«  che  la  virtù.  Non  ha  virtù  se  non  chi  non  là  vuole  »  ^) . 
E  più  arditamente,  nel  terzo  libro  Della  tranquillità  del- 
l'ammo  :  «Voglio  ne'  tuoi  mali  invochi  aiuto  da  Dio  ; 
«  ma  non  voglio  in  questo  t'abbandoni  e  diati  a  inten- 
«  dere  non  potere  in  te  di  te  quello  che  tu  puoi .  Resta , 
«  quando  che  sia,  sollecitare  gì'  Iddii  con  tanti  tuoi  voti 
«  e  chieste.  Eccita  in  te  la  tua  virtù  :  sat  sii  mens  sana 
«  in  corpore  sano.  La  ment^  nostra  sarà  sana  quando  la 
«  vorremo  esser  sana  j)^).  La  stessa  virtù,  dunque,  che  il 
Machiavelli,  contrapporrà  alla  fortuna  ricercando  nei  Di- 


*)  Opere   volgari,   ed.    Bonucci,  t.  II,  pagg.  6,  io,  14-15. 
^)  Op.  volg.,   I,    IT3. 


—  15^  -^ 

scorsi  «  quale  fu  più  cagione  dello  imperio  che  acquista- 
«rono  i  Romani,  o  la  virtù,  o  la  fortuna»;  e  combat- 
tendo Livio  perchè  «rade  volte  è  che  facci  parlare  ad 
«  alcuno  romano,  dove  ei  racconti  della  virtù,  che  non 
«  vi  aggiunga  la  fortuna  »  :  «  la  qual  cosa  »,  egli  sog- 
giunge, «io  non  soglio  confessare  in  alcim  modo,  né 
«  credo  ancora  che  si  possa  sostenere  ».  E  ripeterà  an- 
cora l'Alberti  nel  Principe  (e.  25)  ammonendo  che  la 
fortuna  «  dimostra  la  sua  potenza  dove  non  è  ordinata 
«  virtù  a  resistere  »  *). 

Questo  concetto  della  potenza,  che  ha  radice  nella 
volontà  dell'uomo,  è  la  fede  del  Machiavelli.  Perciò 
anche  neW Asino  d'oro  (V,   115-127)  scriverà: 

Creder  che  senza  te,  per  te  contrasti 
Dio,  standoti  ozioso  e  ginocchioni 
Ha  molti  regni  e  molti  Stati  guasti. 

E'  son  ben  necessarie  l'orazioni 

E  matto  al  tutto  è  quel  ch'ai  popol  vieta 
Le  cer emonie  e  le  sue  divozioni  : 

Perchè  da  quelle  in  ver  par  che  si  mieta 
Unione  e  buono  ordine,  e  da  quello 
Buona  fortuna  poi  dipende  e  lieta . 

Ma  non  sia  alcun  di  sì  poco  cervello, 
Che  creda,  se  la  sua  casa  ruina. 
Che  Dio  la  salvi  senz'altro  puntello  ; 

Perchè  e'  morrà  sotto  quella  ruina. 

E  bisogna  riferirsi  a  quella  sua  indomita  fede  per 
intendere  l' ispirazione  profonda  così  dei  Discorsi  e  del 


^)  Disc,  II,  I,  Veggasi  invece  nell'Appendice,  III,  come  l'ari- 
stotelico Pontano  nel  suo  De  fortuna  ancora,  nel  150^  (cfr.  Ga- 
SPARY,  St.  leti,  ital},  II,  I,  pag.  396)  si  tenga  stretto  all'antico 
concetto  pagano  (v.  Arist.,  Phys.,  II,  4-6  ;  Eth.  End.,  VII  14  e 
Magna  Maral.,  II,  8  ;  Boezio,  De  consol.  philos.,  II,  pr.  2,  ecc.), 
celebrato  da  Dante  {Inf,,  VII,  67-96),  d'una  fortuna  ope- 
rante «  oltre  la  difension  de'senni  umani  ».  Il  Petrarca,  in- 
vece giunse  ad  affermare  :  «  Sola  virtus  fortunae  legibus  libera 
est,  atque  illa  olluctante  clarius  nitet  »  :  De  remcd.  utr.  fori.,  II, 
I,  in  O^éjy a,  Basilea,  158 1,  pag.  107;  cfr.  Bologna,  Nuovi  studi 
sul  Petrarca,  Roma,  Albrighi-Segati  e  C,  1914,  pag.  52.  Pel  Ma- 
chiavelli v.  F.  Ercole,  Lo  '  Stato  '  nel  pensiero  di  N.  M.  I,  17. 


--  153  --- 

Principe  come  àoìVArte  della  guerra.  Poiché  anche  in 
Italia,  diventata  per  la  sua  fiacchezza  nelle  armi,  «  il 
vituperio  del    mondo»*),   la    stessa    fibra    dell'uomo 
si  sarebbe  potuto  rifare  pur  che  si  fosse  voluto.  E  però 
nel  Capitolo  sull'ambizione  (vv.  109-117)  ammoniva  : 
E  quando  alcun  colpasse  la  natura 
Se  in  Italia,  tanto  afflitta  e  stanca 
Non  nasce  gente  si  feroce  e  dura  ; 
Dico  che  questo  non  iscusa  e  franca 
L'  Italia  nostra,  perchè  può  supplire 
L'educazion  dove  natura  manca. 
Questa  T  Italia  già  fece  fiorire 

E  di  occupar  il  mondo  tutto  quanto 
La  fiera  educazion  le  diede  ardire. 

Concetto  più  reahstico  del  rapporto  tra  virtù  e  for- 
tuna, ma  non  minor  coscienza  della  umana  autono- 
mia, espresse  il  Guicciardini.  «Non  si  può  in  questo 
«mondo  eleggere  il  grado  in  che  l'uomo  ha  a  na.cere, 
«  non  le  faccende  e  la  sorte  con  che  l'uomo  ha  a  vivere  ; 
«  però,  a  laudare  o  riprendere  gh  uomini,  s'  ha  a  guar- 
«  dare  non  la  fortuna  in  che  sono,  ma  come  vi  si  ma- 
«  neggiano  dentro  ;  perchè  la  laude  o  biasimo  degli 
«  uomini  ha  a  nascere  da'  portamenti  loro,  non  dallo 
«  stato  in  che  si  truovano,  come  una  commedia,  o  tra- 
«  gedia.  Non  è  più  in  prezzo  chi  porta  la  persona  del 
«padrone  e  del  re,  che  chi  porta  quella  disino  servo  ; 
«ma  solamente  si  attende  chi  la  porta  meglio  »  ^). 


Vili. 

Questo  nuovo  concetto  dell'uomo  entrò  modesta- 
mente, quasi  umilmente,  nella  speculazione  filosofica 

*)  Arte  della  guerra,  lib.  Vii. 

^)  F.  Guicciardini,  Ricordi  polii,  e  civ.,  in  Opete  ii^ed. 
illustrate  da  G.  Canestrini,  Firenze,  Barbèra,  Bianchi  e  C, 
J857.  pag.  149- 


—  154  -^ 

per  opera  di  un  fiorentino  coetaneo  dell'Alberti,  di 
Giannozzo  Manetti  (1396-1459),  il  dotto  e  dignitoso 
cittadino  e  uomo  di  Stato,  che  tanti  servigi  rese  alla 
patria,  e  fu  costretto  dalle  fazioni  a  morirne  fuori  : 
l'oratore  magnifico  della  sua  repubblica  presso  i  Geno- 
vesi e  i  Veneziani,  il  Papa,  l' imperatore  Federico  III 
e  re  Alfonso,  alla  cui  corte  visse  gli  ultimi  anni  :  il  disce- 
polo di  Ambrogio  Traversari,  e  come  lui  tra  i  più  sin- 
ceri cristiani  degli  umanisti,  così  amorosamente  dipin- 
toci da  Vespasiano  da  Bisticci  nel  suo  appassionato 
amore  degli  studi,  esperto  nell'ebraico,  da  cui  tradusse 
i  Salmi,  e  nel  greco,  donde  trasportò  in  italiano  tutte 
le  Etiche  di  Aristotele  o  a  lui  attribuite,  e  il  Nuovo  Te- 
stamento :  il  buon  Giannozzo,  il  solo  umanista  che  non 
si  compiacque  mai  delle  invettive,  in  cui  tutti  gli  altri 
si  accanivano.  Il  suo  De  dignitate  et  excellentia  hominìs, 
in  quattro  libri,  scritto  j)er  invito  di  Alfonso  d'Aragona, 
condotto  a  termine  nel  1452,  fu  pubblicato  nel  1532  ; 
eppure  è  presso  che  dimenticato  dagli  storici  dell'uma- 
nesimo ^),  quantunque  ne  sia  una  delle  espressioni 
più  caratteristiche. 


^)  Il  VoiGT,  //  Risorg.  deli'aniich.  class.,  tr.  it.,  I,  324, 
lo  condanna  in  blocco  insieme  con  gli  altri  scritti  del  M.,  per 
la  forma,  il  latino  scolorito,  monotono,  e  iasopportabile  per 
soverchia  prolissità  »  ;  e  mostra  (II,  447)  di  non  averlo  né 
pur  letto.  Il  Rossi  non  lo  ricorda.  Il  Monnier  (I,  49)  dice  bensì 
che  «le  siede  s'ouvre  par  un  traité  de  vienx  théologien  Gia- 
v  nozzo  Manetti  par  la  dignité  et  supériorité  de  l'homme  et 
«  le  siècle  clót  par  un  traité  par  la  dignité  de  l'homme  du  jeune 
«  prince  Pie  de  la  Mirandole  »  :  ma,  senza  dire  della  inesat- 
tezza cronologica  di  questa  enfatica  citazione,  pare  che  non  l'ab- 
bia letto  né  anche  lui,  che  torna  poi  a  citarlo  in  questa  cu- 
riosa forma  :  «  G.  Manetti  compulse(?)  un  traité  sur  la 
Dignité  de  l'homme  »  (I,  152).  —  Di  un  ms.  del  trattato  che  si 
conservava  a  Firenze  nella  libreria  di  S.  Marco  parla  A.  Zeno, 
Dissert.  voss.  (Venezia,  1752),  I,  182  ;  e  di  due  mss.  della  Va- 
ticana dà  notizia  F.  Pagnotti,  La  vita  di  Nicolò  V  scritta 
da  G.  Marietti,  in  Atti  della  R.  Soc.  Rom.  di  St.  paf.,  XIV 
(1891),   pag.   431.   L'opuscolo,   secondo    Vespasiano    da    Bi- 


-  t55  - 

L'autore  ricorda  nella  sua  dedica  a  re  Alionsol  oc- 
casione del  suo  scritto,  e  ne  racconta  quindi  brevemente 
la  storia  :  «  Quum  non  multo  ante,  Fiorentini  populi  no- 
«  mine  legati  et  oratore s  Neapoli  apud  te  commoraremur, 
«  factum  est  ut  semel  opusculum  quoddam  praecipuum 
«  et  egregium  et  magnis  insuper  laudi  bus  et  memoratu 
«  dignum  cursim  legeremus,  quod  a  Bartholomaeo  Fa- 
«  tio  viro  eruditissimo  simulatque  elegantissimo  de  ea- 
«dem  materia  Nicolao  V  summo  Pontifici  scriptum 
«et  dedicatum  fuerat.  linde,  quum  non  multo  post 
«  forte  ad  Graecam  illam  celeberrimam  ac  famosissimam 
«  Turrim  semel  essemus  atque  prò  humanitate  tua  prò- 
«lixum  quendam  de  studiosis  et  eruditis  hominibus 
«  sermone m  simul  haberemus,  modo  nescio  quo  evenit, 
«  ut  in  particularem  praedicti  opusculi  mentionem  inci- 


sTicci,  Vite,  ed.  Frati,  li,  157,  fu  composto  alla  Scai 
peria,  dove  il  Manetti  fu  vicario  nel  1452  (cf.  N.  Nalui,  G.  Ma- 
neiti  vita,  in  Muratori,  R.  I.  5.,  XXX,  582).  Ma  deve  cre- 
dersi che  allora  fosse  piuttosto  compiuto  ;  perchè  nella  dedica 
di  Giannozzo  è  detto  che  fu  cominciato  ne]  145 1  (v.  Zippel, 
di  unte  al  Voigt,  pag.  t8)  quando  cioè  il  M.  fu  per  la  quarta 
volta  ambasciatore  a  re  Alfonso,  0  recavasi  a  trovarlo  a  Torre 
del  Greco  come  ricorda  Vespasiano,  pagg.  140-47).  Si  ricordi 
che  l'incoronazione  di  Federico  III,  che  il  Manetti  seguì  a 
Roma  per  conto  della  Repubblica  Dorentina,  ebbe  luogo  il 
19  marzo  1452.  —  Io  mi  servo  della  stampa  : 

Clarissimi  vi — ri  Janocii  De  Mane — ciis,  Equitis 
ac  lureconsulti.  Floren — tini,  ad  inclytum  Arrago- 
num — Regem  Alfonsum, — De  (/unìifa/r  et  excel — lentia 
hominis  Li — bri  llll.— Ex  Bibliotheca  Io.  Alexan- 
dri — Brassicaru  lureconsulti, — receiis  in  lucem  editi. — 
Basileac — M.D. XXXII. ^—  In  fondo  :  Basileae,  apud 
And. — Cratandrum,— Anno  M.D.XXXTI.  -  mense  lu- 
nio.—  (pp.  234  e  6  non  num.  in-iS). 

Precede  una  dedica  del  Brassicano  a  Nicola  Rabenhaupt, 
cancelliere  di  Ferdinando,  re  dei  Romani,  Pannonia  e  Boemia 
in  data  di  Vienna,  agosto  1531  (pagg.  3-6).  A  pag.  7  sono 
venti  endecasillabi:  lAherdese;  a  pagg.  8-13  la  dedica  del 
M.  ad  Alfonso. 


<i  deremus.  Quocirca  paulo  post  benigne  et  perhumane 
«  qnidem  a  nobis  exegisti,  ut  de  eisdem  rebus  scribere 
«vellemus,  tibique  opus  dedicaremus.  Nos  vero,  qui 
«Maiestati  tuae  in  primis  morem  gerere  et  obsequi 
«maxime  cupiebamus,  nihil' nobis  gratius  fore,  respon- 
«  dere  non  dubitavimus,  quam  ut  tibi  gratificari  et 
«  famulari  possemus  :  ideo  nos,  ut  nosti,  libenter  scrip- 
«  turos,  et  opus  tuo  nomini  dedicaturos,  alacriter  incun- 
«deque  promisimus.  Unde  cum  paulo  post  scribere 
«  inchoassemus,  ac  prae  brevitate  temporis  inchoatum 
«opus  perficere  et  absolvere  nequivissemus,  rursus  po- 
«  stea  resumpsimus,  ac  nempe  multo  prius  absolvissemus, 
«nisi  repentinus  Foederici  tertii  novelli  imperatore  in 
«  Italiam  adventus  nos  quotidie  aliquid  describentes 
«  parumper  retardesset  :  nam  nostrae  Reipublicae  legati 
«honorandae  coronationis  eius  causa  Roman  venimus, 
«  atque  tantiun  commorati  sumus,  quoad  ipse  inde 
«recederet.  Ex  hac  itaque  legatione  postea  in  patriam 
«re versi,  ultimam  demum  praedicto  operi  iam  pridem 
«  inchoato  manum  imposuimus,  atque  commemoratis 
«  causis  adducti  tuo  nomini  dedicavimus  :  ut  certi  polli- 
«  citationum  nostrarum  debitores  tibi  ceu  vero  illorum 
«promissorum  creditori,  tandem  aliquando  contracta 
«debita  solveremus....  Verum,  ut  haec  nostra  parva 
«munuscula  tibi  gratiora  viderentur,  nonnulla  etiam 
«partim  in  laudem  Maiestatis  tuae  a  nobis  antea  de- 
«  scripta,  partim  nomini  tuo  dedicata,  in  uno  et  eodem 
«  volumine  coarta vimus,  atque  ad  te  summa  cum  devo- 
«tione  e  Florentia  usque  Neapolim  perferenda  cu- 
«  ra vimus  ». 

Il  De  excelienti  a  ac  praestantia   honiinis  di  B.  Fa- 
zio ^),  scritto  probabilmente  nel  1448^),    non    ha    in- 


*)  Pubblicato:  Hanoviae,  typis  Wechelianis,  161 1. 

*)  C.  Braggio,  Giac.  Bracelli  e  l'umanesimo  dei  liguri  al 
suo  tempo,  in  «  Atti  della  Soc.  Hg.  di  st.  pai.,  voi.  XXIII  (1890), 
pag.  220. 


—  157  — 

teresse  di  sorta  per  la  storia  delle  idee  del  Rinascimento. 
La  superiorità  dell'uomo  consiste  soltanto,  secondo  il 
Fazio,  nella  sua  destinazione  alla  beatitudine  celeste, 
della  quale  l'umanista  ligure  si  compiace  di  discorrere 
distesamente,  attingendo  alle  autorevoli  testimonianze^ 
dei  libri  sacri.  E  ben  s' intende  perchè  non  ne  restasse 
soddisfatto  re  Alfonso  ;  e  perchè  rm  recente  studioso, 
paragonando  al  trattato  del  Fazio  quello  del  Manetti, 
senta  qui  subito  «di  essere  in  un  ambiente  ravvivato, 
compenetrato  d' idee  nuove  »  *). 

La  tesi  stessa  di  Giannozzo  lo  trasse,  lui  così  buon 
cattolico,  a  sorpassare  il  segno  ;  e  il  suo  libro  per  alcuni 
luoghi  da  espurgare  fu  proibito  nelF  indice  dell'  Inqui- 
sitore Generale  di  Spagna  del  1584^).  Si  presenta  bensì 
anch'esso  con  l'aspetto  di  una  esercitazione  retorica, 
quasi  un  centone  di  citazioni  da  celebrati  scrittori  della 
letteratura  classica  e  cristiana  ;  ma  chi  segua  lo  svolgi- 
mento del  pensiero,  che  le  citazioni  son  introdotte  a 
confortare,  lo  vede  pervaso  da  uno  spirito  originale  e 
rispondente  all'avviamento  nuovo  del  pensiero^contem- 
poraneo,  che  metterà  capo  ai  platonici  fìciniani,  anzi, 
lungo  una  tradizione  non  più  interrotta,  al  Campanella. 
E  giova  perciò  alla  storia  delle  idee  il  farne  una  com- 
piuta analisi  e  riferirne  qualche  estratto. 

Dei  quattro  Hbri  del  trattato  il  primo  è  dedicato  alla 
descrizione  delle  doti  ond'  è  privile^ato  il  corpo  del- 
l'uomo ;  il  secondo  dimostra  le  prerogative  della  sua 
anima  razionale  ;  il  terzo  la  superiorità  e  la  destinazione 
di  tutto  l'uomo  ;  e  il  quarto  è  indirizzato  a  confutare  le 
antiche  e  recenti  dottrine  pessimistiche  circa  la  miseria 
della  vita  e  il  pregio  della  morte.  Basterebbe  la  tesi  che 
l'autore  si  propone  di  provare  nel  quarto  libro  a  mettere 
in  chiara  luce  lo  spirito  nuovo  del  suo  trattato.  E  da  es- 
so infatti  conviene  prender  le  mosse  per  intendere  questo 


*)  Braggio,  Op.  cit.,  pag.  224. 

')  Reusch,  Ber  Imi  ex  der  verhot.  Biicher,  I,  496. 


~  158  - 

nuovo  spirito,  che  trae  il  Marietti  nel  primo  libro  a  ri- 
produrre molte  vecchie  pagine  di  Lattanzio  e  di  Cice- 
rone. Giacché  di  tutti  i  pensatori  così  del  Rinascimento, 
come  di  questo  suo  preludio,  che  è  l'Umanesimo,  è 
sempre  da  avvertire  che  i  vecchi  materiali  che  gli  scrit- 
tori scavano  e  disseppelliscono  dal  passato,  sono  ado- 
perati a  nuove  costruzioni,  che  recano  l'impronta  d'un 
animo  e  di  un  pensiero  nuovo. 

Nello  svolgimento  del  tema  proprio  all'ultimo  libro 
il  Manetti  si  attiene  allo  stesso  ordine  con  cui  sono  di- 
sposti i  tre  hbri  antecedenti.  Riferisce  quindi  e  confuta, 
sommariamente,  quanto  è  stato  addotto  i)  intorno  alla 
fragihtà  del  corpo  umano  ;  2)  intorno  alla  ignobile  na- 
tura dell'anima  ;  3)  intorno  alla  misera  condizione  di 
tutto  Tuomo. 

Uomini  gravi  e  dotti,  egli  dice,  han  lamentato  che  i) 
corpo  che  la  natura  ha  dato  all'uomo  sia  nudo  ed  inerme, 
e  così  fragile,  debole  e  caduco,  da  non  potere  senza 
danno  tollerare  i  rigori  del  freddo  e  gii  eccessi  del  caldo, 
la  fatica^:^  la  fame,  la  sete.  Hanno  osservato  che  se 
l'uomo  si  dà  all'ozio  e  all'inerzia  vien  meno  ogni  suo 
vigore,  s'ammala  e  marcisce.  Quello  stesso  che  lo  diletta, 
e  di  cui  si  direbbe  non  possa  far  a  meno,  per  lo  più 
gli  riesce  molesto  e  mortifero.  Un  suono'  troppo  forte 
e  repentino,  una  luce  eccessiva,  un  odore  pestilen- 
ziale, un  sapore  amaro  e  un  aspro  contatto  inducono 
stanchezza  negli  organi.  La  vegHa  e  il  sonno,  il  cibo  e  la 
bevanda  cagionano  talvolta  la  morte.  Basta  una  sensa- 
zione o  troppo  forte  e  improvvisa,  o  dolorosa,  un  subito 
cambiamento  in  quello  che  si  beve  o  nell'aria  circostante, 
a  ledere  gli  organi  e  produrre  gravi  danni  neh  nostro 
(^orpo.  Aristotele,  Seneca,  Cicerone,  Plinio  e  molti  altri 
scrittori  greci  e  latini,  sacri  e  profani  ne  hamro  parlato 
a  lungo  in  molti  luoghi  dei  loro  libri.  Plinio  ne  conchiude 
«  naturam  potius  *  no vercam,  quam  matrem  nostrani 
«  exstitisse  ».  Ma  chi  più  di  proposito  trattò  e  amplificò 
questo  argomento  è  il  pontefice  Lwocenzo  ITI  nel  suo 


—  159  — 

De  miseria  humanae  vitae,  che  contrappose  la  terra,  da 
cui  fu  tratta  la  materia,  alla  fabbrica  degli  uomini  e 
degli  altri  animali  terrestri,  a  quei  piii  nobili  elementi 
onde  furon  fatte  le  altre  creature  di  Dio:  il  fuoco  degli 
astri,  Tarla  dei  venti,  l'acqua  dei  pesci  ;  e  a  vituperio 
della  stirpe  umana  mostrò  che,  se  l'uomo  ha  con  tutti 
gli  altri  animah  comune  la  sorte  del  nascere,  dall'  istante 
però  del  concepimento  a  quello  della  nascita  corre  un 
suo  particolare  e  più  vile  destino;  che  cioè  soltanto  gli 
umani  embrioni  «in  materno  utero  ex  sanguine  men- 
«  struo  educantur  et  nutriantur  ». 

In  quanto  all'anima,  e'  è  stato  un  certo  nimiero 
di  filosofi,  come  Talete,  Anassimandro,  Anassimene, 
Anassagora,  Diogene,  Leucippo,  Democrito,  Eraclito, 
Empedocle,  Ippia,  Archelao,  Zenone,  Aristosseno,  Var- 
rone  e  forse  anche  altri,  persuasi  che  essa  fosse  qualche 
cosa  di  corporeo.  Né  son  mancati  di  quelli  che  la  negassero 
del  tutto,  come  Dicearco,  pel  quale  ell'era  un  nome  irrito 
e  vano.  Molti  poi,  pur  negando  che  l'anima  sia  mate- 
riale, ritengono  tuttavia  che  essa  naturalmente,  o  «extra 
«  duce  »,  come  dicono  i  teologi,  risulti  dalla  potenza 
dell  stessa  materia,  e  credono  pertanto  che  essa  abbia 
da  morire  insieme  col  corpo.  E  cosi  è  che,  come  si  parla 
delle  malattie  del  corpo,  si  parla  anche  delle  passioni 
e  delle  malattie,  onde  sarebbe  dentro  di  sé  dilacerata, 
travagliata  e  annientata  l'anima  stessa.  E  quei  medesimi 
filosofi  che  ammisero  la  sostanziale  differenza  dell'anima 
dal  corpo,  ritennero  che  fosse  ella  soggetta  alle  pas- 
sioni durante  la  congiunzione  sua  col  corpo  ;  e  non 
sapendo  immaginare  come  potesse  starne  disgiunta, 
pensarono  che  da  un  corpo  non  si  staccasse  se  non  per 
entrare  in  un  altro,  d'uomo  o  d'altro  animale,  senza 
potersi  quindi  sottrarre  giammai  ai  dolorosi  turbamenti 
della  vita  corporea. 

E  qual  meraviglia  se  quest'uomo,  composto  di 
due  sostanze  così  misere,  risenta  in  sé  della  natura  de* 
componenti  ?  Fragile,  caduco,  ignobile,  esposto  a  molte 


-—  i6o  — 

e  presso  che  infinite  sorte  di  malattie,  fisiche  e  morali, 
egli  è  stato  argomento  delle  più  disperanti  querimonie 
intorno  air  infelicità  umana.  E  Valerio  Massimo  rac- 
conta del  cirenaico  Egesia,  al  quale  il  re  Tolomeo  do- 
vette proibire  di  più  oltre  insegnare,  poiché  così  elo- 
quente era  la  sua  dipintura  delle  miserie  della  vita,  che 
i  suoi  s:colari  correvano  a  farne  gitto.  E  Cicerone  e'  in- 
forma di  Crantore  e  del  retore  Alcidamante,  che  scrissero 
anch'essi  in  lode  della  morte  come  liberazione  dai  mali 
intollerabih  della  vita.  E  lo  stesso  TulHo  nel  suo  De 
consolatione  trattò  così  efficacemente  questa  stessa  ma- 
teria da  non  far  desiderare  ai  lettori,  come  uno  ha  detto, 
.se  non  che  di  abbandonar  questo  mondo.  E  Plinio,  nella 
Storia  naturale,  lamenta  che  la  sorte  degH  uomini  sia 
più  grave  assai  che  quella  dei  bruti,  a  cagione  dei  bisogni 
spirituaH  che  hanno  quelH  e  non  questi,  e  delle  angustie 
che  essi  procurano,  ignote  agli  animali  inferiori.  La  sto- 
ria di  Cleobi  e  Bitone,  narrata  da  Erodoto  e  le  preghiere 
di  Trofonio  e  Agamede  ad  Apollo,  e  la  favola  di  Sileno 
che  insegna  a  Mida  «  non  nasci  homi  ni  longe  optimum 
«esse,  proximum  autem  quam  primum  mori  »,  e  sen- 
tenze di  Euripide  e  di  tanti  altri  poeti  greci,  e  ricordi 
della  classica  antichità  si  congiungono  coi  lamenti  di 
Salomone  sulla  vanità  della  vita  e  sulla  superiorità  del 
dì  della  morte  a  quel  della  nascita,  col  pianto  di  Giobbe 
che  vede  la  brevità  e  rapidità  della  Vita  concessa  al- 
l'uomo, come  a  mercenario  straniero  del  mondo,  ombra 
fugace,  che  non  può  intendere  il  perchè  del  suo  nascere  ; 
con  la  trattazione  sistematica  di  S.  Ambrogio  De  hono 
mortis,  e  con  quella  anche  più  fosca  di  papa  Innocenzo.  Il 
quale,  dopo,  aver  accennato  a  quella  vile  e  putrida 
condizione  dell'embrione,  continua  che  la  prima  espres- 
sione del  dolore,  che  assale  l'uomo  in  sul  nascere,  è  il 
pianto  onde  egh  s'annunzia.  E  il  verso  che  allora  can- 
tavpsi  (e  viilìTanm  illnm  et  d^rantatum  versnm)  » 

Dicentes  heii  vel  ha  quotquot  nascntitur  ab  Eva. 


—  i6i  — 

gli  pare  una  conferma  di  cotesto  pensiero,  e  gli  sugge- 
risce una  curiosa  etimologia  dello  stesso  nome  di  Eva, 
che  avrebbe  meritato  di  così  chiamarsi  quasi  unione 
delle  due  interiezioni  del  dolore  {Jwu,  ha!).  Su  questi 
e  simili  fondamenti,  dice  con  bonaria  ironia  il  buon 
Giannozzo,  solidi  e  ottimi,  come  a  lui  sembravano, 
buttati  lì  comunque,  papa  Innocenzo  costruisce  :  per 
«  nuditatem,  per  periculos,  per  senectutem,  per  varios 
«  morta lium  labores  doloresque  procedit  ». 

Rispondendo  ai  singoli  capi  di  questa  pessimistica 
dottrina  dell'uomo,  il  Manetti  comincia  dal  richiamare 
r  insegnamento  di  tutti  i  dottori  cattolici,  che  dicono 
il  corpo  umano  essere  stato  fatto  di  fango,  perchè  nel- 
Tuomo  ci  fosse  il  principio  della  morte  e  della  immortalità, 
e  morire  egli  quindi  potesse  se  avesse  peccato,  come 
avvenne.  Sicché  la  morte  e  tutte  le  sofferenze  fìsiche 
non  appartengono  alla  natura  del  corpo,  poiché  dipen- 
dono dal  peccato  :  l'uomo,  se  avesse  voluto,  avrebbe 
potuto  non^  morire.  Sicché  «omnes  prophanorum  et 
«  sacrorum  scriptorum  conquestiones  et  lamentationes 
«  de  laudatione  et  bono  mortis,  et  de  reliquis  incom- 
«  moditatibus  suis  defìcere  cessareque  deberent  ».  La 
morte  è  bensì  un  male  ;  ma  un  male  voluto  dall'uomo. 
È  vero  che  ciò  non  toglie  che  da  quando  nasce  l'uomo 
sia  sottoposto  a  questa  legge  della  morte  e  di  ogni  sorta 
di  tribolazioni  ;  ma  bisogna  pur  riconoscere  che  la 
somma  dei  piaceri  supera  nella  vita  la  somma  dei 
dolori.  «Nulla  est  enim,  mirabile  dictu,  hominis  opc- 
«  ratio,  si  diligenter  et  accurate  eius  naturam  adverte- 
«rimus,  exquaipse  saltem  non  mediocriter  oblectetur  ». 
Non  e'  è  senso  il  cui  esercizio  non  sia  fonte  di  godi- 
mento ;  e  diletto  arrecano  l'immaginazione,  jl  giudizio, 
la  memoria,  V  intelligenza,  purché  si  sappia  goderne,  e 
profittare  degli  antidoti  che  la  stessa  natura  ci  offre 
a  tutte  le  cause  di  dolore  :  la  provvida  natura,  che  col 
piacere  attrae  noi,  come  gli  animali,  all'adempimento 
di  tutte  quelle  funzioni  che  occorrono  alla  conservazione 

/  /  —  Giordano  Bruno  e  il  pensiero  del  Rinauimento. 


—    102  — 

degl'  individui  e  della  specie.  Debole  certamente  e  fra- 
gile è  il  nostro  corpo,  ma,  nella  sua  ammirabile  e  deli- 
cata complessione,  quale  si  conveniva  al  ricettacolo  del- 
l'anima. Che  fa  che  l'elemento,  onde  fu  tratto  il  corpo 
dell'uomo,  sia  da  meno  di  quelli  che  fornì  la  materia 
alle  altre  creature  ?  Tutte  le  altre  o  sono  inanimate,  o 
appena  dotate  di  senso.  E  l'uomo,  questo  animale  ragio- 
nevole, provvido,  sagace,  mostra  di  possedere  materia 
ben  più  nobile  d'ogni  altra  animata  creatura  e  delle 
stesse  stelle  del  cielo,  poiché  nel  suo  corpo  possiede  lo 
strumento  più  adatto  a  fare,  a  parlare,  a  pensare,  a 
tutto  ciò  a  cui  quegli  altri  esseri  non  pervengono  : 
materia  tanto  più  nobile,  quanto  più  vile  essa  è  per  sé 
medesima,  e  nobihtata  quindi  ed  esaltata  dal  corpo 
umano  che  entra  a  formare.  E  tale  risposta  basta 
a  disfarsi  di  ogni  altro  addebito  che  si  sia  mosso  alla 
natura  del  nostro  corpo. 

Quanto  all'anima,  a  quegli  «  ebeti  »  e  quasi  «  cor- 
pulenti e  pingui  »  filosofi,  che  la  vogliono  morta  col 
corpo,  il  Manetti  si  contenta  di  ricordare  quel  che 
nel  secondo  libro  ha  detto  a  dimostrazione  dell'  im- 
mortalità, aggiungendovi  qualche  altro  luogo  delle  Tu- 
sculane  ;  per  affrettarsi  quindi  a  rispondere  a  ciò  che 
si  dice  dell'uomo  in  complesso.  E  per  cominciare  dal 
contrapporre  autorità  ad  autorità,  conviene  prima 
di  tutto  rammentare  quelle  parole  della  Scrittura,  che 
dicono  «  valde  bona  »  tutte  le  cose  create  da  Dio  : 
giacché  il  meglio  del  mondo  é  l'uomo  ;  e  non  è  possibile 
perciò  che  ei  non  sia  nel  migliore  stato  che  si  possa  de- 
siderare. E  ciò  è  confermato  da  quell'osservazione  di 
Agostino  nel  De  civitate  Dei  (XII,  i)  :  <(  Sicut  melior 
«est  natura  sentiens  etiam  cum  dolet,  quam  lapis  qui 
«  dolere  nullo  modo  potest  ;  ita  rationalis  natura  prae- 
«  stantior  etiam  misera,  quam  illa  quae  rationis  vel 
«  sensus  est  expers,  et  ideo  in  ea  non  cadit  miseria. 
«  Quod  cum  ita  sit  huic  naturae,  quae  in  tanta  excel- 


-i63- 

«lentia  creata  est,  ut  licet  sit  ipsa  mutabilis,  inhaerendo 
«  tamen  incommutabili  bono,  id  est  summo  bono, 
«  beatitudinem  consequatur,  nec  expleat  indigentiam 
«  suam  nisi  utique  beata  sit,  eique  explei^dae  non  suffi- 
«  ciat  nisi  Deus,  profecto  non  illi  adhaerere  vitium  est  ». 

Socrate,  Cleombroto,  Catone  furono  indotti  al  di- 
spregio della  vita  non  dal  senso  delle  sue  calamità,  sì 
dalla  speranza  dell'  immortalità.  Se  così  non  fosse, 
non  sarebbero  da  vero  da  lodare  :  che  sfuggire  e  sot- 
trarsi alle  difficoltà  e  ai  dolori  non  è  da  forte  e  magni - 
nimo,  anzi  da  uomo  molle  e  snervato.  E  alle  tristi  parole 
di  Salomone  nell'Ecclesiaste,  poiché  secondo  le  diverse 
condizioni  degli  uomini  egli  si  è  espresso  diversamente, 
sono  da  opporre  quelle  che  egli  dice  pure  dell'uomo  in 
calce  a  quel  hbro  :  «  Ibit  in  domum  aeternitatis  suae.... 
«et  spiritus  redeat  ad  Deum,  qui  dedit  illum  ».  Così, 
se  una  volta  egli  loda  più  i  morti  che  i  vivi,  e  più  felice 
stima  chi  non  è  ancor  nato  e  non  ha  visto  i  mali  che 
son  sotto  il  sole,  ecc.,  altre  volte  invece  scrive  che  è 
meglio  un  cane  vivo  che  un  leone  morto,  ovvero  :  «  Vade 
«ergo,et  comede  in  laetitia  panem  tuum,  et  bibe  cum 
«  gaudio  vinum  tuum,  quia  placent  Deo  opera  tua  ». 
Contraddizioni  che  fecero  dubitare  gli  antichi  dottori 
della  chiesa  ebraica,  se  VEcclesiaste  fosse  da  accogliere 
nel  canone  delle  sacre  scritture  ;  e  poco  mancò  non 
fosse  bruciato.  Le  lamentazioni  di  Giobbe  poi  sono  dal 
sapiente  Eha  così  redarguite  da  cedere  alle  affermazioni 
contrarie.  E  se  sant'Ambrogio  e  altri  dottori  della 
Chiesa  si  compiacquero  di  abbassare  di  tanto  la  condi- 
zione della  vita  e  lodare  la  morte,  essi  lo  fecero  per  esal- 
tare la  vita  delle  anime  buone  dopo  la  morte. 

Messe  pertanto  da  parte  le  autorità,  si  può  venire  alle 
ragioni  di  Innocenzo  III.  Ma  quelle  tali  fondamenta  del 
suo  edificio  fanno  venire  sulle  labbra  al  Manetti  parole 
poco  rispettose  verso  il  pontefice  :  «  Quae  profecto  talia 
«sunt,  ut,  nisi  me  debita  summi  Pontificis  reverentia, 


— 164  — 

«  quemadmodum  ait  poeta  noster  ^),  contineret,  levia 
«  quaedam  et  puerilia  et  a  pontificia  et  apostolica  gra- 
«  vitate  longe  aliena  esse  contenderem  ».  E  dimostra  in 
quali  spropositi  il  papa  sia  incorso  nello  spiegare  il 
nome  di  Eva  e  il  suo  primo  nome  virago,  traduzione 
deìVischa  ebraico,  per  essere  affatto  digiuno  di  lettere 
ebraiche  e  non  avere  né  pure  attentamente  badato  al 
modo  tenuto  da  Girolamo  nel  tradurre  questi  luoghi  del 
Genesi  (II,  23  e  III,  20). 

Ma  della  minuta  confutazione  che  il  Manetti  seguita 
a  fare  degli  argomenti  papali,  basterà  qualche  esem- 
pio. Le  erbe  e  gli  alberi,  aveva  detto  Innocenzo,  produ- 
cono, fiori,  fronde  e  frutta  ;  e  tu  uomo,  che  produci  ? 
«.Lendes,  pediculos  et  lumbrices  !  ».  Dalle  piante  si 
ricava  olio,  balsamo  ;  e  da  te  invece,  sputi  e  peggio  ; 
onde  quelle  spiran  di  sé  odori  soavi,  e  tu  mandi 
fetore  abbominevole.  —  E  così  dice  il  Manetti,  «in 
«rehqua  huiusmodi  spurcitiis  foeditatibusque  refer- 
«ta  procedens  late  copioseque  prosequitur,  quae  de- 
«coris  honestatisque  gratia  impraensentiarum  omit- 
«tamus.  His  tam  pulchris  ac  tam  formosis  praedicti 
«  summi  pontificis  obiectionibus  istam  suam  fructuum 
«  comparationem ,  absurdam  esse  et  videri,  re  sponderi 
«potest,  nam  proprius  cuiuslibet  arboris  fructus  vere 
«  dicitur  is,  quem  arbor  illa  suapte  natura  producit. 
«  At  proprii  hominis  fructus  non  sunt  foeda  illa  et 
<(  superflua  spuritiarum  et  foeditatum  genera  superius 
«allegata,  sed  potius  multiplices  intelli- 
«gendi  et  agendi  operationes  fructus  ha- 
«  bentur  et  sunt,  ad  quas  homo,  sicut  arbor  ad  fru- 
«  ctificandum,  naturaliter  nascitur  ». 

Lo  stesso  idealistico  concetto  della  umana  natura 
informa  la  risposta  che  dà  il  Manetti  all'altro  gran  la- 
mento d'  Innocenzo  e  di  tanti  circa  la  brevità  della 


*)  Dante,  Inf.,  XIX,  loi. 


-i65- 

vita.  Questa  è,  egli  osserva,  lunga  quanto  è  necessario 
affinchè  l'uomo  adempia  i  fini  della  sua  natura.  Più 
lunga  fu  nei  primi  tempi  dell'umanità,  quando  tutto 
il  mondo  era  ancora  da  creare  :  le  stirpi  da  propagare, 
le  città  da  edificare,  le  scienze  e  le  arti  da  trovare.  Ma 
poiché  questo  mondo  umano  ci  fu,  la  vita  dell'uomo  co- 
minciò a  poco  a  poco  a  decrescere,  in  guisa  che  sempre 
bastasse,  e  sempre  basti  al  compimento  del  suo  destino. 
«  Satis  enim  ad  nostra  propria  intelligendi  et  agendi 
«  officia,  et  ad  bene  beateque  vivendum,  superque  satis 
<'  et  olim  vivebamus  et  nunc  vivimus  ». 

A  tutti  i  mali,  infine,  che  affliggono  il  corpo  dell'uomo 
il  Manetti,  di  fronte  al  pontefice  e  di  fronte  a  ogni  buon 
cristiano,  ha  ragione  di  opporre  lo  stato  di  perfezione  che 
a  tutti  i  corpi  competerà  in  virtù  della  finale  risurre- 
zione e,  da  ultimo,  la  visione  dei  gaudi i  celesti  che  ci 
attendono  al  di  là  di  questa  vita  mortale.  Visione  che, 
per  altro,  e  questo  è  il  nuovo  del  Manetti,  non  alletta 
e  non  attrae  così  violentemente  l'animo  dell'uomo,  da 
fargli  pc;rdere  il  gusto  di  questa  vita  terrena  e  da  impe- 
dirgli l'intendimento  del  valore  immanente  di  essa. 
Ma  giova  soltai>^  a  giusti ficarejliene  i  difetti  e  a  rendergli 
possibile  un  razionale  apprezzamento  non  pure  dtl 
principio  spirituale  dell'uomo,  astrattamente  concepito, 
bensì  di  tutto  l'uomo,  spirito  e  corpo  :  che  non  è  più 
la  bruta  materia,  la  carne  eil  fango  del  medio 
evo,  ma  il  corpo  dell'uomo,  lo  strumento  delicato  quanto 
complicato  delle  sue  privilegiate  funzioni  spirituali.  Quel 
che  preme  sopra  tutto  allo  scrittore  è  di  cancellare  dal- 
l'idea  dell'uomo  ogni  nota  di  debolezza  e  d' inferio- 
rità, che  possa  comunque  offuscare  l'alta  coscienza  ch'egli 
ha,  e  deve  avere,  della  sua  posizione  nel  mondo,  al  di 
sopra  di  tutta  la  natura. 


i66  — 


IX. 


A  raffigurare  l'uomo  in  questa  sua  eminente  signoria 
su  gli  esseri  naturali  anche  il  Manetti  si  rifa,  nel  primo 
libro,  dalla  statura  eretta  dell'uomo  e  dai  versi  di  Ovidio, 
che  egli  introduce  con  le  parole  stesse  con  cui  allo 
stesso  proposito  li  aveva  citati  Lattanzio  *)  ;  e  per 
descrivere  la  mirabile  struttura  delle  singole  parti  del 
corpo  non  crede  si  possa  far  meglio  che  riferire  le  pagine 
in  cui  questo  argomento  avevano  già  trattato  quei  due 
divini  uomini  e  illustratori  della  lingua  latina,  Cicerone 
e  Lattanzio  *).  Ma  riprende  quindi  per  proprio  conto 
il  motivo  iniziale,  per  correggere  quasi  il  classico  si- 
gnificato trascendente  dell'opposizione  tra  il  corpo  del- 
l'uomo e  quello  degli  altri  animali  osservando  che  : 
«  figura  ceterarum  omnium  nobilissima  ita  intuen- 
«tibus  apparet  ut  de  ea  nullatenus  ambigi  dubita- 
«ri  possit.  Nam  sic  rigida  et  recta  est,  ut,  cunctis 
«ahis  animantibus  terram  pronis  humique  depressis, 
«  quasi  solus  eorum  omnium  dominus  et  rex  et  impe- 
«  rator  in  universo  terrarum  orbe  non  immerito  dominari 
«  ac  regnare  et  imperare  videatur  ». 

La  stessa  filosofìa  fa  consistere  l'essenza  o  forma  del- 
l'uomo neir  intelligenza  ;  e  questa  esigeva  che  gli  or- 
gani dei  sensi  più  sagaci  e  più  nobili,  vista  e  udito,  in 
servigio  delle  superiori  funzioni  dell'anima  fossero  col- 
locati in  posizione  più  elevata,  donde  più  largamente 


*)  Div.  Insta.,  II,  I. 

^)  Cic,  De  nat.  deor.,  II  54-58,  134-146  e  II  59-60, 
149-.150  =  Manetti,  pagg.  16-25;  ^  Latt.,  De  opif.  Dei 
ce.   8-13  =  Man.  pagg.   25-41. 


—  167  — 

essi  potessero  spaziare  sulla  circostante  natura  ^). 
Giacché  ben  altra  è  la  capacità  naturale  dell'uomo  da 
quella  degli  animali.  E  qui  spunta  il  concetto  che  riap- 
parirà in  Pico,  dell'uomo  che  solo  fra  tutti  gli  esseri 
naturali  è  atto  a  ogni  arte  che  ei  vogha.  Di  che  sono 
strumento  e  segno  naturale  nel  suo  corpo  le  mani  : 
«  Pleraque  animaha  ad  alicuius  sive  artis  sive  arti- 
«  fieli  participationem  naturali  quodam  instructu  {corr, 
«linstinctu)  inclinata  feruntur,  quod  in  araneis  et  api- 
«bus  atque  hirundinibus  et  aliis  quibusdam  solertibus 
«animantibus  manifeste  deprehenditur.  Hoc  autem  ra- 
<(  tionale  idcirco  a  natura  ita  factum  itaque  institutum 
«esse  creditur,  ut  ad  cuiuslibet  artis,  non  ad  unius  so- 
«  lius  percèptionem,  aptius  habiliusque  oriretur  :  si 
«enim  homo  ad  certam  quandam  artem,  ceu  de  ara- 
«neis  et  apibus  dicitur,  a  natura  instructus  (corr.  in- 
*  stinctus)  accepisset,  profecto  quemadmodum  illis  ani- 
«malibus  contigisse  videmus,  ceteris  pene  omnibus 
«exercitiis  et  professioni  bus  caruisset.  Et  vero  ei  datae 
«et  exhibitae  fuerunt  manus,  ut  per  huiusmodi  non 
«inanimata,  sed  quasi  viva  instnimenta  et  (ut  inquit 
«  Ari  stote  les)  organorum  organa,  varia  diversarum  ar- 
«tium  iam  perceptarum  opera  et  officia  exercere  et 
«  exequi  posse t  ». 

Segue    una  particolareggiata  rassegna  delle  singole 
parti  del  corpo,  di  ciascuna  delle  quali  il  Manetti  dimo- 


^)  Il  Manetti  aveva  letto  in  Aristoiele,  De  pari,  an., 
IV,  IO,  686  a  25  :  ò  jièv  ouv  av&pcoTio?  àvtl  oxeXèv  liSfX  uodwv  ttìv 
npooMw/  ppax^ova?  xal  tàg  TtaXoujxévac  l'/ti  X^^P^C  òp8^v  |ièv  ydip  èoti 
jidvov  Twv  Crf)a)v  ita  iò  tyjv  cpùotv  aùxoO  xal  tyjv  oùoiav  elvai  0-£(av  "  ipyw 
tè  xoò  0«icTccTO'j  TÒ  voelv  xal  cppovslv  '  xoOto  Z*  oò  ^dficov  tcoXXoù  toD 
àva){)«v  £:itxei|Jiévou  ow|iaToc  *  xò  yàp  ^àpcc  S-joxivifjTov  Tioiel  ty^v  Sidvotav 
xal  xTjv  xotvYiv  aifofhjoiv  "  8'.ò  tcXeìovoc  Y^Y'^^J^^'^'^'-*  "^^^  pàp^'J?  ^ai  "^oO  oo)- 
fiaTtódouc,  ù'/à^Yi  ^érreiv  là  ooófiata  Ttpòg  xyjv  y>/V,  (Sots  Tipòg  x^v  ào9d- 
Xetav  àvxl  ^paxK^vwv  xal  x^^pwv  xor>€  7ipoo8'tot)c  nofiàc  uTtéè-y^xtv  v]  (fùoi^ 
xol?  x£xpà7iooiv.  —  E  certamente  se  ne  ricordava  svolgendo  a 
suo  modo  questo  concetto  della  convenienza  tra  la  statura 
eretta  dell'uomo  e  la  sua  superiore  natura  conoscitiva. 


—  i68  — 

stra  la  mirabile  corrispondenza  tra  funzione  e  struttura, 
per  conchiudere  che  ben  a  ragione  gli  antichi  pagani  e 
i  moderni  cristiani  non  hanno  saputo  meglio  rappre- 
sentarci la  divinità  che  nelle  forme  umane  ;  e  ben 
fu  detto  microcosmo  dai  Greci  questo  corpo  dell'uomo, 
che  rispecchia  in  sé  la  provvidenziale  armonia  del  mondo. 
E  altri  ha  notato  che  la  proporzione  delle  dimensioni 
date  da  Noè  alla  sua  arca  riproduce  quella  di  questa 
perfettissima  fra  le  opere  di  Dio,  che  è  il  nostro  corpo. 

Nel  secondo  libro  il  buon  Manetti  non  si  sente  dav- 
vero la  forza  di  affrontare  la  questione  della  natura 
dell'anima,  sbigottito  quasi  da  quel  che  leggeva  nel  suo 
Lattanzio  ^)  :  «  Quid  autem  sit  anima  nondum  inter 
«  philosophos  convenit,  nec  fortasse  unquam  convenit  ». 
Si  Umita  quindi  a  riferire  una  serie  di  opinioni  attinte 
al  De  anima  di  Aristotele  e  alle  Tiisculane,  avvertendo 
fin  da  principio  che  <(  postquam  ea  ipsa  recitarimus,  re- 
«  citataque  leviter  confutaverimus,  quae  philosophos  suis 
«  puris  naturalibus  constitutos  conscripsisse  percipimus, 
«  ad  nostros  theologos,  qui  bus  haec  et  cetera  huiusmodi 
«  naturae  mysteria  divinitus  revelata  fuisse  constat, 
«  tanquam  in  unum  humanae  salutis  portum  magna 
«  iactati  tempestate  confugimus  ». 

Maggiore  interesse  ha  per  noi  la  sua  maniera  di  di- 
mostrare r  immortalità  dell'anima,  ch'egli  confida  di 
provare  con  argomenti  razionali,  autorità  di  poeti  e 
filosofi,  e  «  adamantine  »  testimonianze  della  Scrit- 
tura. Gli  argomenti  scelti  («  panca  e  multis,  tanquam 
aliis  probabiliora  »)  sono  cinque  ;  e  i  primi  quattro 
saranno  ripetuti  dal  Campanella.  Il  primo  è  ricavato 
dall'uso  del  fuoco  concesso  soltanto  agU  uomini  :  «  Ce- 
«terae  animantes  tribus  dumtaxat  elementis,  quasi 
«  ponderosis  ac  terrestribus,  utuntur  ;  solus  vero  homo 
«  ignem,  utpote  leve  et  sublime  ac  caeleste  elementum, 


')  De  op.  Dei,  e.  17. 


—  log  — 

«  si  ne  quo  vivere  non  posset,  in  quotidianum  vitae  suae 
«  iisumadsumit:  quod  ideo  non  exiguum,  ut  ait  quidam*), 
«  immortalitatis  argumentum  videri  deb»et,  quoniam 
«  Doum,  qui  singula  quaeque  bruta  ignis  utilitate  priva- 
«  vit,  hominibus  vero  tantummodo  largitusest,  nihil  te- 
«  mere  ac  frustra  facere  ac  operari  intelligimus  :  praeser- 
«  tim  cum  ad  generales  quasdam  aliquorum,  nedum  ad 
«  cunctas  omnium  animalium  species  intendere  ac  prospi- 
«  cere  videatur.  Sed  cum  cetera  ammalia  mortalia  effi- 
«ceret,  per  hiusmodielementorum  discretionem  quae  ad 
«  viventium  usum  utilità  temque  creaverat,  ea  ut  re  vera 
«interse  discreverat,  ita  per  hunc  diversarum  natura- 
«  rum  modum  ab  invicem  discreta,  ab  illis  intelligi  vo- 
«  luit,  qui  subtili  ingenio  praediti  paulo  altius  a  terrenis 
«  cogitati  onibus  eie  vare  ntur  ». 

Il  secondo  è  tratto  da  Cicerone,  e  concerne  l' istin- 
tiva cura  che  gli  uomini  hanno  della  vita  pensando  che 
essa  perdurerà  oltre  la  morte  del  corpo  :  «  Si  omnes 
«  viventes  homines  longe  post  mortem  prospicere 
«ac  futuris  seculis  magnis  cum  laboribus  nec  mi- 
«noribus  sumptibus  naturali  quodam  desiderio  al- 
«  lecti  et  insti gati,  quantum  possunt  semper  prodesse 
«conantur,  partim  crebris  procerarum  arborum  consi- 
«tionibus,  partim  diuturnis  magnorum  aedificiorum 
«  constructionibus,  partim  continuis  filiorum  procrea- 
«  tionibus,  partim  denique,  ne  cuncta  in  hoc  loco  com- 
«  plectamur,  perpetuis  HberaUum  artium  et  ingenua- 
«ram  sententiarum  conscriptionibus,  ut  sunt  varia 
«  diversorum  hominum  ingenia,  quae  omnia  Cicero  in 
«  Tusculanis  [I,  14]  suis  multo  latius  et  uberius  prose- 
«cutus  est,  quemadmodum  luce  clarius  costare  et  ap- 
«  parere  dignoscimus,  profecto  eorum  animam  immor- 
«  talem  fore  iure  dubitare  et  ambigere  non  possumus  ; 
«  praesertim  cum  huiusmodi   dcsiderium  cunctis  homi- 


*)  Lattanzio,  Div.  Tnstit.,  VII,  9. 


—  170  — 

«  ni  bus  vel  potius  humano  generi  ab  ipsa  natura,  rerum 
«omnium  parente,  inditum  fuisse  videamus.  Quoniam 
«  aliter  sequeretur  ut  innatae  eorum  animalium,  quae 
«  Deus  prae  ceteris  nobilitata  condidisset  cupiditates  ap- 
«  petitionesque  evanescerent  ». 

Il  terzo  si  fonda  sulla  naturale  aspirazione  dell'uomo 
alla  felicità,  che  non  può  né  anch'essa  ritenersi  vana  : 
«  Eosdem  quoque  homines,  natura  duce,  felicitatem 
«appetere  videmus,  quam  nullatenus  nisi  per  ani- 
«mae  dumtaxat  immortalitatem  adipisci  et  assequi 
«  possent  ;  nam,  si  omnino  extingueretur,  quonam  modo 
«felices  viderentur,  intelligere  excogitareque  nequi- 
«  mus  :  praesertim  cum  in  hac  vita  mortaH,  ob  singu- 
«  larem  quamdam  eius  varietatem,  nullatenus  beati  esse 
«valeamus.  Itaque  similiter  vana  et  stulta  naturae  cu- 
<(  piditas  et  appetitio  resultaret  ». 

E  il  quarto  sull'innato  desiderio  universale  della 
immortalità  :  «Omnes  insuper  naturali  et  innata  volunta- 
«  te  immortales  fore  exoptamus  et  cupimus  ;  sed  huius- 
«  modi  nostra  voluntas,  quam  philosophi  appetitum  cum 
«ratione  defìnierunt,  omnino  falli  decipive  non  potest. 
«  Quod  si  eveniret,  in  idem  utique  inanis  cupiditatis 
«  naturalis  absurdum  laberemur.  Quae  quidem  quoniam 
«  impossibilia  sunt  ac  naturae  ipsi  piane  et  aperte  repu- 
«gnare  cernuntur,  profecto  animas  una  cum  corpori- 
«  bus  interire,  falsum  esse  convincitur  ». 

A  questi  argomenti  il  Manetti  aggiunge  quell'altro 
della  tradizionale  teodicea,  che  sarà  combattuto  dal 
Pomponazzi  e  che  il  Campanella,  come  abbiamo  vi- 
sto, potrà  quindi  considerare  accessorio  :  «  Quod  si 
«fieri  potuisset,  ut  animae  simul  cum  corporibus 
«interirent,  porro  Deum  iniustum  fuisse  manifeste 
«  concluderetur.  Nam  magna  quaedam  perditis  homi- 
«nibus  suorum  malorum  facinorum  praemia,  vel  di- 
«  vitias  vel  honores  ac  potentatus  et  regna,  indignis- 
«  sime  simul  atque  iniquissime  largiretur  :  viris  vero 
«  probis  atque  optimis,  qui  cuncta  haec  quae  bona  ap- 


—  171  ~ 

*  pe Ilare  solemus,  frivola  et  inania  conte mpserunt,  atque 
«inediam,  parsimoniam,  verbera,  aculeos  et  singula 
«  quaeque  corporum  tormenta  sponte  sua  susceperunt, 
*ut  caelestem  illam  ac  beatam  et  immarcescibilem  vi- 
<(tani  nanciscerentur,  non  modo  dignam  laborum  mer- 
^cedem  non  praeberet,  sed  prò  operibus  iustis  glorio- 
«  seque  gesti s  cunctas  huius  humanae  vitae  miserias, 
«  cruciatus,  neces  tribueret  :  quo  quid  absurdius  dici 
«excogitarive  possit,  nequaquam  intelligere  valemus  ». 

Tralasciamo  pure  le  testimonianze  profane  e  sacre 
atte  a  confortare  questa  fede  nell'anima  immortale. 
Guardiamo  piuttosto  alle  manifestazioni  terrene  e  at- 
tuali della  potenza  superiore  di  quésta  spirituale  natura 
dell'uomo.  Tra  i  miracoli  dell'umana  possanza  il  Cam- 
panella canterà  quello  della  navigazione  (vv.  26-29)  ; 
e  il  Manetti  un  secolo  e  mezzo  prima  di  lui  scriveva  : 
«  Ut  a  levioribus  incipiamus,  quanto  et  quam  mira- 
le bili  ingenio  praeditum  lasonem  Argonautarum  prin- 
«  cipem  fuisse  existimamus,  quando  primum  illud  navi- 
«  gium  construxit,  quo  Argonautae  eius  collegae  vecti 
«horrisonum  mare  ingredi  atque  horribilcs  saevi  pelagi 

♦  fìuctus  secure  et  intrepide,  incredibile  dictu,  trànsire 
«ausi  sunt  ?  Id  cuique  ita  mirabile  videri  poterat,  ut 
«unumquenque  videntem  in  sui  admirationem  compu- 
«lisset  ceu  ille  apud  Actium  poetam  pastor,  qui  navem 
«  nunquam  antea  vidisset,  ut  procul  divinum  et  no- 
«vum  illud  vehiculum  ex  alto  conspexit,  perterritus 
net  admirabundus  hoc  modo  loquebatm-  : 

tanta  moles  labitur 
Fremebunda  ex  alto  ingenti  sonitu  et  strepitu 
Prae  se  undas  evolvit  ^),  et  reliqua. 

«  Huius  modi  navigandi  artifìcium  paulatim  per  multa 
«  temporum  momenta,  usque  ad  hanc  nostram  aetatem 


')  Vedi   RiBBECK,   ScMìt.   Rom.  poes.  fragni.,    1,   pag.   187 
(Cic,  De  nat.  deor.,  II,  35,  89). 


—    172  — 

«  ita  excrevisse  videmus,  ut  in  miraculiim  usque  pro- 
«  cesserit.  Nam  non  modo  Britannicum  et  Glaciale 
«  Oceanum,  ut  inquit  Poeta,  quotidie  navigare  consue- 
«  vcrunt,  sed  etiam  in  intimam  pene  Mauritaniam,  ultra 
«terminos  antea  navigabile=i,  nuper  penetrare  conten- 
«  derunt,  ubi  plures  cultas  et  habitatas  insulas  penitus 
«  antehac  incognitas  repertas  fuisse  audivimus  ». 

Il  Manetti  ricorda  quindi  le  più  grandi  e  celebri 
opere  dell'arte  umana  :  come  le  piramidi  d'Egitto  e  la 
cupola  del  Brunelleschi  ;  e  poi  quegli  stessi  meravi- 
gliosi dipinti  di  antichi  pittori,  sui  quali  si  rifarà  con 
lo  stesso  intento,  come  s' è  visto,  Marsilio  Ficino  : 
Zeusi,  che  ritrasse  l' immagine  parlante  di  Elena  ; 
Apelle  che  «equam  canemque  tales  depinxerat,  ut 
«equi  canesve  transeunte s,  viva  quasi  imagine  capti 
<(  allectique,  interdum  hinnire  ac  latrare  cogerentur, 
«  quoniam  ea  animalia  vera  esse  existimabant,  quac 
«  in  pariete  pietà  in  propatulo  cernebantur  ».  Ed  Eu- 
franore,  che  con  tanta  arte  ritraeva  sulla  parete  i  grap- 
poli d'uva  fresca  che  gli  uccelli  andavano  a  battervi 
col  becco.  Ma  insieme  con  questi  antichi  non  esita 
a  rammentare  Giotto,  le  cui  opere  a  Roma,  a  Napo- 
li, a  Venezia,  a  Firenze  gli  paion  degne  di  gareg- 
giare con  i  capolavori  più  celebri  dell'antichità.  E  coi 
pittori,  eli  scultori  attestano  la  sublime  potenza  del- 
l' ingegno  umano  ;  giacché,  per  ricordarne  uno,  Prassi- 
tele,  «  Venerem  in  quodam  Indorum  tempio  marmore 
«  ita  venuste  expressit,  ut  vix  a  libidinosis  transeuntium 
<'  conspectibus  tuta  et  pudica  servaretur  ».  E  per  pas- 
sare ad  «altiora  et  liberaHora  ingenuarum  artium  mo- 
«  numenta  »,  che  dire  dei  grandi  poeti  greci  e  latini  (poi- 
ché da  schietto  umanista  il  Manetti  dimentica  qui  i 
moderni)  i  cui  poemi  e  le  cui  fantasie  dovettero  richie- 
dere tanta  forza  d' ingegno  che  non  erano  possibili 
«  sine  aliquo  caelestis  mentis  instinctu  »?  E  ad  essi 
aggiungi  tanti  celebri  storici  e  oratori  e  giureconsulti 
e  filosofi,  scrutatori  meravighosi  di  tutti  i  segreti  della 


—  173  — 

natura,  che  consegnarono  alle  lettere  £>Teche  e  latine  le 
loro  acute,  sottili  meditazioni.  E  tacciamo  dei  medici, 
che  soccorrono  coi  loro  ingegnosi  trovati  ai  corpi  in- 
fermi. Ma  quel  che  più  colpisce  il  Manetti,  come  poi  e 
il  Ficino  e  il  Campanella,  è  la  gran  prova  che  l' ingegno 
umano  dà  di  sé  nell'astronomia,  onde  si  solleva  al  cielo  : 
«  Astrologi  insupcr,  motus  conversionesque  siderum, 
«ortus  obitusque  signorum  et  planetarum  magna 
«cum  attentione  suspicientes,  in  tantam  eorum  cogni- 
«tionem  pervenerunt,  ut  varias  Solis  Lunaeque  celi- 
«  pses  defectionesque  multo  ante  praedicerent,  et  futu- 
«ras  frumentorum,  elei,  vini  ubertates,  inopiasque  prae- 
«  noscerent.  Quales  multos  et  in  primis  Thalem  Milesium, 
«  qui  ob  magnam  quandam  olei  emptionem,  cuius  pe- 
«  nuriam  per  astrologiam  futuram  ess(i  praexàderat, 
«ex  paupere  dives  effectus  est.  Et  Archimedem  Syracu- 
«sanum  extitissc  tradunt,  quem  diversos  Lunae  Solis 
«  ac  quinque  errantium  stellarum  motus  in  sphaera 
«  nescio  qua  ab  eo  mirabihttr  fabrefacta  ita  illigasse 
«  dicitur,  ut  omnes  eorum  dissimillimos  motus,  mira- 
«  bile  dictu,  una  regeret  conversio.  De  quo  Lactantius 
«eleganter  in  secundo  Dhinanim  Institntionuni  libro 
«  [cap.  5]  verba  haec  ponit  :  «'  An  Archimedes  Siculus 
«concavo  aere  similitudincm  mundi  ac  figuram  potuit 
«machinari?  in  quo  ita  Solem  Lunamque  composuit, 
«ut  inaequales  motus  et  caelestibus  similes  conversio- 
«nibus  singuHs  quasi  diebus  efficerent,  non  modo  ac- 
«cessus  Solis  ac  recessus,  vel  incrementa  diminutio- 
'(  nesque  Lunae,  verum  etiam  stellarum  errantium  vel 
«  vagantium  dispares  cursus  or  bis  ille  dum  vertitur 
'(cxhiboret  '». 

Ma  anche  pel  Manetti  la  più  alta  vetta  che  si  tocchi 
dall'  ingegno  d(  ll'uomo  è  la  speculazione  del  divino, 
propria  di  i  teologi  ;  i  quali,  giovandosi  della  rivelazione 
dei  profeti,  si  addentrano  nei  più  riposti  misteri  dell'oc- 
culto invisibile  e  incomprensibile,  in  guisa  da  non  la- 
sciar dubbio  che  l'animo  loro  debba  rassomigliarsi  a 


—  174  — 

Colui  che  in  cielo,  in  terra,  in  mare  e  per  tutto  ha  creato 
questo  mondo  di  cui  essi  posseggono  la  più  alta  dottrina. 
«  linde  qui  haec  et  cetera  huiusmodi  conspexisse  putan- 
«  tur,  hi  profecto  docuisse  perhibentur  similem  animum 
«  suum  eius  esse,  qui  ea  sive  in  caelo,  sive  in  terra,  sive 
«  in  mari  totove  mundo  fabricatus  esset  ». 

Della  stessa  natura  divina  della  nostra  anima  ren- 
dono testimonianza  le  altre  due  potenze  di  essa  :  la 
memoria  e  la  volontà  ;  quella  coi  suoi  portenti,  onde 
son  celebrati  tanti  illustri  uomini  antichi  e  che  son  resi 
possibili  dall'arte  dagli  uomini  stessi  inventata  a  esten- 
derne e  rafforzarne  il  naturale  potere,  e  per  cui  l'uomo 
può  non  solo  «  quaeque  inteUigere  »,  ma  «  cuncta  quae 
«intellecta  essent  meminisse  »  ;  e  questa,  per  la  sua 
libertà,  onde  l'uomo  può  volgersi  al  bene  e  rifuggire 
dal  male. 

Detto  così  della  natuia  corporea  e  di  quella  spiri- 
tuale dell'uomo,  il  Manetti  s'  è  aperta  la  via  a  trattare 
del  posto  che  spetta  all'uomo  nel  mondo.  Con  l'origi- 
ne del  quale  s' intreccia  quella  dell'uomo  ;  e  il  Manetti 
sa  quante  dottrine  materialistiche  e  panteistiche  siano 
state  professate  da  grandi  filosofi,  con  le  quali  non  sa- 
rebbe dato  di  conciliare  il  suo  concetto  dell'uomo. 
Ma  a  tutte  le  difficoltà  derivanti  dall'alta  filosofia  egli 
si  sottrae  con  questa  modesta  dichiarazione  di  sincero 
credente  :  «  Nos,  quamquam  homunculi  et  ignari  simus; 
«  praesertim  si  cum  tantis  ac  tam  magnis  philosophis  com- 
«  paremur,  per  Sacras  tamen  Scripturas  caelitus  edocti 
«  et  divino  qùodam  splendore  illuminati,  contra  fal- 
«  sam  gentilium  ethnicorumque  virorum  sapientiam  di- 
«  cere  ac  disserere  praesumentes,  mundum  ab  omni- 
«  potenti  Deo  ex  nihilo  creatum  et  gratia  hominis  con- 
«  stitutum  asserere  et  confirmare  non  dubitamus  ». 

Non  si  ferma  per  altro  a  dire  che  crede  perchè  crede. 
La  stessa  struttura  razionale  di  questo  mondo  svela  al  suo 
sguardo  una  finalità.  Ora,  non  si  dirà  che  il  mondo 
è  fatto  per  se  stesso.  Perchè  nel  mondo,  cioè  nella  na- 


-175- 

tura,  non  e'  è  senso  ;  e  senza  senso  non  e'  è  bisogno  cui 
sia  da  soddisfare.  Né  si  può  dire  che  il  mondo  sia  stato 
fatto  per  Dio  ;  perchè  questi  avrebbe  potuto  e  potrebbe 
fare  a  meno  del  mondo,  come  sappiamo  essere  avve- 
nuto prima  della  creazione.  La  natura  bruta  è  indiriz- 
zata all'anima,  e  quindi  al  più  alto  degli  esseri  animati, 
al  quale  tutti  gli  altri  .  servono  come  strumenti  : 
«  Relinquitur  ergo,  animarum  causa  mundum  esse 
«  constructum,  cum  rebus  ipsis  ex  quibus  constat  ani- 
«  mante s  ipsas  uti  videamus,  quatenus  per  praedictum 
«  earum  rerum  usum  sese  conservare,  ac  per  hunc  mo- 
«  dum  degere  et  vivere  valeant.  Si  ceteras  igitur  animan- 
«  tes  hominis  tantummodo  causa  factas  esse  apparent, 
a  inundum  utique  hominis  dumtaxat  gratia  a  Deo  fac- 
«tum  et  constitutum  fuisse  concluderetur,  quoniam 
«  ipsum  propter  animantes  factum  et  eas  propter  homi- 
«  nem  factas  dicimus.  At  hoc  ipsum  ex  eo  certumesse 
<(  declaratur,  quod  omnia  quaecunque  facta  sunt,  soli 
«  homini  deservire  ac  mirum  in  modum  famulari,  meri- 
«  diana  (ut  dicitur)  luce  clarius  conspicimus  :  quo  qui- 
<(  dem  probato  vereque  concesso,  hominem  cuius  gratia 
«  mundum  creatum  confitemur,  utique  a  Deo  factum 
«  fuisse  manifestum  est  ». 

Nell'uomo,  l'opera  più  perfetta  di  Dio,  si  rispecchia 
la  divinità  dell'artefice.  Si  rispecchia  nella  sua  natura, 
nel  suo  ufficio  e  nel  fine,  al  quale  esso  stesso  è  destinato. 
La  natura  dell'uomo,  invero,  compendia  in  sé  e  rias- 
sume tutte  le  bellezze  sparse  ne'  vari  ordini  dell'uni- 
verso ;  ma  si  appalesa  nella  sua  potenza  creatrice,  che 
è  la  virtù  mirabile  del  suo    ingegno. 

Il  mondo,  sì,  è  creato  da  Dio  ;  ma  dopo  «  primam 
«  illam  novam  ac  rudem  mundi  creationem  »,  si  può 
dire  che  tutto  sia  trovato  e  opera  dell'acume  stupendo 
dell'umana  mente.  Onde  il  vero  mondo  è  nostro  : 
«  Nostra  namque,  hoc  est  humana,  sunt,  quoniam  ab 
«  hominibus  effecta,  quae  cernuntur  :  omnes  domus, 
«  omnia    oppida,    omnes   urbes,    omnia    denique    orbis 


—  176  — 

«terrarum  aedificia,  quae  nimirum  tanta  et  talia  sunt, 
«ut  potius  angelorum  quam  hominium  opera,  ob  ma- 
«gnam  quandam  eorum  excellentiam,  iure  censeri  de- 
«  beant.  Nostrae  sunt  picturae,  nostrae  sculpturae,  no- 
«  strae  sunt  artes,  nostrae  scientiae,  nostrae  (vel  volen- 
«  tibus,  vel  invitis  Academicis,  qui  nihil  omnino  a  nobis, 
«nescientia,  ut  ita  dixerim,  dumtaxat  excepta,  sciri 
«posse  arbitra bantur)  sapientiae.  Nostrae  sunt  denique, 
«  ne  de  singulis  longius  disseramus,  cum  prope  infinita 
«sint,  omnes  adinventiones,  nostra  omnia  diversarum 
«  linguarum  ac  variarum  litterarum  genera,  de  quarum 
«necessariis  usibus  quanto  magis  magisque  cogitamus, 
«tanto  vehementius  admirari  et  obstupescere  cogimur  ». 

La  lingua  non  è  un  dono  naturale  che  sia  stato  fatto 
all'uomo,  secondo  il  Manetti  :  bensì  «  subtile  quodda-m 
«  et  acutum  artificium  »  :  creazione  dell'uomo,  al  pari 
della  scrittura,  che  l'uomo  inventò  quando  ebbe  bisogno 
di  comunicare  i  propri  pensieri  agli  assenti.  La  in- 
ventò al  pari  di  tutti  i  prodotti  svariati  della  tecnica  : 
«  Nostra  sunt  denique  omnia  machinamenta,  quae 
«admirabilia  et  pene  incredibilia  humani  vel  divini 
«potius  ingenii  acies  ac  acrimonia  singulari  quadam 
«ac  praecipua  solertia  moliri  fabricarique  constituit. 
«  Haec  quidem  et  cetera  huiusmodi  tot  ac  talia  undique 
«  conspiciuntur,  ut  mundus  et  eius  ornamenta  ab  om- 
«  nipotenti  Deo  ad  usus  hominum  primo  inventa  insti- 
«  tutaque,  et  ab  ipsis  postea  hominibus  gratanter  acce- 
« pta,  multo  pulchriora  multoque  or- 
«natiora  ac  longe  politiora  effecta 
«fuisse     videantur». 

Così  intendiamo  perchè  i  primi  popoli  adorassero 
come  dei  i  primi  inventori  delle  arti.  Essi  infatti  conti- 
nuano J 'opera  della  creazione  divina  e  portano  a  perfe- 
zione e  compimento  il  mondo,  che  è  uscito  dalle  mani  di 
Dio.  Né  l'uomo  si  limita  quasi  a  sopraedifìcare  sul  fonda- 
mento della  natura  divina.  Con  la  sua  sapienza  egli 
ordina  e  governa  e  volge  a'  propri  fini  le  stesse  creature 


—  177  — 

naturali  :  «  Homines  enim,  velut  omnium  domini,  terrae- 
«  que  cultores,  variis  eam  diversisque  operibus  suis  mirum 
«in  modum  coluerunt,  atque  agros  et  insulas  littoraque 
«terris  et  urbi  bus  distinxerunt.  Quae  si  ut  animis,  ita 
«  oculis  videro  atque  conspicere  valeremus,  nemo  cuncta 
«uno  aspectu  intuens,  ullo  unquam  tempore  admirari 
«atque  obstupescere  desisteret  ». 

E  come  da  una  parte  la  sapienza  si  volge  con  le 
virtù  speculative  a  Dio,  oggetto  supremo  d'ogni  sapere, 
così  con  le  virtù  pratiche  si  riversa  sui  naturali  appetiti 
dell'anima,  e  fonda  e  regge  il  mondo  morale. 

La  umana  volontà,  d'altra  parte,  non  si  chiude  nel 
dominio  tutto  spirituale  della  vita  morale,  ma  si  afferma 
anch'essa  sulle  cose  naturali,  e  fa  del  mondo  una  cosa, 
una  proprietà  dell'uomo.  Giacché  nostre  son  tutte  le 
regioni  della  terra,  e  le  campagne  e  le  montagne,  e  le 
valli  e  le  piante  e  gli  animali,  e  le  fonti  e  i  fiumi,  e  i 
laghi  e  i  mari  :  tutte  le  creature  innumerevoH  che  con 
la  loro  differenza  ricchissima,  proporzionata  ad  ogni 
sorta  di  nostri  eventuali  bisogni,  stanno  anch'esse  a 
parlarci  di  quella  provvidenza,  che  gli  Epicurei  si  argo- 
mentano di  negare.  L'uomo,  in  conclusione,  «cunctis 
«  quae  creata  sunt  sua  voluntate  uti  propriaque  volun- 
«  tate  dominari  et  imperare  potest  ».  Alla  qual  signoria 
il  Manetti  non  dimentica  di  annettere,  come  il  Campa- 
nella, quei  poteri  magici  e  miracolosi  e  soprannaturali, 
che  la  religione  riconosce  nei  santi  e  nei  suoi  ministri.  È 
qui  il  carattere  che  distingue  questa  prima  forma  del 
concetto  del  «  regnuin  hominis  »,  tutta  propria  del  nostro 
Rinascimento,  diversa  dalla  forma  in  cui  lo  stesso  con- 
cetto riapparirà  e  si  farà  valere  per  opera  di  Bacone. 
Giacché  pel  filosofo  inglese  questa  signoria  dell'uomo 
è  conquistata  per  mezzo  del  sapere  scientifico,  che 
conferisce  all'uomo  il  dominio  delle  forze  naturah  : 
laddove  pel  Campanella,  come  pel  Manetti,  questa 
posizione  privilegiata  dell'uomo  è  ancora  un  «regno 
por  grazia  di  Dio,  il  quale  conferisce  all'uomo  imme- 

/a  —  Giordano  Bruno  0  il  pensiero  del  Rinascimente 


— '  178  — 

diatamente  così  Fuso  delle  forze  naturali  come  quello 
delle  soprannaturali.  Un  regno,  in  cui  si  comincia 
a  intra vvedere  l'iniziativa  creatrice  e  autonoma  del- 
l' uomo  ;  di  questo  «  quidam  mortalis  deus  »,  come,  con 
frase  ciceroniana,  dice  anche  il  buon  Giannozzo  ;  ma 
orientata  sempre  verso  la  realtà  trascendente,  a  cui 
l'uomo  con  la  virtù  e  colla  conoscenza  deve  tornare  : 
poiché  il  suo  fine  è  sempre  di  là  dalla  stessa  vita,  dove 
si  celebra  questa  sua  divina  natura  in  cui  il  pensatore 
della  Rinascenza  si  esalta. 

L'uomo,  dice  da  ultimo  il  Manetti,  non  ha  il  suo 
fine  in  Dio,  ma  in  sé  stesso  ;  e  mal  si  può  credere  in 
questa"  parte  a  Lattanzio  *),  che  Dio  abbia  fatto,  come 
il  mondo  per  l'uomo,  cosi  l'uomo  per  Dio,  «tanquam 
«  divini  templi  antistitem,  spectatorem  operum  rerum- 
«  que  caelestium  ».  Né  meglio  ha  pensato  Agostino, 
«  quippe  Deum  ob  immensa m  eius  bonitatem,  non  sua 
«utilitate  (scriptum  est  enim  quoniam  honorum  no- 
«strorum  non  eget)  sed  potius  hominis  causa  homi- 
«  nem  fecisse  putat  ».  Ma,  quando  si  va  a  vedere  co- 
me viene  poi  inteso  questo  fine  umano  dell'  uomo, 
ecco  il  buon  Giannozzo  sfuggire  sollecitatamente  ogni 
contatto  coi  peripatetici,  coi  platonici,  cogli  stoici  e 
quanti  altri  filosofi  d'altro  indirizzo  ci  sono  stati 
(«tanquam  nocturnos  quosdam  obscurae  et  abstru- 
«sae  veritatis  indagatores  »),  e  rifugiarsi  sollecito 
nell'unico  porto  tranquillo  e  sicuro  che  ci  sia,  della 
vera  ed  espressa  salute,  per  sottrarsi  ai  flutti  della  tem- 
pesta :  «  Fecit  igitur  Deus  hominem,  ut  per  quandam 
«  admirabilium  operum  suorum  intelligentiam  certam- 
«  que  cognitionem  eorum  opificem  recognosceret  et  co- 
«leret  ».  Sarà  anche  la  soluzione  di  Marsilio  e  di 
questa  corrente  filosofica,  alla  quale  pure  si  deve  la 
scoperta  del  valore  dell'uomo,  fino  al  Campanella, 


*)  De  ira  Dei,  e.  li^, 


V. 
LEONARDO    FILOSOFO 


Conferenza  tenuta  in  Roma  al  Lyceum  il  19  maggio  19 19  ; 
e  pubbl.  nella  Nuova  Antologia  del  1°  giugno  dello  stesso  anno. 


Se  per  filosofo  s' intende  chi  abbia  scritto  dei  libri 
per  dare  una  soluzione  almeno  di  qualcuno  dei  problemi 
filosofici,  o  una  trattazione  sistematica  d'una  dottrina 
appartenente  al  sistema  della  filosofia,  Leonardo  non  fu 
un  filosofo.  Nei  suoi  manoscritti  non  si  troverebbero 
insieme  due  pagine  di  argomento  filosofico.  —  Se  per 
filosofo  s' intende  chi,  come  Socrate,  sdegnando  quei 
discorsi  muti  e  quasi  morti  che  sono  consegnati  alle 
carte  e  vi  restano  fìssi,  incapaci  di  rispondere  alle  inat- 
tese difficoltà  e  alle  sempre  nuove  domande  del  lettore, 
non  abbia  mai  scritto  di  filosofia,  ma  abbia  tuttavia 
suscitato  con  l' insegnamento  vivo  una  scuola,  che  ne 
ha  perpetuato  e  fecon<lato  il  pensiero,  promovendo 
così  un  moto  spirituale,  che  da  lui  ripeta  la  sua  prima 
origine,  Leonardo  non  fu  un  filosofo.  I  suoi  scolari 
ammirarono  in  lui  l'artista,  il  sommo  artista  ;  il  movi- 
mento filosofico  del  Cinquecento,  non  solo  non  fa  capo 
a  Leonardo,  ma  ne  ignei  a  il  nome.  —  Se  per  filosofo 
s'intende  chi,  senza  scrirere  o  insegnare  una  dottrina 
filosofica,  viva  seco  stesalo  d'un  pensiero  concentrato 
nella  speculazione  dell'essere,  tormentato  dal  senso  del 
mistero,  incurioso  di  quamo  possa  distoglierlo  da  que- 
sto senso,  o  non  giovi  ad  appagare  il  suo  bisogno  d'un 
concetto  universale  della  vita,  Leonardo  non  fu  un  filo- 
sofo. Il  suo  spirito  è  dominato  da  molti  interessi  teore- 


—    l82  — 

tici  e  speculativi,  anzi  si  può  dire  attratto   da  tutti  i 
problemi  della  scienza,  ma  è  retto  nel  profondo  dall'  i- 
stintiva  vocazione  dell'artista,  dal  desiderio  sempre  ine- 
sausto della  visione  pittorica,  dei  colori  e  delle   linee,, 
dalle  quali  traluce  l'anima  umana. 

Se  per  filosofo  s' intende  chi,  comunque,  venga  in- 
contro al  bisogno  che  tutti  ci  assale  quando  cominciamo 
a  riflettere  sulle  contraddizioni  palesi  di  quel  pensiero 
(cui  pure  per  solito  ci  abbandoniamo  sospinti  dalla  ne- 
cessità di  vivere  rapidamente  la  nostra  vita)  e,  senten- 
done il  doloroso  disagio,  aspiriamo  a  un  concetto,  che 
componga  e  concilii  i  contrasti,  e  ci  restituisca  la  pace 
interna  e  la  fede  e  la  forza  della  coscienza  ;  ci  venga  in- 
contro, e  ci  dica  una  parola  luminosa,  rischiaratrice  a 
noi  di  un  nuovo  orizzonte,  Leonardo  non  fu  un  filosofo. 
Dalle  sue  carte  non  possiamo  attingere  il  conforto  che 
desideriamo  dai  filosofi,  quando  per  esempio,  ci  accor- 
giamo di  vivere  ora  presupponendo  che  tutto  si  riduca 
a  questo  mondo  materiale  che  ci  sta  innanzi,  e  che  non 
sappiamo  concepire  se  non  come  un  mondo  meccanico 
in  cui  niente  accade  senza  una  causa,  né  e'  è  causa 
che  possa  non  produrre  comunque  il  suo  effetto  ;  ora 
presupponendo  che  nel  mondo  ci  siano  pure  gli  uomini, 
ci  siamo  noi,  che  non  possiamo  affermare  il  valore  della 
nostra  personalità  con  le  sue  esigenze  imprescindibih 
e  coi  suoi  ideali  imperituri  ed  eterni  senza  attribuirci 
una  libertà  che  ripugna  all'universale  meccanismo  dianzi 
ammesso  ;  —  o  quando  avvertiamo  la  coesistenza  nel- 
l'anima nostra  di  due  anime  radicalmente  opposte  tra 
loro,  con  una  delle  quali  ci  par  di  vivere  una  vita  che 
rifletta,  attraverso  le  mille  e  mille  sensazioni  affollantisi 
a  ogni  istante  nella  nostra  coscienza,  il  turbinio  delle 
forze  circostanti,  e  con  l'altra  di  crearci  da  noi  la  nostra 
vita  spirituale,  d'infamia  o  d'eroismo,  di  godimento  o 
di  sacrifizio,  di  senso  brutale  o  di  sublime  aspirazione 
a  un  ideale  infinito  ;  —  o  quando,  svegliatici  a  un  tratto 
da  quel  quasi  sogno  che  è  la  ingenua  vita  deiruomo  pra- 


—  183  — 

tico,  notiamo  che  questa  vita  ondeggia  di  continuo  tra 
un  concetto  secondo  il  quale  tutto  trapassa  e  muore, 
non  solo  le  cose  che  mutano  incessantemente  sotto  i 
nostri  occhi,  ma  noi  stessi,  che  ci  sentiamo  ad  ora  ad 
ora  venir  meno  di  dentro  i  nostri  affetti,  le  nostre  pas- 
sioni, le  nostre  convinzioni,  tutto  l'esser  nostro  cor- 
rente dalla  nascita  alla  morte,  cotne  onda  dell'oceano 
destinata  a  infrangersi  sul  lido,  e  un  altro  concetto, 
onde  noi,  nel  nostro  essere  più  profondo,  contempliamo 
tutte  queste  cose  della  sterminata  natura  trasmutabile 
per  tutte  guise  o  lo  stesso  animo  nostro  in  movimento 
continuo  dall'alba  della  prima  infanzia  al  meriggio  del- 
l'età matura,  al  mesto  crepuscolo  della  nostra  sera,  noi 
con  la  nostra  santa  verità,  con  la  bellezza  eterna  dei 
nostri  fantasmi,  col  frutto  immarcescibile  della  buona 
volontà  che  è  nostra,  non  possiamo  perire,  e  parteci- 
piamo dell' immotali tà  delle  cose  divine. 

Ebbene,  quando  noi  sostiamo  innanzi  a  questi  an- 
gosciori  problemi,  e  ci  domandiamo  :  ma  dunque,  che 
cosa  dobbiamo  pensare  di  questa  vita,  che  viviamo  di 
conserva,  noi  e  le  cose,  in  una  società,  in  un  tutto,  dal 
quale  non  potremmo  mai  uscire  ?  e  come  dobbiamo  vi- 
vere ,  sotto  qual  legge,  e  con  quale  fede  ?  —  alle  nostre 
domande  non  troveremo  in  Leonardo  risposta.  Non  la 
troveremo,  se  non  vorremo  contentarci  d'una  semplice 
affermazione,  e  cercheremo  una  dimostrazione  la  quale 
ci  liberi  dal  sospetto  che  non  sia  per  avventura  da 
preferirsi  l'alternativa  opposta. 


IT. 


Leonardo,  dunque,  non  ha  lasciato  né  opere  filoso- 
fiche, né  una  scuola  di  filosofìa  ;  non  è  vissuto  sotto  il 
dominio  sovrano  dell'  interesse  filosofico,  indirizzando  a 
quel  segno  la  somma  de'  suoi  pensieri  ;  e  perciò  non  ha 


—  i84  — 

potuto  risolvere  nessuno  dei  problemi,  che  i  filosofi- 
si propongono  di  risolvere.  Per  tutti  questi  rispetti  può 
ben  dirsi  a  ragione  che  Leonardo  non  appartenga  alla 
storia  della  filosofia.  Ma,  soggiungo  subito,  nello  stesso 
senso  né  anche  Machia velH,  e  né  anche  Gahleo,  a  rigore, 
vi  appartengono  ;  pei  prendere  due  nomi  che  per  vario 
motivo  vanno  storicamente  congiunti  con  quello  di 
Leonardo,  e  che  pure  si  é  soliti  d' incontrare  nelle  storie 
della  filosofia  ;  poiché  tanta  intatti  è  l' importanza  sto- 
rica del  loro  pensiero,  quantunque  entrambi  abbiano 
propriamente  atteso  a  speciali  problemi  scientifici,  estra- 
nei al  complesso  sistematico  di  quelli  che  si  possono 
dire  filosofici.  In  verità,  la  filosofia  cesserebbe  di  essere 
filosofica,  concetto  sintetico  o,  come  Platone  avrebbe 
detto,  sinottico  dflla  realtà  in  cui  si  vive,  se  potesse 
effettivamente  ridursi  a  lavoro  speciale,  professionale, 
di  una  sola  classe  degU  uomini  :  dei  professori,  o  magari, 
deh  scrittori  di  filosofia  I;  <=ie  fosse  davvero  possibile 
che  anime  sovrane,  geni  capaci  di  svegliare  negli  uomini 
e  far  vibrare  tutta  la  loro  umanità,  come  Leonardo, 
Dante,  Michelangelo,  e  per  restare  in  Italia,  Manzoni, 
Leopardi,  non  avessero  anche  loro,  a  modo  loro,  una 
filosofia  ;  se  la  filosofia,  insomma,  potesse  affatto  con- 
fondersi con  tutte  le  altre  scienze,  che  tali  si  dicono 
in  senso  stretto,  e  che,  ad  una  ad  una  considerate,  sono 
forme  accidentah,  perchè  avventizie  dell'umano  pen- 
siero ! 

Egli  è  che  in  ogni  arte  e  disciplina,  si  può  essere 
maestri  e  si  può  essere  soltanto  discepoh  ;  e  che  in  arte, 
in  filosofia,  in  rehgione  saranno  pochi  i  maestri,  ma 
scolari  siamo  tutti  ;  onde  in  ogni  tempo  i  maestri  han 
potuto  parlare,  più  o  meno  direttamente,  al  genere 
umano,  ai  dotti  e  agi'  indotti,  ai  grandi,  cresciuti  nella 
coltura  e  nella  meditazione,  e  agh  umili,  ai  semplici, 
ai  parvoli  :  convenendo  tutti,  maestri  e  scolari,  in  una 
comune,  quasi  elementare,  ossia  fondamentale  ed  es- 
senziale umanità  ;  per  cui   Platone   è  uno,  ma    tutti 


-i85- 

siamo  in  grado  di  leggerlo,  e  tutti  così  platonizziamo 
(ciascuno,  s' intende  a  suo  modo,  come  dimostra  il 
gran  numero  delle  interpretazioni).  E  che  varrebbe  il 
sorriso  di  monna  Lisa  se,  dopo  che  fu  visto  da  Leonardo 
e  fermato  perciò  sulla  tela  innanà  agli  occhi  immor- 
tali dello  spirito  umano,  non  fossimo,  quanti  abbiamo 
occhi  e  anima,  e  siamo  cioè  uomini,  capaci  tutti  di 
guardarlo,  vederlo,  ed  esserne  conquisi  ?  Egli,  mae- 
stro, e  noi,  attorno  al  suo  quadro,  scolari,  folla  stermi- 
nata, tutti,  uno  spirito  solo,  vibrante  della  medesima 
commozione,  nella  stessa  intuizione  ?  Si  può  non  essere 
maestri  in  filosofia  ;  ma  non  perciò  si  resta  al  di  qua  e 
al  di  fuori  di  essa.  Si  può,  cioè,  non  essere  originali  in 
questa  parte;  ma  non  si  può  non  pensare,  o  pensare 
senza  filosofia,  se  è  vero  che  la  filosofia  non  è  altro  che  la 
forma  stessa  del  pensiero,  in  cui  la  realtà,  tutta  la 
realtà,  perviene  alla  coscienza  di  sé.  Egualmente,  si  può 
non  essere  originaH  in  arte,  e  non  esser  capaci  di  scri- 
vere ima  tragedia  sofoclea  ;  ma  chi  non  intenderà  il 
linguaggio  di  Antigone  ? 

Leonardo  in  filosofia  non  è  un  maestro,  come  non  è 
un  maestro  in  filosofia  Dante.  Ma  egU,  al  pari  d'ogni 
uomo,  ha  la  sua  filosofia  ;  al  pari  di  Dante,  ha  una  rigo- 
rosa filosofia  dentro  a  quella  forma  in  cui  il  suo  spirito 
grandeggiò.  Dante,  poeta,  è  filosofo  dentro  alla  sua  poe- 
sia ;  Leonardo,  artista  e  scienziato  (naturalista  e  mate- 
matico), è  filosofo  dentro  alla  sua  arte  e  alla  sua  scienza  : 
voglio  dire  che  si  comporta  da  artista  e  da  scienziato 
di  fronte  al  contenuto  filosofico  del  proprio  pensiero,  che 
non  svolge  perciò  in  adeguata  e  congrua  forma  filosofica, 
ma  intuisce  con  la  genialità  dell'artista  e  afferma  con 
la  dommaticità  dello  scienziato.  La  sua  filosofia,  in 
questo  senso,  non  è  un  sistema,  ma  l'atteggiamento  del 
suo  spirito,  ossia  le  idee,  in  cui  si  adagiò  quel  suo  spirito 
possente,  creatore  d'un  mondo  di  immagini,  umane  o 
naturali,  ma  tutte  egualmente  espressive  di  una  ricca, 
commossa  vita  spirituale  :  è  la  cornice  del  quadro,  in 


cUi  egli  vide  spiegarsi  quella  infinita  natura  che  era 
esposta  al  suo  avido  occhio  di  indagatore. 

Volete  sorprendere  l'atteggiamento  spirituale  del- 
l'artista, che  ha  fatto  della  pittura  la  forma  più  alta 
della  sua  potenza  ?"  Spiate  l'animo  che  detta  quelle 
parole  del  Trattato  della  pittura,  in  cui  quest'arte,  l'arte 
di  Leonardo,  è  messa  al  paragone  della  musica.  Guardate 
all'animo,  e  non  cercate  la  dimostrazione  di  quanto  le 
parole  asseriscono  : 

<i  Quella  cosa  è  più  degna,  che  satisfa  a  miglior  senso  ; 
adonque  la  pittura,  satisfattrice  al  senso  del  vedere, 
è  più  nobile  della  musica,  che  solo  satisfa  all'udito. 
Quella  cosa  è  più  nobile,  che  ha  più  eternità  ;  adonque 
la  musica,  che  si  va  consumando  mentre  ch'ella  nasce, 
è  men  degna  della  pittura,  che  con  vetri  si  fa  eterna. 
Quella  cosa,  che  contiene  in  sé  più  universalità  e  va- 
rietà di  cose,  qrella  fia  detta  di  più  eccellenza  ;  adunque 
la  pittura  è  da  essere  proposta  a  tutte  le  operazioni, per- 
chè è  contenitrice  di  tutte  le  forme  che  sono  e  di 
quelle  che  non  sono  in  natura  ;  è  più  da  essere  magni- 
ficata et  esaltata  che  la  musica,  che  solo  attende  alla 
voce.  Con  questa  si  fa  i  simulacri  alìi  dii  ;  dintorno  a 
questa  si  fa  il  culto  divino,  il  quale  è  ornato  con  la 
musica  a  questa  servente  ;  con  questa  .si  dà  copia  alli 
amanti  della  causa  de'  loro  amori,  con  questa  si  ri- 
serva le  bellezze,  le  quali  il  tempo  e  la  natura  fa  fu- 
gitive  *)  j>. 

Nobile  arte,  eternatrice  di  tutto  ciò  che  è  nella  na- 
tura, e  che  vi  si  va  consumando  mentre  che  nasce  ; 
accoglitrice,  nelF  infinità  del  suo  universale  dominio, 
delle  forme  che  sono  e  di  quelle  che  non  sono,  come  si 
conviene  a  una  potenza  veramente  creatrice,  che  crea 
perchè  infinita,  e  libera  quindi  nella  sua  operazione  ;  e 
degna  perciò  veramente  di  raffigurare  all'uomo  la  divi- 


*)  Ed.  Ludwig,   §  31  b. 


-i87- 

nità,  all'amante  l'amata,  allo  spirito,  in  generale,  ogni 
cosa  grande  e  bella,  che  esso  collochi  al  si  sopra  delle 
cose  fuggitive  della  natura  e  del  tempo.  Quest'arte  — 
che  è  per  Leonardo  la  vera  arte,  la  sua  —  «tanto  più 
supera»,  com'egli  dice,  «gl'ingegni  de  H  omini,  che 
r  induce  ad  amare  et  innamorarsi  di  pittura,  che  non 
rappresenta  alcuna  donna  viva.  E  già  intervenne  a  me 
fare  una  pittura,  che  rappresentava  una  cosa  divina  ; 
la  quale  comperata  dall'amante  di  quella,  volle  levarne 
la  rappresentazione  di  tal  Deità,  per  poterla  baciare  senza 
sospetto.  Ma,  infine,  la  coscienza  vinse  li  sospiri  e  la 
Ubidine  ;  e  fu  forza  ch'ei  se  la  levasse  di  casa»^).  Se 
la  levasse,  perchè  quella  che  non  era  alcuna  donna  viva, 
ma,  idea  di  Leonardo,  era  pur  bella  e  seducente  non  meno 
della  più  bella  donna  generata  dall'uomo  e  creata  da 
Dio  :  era  irresistibile,  da  quanto  la  più  privilegiata  delle 
creature  viventi  ;  miracolo,  non  della  natura,  ma 
dello  spirito,  come  la  donna  ideale  del  poeta,  l'eterno 
femminino  splendente  alla  fantasia  dell'artista  e  da 
questa  raggiante  nella  luce  di  «  una  cosa  divina  »,  de- 
gna che  a  lei  si  pieghino  le  ginocchia  mortali.  L'arte 
insomma  di  Leonardo  spazia  universale  con  la  potenza 
creatrice  onde,  attraverso  lo  spirito  umano,  Dio  gareg- 
gia con  se  stesso,  e  si  svela  a  se  stesso  :  si  svela,  mercè 
l'opera  umana,  alla  mente  degli  uomini,  così  come  si 
svela  per  entro  alle  forme  infinite  della  sua  natura 
egualmente  possente,  eccellente,  eterno.  Quest'arte  di- 
vina è  quella  di  cui  si  gloria  Leonardo  :  un'arte,  di  cui 
a  ragione  in  se  stesso  si  esalta,  come  dell'  orma  più 
vasta  impressa  dallo  spirito  creatore  nell'umana  natura. 
Tale  l'atteggiamento,  veramente  religioso,  del  suo  spi- 
rito artistico. 

E  lo  scienziato  ?   Udiamo  da  Leonardo  con  quale 
animo  si  appressasse  alla  misteriosa  spelonca  della  na- 


»)  Trattato  dilla  pittura.   §  a6. 


—  i88  — 

tiira,  cosi  com'egli,  quasi  simbolicamente,  la  rappre- 
senta : 

«  Non  fa  sì  gran  mughio  il  tenpestoso  mare,  quando 
il  settentrionale  aquilone  lo  ripercuote  con  le  schiu- 
mose onde  fra  Scilla  e  Cariddi,  né  Stromboli  o  Mongi- 
bello,  quando  le  solfuree  fiamme,  essendo  rinchiuse, 
per  forza  rompendo  e  aprendo  il  gran  monte,  fulmi- 
nano per  l'aria  pietre,  terra,  insieme  coU'uscita  e 
vomitata  fiamma  ;  né  quando  le  infocate  caverne  di 
Mongibello,  rivomitando  il  male  tenuto  elemento,  spi- 
enendolo  alla  sua  regione,  con  furia  cacciano  innanzi 
qualunche  ostacolo  s'interpone  alla  sua  inpetuosa  fu- 
ria.... Tirato  dalla  mia  bramosa  voglia,  vago  di  vedere 
la  gran  con  (fusione)  delle  varie  e  strane  forme  fatte 
dalla  artifiziosa  natura,  ragiratomi  alquanto  infra  gli 
ombrosi  scogli,  pervenni  all'entrata  d'una  gran  caver- 
na :  dinanzi  alla  quale  restato  alquanto  stupefatto,  e 
ignorante  di  tal  cosa,  piegato  le  mie  rene  in  arco,  e 
ferma  la  stanca  mano  sopra  il  ginocchio,  e  colla  de- 
stra mi  feci  tenebra  alle  abbassate  e  chiuse  ciglia  : 
e  spesso  piegandomi  in  qua  e  in  là  per  vedere  se  dentro 
vi  discernessi  alcuna  cosa.  E  questo  vietatomi  per 
la  grande  oscurità,  che  là  dentro  era,  e  stato  alquanto, 
subito  si  destarono  in  me  due  cose,  paura  e  desiderio  : 
paura,  per  la  minacciosa  e  oscura  spilonca  ;  desiderio 
per  vedere  se  là  entro  fusse  alcuna  miracolosa  cosa  ^)  ». 

Ecco  la  natura  che  Leonardo  scruta,  con  paura  e 
con  desiderio  :  con  desiderio  di  scoprirne  i  miracoli  ; 
con  la  paura  religiosa  che  suscita  lo  spettacolo  delle 
sue  forze  indomite  :  stupefatto,  piegato  le  reni  in  arco, 
ferma  la  stanca  mano  sopra  il  ginocchio,  protesa  l'a- 
nima e  intenta  dalla  bramosa  voglia.  Questa  è  la  sua 
scienza  :  una  ricerca  instancabile,  senza  riposo  ;  una 
brama  inesauribile   di  vedere,  in  uno  sforzo  costante 


*)  Ms.  Brit.  Mus.,  155  r. 


—  189  — 

sostenuto  tutta  la  \àta  dal  sentimento  della  propria 
ignoranza  e  del  campo  illimitato  del  sapere. 

Da  una  parte,  dunque,  l'artista  orgoglioso  della  sua 
divina  potenza  di  produrre  e  di  popolare  un  mondo 
non  meno  vivo  di  questo,  che  egli  trova  innanzi  a  sé  ; 
dall'altra,  lo  scienziato  che  s'affaccia  con  religioso  terro- 
re all'entrata  della  gran  caverna,  in  cui  l'occhio  cerca 
se  vi  possa  discernere  alcuna  cosa  ;  lo  scienziato,  nel- 
l'umiltà della  propria  ignoranza,  che  è  coscienza  della 
vastità  infinita  dell'oggetto  da  conoscere,  e  dell'abisso 
che  separa  l'uomo  dalla  natura.  Perchè  egli  lascia  ma- 
noscritte e  incomplete  tutte  le  opere,  in  cui  aveva  fatto 
disegno  di  comporre  in  corpo  di  scienza  tutte  le  sue 
speculazioni  e  le  sue  osservazioni  ?  Leonardo,  l'eterno 
insoddisfatto,  l'incontentabile,  di  cui  parlano  i  suoi 
più  prossimi  biografi,  è  lì,  all'entrata  della  gran  caverna, 
tormentato  angosciosamente,  tragicamente  dalla  sua 
bramosa  voglia.  EgU  è  al  cospetto  di  quella  natura, 
che  non  si  lascia  chiudere  in  nessun  libro,  e  che  avvince 
piuttosto  essa  a  sé  l'uomo,  e  lo  trascina  di  problema 
in  problema,  di  ricerca  in  ricerca,  per  una  via  indefi- 
nita, dove  l'uomo  più  va,  e  più  sente  di  doversi  affret- 
tare, sospinto  dalla  lunghezza  del  cammino,  e  non  può 
dire  mai  :  —  Ecco,  ora,  ho  finito  e  concluso  !  —  L'a- 
mico, che  segnò  qualche  suo  verso  smozzicato  nei  fo- 
gli del  Codice  Atlantico  ^),  gli  domanda  : 

O  Lionardo,  perchè   tanto  penate  ? 

Ma  Leonardo  si  volge  piuttosto  a  Dio  con  la  Orazione  *)  : 
«  Tu,  o  Iddio,  ci  vendi  tutti  li  beni  per  prezzo  di 
fatica  »  ;  e  s'affretta  e  s'adopra  a  spender  bene  la  sua 
giornata  ;  alla  fine  della  quale  gli  arride  un  lieto  dormi- 


')    Fol.   71    y. 

=')  Richter   n.   1133. 


—  IQO  — 

re,  un  lieto  morire  *),  Né  in  arte,  né  in  scienza  —  che 
già  per  lui  sono  una  cosa  sola  —  egli  concepisce  forma 
perfetta,  nella  quale  altri  possa  posare.  «  Tristo,  perciò, 
è  quel  discepolo  che  non  avanza  il  suo  maestro  »  *J, 
ma  tristo  anche  quel  maestro  che  innanzi  all'opera 
sua  s'arresti  pago  come  innanzi  all'ideale  già  divenuto 
reale.  Son  sue  queste  parole  profonde:  «Tristo  è  quel 
maestro,  del  quale  l'opra  è  superata  dal  giudizio  »  ^). 
E  ancora,  scoprendo  anche  megho  la  disposizione  d'a- 
nimo con  cui  egli  guardava  alle  creature  della  sua  fan- 
tasia e  della  sua  mente  indagatrice  :  «  Quel  pittore 
che  non  dubita,  poco  aquista.  Quando  l'opra  supera 
il  giudizio  de  l'operatore,  esso  operante  poco  aquista  ; 
e  quando  il  giudizio  supera  l'opera,  essa  opera  mai  fi- 
nisce di  migliorare,  se  l'avarizia  non  l'impedisse»  ^). 
E  meglio  ancora,  additando  l'altezza  dell'ideale,  a  cui 
egli  mira  sempre  bramosanente  :  «  Quando  l'opera  sia 
pari  col  giudizio,  quello  è  tristo  segno  in  quel  giudizio  ; 
e  quando  l'opera  supera  il  giudizio,  questo  é  pessimo, 
com 'accade  a  chi  si  maraviglia  d'avere  si  bene  operato  ; 
e  quando  il  giudizio  supera  l'opera,  quest  è  perfetto 
segno.  E  s'egli  è  giovane  in  tal  disposizione,  senza  dubbio 
questo  fia  eccellente  operazione,  ma  fia  compositore 
di  poche  opere  ;  ma  fieno  di  qualità,  che  formeranno 
gli  uomini  con  admirazionc  a  contemplar  le  sue  per- 
fezioni »  ^) .  Poche  opere,  come  accadde  al  pittore  ; 
o  forse  nessuna,  come  doveva  accadere  allo  scienziato, 
che  vivamente  sentì  con  la  sua  personale  esperienza, 
e  testimoniò  la  verità  del  biblico  detto,  che  trascrive 


•)  «  Sì  come  una  giornata  bene  spesa  dà  lieto  dormire, 
cosi  una  vita  bene  usata  dà  lieto  morire  >;  (Triv.,  27  r).  Cfr.  : 
«La  vita  bene  spesa  lunga  è  »  (Ivi,  34  r). 

^)   RlCHTER,   n.  498, 

^)  Trattato  della  pittura,   §  57. 

*)  Ivi,  62.  -.        • 

*)  Frammenti,  ed.  Solmi,   pagg.   209-xo. 


-  191  - 

nelle  sue  carte  :  «  La  verità  fu  sola  figliola  del  tempo  »  *)  ; 
donde  Bacone,  e  assai  più  profondamente  Bruno  e 
Pascal  trarranno  ispirazione  al  concetto  del  progresso, 
o  meglio  della  storicità  del  sapere  e  d'ogni  altro  valore 
spirituale  ;  e  che  Leonardo,  da  parte  sua,  commenta 
altrove  :  «  La  sapienza  è  figliola  della  sperienza  »  *)  : 
poiché  il  tempo  che  genera  la  verità  è  il  tempo  bene 
speso,  impiegato  nella  esperienza  intorno  alla  sterminata 
natura^). 

Sterminata  la  natura  ;  irraggiungibile  quindi  l'i- 
deale della  scienza,  arte  o  speculazione  che  sia.  Leo- 
nardo esprime  con  matematica  precisione  questo  suo 
concetto  dell'irrealtà  dell'ideale,  in  cui  consiste  pro- 
priamente l'idealità  dello  spirito  :  «  Qual'  è  quella  cosa  », 
egli  domanda,  «  che  non  si  dà,  e  s'ella  si  desse  non  sa- 
rebbe ?  Egli  è  l'infinito.  Il  quale,  se  si  potesse  dare, 
e'  sarebbe  terminato  e  finito,  perchè  ciò  che  si  pò  dare 
è  quella  cosa  che  non  ha  termini  »  *).  La  stessa  na- 
tura, dunque,  è  infinita  in  quanto  potenza  inesauri- 
bile, vita  eterna  e  divina,  che  non  è,  né  sarà  mai  tutta 
spiegata,  quasi  opera  pervenuta  al  proprio  compimento 
e  conchiusa.  Infinita  la  natura,  infinita  l'arte,  la  scienza, 
lo  spirito  :  ma  come  cose  che  non  si  danno.  Non  tacciate 
dunque  di  volubilità  ^)  Leonardo.  Egli  é  trascinato 
dal  suo  genio  a  perseguire  l'infinito,  che  non  si  dà,  né 
si  tocca  ;  a  inseguire  l'idea  che  lo  fa  penare  (0  Lio- 
nardo,  perchè  tanto  penate  ?),  sospingendolo  senza  tre- 
gua a  inseguire  questa  natura  che  fugge,  e  pure  è  sem- 
pre lì,  o  che  egli  in  sé  la  ricrei  con  l'alta  fantasia  su- 
scitatrice di  una  sua  natura  più  vasta,  nella  mobilità 


*)  Ms.  M.,  58  T'. 

")  RicHTER,  n.   1150. 

3)  Cfr.  sopra  Veriias  filia  (emporis. 

^)  Codice  Atlantico,   131   v. 

*)  Vasari,  Vite.  ed.  Milanesi,  IV,  22 


—  192  — 

vibratile  dell'anima  che  la  muove,  o  che  studiosamente 
osservi  e  contempli  quella  che  si  scorge  nella  esperienza. 


IIL 


Cominciamo  da  questa,  che  ci  condurrà  alla  prima. 
Chi  non  conosce  le  benemerenze  di  Leonardo  nell'esal- 
tazione dell'esperienza,  come  strumento  di  certezza  e 
di  verità  della  cognizione,  ond'egli,  senza  dubbio,  pre- 
corre a  Galileo  e  Bacone?  E  la  sua  esperienza  è  la  espe- 
rienza sensibile.  Sua  è  la  sentenza,  quantunque,  come 
tante  altre  da  lui  segnate  ne'  suoi  manoscritti,  possa 
riflettere  cose  udite  o  lette  :  «  Ogni  nostra  cognizione 
prencipia  da'  sentimenti  »  *).  Certamente,  alla  espe- 
rienza sensibile  egli  si  appella  combattendo,  come  al- 
tri già  aveva  fatto  nel  Quattrocento  italiano,  il  princi- 
pio d'autorità  ancora  dominante  nella  scolastica  contem- 
poranea. E  giova  rileggere  alcune  note  del  Codice  A- 
tlantico,  di  significato  evidente  : 

«  Molti  mi  crederanno  ragionevolmente  potere  ri- 
prendere, allegando  le  mie  prove  esser  contro  all'al- 
turità  d'alquanti  omini  di  gran  reverenza  a  presso  de' 
loro  inesperti  indizi,  non  considerando  le  mie  cose 
essere  nate  sotto  la  senplice  e  mera  sperienza,  la 
quale  è  maestra  vera. 

«Queste  regole  son  cagione  di  farti  conoscere  il 
vero  dal  falso  ;  la  qual  cosa  fa  che  li  omini  si  promet- 
tano le  cose  possibili,  e  con  più  moderanza,  e  che  tu 
non   ti    veli  di  ignoranza,  che  farebbe  che,  non  avendo 


*)  Cod.   Triv.,  fol.  20  v. 


—  193  — 

effetto,    tu    t'abbi    con    disperazione    a    darti  malin- 
conia »  *) . 

Questa  semplice  e  mera  esperienza,  che  fa  discer- 
nere^^il  vero  dal  falso,  e  insegna  agli  uomini  a  contenere 
le  loro  aspirazioni  dentro  ai  limiti  del  possibile,  è  orga- 
no di  verità,  che  quasi  presuppone  una  conoscenza  da 
verificare.  Ma  altrove  l'esperienza  ci  viene  innanzi  co- 
me la  prima  maestra,  la  quale  ci  apprende  ogni  cono- 
scere, ed  è  la  fonte  del  sapere  ;  onde  la  mente,  prescin- 
dendo da  ogni  argomento  fattizio  della  tradizione  scien- 
tifica, ossia  da  ogni  autorità,  che  è,  secondo  la  bella 
immagine  del  Campanella,  un  toccare  quasi  per  mano 
altrui,  è  presente,  anzi  aderioce  immediatamente  al 
primo  generarsi  del  vero  attraverso  alla  percezione 
dei  sensi  : 

«  Se  bene,  come  loro,  non  sapessi  allegare  gli  alt  ori, 
molto  maggiore  e  più  degna  cosa  a  leggere  allegherò 
allegando  la  sperienza,  maestra  ai  loro  maestri.  Co- 
storo vanno  sgonfiati  e  pomposi,  vestiti  e  ornati,  non 
delle  loro,  ma  delle  altrui  fatiche  ;  e  le  mie  a  me  mede- 
simo non  concedano  ;  e  se  me  inventore  disprezzeranno 
quanto  maggiormente  loro,  non  inventori,  ma  trombetti 
e  recitatori  delle  altrui  opere,  potranno  essere  bia- 
simati !  »  ^). 

Ai  recitatori  e  trombetti  delle  altrui  opere,  e  in- 
somma agli  eruditi,  ai  quali,  fin  dal  suo  tempo,  l'oscuro 
filosofo  di  Efeso  aveva  detto  che  la  polimazia  non  dà 
l'intelletto,  Leonardo  contrappone  gli  uomini  «inven- 
tori e  'nterpetri  »,  che,  al  paragone  dei  primi,  egh 
dice,  sono  quello  die  l'obbietto  fuori  dello  sjxicchio  è 
rispetto  alla  immagine  che  dell'obbietto  si  riflette  nello 
specchio  :  dove  l'obbietto  è  qualche  cosa,  e  l'immagine 
è  niente.  L'inventore,  che  nella  freschezza  ed  origina- 


*)  Codice  Atlantico,  119  v. 
*)  Codice  Atlantico,  117  r. 

/  j  —  Giordano  Bruno  e  il  pttnitro  del  Rinmcìmento 


—  ^94  — 

lità  della  sua  scoperta  realizza  la  cognizione,  può  dire 
ai  dotti  ripetitori  del  sapere  altrui  :  Voi  siete  gente 
poco  obbligata  alla  natura,  perchè  l'abito  che  portate, 
l'umanità  che  vestite,  non  vi  appartiene  in  proprio  ; 
e  ridotti  al  vostro,  sareste  da  essere  accompagnati  fra 
gH  armenti  delle  bestie  *).  Qui  la  esperienza  non  è 
più  la  misura  logica  del  conoscre,  ma  lo  stesso  conoscere  ; 
il  conoscere  nella  sua  schietta  originalità,  il  conoscere 
certo,  al  quale  si  commisura  la  certezza  d'ogni  cono- 
scere secondario  e  derivato. 

In  questo  senso  Leonardo  combatte  i  filosofanti  del 
suo  tempo,  (e  d'ogni  tempo),  che  davano  del  mec- 
canico al  sapere  partorito  dalla  esperienza.  Ed  egli 
ribatteva  nella  pagina  più  tecnicamente  filosofica  del 
Trattato  della  pittura  : 

«  Ma  a  me  pare  che  quelle  scienzie  sieno  vane  e  piene 
«  di  errori,  le  quali  non  sono  nate  dall'esperienza,  madre 
«  di  ogni  certezza,  e  che  non  terminano  in  nota  espe- 
«  rienzia  ;  cioè,  che  la  loro  origine  o  mezzo  o  fine  non 
«  passa  per  nessuno  de'  cinque  sensi.  E  se  noi  dubitiamo 
«  della  certezza  di  ciascuna  cosa  che  passa  per  li  sensi, 
«quanto  maggiormente  dobbiamo  noi  dubitare  delle 
«  cose  ribelli  a  essi  sensi,  come  dell'esse nzia  di  Dio  e  del- 
«  l'anima  e  simili,  per  le  quali  sempre  si  disputa  e  con- 
«  tende  ;  e  veramente  accade,  che  sempre  dove  manca 
«  la  ragione,  suplisse  le  grida  ;  la  qual  cosa  non  accade 
«nelle  cose  certe.  Per  questo,  che  dove  si  grida  non  èl 
«  vera  scienzia,  perchè  la  verità  ha  un  sol  termine  ;  il 
«  quale  essendo  publicato,  il  letigio  resta  in  eterno  di- 


*)  «  È  da  essere  giudicati  e  non  altrimenti  stimati  li  omini 
inventori  e  'nterpreti  tra  la  natura  e  gli  uomini  a  compara- 
zione de'  recitatori  e  trombetti  delle  altrui  opere,  quant'  è 
dall'obbietto  fori  dello  specchio  alla  similitudine  d'esso  obietto 
apparente  nello  specchio,  che  l'uno  per  sé  è  qualche  cosa,  e 
l'altro  è  niente.  Gente  poco  obrigate  alla  natura,  perchè  sono 
sol  d'accidental  vestiti  e  sanza  il  quale  potrei  accompagnarli 
infra  gli  armenti  delle  bestie  »,  {Codice  Atlantico,  117  r). 


—  195  — 

«  strutto  ;  e  s'esso  litigio  resurge,  la  (è)  bugiarda  e  con- 
«  fusa  scienzia,  e  non  certezza  rinata.  Ma  le  vere  scienzie 
«  son  quelle,  che  la  sperienzia  ha  fatto  penetrare  per  li 
«  sensi  e  posto  silenzio  alla  lingua  de'  litiganti  ;  e  che 
«  non  pasce  di  sogno  li  suoi  investigatori,  ma  sempre  so- 
«pra  li  primi  veri  e  noti  prìncipii  procede  successiva- 
«  mente  e  con  vere  seguenzie  insino  al  fine  »  *) . 

Tralasciamo  per  ora  questi  veri  e  noti  principii  da 
cui  si  possa  procedere  con  vere  «seguenzie»,  cioè  dedutti- 
vamente, infino  al  fine,  ossia  per  tutta  l'esposizione 
logica  d'un  sistema  scientifico.  Vedremo  or  ora  que- 
st'altro aspetto  del  sapere,  che  attrasse  l'attenzione  di 
Leonardo.  Intanto,  nessun  dubbio  che  intorno  agli 
oggetti  dell'esperienza  sensibile  non  v'  ha  per  lui  altro 
che  sogno  appena  si  abbandoni  la  esperienza.  La  quale 
è,  invece,  cognizione  vera  e  certa,  e  perchè  ha  in  sé 
il  suo  proprio  valore,  né  ha  bisogno  di  essere  giustificata 
e  garentita  dalla  testimonianza  dell'autorità  ;  e  perché 
pone  fine  al  litigio',  al  «  grido  »  delle  dispute  nascente 
dalla  varietà  delle  dottrine,  facendo  convenire  tutte 
le  menti  nelle  medesime  percezioni. 

L'esperienza  di  Leonardo,  dunque,  non  è  l'espe- 
rienza di  Protagora  e  dell'empirismo  positivista,  che, 
riducendo  l'esperienza  sensibile  alle  soggettive  impres- 
sioni dei  sensi,  non  può  ascriverle  necessità  ed  univer- 
salità. Per  Leonardo  non  è  sorto  ancora  il  problema  della 
fenomenalità  del  reale  dell'esperienza,  che  verrà  alla 
luce  con  Galileo.  Egli  non  ha  nessuna  critica  del  con- 
cetto dell'esperienza.  Ma  questo  sa  chiaramente,  che 
quell'esperienza  che  può  accertarci  della  verità,  non 
dev'essere  un  semphce  fatto,  o  un  semplice  dato  acci- 
dentale, suscettibile  d'assumere  le  forme  più  svariate  e  di 
sottrarsi  ad  ogni  possibile  determinazione  logica  che  lo 
fissi  come  verità.  No,  l'esperienza  di  Leonardo  nella  sua 


»)  Ludwig.  §  33, 


— 196  — 

ingenua  e  dommatica  oggettività,  si  solleva  al  di  sopra 
della  semplice  contingenza  del  puro  fatto  sensibile 
jjer  assumere  carattere  e  valore  razionale.  Leggendo 
nel  codicetto  trivulziano  :  «  I  sensi  sono  terestri,  la 
ragione  sta  for  di  quelli,  quando  contempla  »  ^,  noi 
potremmo  essere  indotti  a  pensare  a  Kant,  che  Fespe- 
rienza  fa  consistere  nel  sistema  dei  dati  sensibili  formato 
dall'attività  costruttiva  razionale  dello  spirito,  che  inuCr- 
viene  dal  di  fuori  in  certo  modo,  nella  materia  fornita 
dalle  semplici  sensazioni.  Il  Franti  si  ricordò  della  ra- 
gione o  intelletto  aristotelico,  che  parimenti  soprag- 
giunge dal  di  fuori,  date  le  rappresentazioni  sensibili^). 
In  realtà,  convien  pensare  —  ce  ne  avverte  quel  termine 
del  «  contemplare  »  —  a  una  dottrina  platonica,  la  quale 
si  ritrova  in  una  forma  che  a  taluno  parve  prenunziare 
da  lontano  il  kantismo,  nel  Teeteto. 

Ma  più  che  a  Platone,  ai  Platonici,  tradotti,  com- 
mentati e  resi  quasi  familiari  nella  Firenze  colta  degli 
ultimi  decennii  del  Quattrocento,  dove  si  sviluppò  e 
formò  il  genio  e  il  pensiero  di  Leonardo  ;  a  quei  Plato- 
nici, che  opposero  ai  sensi  terrestri  o  materiali,  e  desti- 
nati a  disfarsi  col  corpo  onde  si  esercitano,  la  ragione 
conte mplatrice  di  una  realtà  trascendente  tutta  quella 
natura  corporea,  con  la  quale  i  sensi  ci  mettono  in  comu- 
nicazione, e  alla  quale,  per  mezzo  di  essi,  apparteniamo. 
Comunque,  se  Leonardo  rijx^te  cogli  Scolastici,  che  ogni 
cognizione  comincia  dai  sensi,  egli  non  fa  consistere  la 
cognizione,  tutta  la  cognizione  nella  esperienza  imme- 
diata del  senso  ;  ma  airesperienza  immediata  con- 
trappone una  forma  di  conoscenza,  che  egli  chiama 
ragione,  e  che  giustifica  platonicamente,  come  ragio- 
ne nostra   in   quanto   prima    di    tutto    ragione   imma- 


^)  Triv.,  33  r. 

'^)  L.  d.  V.  in  philosophischey  Beziehmig,  in  «  Sitzber.  d. 
k.  bayer.  Ahad.  d.  Wiss.  zu  Munchen  ».  Philos.-philol.  CI., 
1885,  pag.  8. 


^  197  — 

nente  nella  stessa  natura  o  nelle  cose.  Onde  delle  sue 
regole  date  al  pittore  può  dire  :  «  Queste  regole  fanno, 
che  tu  possiedi  uno  libero  e  bono  giudizio,  imperocché  '1 
bono  giudizio  nasce  dal  bene  intendere,  e  il  bene  inten- 
dere diriva  da  ragione  tratta  da  bone  regole,  e  le  bone 
regole  sono  figliole  della  bona  sperienza,  comune  madre 
di  tutte  le  scienze  edarti  »^).  Dunque,  esperienza,  regole 
e  ragione,  la  quale  dà  quel  bene  intendere,  che  non  si 
ha  quando  altri  si  arresti  alla  semplice  esperienza.  «  Ri- 
cordati, dice  Leonardo  a  sé  medesimo;  ricordati,  quando 
comenti  l'acque,  d'allegar  "prima  la  sperienza  e  poi  la 
ragione  »  ^) . 

E  nettamente  distingue  in  un  luogo  del  Trattato  della 
pittura  il  senso  dal  giudizio  che  il  discorso  deve  eserci- 
tarvi su  per  avere  scienza,  mostrando  come  «  li  maestri 
non  si  fidano  nel  giudizio  dell'occhio,  perché  sempre 
inganna  »,  e  come  spetti  alla  mente  di  correggere  le  fal- 
lacie del  senso  ^).  E  se  Leonardo  schernisce  quel  matto 
di  filosofo  che  si  trasse  gli  occhi  per  non  distrarre  la 
mente  dalle  speculazioni  del  suo  discorso,  non  sarebbe 
neppur  disposto  a  rinunziare  al  discorso  della  mente, 
al  giudizio,  alla  ragione  conte mplatrice,  per  immergersi 
tutto  nello  spettacolo  che  si  apre  agli  occhi  nella  inde- 
finita penombra  della  natura. 

((  Se  tu  dirai,  che  '1  vedere  impedisce  la  fissa  e  sot- 
tile cognizione  mentale,  co  la  quale  si  penetra  nelle 
divine  scienze,  e  tale  impedimento  condusse  un  filo- 
sofo a  privarsi  del  vedere  ;  a  questo  risponde,  che 
tal  occhio,  come  signore  de'  sensi,  fa  suo  debito  a  dare 
impedimento  a  Ili  confusi  e  bugiardi,  non  scienzie  ma  di- 
scorsi, per  li  quali  sempre  con  gran  gridare  e  menare  de 
mani  si  disputa  ;  e  il  medesimo  dovrebbe  fare  l'udito,  il 
quale  ne  rimane  più  offeso,  perchè  egH  vorrebbe  accordo, 


^)    RlCHTER,   n,    18. 

')  Ms.  H.,  90  r. 

^)  Ludwig,  §  36,  pag,  76. 


—  198  -— 

del  quale  tutti  i  sensi  s' intricano.  E  se  tal  filosofo  si 
trasse  gli  occhi  per  levare  l' impedimento  alli  suoi 
discorsi,  or  pensa,  che  tal  atto  fu  compagno  del  cer- 
vello e  de'  discorsi,  perchè  1  tutto  fu  pazzia.  Or  non 
potea  egli  serrarsi  gli  occhi,  quando  esso  entrava  in 
tal  frenesia,  e  tanto  tenerli  serrati,  che  tal  furore  si 
consumasse  ?  Ma  pazzo  fu  l'uomo,  e  pazzo  il  discorso, 
e  stoltissimo  il  trarsi  gh  occhi  »*). 


IV. 


Trarsi  gH  occhi  no  ;  ma  né  anche  la  mente,  che  ci 
fa  bene  intendere,  sorpassando  i  confini,  entro  i  quali 
resta  chiusa  la  semphce  esperienza.  Questa  ci  mostra 
soltanto  il  fatto,  l'effetto,  ma  non  la  ragione  per  cui 
l'effetto  ha  luogo,  e  non  può  mancare  ;  e  il  fatto,  senza 
la  sua  ragione,  non  è  oggetto  di  vera  e  propria  cogni- 
zione, che  intende  il  fatto  in  quanto  ne  scorge  la  neces- 
sità. Onde  il  fatto  è  conosciuto  davvero  solo  quando  si 
presenti  alla  mente  nella  sua  razionalità,  come  neces- 
sità operante  nella  natura. 

«  La  sperienza  »  dice  Leonardo  «  non  falla  mai  ; 
nia  sol  fallano  i  vostri  giudizi,  promettendosi  di  quella 
eéetto  tale  che  ne 'nostri  experimenti  causati  non  sono. 
Perchè,  dato  un  principio,  è  necessario  che  ciò  che 
seguita  di  quello,  è  vera  conseguenza  di  tal  principio, 
se  già  non  fussi  impedito  ;  e  se  pur  seguita  alcuno 
impedimento,  l'effetto,  che  doveva  seguire  del  predetto 
principio,  partecipa  tanto   più  o  meno  del  detto  impe- 


*)  Ludwig,  §  16. 


-  199  — 

dimento,  quanto   esso    impedimento  è  più  o  meno  po- 
tente del  già  detto  principio  »  *). 

Per  lo  meno  dunque  nel  rapporto  della  causa  con 
l'effetto,  per  cui  non  può  non  seguire  questo  dove  quella 
s'avveri,  è  la  necessità  o  ragione,  a  cui  deve  mirare  la 
scienza,  e  senza  la  quale  l'effetto  è  un  fatto  misterioso 
e  non  per  anco  noto.  Più  chiaramente  : 

«Ma  farò  alcuna  esperienza  avanti  ch'io  più  oltre 
«  procieda,  perchè  mia  intenzione  è  allegare  prima  la 
«  sperienza  e  pò  colla  ragione  dimonstrare  perchè  tale 
«  esperienzia  è  constrecta  in  tal  modo  ad  operare.  E 
«  questa  è  la  vera  regola  come  li  speculatori  delli  effecti 
«naturali  hanno  a  prociedere.  E  ancora  che  la  natura 
«  cominci  dalla  ragione  e  termini  nella  sperienza,  a  noi 
«  bisogna  seguitare  in  contrario,  cioè  cominciando  (co- 
«  me  sopra  dissi)  dalla  sperienzia,  e  con  quella  investi- 
«  care  la  ragione  »  ^) . 

Giacché,  come  egh  stesso  dice  altrove,  «nessuno 
effetto  è  in  natura  sanza  ragione.  Intendi  la  ragione,  e 
non  ti  bisogna  sperienza  )>^). 

Non  diranno,  né  vorranno  di  più  gì'  ideahsti  più 
dommatici,  che  vagheggeranno  una  filosofia  della  natura  j 
e  ben  si  son  potute  queste  ultime  parole  di  Leonardo 
raccostare  a  quelle  in  cui  l'autore  della  celebre  Filoso- 
fia della  natura,  lo  SchelHng,  formulò  il  concetto  di  una 
scienza  a  priori.  La  ragione  infatti  di  cui  parla  Leonardo, 
è  a  priori  per  l'appunto  come  l'idea  schellinghiana  :  da 
noi  non  attingibile  se  non  attraverso  l'esperienza,  ma, 
una  volta  raggiunta,  intelligibile  soltanto  come  un  ante- 
cedente dei  fatti  manifestati  dall'esperienza;  e  quindi 
posseduta,  anche  da  noi,  come  principio  che  la  futura 
esperienza  dovrà  necessariamente  confermare,  ossia  mo- 
strare nella  sua  irresistibile  efficacia,  e  non  potrà  smen- 


*)  Codice  Atlantico,  154  r. 

*)  Ms.  E,  55  r. 

')  Codice  Atlantico,  147  v. 


—  200  — 

tire  mai.  La  ragione  di  Leonardo  non  è  un  prodotto,  né 
anch'essa,  dell'esperienza,  ma  un  presupposto  dell'e- 
sperienza, che  attraverso  di  questa,  perciò,  si  scopre 
come  la  sua  intima  sostanza  :  presupposto,  che  ci 
rende  intelligibile  la  stessa  esperienza.  Anche  Galileo 
penserà  che  la  verità  di  cui  il  nostro  intelletto  è  capace 
mercè  l'esperienza,  è  la  stessa  verità  che  è  a  base  del- 
l'esperienza :  la  verità  dell'intelletto  divino,  l'assoluta 
verità,  o  il  pensiero  che  l'uomo,  guardando  alla  natura, 
e  vedendone  la  razionalità  e  intelligibilità,  è  portato  ad 
attribuire  a  Dio  che  la  natura  ha  fatta,  e  nella  natura 
reahzza  un  suo  disegno,  il  suo  pensiero.  Anche  per 
GaHleo  l' intelletto  umano,  se  non  per  estensione,  certo 
per  intensità,  o  qualità,  coincide  con  l' intelletto  divino, 
pervenendo  a  quella  ragione  delle  cose  da  cui  le  cose 
provengono  ^). 

E  poiché  ho  ricordato  Schelling,  dirò  per  definire 
storicamente  il  pensiero  del  Vinci,  che  così  il  filosofo 
tedesco,  come  Galileo,  come  Leonardo  s' incontrano 
in  questo  concetto  di  una  ragione  che  é  al  principio 
delle  cose  naturali  e  al  sommo  delle  investigazioni 
limane,  come  pensiero  che  si  fa  natura  per  giungere,  da 
ultimo,  alla  coscienza  di  sé  nell'uomo  e  chiudere  il 
circolo  del  mondo,  perchè  tutti  tre  appartengono,  più 
o  meno,  a  una  medesima  corrente  ideale,  che,  come  ho 
già  rammentato,  in  Firenze  tra  i  coetanei  ed  amici  di 
Leonardo  ebbe  alcuni  de'  suoi  maggiori  rappresentanti  : 
all'indirizzo    platonico  ^).  Il   GaHlei  accentuerà  il  mo- 


*)  Cfr.  Galilei,  Frammenti  e  lettere  con  note  di  G.  Gen- 
tile. Livorno,  Giusti,  191 7,  pagg.  24-25. 

*)  Arbitrarie  e  ingiustificabili  le  asserzioni  del  compianto 
amico  Edmondo  Solmi  {Leonardo  e  Machiavelli,  in  «  Arch. 
stor.  lomb.  »,  1912,  s.  4,  voi.  XVIT,  pagg.  2O9-17)  circa  i  rap- 
porti del  Vinci  coi  Medici  e  coi  platonizzanti  di  Firenze.  Per 
ciò  che  riguarda  i  Medici  cfr.  Ger.  Calvi,  Contributo  alla  bio- 
grafia di  Leonardo,  in  Arch.  Stor.  lomb.,  1916,  parte  2», 
pagg.   4I9-34- 


—  201  — 

tivo  atomista  e  meccanicista,  che  non  è  estraneo  nep- 
pure al  platonismo  originario  ;  ma  tanto  rimane  lon- 
tano da  quella  forma  ingenua  di  empirismo,  che  gii. 
vorranno  attribuire  i  positivisti  posteriori,  da  ripetere 
perfino  quella  teoria,  così  caratteristica  del  platonismo, 
che  si  dice  delle  idee  innate  *).  Schelling  è  propriamente 
spinozista  ;  ma  Spinoza  lo  riconduce  a  Giordano  Bruno  ; 
e  attraverso  Spinoza  e  Bruno  egli  si  ricollega  al  plato- 
nismo' del  nostro  Rinascimento,  e  nella  natura  vede 
il  pensiero  come  realtà  inconsapevole  di  sé,  e  la  realtà 
quindi  come  quel  pensiero  che  la  mente  speculativa- 
mente ricostruisce  come  la  verità  eterna,  l'eterno  pre- 
supposto della  scienza,  Dio  stesso.  A  questo  segno  mira, 
a  modo  suo,  da  scienziato  e  da  artista,  alquanto  oscu- 
ramente, anche  Leonardo.  E  la  sua  «ragione  »  è  deter- 
minatrice  di  quella  necessità,  che  costringe,  com'egH 
dice,  la  natura  in  tutte  le  sue  operazioni  :  di  quella  ne- 
cessità, che  «  è  maestra  e  tutrice  della  natura  »,  <(  tema  e 
inventrice  della  natura,  freno  e  regola  eterna  »^)  ;  della 
natura,  «costretta  dalla  ragione  della  sua  legge,  che  in 
lei  infusamente  vive  »  *).  La  nostra  ragione  mediante 
l'esperienza,  commenta  la  causa  delle  dimo- 
strazioni, ossia  degli  effetti,  della  natura,  le  quali 
sono  quelle  che  devono  essere,  perchè  costrette 
dalla  sua  legge,  e  s'impossessa  quindi  della  ra- 
gione stessa  infusa  nella  natura,  e  vi  si  immedesima.  Nel 
discorso  dell'umana  ragione  è  la  stessa  natura  nella  sua 
interiore  necessità  o  razionalità:  Dioche  s'è  svelato  all'uo- 
mo —  come  insegnavano  i  Neoplatonici,  sopra  tutti  Pico 
della  Mirandola,  e  come  insegnerà  non  pure  Bruno,  ma 
Galileo  nella  Lettera  alla  Granduchessa  madre  —  per  mezzo 


*)   Frammenti  cit.  p,  8. 

*)  RicHTF.R,   1135. 

^)  Ms.  E.,  23  r  e  cfr.  i  passi  analoghi  citati  da  E,  Solmt, 
Studi  sulla  filosofia  naturalistica  di  L.  d.  V.  Modena,  1898 
pag.  n. 


—  20^   — 

delle  opere  sue,  nella  natura,  in  cui  V  intelletto  deve 
cercarne  il  vivo  vestigio. 

È  questa  intuizione  del  divino  naturale,  che  infiam- 
merà gli  eroici  furori  del  Nolano,  e  che  accende  lo 
sdegno  di  Leonardo  contro  gì'  ipocriti  del  suo  tempo, 
congiurati  a  impedirgli  o  a  screditare  le  indagini  sue 
nuove  intorno  alle  cose  naturali  : 

«  Sono  infra  'ì  numero  de  Ili  stolti  una  certa  setta, 
detti  ipocriti,  ch'ai  continuo  studiano  d'ingannare  sé 
ed  altri,  ma  più  altri  che  sé  :  ma  invero  ingannano  più 
loro  stessi,  che  gh  altri.  E  questi  son  quelli  che  ri- 
prendono li  pittori  [cioè  Leonardo  stesso],  li  quali  stu- 
diano li  giorni  delle  feste,  nelle  cose  appartenenti  alla 
vera  cognizione  di  tutte  le  figure,  e'  hanno  le  opere 
di  natura,  e  con  sollecitudine  s*  ingegnano  d'acquistare 
la  cognizione  di  quelle,  quando  a  loro  sia  possibile. 
Ma  taciano  tali  reprensori,  che  questo  è  il  modo  di 
conoscere  l'Operatore  di  tante  mirabili  cose,  e  quest'  è 
il  modo  di  amare  un  tanto  Inventore  !  Ch'  invero  il 
grande  amore  nasce  dalla  gran  cognizione  della  cosa 
che  si  ama  [amor  Dei  intellectualis,  dirà  Spinoza  1  ]  ; 
e  se  tu  non  la  conoscerai,  poco  o  nulla  la  potrai  amare  ; 
e  se  tu  l'ami  per  il  bene  che  t'aspetti  da  lei,  e  no  per  la 
somma  sua  virtù,  tu  fai  come  il  cane,  che  mena  la 
coda  e  fa  festa,  alzandosi  verso  colui  che  li  pò  dar  un 
osso.  Ma  se  conoscesse  la  virtù  di  tale  omo,  l'amerebbe 
assai  più,  se  tal  virtù  fussi  al  suo  proposito  »  ^). 


Dio  dunque,  oggetto  dell'amore  di  Leonardo  o  della 
sua  rehgione,  è  il  Dio  che  si  conosce  nelle  cose  (Deus 


')  Trattato  della  pittura,  §  77. 


—   203   — 

in  rebus),  dove  egli  operando  manifesta  il  suo  essere, 
quella  ragione,  intesa  la  quale  non  occorre  esperienza  ; 
e  che  s' intende,  anche  per  Leonardo,  immedesimandosi 
con  essa,  come  aveva  insegnato  primo  Platone  nel 
Convito  e  come  con  infinite  variazioni  continuarono  a 
dimostrare  i  suoi  seguaci  ;  ed  era  un  tema  obbligato 
dei  platonizzanti  fiorentini  scolari,  amici,  ammiratori 
del  Ficino.  Devono  essere  frasi  colte  dalla  bocca  o  dai 
libri  dei  neoplatonici  contemporanei,  da  una  delle  loro 
teorie  d'amore  intessute  sulla  trama  del  dialogo  divino 
di  Platone,  queste  che  si  leggono  su  un  foglio  del  Codice 
Trivulziano  : 

«  Muovesi  l'amante  per  la  cosa  amata  come  il  su- 
getto  colla  forma,  il  senso  col  sensibile,  e  con  seco  s'uni- 
sce e  fassi  una  cosa  medesima.  —  L'opera  è  la  prima 
cosa  che  nasce  dall'unione  :  se  la  cosa  amata  è  vile, 
l'amante  si  fa  vile.  —  Quando  la  cosa  unita  è  conve- 
niente al  suo  unitore,  li  seguita  dilettazione  e  piacere, 
e  sadisf azione.  —  Quando  l'amante  è  giunto  all'amato, 
lì  si  riposa.  —  Quando  il  peso  è  posato,  lì  si  riposa.  — 
La  cosa   sta  ^),  cognosciuta,    col  nostro    intelletto»  *). 

C  è  tutta  la  teoria  platonica  dell'amore,  che  con- 
verte l'amante  nell'amato,  e  in  questa  conversione  gli 
fa  raggiungere  la  somma  perfezione  della  sua  natura 
nella  gioia  della  sapienza,  del  pensiero.  Per  cui  lo  stesso 
Leonardo  sarà  tratto  a  fermare  nello  stesso  manoscrit- 
to ^)  quella  osservazione  di  Cornelio  Celso  :  «  H  sommo 
bene  è  la  scienza,  il  sommo  male  è  il  dolore  del  corpo, 
imperò  che,  essendo  noi  composti  di  due  cose,  cioè  d'a- 
nima e  di  corpo,  delle  quali  la  prima  è  migliore,  la  peg- 
giore è  il  corpo,  la  sapienza  è  dalla  miglior  parte,  il 
sommo  male  è  dalla  peggior  parte,  e  pessima.  Ottima 
cosa  è  nell'animo  è  la  sapienza....  e  ninna  altra  cosa  è 


*)  Ms .  :  «  sa  w . 
*)  Fol.  6  r. 
*)  Triv.,   2   V 


—  i04  — 

da  a  questa  comparare  ».  Somma  felicità,  beninteso, 
irraggiungibile,  e  da  aspirarvi  appunto  con  quell'amore 
che  Platone  nel  Convivio  fece  figlio  di  Penia,  povertà, 
difetto  incolmabile.  «La  somma  felicità»,  dice  con 
grande  profondità  Leonardo,  «  sarà  somma  cagione 
della  infelicità,  e  la  perfezione  della  sapienza  cagion 
della  stoltizia  ».  E  platonicamente  infatti,  ancorché 
possa  non  aver  letto  il  Fedone,  egli  raffigurava  in  un 
suo  disegno  simbolico,  inseparabilmente  congiunti,  e 
confusi  in  un  solo  tronco,  piacere  e  dolore.  E  commen- 
tava : 

«  Questo  si  è  il  piacere  insieme  col  dispiacere  ;  e  figu- 
«ransi  binati,  perchè  mai  l'uno  è  staccato  da  l'altro.' 
«  Fannosi  colle  schiene  voltate,  perchè  son  contrari 
«  l'uno  e  l'altro.  Fannosi  fondati  sopra  un  medesimo 
«  corpo,  perchè  hanno  un  medesimo  fondamento,  in- 
«  però  che  il  fondamento  del  piacere  si  è  la  fatica  col 
«  dispiacere,  il  fondamento  del  dispiacere  si  sono  i  vari  e 
«lascivi  piaceri.  E  però  qui  si  figura  colla  canna  nella 
«  man  destra,  eh'  è  vana  e  senza  forza,  e  le  punture  fatte 
«con  quella  son  veneno^e  »  ^). 

Altrove  egli  stesso,  Leonardo,  ci  ha  detto  che  tutti 
i  beni  ci  son  venduti  da  Dio  a  prezzo  di  fatica.  E  la 
sua  fronte,  così  luminosa,  è  pur  sempre  corrugata  dal 
pensiero  delle  conquiste  da  fare,  da  quell'interno  giu- 
dizio, di  cui  egli  si  gloriava,  sdegnoso  d'ogni  mediocrità  : 
da  quel  giudizio,  che  andava  sempre  al  di  là  dell'opera  : 
virile,  anzi  gigantesco  asceta  dello  spirito,  che  non  cono- 
sce altra  gioia  all' infuori  di  quella,  che  è  la  suprema, 
e  che  non  si  dà,  perchè  infinita.  E  come  in  tutti  gli 
asceti  e  mistici,  plafoni  zzanti  o  no,  il  suo  occhio  corre 
di  là  dalla  vita,  dalla  natura,  quantunque  egli  vegga,  da 
uomo  della  Rinascenza,  che  di  là  non  e'  è  il  dolore,  ma 
né  anche  la  gioia,  sì  la  morte  e  il  nulla. 


*)   RlCHTER,    n.  676. 


—  205  — 

«Or  vedi,  la  speranza  e  1  desidero  del  ripatriarsi  e 
«ritornare  nel  primo  caos  fa  a  similitudine  de  la  far- 
«  falla  al  lume;  e  l'uomo,  che  con  continui  desideri 
«  sempre  con  festa  aspetta  la  nuova  primavera,  sempre 
«la  nuova  state,  sempre  e  nuovi  mesi,  e  nuovi  anni, 
«  parendogli  che  le  desiderate  cose  venendo  sieno  troppo 
«tarde  ;  e  non  s'avede  che  desidera  la  sua  disfazione. 
«  Ma  questo  desidero  è  la  quintessenza  (spirito  degli 
«elementi)  che,  trovandosi  rinchiusa  per  anima  dello 
«  umano  corpo,  desidera  sempre  ritornare  al  sifo  man- 
«  datario.  E  vò  che  sappi,  che  questo  desiderio  è  quella 
«quinta  essenza  conpagna  della  natura;  e  l'uomo  è 
«  modello   dello   mondo  »  *). 

Modello  del  mondo,  o  microcosmo,  o  ricapitolazione 
di  tutto  l'essere  dell'universo,  come  lo  concepiva  ed 
esaltava  il  Pico,  come  l'avevano  rappresentato  i  pla- 
tonici della  tradizione  ermetica.  Pei  quali  tutti  l'anima 
era  pellegrina  sulla  terra,  chiusa  in  carcere,  agitata  di 
continuo  dalla  inquieta  nostalgia  del  mandatario,  come 
qui  ci  ha  detto  Leonardo,  o,  comunque,  della  sua  sede 
originaria  ed  eterna.  L'anima,  intorno  alla  quale,  come 
intorno  a  Dio,  Leonardo  non  amerà  troppo  speculare, 
preferendo  lasciarne  il  pensiero  ai  «frati,  padri  de' 
popoli,  li  quali  per  inspirazione  sanno  tutti  li  segreti  » 
e  lasciando  «  star  le  lettere  incoronate,  perchè  son  somma 
verità  »  ^),  l'anima  che  egli  pur  ritiene  sottratta,  al 
pari  di  Dio,  alla  conoscenza  umana,  in  quanto  al  pari  di 
esso,  «  improvabile  »,  ossia  non  osscTvabile  direttamente 
nell'esperienza,  da  cui  soltanto  può  muovere  il  nostro 
sapere  ;  l'anima,  tuttavia,  egli  concepisce  platonica- 
mente come  non  derivante  dalla  compagine  organica, 
anzi  di  questa  dominatrice  come  di  semphce  strumento 
e  per  conseguenza  non  destinata  a  soggiacere  alla  stossa 


')  Br.  M..  fol.  156  V. 

-)    RlCHTER,    11.  837. 


—  206  — 

fine  del  corpo,  anzi  partecipe,  come  cosa  adatto  divina, 
dell*  immortalità  dell'eterno. 

«  L'anima  »,  leggiamo  nel  Codice  Trivulziano  *j, 
«  mai  si  può  corrompere  nella  corruzion  del  corpo  ;  ma 
«  fa  a  similitudine  del  vento,  eh'  è  causa  del  sonq  de 
«  l'organo  ;  che  guastandosi  una  canna  non  resultava 
«  per  quella  del  voto  buono  effetto  ». 

E  dove  considera  a  parte  a  parte  le  meraviglie  della 
natura  nella  costruzione  del  nostro  corpo,  ecco  Leo- 
nardo smettere  la  freddezza  dell'anatomico,  e  rivolgersi 
all'uomo  con  accento  altamente  umano  : 

«E  tu  uomo,  che  consideri  in  questa  mia  fatica 
«  l'opere  mirabili  della  natura,  se  giudicherai  essere  cosa 
«  nefanda  il  distruggerla,  or  pensa  essere  cosa  nefandis- 
«  sima  il  torre  la  vita  all'omo.  Del  quale,  se  questa  con- 
«  posizione  ti  pare  di  meraviglioso  artifizio,  pensa  questa 
«  essere  nulla  rispetto  all'anima,  che  in  tale  architettura 
«  abita  ;  e  veramente  quale  essa  sia,  ella  è  cosa  divina  ; 
«  sicché  lasciala  abitare  nella  sua  opera  a  suo  benepla- 
«  cito,  e  non  volere  che  la  tua  ira  e  malignità  distrugga 
«  una  tanta  vita  ;  che  veramente  chi  non  la  stima  non 
«  la  merita  »  ^) . 

Dio  dunque,  e  questa  cosa  divina,  che  è  l'anima 
umana,  eccedono  i  limiti  della  nostra  cognizione  perchè 
non  soggetti  alla  esperienza.  Ma  la  natura  stessa  non  si 
conosce  tutta.  Di  essa  si  può  conoscere  soltanto  quella 
ragione,  alla  cui  scoperta  ci  conduce  l'osservazione  dei 
suoi  effetti  :  la  legge  che  ne  governa  le  esterne  mani- 
festazioni. Riecheggiando  forse  un  pensiero  che  s' in- 
contra pure  nella  Teologia  platonica  del  Ficino  *),  e 
ricorda  infatti  un  concetto  di  Socrate,  ma  che  sarà 
ripreso,  approfondito  e  fecondato  da  Giambattista  Vico, 


*)  Fol.  40  V. 

^)   RlCHTER,    n.     II 40. 

3)  Cfr.  i  miei    Shidi    Vichiani,  Messina,  Principato,    1915, 
pagg.  27-29. 


—  207  — 

Leonardo,  distinguendo  tra  Topcra  della  natura  e 
quella  dell'uomo,  di  questo,  e  solo  di  questo  ammonisce 
doversi  faro  materia  d' indagine,  ove  si  miri  a  indagarne 
il  disegno  :  «  0  speculatore  delle  cose,  non  ti  laldare  di 
conoscere  le  cose,  che  ordinariamente  per  se  medesima 
la  natura  conduce.  Ma  rallegrati  di  conoscere  il  fine  di 
quelle  cose  che  son  disegnate  dalla  mente  tua»^). 

Una  finalità,  bensì,  Leonardo  attribuisce  alla  stessa 
Natura,  che  è  necessaria  perchè  razionale,  e  razionale 
in  virtù,  come  s'  è  visto,  della  ragione  che  la  regge,  non 
])archè  meccanicamente  operante.  Tutto  il  filosofare  dei 
Neoplatonici  insisteva  nel  concetto  della  provvidenza 
governatrice  delle  cose  naturali  ;  e  Leonardo  ammira 
Teconomia  ond'  è  retta  la  vita  del  mondo,  e  non  rifugge 
dall'uso  della  finalità  come  criterio  euristico  d' indagine 
oltre  le  dirette  testimonianze  dell'esperienza.  Così,  dove 
conchiude  alla  negazione  del  dolore  e  del  senso  alle 
piante  movendo  dalla  mancanza  di  bisogno  che  esse  ne 
abbiano  :  «  Se  la  natura  ha  ordinato  la  doglia  nell'anima 
vigitative  col  moto,  per  conservazione  dell'istrumenti,  i 
quali  pel  moto  si  potrebbono  diminuire  e  guastare  l'anime 
vigitative  senza  moto  non  hanno  a  percotere  ne'  contr'a 
sé  posti  obietti  ;  onde  la  dogha  non  è  necessaria  nelle 
piante  :  onde,  rompendole,  non  sentano  *)  dolore  come 
quelle  dell'animali»^). 

Nella  stessa  corrispondenza  tra  causa  ed  effetto,  in 
cui  consiste  la  ragione  che  alla  mente  è  dato  scoprire  nella 
natura,  Leonardo  vede,  giustamente,  il  miracolo,  ossia 
l'opera  dello  spirito  ;  onde  a  proposito  dell'occhio  dirà: 

«  Qui  le  figure,  qui  li  colori,  qui  tutte  le  spezie  delle 
parti  dell'universo  son  ridotte  in  un  punto,  e  quel 
punto  è  di  tanta  meraviglia  !  O  mirabile,  o  stupenda 
necessità,  tu   costrigni,  colla    tua  legge,  tutti  li  effetti, 


•)  Ms.  G.,  47  r.  «  Laldare  >,  laudare. 
*)  «Sentano»,  sentono, 
3)  Ms.  H.,  6o>. 


208 


per  brevissima  via,  a  partecipare  delle  lor  cause.  Que- 
sti son  li  miracoli  !  Scrivi  nella  tua  Notomia,  come,  in 
tanto  minimo  spazio,  l' immagine  possa  rinascere  e 
ricomporsi  nella  sua  dilatazione  »  ^). 

E  la  Natura  sempre  gli  apparisce,  dove  si  spinga 
il  suo  occhio  a  indagarla,  come  una  provvidenza  ordina- 
trice di  mezzi  ai  fini  ;  ai  fini  insieme  armonizzanti  a 
comporre  la  vita  del  tutto.  Così  nell'occhio  dell'uomo, 
così  nelle  narici  dei  cavalli,  che  gli  stolti  usavano  ta- 
gliare «  come  se  credessino  la  natura  avere  mancato 
ne'  necessarie  cose  ^),  per  le  quali  li  omini  abbiano  a 
essere  suoi  correttori  »  ;  così  nella  disposizione  delle 
foglie  negli  ultimi  rami  delle  piante  ;  così  per  tutto. 
Anche  il  male,  per  Leonardo,  è  strumento  di  bene  ^). 
E  una  legge  razionale,  e  ferrea  perchè  tale  nella  sua 
teleologia,  stringe  il  cosmo  nelle  sue  parti  infinite  : 
«Naturalmente  ogni  cosa  desidera  mantenersi  in  suo 
essere»*)  e  «tutti  li  elementi,  fori  del  loro  naturale 
sito,  desiderano  a  esso  sito  ritornare»'')  ;  e  «il  moto 
\aolento,  quanto  più  s'esercita  più  s' indebolisce  ;  il 
naturale  fa  l'opposto  :  liberamente,  più  obedisce  »  ^). 


VI. 


Con  questo  concetto  della  natura  siamo  sulla    via 
del  naturalismo  ;  ma  non  del  naturalismo  scientifico  di 


*)    RlCHTER,    n.     22. 

2)  Frammenti,  ed.   Solmi,   pah.    117. 

2)  «Lussuria  è  causa  de  la  generazione.  —  Gola  è  man- 
tenimento della,  vita.  —  Paura,  o  ver  timore,  è  prohmgamento 
di  vita.  —  Dolo(r)  è  salvamento  dello  strumento  »  (cioè,  degli 
organi),  il/5.  H.,  32  r. 

*)  Ash.   II,   4.  ■ 

5)  Ms.   C,   26  V. 

*)  Cod.    Triv.,   26   r. 


—  209  — 

Galileo,  bensì  di  quello  metafisico  di  Bruno  e  di  Cam- 
panella che  naturalizzano  lo  spirito,  ma  spiritualiz- 
zano la  natura,  come,  dopo  Platone  e  gli  Stoici,  aveva 
fatto  la  filosofia  alessandrina,  al  cui  risorgimento  in 
Firenze  Leonardo  assistette  e  partecipò,  senza  attrat- 
tiva, di  certo,  pei  problemi  propriamente -[speculativi, 
anzi  con  qualche  disdegno  per  le  dispute  e  il  gridio  delle 
scuole  filosofiche,  ma  pur  respirando  V  aria  del]  suo 
tempo  le  idee  già  penetrate  nella^_  mente  di  tutti  gli 
spiritixolti,  con  cui  in  in  contatto  quotidiano.  [Da  quelle 
idee  egli,  pittore,  ma,  come  altri  artisti  del  suo  tempo, 
studioso  profondo  della  tecnica  della  sua  arte,  e  portato 
quindi  dal  genio  possente  ejveloce  alla^scienza  propria- 
mente detta,  in  cui  si  risolve  ogni  tecnica,  trasse  l' in- 
tuizione di  quella  natura,  a  cui  rivolse  il  suo  sguardo 
acutissimo  e  universale.  Universale,  com*egU  amava 
dire,  non  pensando  all'universo,  che  come  infinito  sapeva 
non  esistere,  ma  all'universalità  della  vita  attraverso  il 
numero  inesauribile  delle  sue  forme,  e  quindi  alla  ne- 
cessità per  l'umano  ingegno  di  non  chiudersi  dentro 
nessun  limite,  ma  di  spaziare  hberamente,  instancabil- 
mente, sine  lassitudine  *),  secondo  un  motto  leonardesco, 
E  lo  stesso  atteggiamento  scientifico  del  suo  spirito 
assiuneva  pertanto  aspetto  filosofico  per  i  suoi  presup- 
posti, e  si  scaltriva  e  confermava  nella  coscienza  di 
alcuni  canoni  metodici_ fondamentali.  Che  sono  sostan- 
zialmente due  f^ quello  dell'esperienza,  base  del  cono- 
scere, di  cui  abbiamo  già  detto  ;  e  quello  della  matema- 
tica come  determinazione  esatta  della  ragione  o  legge 
naturale,  accessibile  mediante  l'esperienza.  Concetto  di 
cui  Leonardo  s' impadronisce  —  era  nella  scienza  con- 
temporanea e  nella  stessa  filosofia,  a  cui  m'  è  parso  di 
doverlo  riconnettere  —  e  vi  insiste  con  la  forza  ingenita 
e  la  perspicuità   somma    del  suo  intelletto  ;  lo  svolge 


•)  Ms.  IL,  48  V. 

14  —  Gl'or Jano  Bruna  e  il  pensUro  dtl  Rinaxeim€nio 


—  210  — 

ed  assoda  con  una  coscienza,  che  anticipa  anche  qui 
Galileo. 

La  matematica  a  lui,  come  al  grande  Pisano  e  a 
Cartesio,  rappresenta  il  tipo  del  vero  sapere  scientifico  : 
che  partendo  —  son  sue  parole  —  da  «  li  primi  veri  e 
noti  principii  procede  successivamente  e  con  vere  se- 
guenzie  insino  al  fine  ».  Questo  è  il  processo,  infatti, 
dell'aritmetica  e  della  geometria,  «che  trattano  con 
somma  verità  della  quantità  discontinua  e  continua  ». 
«  Qui  »,  è  sempre  Leonardo  che  parla,  «  non  si  arguirà, 
che  due  tre  facciano  più  o  men  che  sei  ;  né  che  un  trian- 
golo abbia  li  suoi  angoli  minori  di  due  angoli  retti  *  (l'e- 
sempio che  torna  sempre  sul  labbro  del  più  grande  dei 
filosofi  matematizzanti,  Benedetto  Spinoza  !)  ;  «  ma  con 
eterno  silenzio  resta  distrutta  ogni  arguizione,  e  con 
pace  sono  fruite  dalli  loro  devoti  ;  il  che  far  non  possono 
le  bugiarde  scienze  mentah  »  *).  La  matematica  suggella 
l'immagine  della  divina  natura,  che  anch'egh,  come  tutto 
il  Rinascimento  che  già  s'avanza,  vagheggia  ed  ama  quale 
perfetta  rivelazione  dell'eterna  possanza.  Alla  cui  mente 
sovrana  egli  non  ardisce  alzare  lo  sguardo  ;  e  contentando- 
si delle  sue  anatomie,  si  volge  sdegnoso  contro  gH  stolti 
che  «  vogliono  abbracciare  la  mente  di  Dio,  nelle  quale 
«s'include  l'universo,  come  se  l'avessino  anatomizata. 
«  O  stoltizia  umana,  non  fa  vedi  tu,  che  se*  stata  con 
«  teco  tutta  la  tua  età,  e  non  hai  ancora  notizia  di  quella 
«  cosa  che  tu  più  possiedi,  cioè  della  tua  pazzia  !  E  volli  *) 
«  poi  con  la  moltitudine  de'  soffistichi  inganare  te  e 
«  altri,  splezando  le  matematiche  scienze,  nella  qual  si 
«contiene  la  vera  notizia  delle  cose...  ;  o  voi  poi  scorrere 
«  ne'  miracoli,  e  scrivere  e  dar  notizia  di  quelle  cose  di 


*)  Trattato  di  pittura,  §  33  ;  cfr.  §  i. 
')  Vuoi. 


—  211   — 


«che  la  mente  umana  non  è  capace,  e  non  si   posson 
«dimostrare  per  nessun  esenplo  naturale  i>  *). 


VII. 


La  mente  di  Dio  va  cercata  negli  esempi  naturali, 
così  come  ridea  dell'artista  splende  nell'opera  sua.  La 
quale  non  è  per  Leonardo  —  naturalista  dunque,  ma 
platonico  *)  — la  copia  della  natura  sensibile,  ma  l'effigie 
dell'idea.  Onde,  esaltando  la  sua  pittura,  egli  potrà 
dire  con  pienezza  d' intenzione  filosofica  :  «  Qual  poeta 
con  parole  ti  metterà  innanzi,  o  amante,  la  vera  effigie 
della  tua  idea  con  tanta  verità,  qual  farà  il  pittore  ?  »  *). 
Il  quale,  perciò,  non  imita,  ma  crea  : 

«  Se  '1  pittore  voi  vedere  bellezze  che  lo  innamorino, 
egli  n'  è  signore  di  generarle  ;  e  se  voi  vedere  cose  mo- 
struose che  spaventino,  o  che  sieno  buffonesche  e 
risibili,  o  veramente  compassionevoli,  ei  n'  è  Signore  e 
Dio.  E  se  voi  generare  siti  e  deserti,  lochi  ombrosi  e 
freschi  ne'  tempi  caldi,  esso  li  figura,  e  così  lochi  caldi 
ne'  tempi  freddi.  Se  voi  valli,  se  vole  delle  alte  cime 
de'  monti  scoprire  gran  campagna,  e  se  vole  dopo  quella 
vedere  l'orizzonte  del  mare,  egli  n'  è  signore  ;  e  se  delle 
basse  valli  'voi  vedere  gli  alti  monti,  o  de  li  alti  monti 
le  basse  valli  e  spiaggie.  E  in  effetto,  ciò  eh'  è  nell'uni- 
verso   per    essenzia,  presenzia  o  immaginazione,  esso 


*)  Qiiad.  d'anat.,  IT,  i.  14  r. 

•)  Sopra  questo  punto  vedi  le  giuste  ed  esatte  osserva- 
zioni di  Lionello  Venturi,  La  Critica  e  l'arte  di  L.  d.  V., 
Bologna,  Zanichelli  (1919),  pag.  7-8. 

3)  Trattato  di  pittura,  §  18. 


—  212  — 

lo  ha  prima  nella  mente,  e  poi  nelle  mani,  e  quelle 
sono  di  tanta  eccellenza,  che  in  pari  tempo  generano 
una  proporzionata  armonia  in  un  solo  sguardo,  qual 
fanno  le  cose  »  *). 

Questa  potenza  creatrice  del  pittore  è  quella  divinità 
dell'uomo  che  il  platonismo  additava  nell'anima  umana  ; 
onde  esso  insegnò  a  tutto  il  Rinascimento  ad  esaltare 
la  dignità  e  grandezza  dell'  uomo  nel  mondo,  di  cui 
anche  Leonardo  ha  detto  l'uomo  modello.  Leonardo, 
che,  con  l'animo  dell'artista  il  quale  ha  tutto  nella  sua 
arte,  vede  nella  pittura  l'apice  dell'umana  e'ccellenza, 
e  nell'occhio,  nel  divino  occhio  mentale  che  scorre  per 
l'universo  e  lo  idealizza,  e  si  affisa  nell'  idea  che  è  sua, 
canta  commosso  questa  potenza  divina  dell'uomo  cen- 
tro e  riassunto  dell'universo  e  signore  della  natura:  lo 
canta  nel  Trattato  della  Pittura  in  una  pagina  che  ricorda 
anche  nei  particolari,  la  celebre  canzone  di  Tommaso 
Campanella  in  lode  dell'uomo  «re,  epilogo,  armonia, 
fin  d'ogni  cosa  »  *)  : 

«  Tanto  pili  vale  la  pittura  che  la  poesia,  quanto  la 
pittura  serve  a  miglior  senso  e  più  nobile  che  la  poesia. 
La  qual  nobiltà  è  provata  esser  tripla  alla  nobiltà  di 
tre  altri  sensi,  perchè  è  stato  eletto  di  volere  piuttosto 
perdere  l'udito  e  odorato  e  tatto,  che  '1  senso  del 
vedere  ;  perchè  chi  perde  il  vedere,  perde  la  veduta  e 
bellezza  dell'universo,  e  resta  similitudine  di  un  che 
sia  chiuso  in  vita  in  una  sepoltura,  nella ^ quale  abbia 
moto  e  vita.  Or  non  vedi,  che  l'occhio  abbraccia  la 
bellezza  di  tutto  il  mondo  ?  Egli  è  capo  dell'astrologia. 
Egli  fa  la  cosmografia.  Esso  tutte  le  umane  arti  consi- 
glia e  corregge  ;  muove  l'omo  a  diverse  parti  del  mondo. 
Questo  è  principe  delle  matematiche.  Le  sue  scienzie 
sono  certissime.  Questo   ha    misurato  l'altezze  e   gran- 


*)  Ivi,  §  13. 

2)  Vedi  sopra  pag.  127,  v,  62 


—  ^13  — 

dezze  delle  stelle  ;  questo  ha  trovato  gli  elementi  e  loro 
siti  ;  questo  ha  fatto  predire  le  cose  future  mediante  il 
corso  delle  stelle  ;  questo  l'architettura,  e  prospettiva, 
questo  la  divina  pittura  ha  generata.  O  eccellentissimo 
sopra  tutte  l'altre  cose  create  da  Dio  !  Quali  laudi  fìen 
quelle,  ch'esprimere  possino  la  tua  nobiltà  ?  QuaH 
popoli,  quah  lingue  saranno  quelle,  che  appieno  pos- 
sino   descrivere    la  tua  vera  operazione  ? 

«  Questo  è  finestra  dell'umano  corpo,  per  la  quale 
l'anima  specula  e  fruisce  la  bellezza  del  mondo.  Per 
questo  l'anima  si  contenta  dell'umano  carcere  ;  e 
sanza  questo,  esso  umano  carcere  è  suo  tormento. 
E  per  questo  l' industria  umana  ha  trovato  il  fuoco, 
mediante  il  quale  l'occhio  riacquista  quello,  che  prima  li 
tolsero  le  tenebre.  Questo  ha  ornato  la  natura  coli' agri- 
coltura e  dilettevoli  giardini. 

«  Ma  che  bisogna  eh'  io  m'estenda  in  sì  alto  e  lungo 
discorso  ?  Qual'  è  quella  cosa,  che  per  lui  non  si  faccia  ? 
Ei  move  li  omini  da  l'oriente  all'occidente  ;  questo 
ha  trovato  la  navigazione.  E  in  questo  supera  la 
natura  :  che  li  semplici  naturali  sono  finiti,  e  l'opere 
che  l'occhio  commanda  alle  mani,  sono  infinite  ;  come 
dimostra  il  pittore  nelle  finzioni  d'infinite  forme  d'a- 
nimali et  erbe,  piante  e  siti  »  ^). 

Occhio,  come  vedete,  nella  hngua  di  Leonardo  è  il 
pensiero  dell'uomo;  è  l'uomo  che  nel  Rinascimento  acqui- 
sta il  senso  profondo  del  suo  valore,  e  splendidamente 
lo  dimostra  nello  stesso  Leonardo,  creatore  di  bellezza 
immortale  e  fondatore  di  una  molteplice  scienza  signo- 
reggiatrice  della  natura. 


*)  Trattato  della  pittura,  §  28. 


VI. 

GALILEO 
E  IL  SUO  PROBLEMA  SCIENTIFICO 


Dalla  prefazione  al  volume  :  G.  Galilei,  FrammenH 
e  lettere  con  note  di  G.  Gentile,  Livorno,  Giusti,  1917. 


La  vita  di  Galileo  è  tutta  piena  della  storia  de' 
suoi  scritti,  delle  sue  scoperte  e  de'  suoi  processi  d'ere- 
sia ^).  Nacque  da  Vincenzio,  valente  musicista  e  scrit- 
tore di  cose  musicali,  e  da  Giulia  Ammarinati  il  15  feb- 
braio 1564  in  Pisa.  Nel  '74  era  in  Firenze  con  la  fami- 
glia, e  attendeva  ai  primi  studi  letterari  (1575-77) 
presso  «un  maestro  di  vulgar  fama,  non  potendo  'ì 
padre  suo,  aggravato  da  numerosa  famiglia  e  costituito 
in  assai  scarsa  fortuna,  dargli  comodità  migliori,  com'a- 
verebbe  voluto....  scorgendolo  di  tale  spirito  e  di  tanta 
accortezza  che  ne  sperava  progresso  non  ordinario  in 
qualunque  professione  e'  l'avesse  indirizzato.  Ma  il 
giovane,  conoscendo  la  tenuità  del  suo  stato  e  volendosi 
pur  sollevare,^  si  propose  di  supplire  alla  povertà  della 
sua  sorte  con  la' propria  assiduità  ne  Ili  studi  ;  che  perciò 
datosi  alla  lettura^ delli  autori  latini  di  prima  classe, 
giunse  dajper  se  stesso  a' quell'erudizione  nelle  lettere 


■f?*)  Tutti  i  documenti  della  biografia  galileiana  sono  rac- 
colti nelle  sue  Opere  ed.  naz.,  specialmente  nel  voi.  XIX  ;  e 
se  ne  può  vedere  il  regesto  nell'  Indice  dei  nomi  che  fa  parte 
del  voi.  XX,  s.  Galilei  Galileo;  e  a  parte,  ampliato,  nel  Re- 
gesto biografico  galileiano  dalla  ediz.  naz.  delle  Opere  per  cura 
di  Antonio  Favaro,  Firenze,  Barbèra,  1907. 


*-  218  -- 

umane,  della  quale  si  mostrò  poi  in  ogni  privato  con* 
gresso,  ne'  circoli  e  nelle  accademie  riccamente  adornato. 
In  questo  tempo  si  diede  ancora  ad  apprendere  la  lin- 
gua greca,  della  quale  fece  acquisto  non  mediocre»  *). 
Nel  '78  pare  fosse  nel  monastero  di  Santa  Maria  di 
Vallombrosa  e  vi  stesse  facendo  il  noviziato.  Quivi  cer- 
tamente a  udì  i  precetti  della  logica  da  un  Padre  Vallom- 
brosano;  ma  però  que' termini  dialettici,  le  tante  defini- 
zioni e  distinzioni,  la  moltiplicità  delli  scritti,  l'ordine  e 
il  progresso  della  dottrina,  tutto  riusciva  tedioso,  di 
poco  frutto  e  di  minor  satisfazione  al  suo  esquisito  in- 
telletto»^). Ben  si  dilettava  piuttosto  di  sonar  il  liuto, 
su  l'esempio  e  l' insegnamento  del  padre  ;  e  secondo  ci 
racconta  il  suo  scolaro  e  biografo,  dal  quale  andiamo 
traendo  questi  ricordi,  «pervenne  a  tanta  eccellenza,  che 
più  volte  trovossi  a  gareggiare  co'  primi  professori  di 
que'  tempi  in  Firenze  e  in  Pisa,  essendo  in  tale  strumento 
ricchissimo  d' invenzione,  e  superando  nella  gentilezza 
e  grazia  del  toccarlo  il  medesimo  padre  ;  qual  soavità 
di  maniera  conservò  sempre  sino  alli  ultimi  giorni  ». 
Molto  anche  dilettavasi  del  disegno,  al  quale  mostrò 
di  possedere  segnalata  inclinazione,  e  nel  quale  andò 
tanto  innanzi,  da  acquistarsi  pel  suo  gusto  e  perizia 
autorità  grande  tra  i  pittori  più  famosi  del  suo  tempo, 
e  il  Cigoli,  del  quale  è  noto  ')  quale  stima  facesse  il  Galilei, 
«  attribuiva  in  gran  parte  quanto  operava  di  buono  alli 
ottimi  documenti  del  medesimo  Galileo,  e  particolar- 
mente pregiavasi  di  poter  dire  che  nelle  prospettive  egli 
solo  gli  era  stato  maestro  »  *) . 


*)  V.  ViviANi,  Racconto  istor.  della  vita  di  G.,   in  Opere, 
XIX,  601. 

^)  ViviANi,  pag.  602. 

3)   V.  i  citati  Frammenti,  pag.  82. 

*)  YiviANi,  pag.  602. 


-^  ^t^  -. 


IL 


Nel  settembre  158 1  Galileo  era  mandato  a  studio 
a  Pisa,  e  in  questa  università  veniva  immatricolato  tra 
gli  artisti  (come  chiamavansi  gli  scolari  che  non  s'av- 
viassero pel  diritto)  per  attendere  agli  studi  di  medicina  ; 
poiché  il  padre  avrebbe  desiderato  farne  un  medi- 
co. E  insieme  con  gli  studi  di  medicina  gli  convenne 
imprendere  quelli  allora  strettamente  congiunti  della 
filosofia  peripatetica  che  insegna  vasi  nelle  scuole.  La 
quale  non  comprendeva  soltanto  quella  parte  affatto 
speculativa  del  sapere  scientifico,  che  piii  tardi  s' intese 
propriamente  per  la  filosofia,  ma  anche  la  scienza  po- 
sitiva della  natura,  che  andava  compresa  sotto  il  nome 
di  fisica.  E  qui  il  Galilei  ebbe  primamente  campo  a 
manifestare  la  libera  originalità  del  suo  ingegno.  «  Il 
Galileo,  che  »  dice  il  solito  biografo,  «  dalla  natura  fu 
eletto  per  disvelare  al  mondo  parte  di  que'  segreti  che 
già  per  tanti  secoli  restarono  sepolti  in  una  densissima 
oscurità  delle  menti  umane,  fatte  schiave  del  parer  e 
degli  asserti  d'un  solo,  non  potè  mai,  secondo  '1  con- 
sueto degli  altri,  darsele  in  preda  così  alla  cieca  ;  come 
che,  essendo  egli  d' ingegno  libero,  non  gli  pareva  di 
dover  cosj  facilmente  assentire  a'  soli  detti  e  opinioni 
delli  antichi  e  moderni  scrittori,  mentre  potè  vasi  col 
discorso  e  con  sensate  esperienze  appagar  se  medesimo. 
E  perciò  nelle  dispute  delle  conclusioni  naturali  fu 
sempre  contrario  alli  più  acerrimi  difensori  d'ogni  detto 
aristotelico,  acquistandosi  nome  tra  quelli  di  spirito  di 
contraddizione,  e  in  premio  delle  scoperte  verità  provo- 
candosi l'odio  loro  ;  non  potendo  soffrire  che  da  un 
giovanetto  studente,  e  che  per  ancora,  secondo  un  lor 


—    2^0  — 

detto  volgare,  non  ave  a  fatto  il  corso  delle  scienze, 
quelle  dottrine  da  lor  imbevute,  si  può  dir,  con  il  latte 
gli  avesser  ad  esser  con  nuovi  modi  e  con  tanta  evi- 
denza rigettate  e  convinte  »  ^). 

Studiava  bensì  nei  testi  Aristotele  e  Platone,  e  ap- 
profondiva da  sé  la  cognizione  diretta  della  scienza  an- 
tica. Ma,  insoddisfatto,  ha  vigile  l'occhio  a  nuove  os- 
servazioni, portato  fin  d'allora  a  non  cercare  nei  libri 
la  verità.  È  del  1583  la  celebre  osservazione  suggerita- 
gli dalla  vista  di  una  lampada  che  oscillava  nel  Duomo, 
onde  scopre  la  legge  dell'  isocronismo  delle  oscillazioni 
del  pendolo.  L'anno  dopo  si  volge  allo  studio  della  geo- 
metria, nella  quale  e  nella  meccanica  fa  subito  progressi 
mirabili.  Sicché  ancora  nel  1636  riprenderà  e  invierà 
a  un  suo  amico,  perché  siano  stampate,  le  dimostra- 
zioni di  alcuni  teoremi  intorno  al  centro  di  gravità  dei 
solidi,  «trovate  (dirà  con  visibile  compiacenza)  da 
me  essendo  d'età  di  22  anni,  e  di  due  anni  di  studio  di 
geometria,  le  quaH  é  bene  che  non  si  perdine  »*).  Stu- 
dia Archimede  (1586),  ed  escogita  «un  nuovo  modo 
esattissimo  di  poter  scoprire  il  furto  di  quell'orefice  nella 
corona  d'oro  di  Jerone  »  inventando  la  bilancetta. 
E  quell'anno  stesso  tiene  in  Siena  pubblico  insegnamento 
di  matematica,  che  legge  pure  in  privato  così  a  Siena 
come  a  Firenze.  Nel  1578  va  a  Roma  ed  entra  in  rela- 
zione col  gesuita  Cristoforo  Clavio,  celebre  matematico 
del  tempo  ;  e  con  altri  matematici  di  varie  parti  della 
Penisola  conferisce  le  sue  teorie  sul  centro  di  gra\dtà, 
onde  si  viene  sempre  più  ampliando  la  sua  riputazione. 
Tra  questi  matematici,  il  marchese  Guidobaldo  del 
Monte,  di  Pesaro,  concepisce  per  lui  grande  stima  e  si 
adopera  presso  i  Medici,  affinchè  gli  sia  affidata  la  cat- 


*)  O,  e,  pagg.  602-3. 
2)  opere,  XVI,  524. 


—    221  — 


tedra  di  Matematica  vacante  nello  studio  di  Pisa.  E 
gli  fu  infatti  conferita  nel  luglio  1589,  con  la  provvisione 
annua  di  60  scudi. 


III. 


Dal  novembre  1589  al  '92,  per  un  triennio,  lesse 
pertanto  Matematica  a  Pisa,  continuando  i  suoi  studi, 
le  sue  osservazioni  e  i  suoi  contrasti  con  i  vecchi  in- 
segnanti ligi  alla  tradizione  ;  la  cui  gravità  accademica 
compiace  vasi  di  pungere  e  deridere  in  capitoli  berne- 
schi, come  quello  giuntoci  Contro  il  portar  l a  toga  (i^gi)  ; 
poiché  la  toga  era  di  prammatica  per  i  professori  dello  Stu- 
dio. Nel  '90  inventa  la  cicloide,  che  gli  serve  per  stabilire 
la  forma  da  dare  agh  archi  dei  ponti.  Insiste  nello  studio 
del  movimento  •  scopre  l'errore  della  dottrina  aristote- 
lica che  fa  variare  la  velocità  della  caduta  dei  corpi  se- 
condo la  gravità  :  «  dimostrando  ciò  con  replicate  espe 
rienze,  fatte  dall'altezza  del  Campanile  di  Pisa  con  l' in- 
tervento degli  altri  lettori  e  filosofi  e  di  tutta  la  scola- 
resca»*). Commenta  V Almagesto  di  Tolomeo  ;  contro 
il  quale  non  si  sa  quando  siano  sorti  i  suoi  primi  dubbi  ; 
ma  è  certo  che  nel  1597  ^)  poteva  dire  di  avere  abbrac- 
ciata già  molti  anni  innanzi  la  opposta  dottrina.  E  forse 
era  una  delle  questioni,  che  più  tardi  ricordava  essere 
stato  solito  lietamente  disputare  col  dotto  collega  ed 
amico  di  Pisa,  il  signor  Jacopo  Mazzoni  ^). 

Ma  a  Pisa  non  è  sicuro  d'essere  confermato  allo  scadere 
del  triennio,  e  per  le  naturali  avversioni  suscitategli  contro 


*)  ViviANi,  o.  e,  pag.  606. 

'•')  Cfr.  la  iett.  a  Kepler,  in  Frammenti  pag.  191, 

^)  Cfr.  pag.  192  e  n.  I  a  pag.  191. 


—  222  — 

dalle  sue  novità  scientifiche  e  dal  suo  spirito  ribelle,  e 
per  esser  forse  caduto  in  disgrazia  presso  i  padroni,  a 
causa  di  certo  giudizio  da  lui  liberamente  espresso  su 
una  macchina  idraulica  di  don  Giovanni  de'  Medici  ; 
e  ha  bisogno,  d'altra  parte,  di  trovare  un  collocamento 
più  vantaggioso,  poiché  nel  luglio  de'  71  è  morto  il 
padre,  ed  è  rimasta  a  suo  carico  tutta  la  famiglia.  Onde 
si  studia  di  conseguire  la  cattedra  di  Matematica  nello 
Studio  di  Padova  ;  la  quale  gli  viene  assegnata  il  26 
settembre  1592  con  lo  stipendio  di  180  fiorini  ;  e  confer- 
mata per  sei  anni  nel  '99  con  fiorini  320  ;  e  poi  ancora 
nel  1606  per  altri  sei  anni,  portandosi  lo  stipendio  a 
520  fiorini  ;  e  infine  nell'agosto  1609  a  vita,  con  mille 
fiorini.  Giacché  a  Padova  la  grandezza  di  Galileo  si  fa 
ogni  giorno  più  manifesta  :  una  grandezza  di  ingegno 
singolarmente  felice,  che  accoppia  le  più  rare  attitudini 
speculative  del  matematico  con  la  passione  indagatrice 
dell'osservatore  ;  il  quale  non  osserva  per  altro  col  solo 
fine  di  appagare  la  propria  sete  di  sapere  ed  estendere 
i  limiti  del  noto,  ma  per  servirsi  delle  forze  della  natura 
ai  fini  della  vita  umana  ;  onde  la  sua  scienza  non  desta 
soltanto  l'interesse  dei  dotti,  ma  e  dei  principi  e  degU 
Stati  ;  e  non  e*  é  scoperta  sua  che  non  dia  luogo  a  in- 
venzioni di  strumenti  utili  alle  arti  della  pace  o  della 
guerra  ;  e  il  movimento  scientifico  che  fa  capo  a  lui, 
com'  é  dei  più  fecondi  per  la  costituzione  della  moderna 
scienza  della  natura,  così  é  de'  più  benemeriti  rispetto 
a  quella  signoria  dell'uomo  sul  mondo  delle  forze  brute, 
che  Bacone  in  quel  tempo  assegnava  come  principale  ^ 
ufficio  al  sapere  scientifico. 

Nel  '93,  o  in  quel  torno,  scrive  per  uso  degli  scolari 
un  trattato  di  Fortificazioni  ;  e  nel  dicembre  inventa 
una  macchina  da  alzar  acqua,  per  cui  il  Senato  Veneto 
gli  conferisce  un  privilegio.  Insegna  Euclide,  Cosmogra- 
fia, Astronomia.  Nel  '97  perfeziona  il  Compasso  geome- 
trico e  militare,  e  stende  per  iscritto  le  istruzioni  intorno 
airuso  dello  strumento.  Comincia  a  scrivere  in  lettere 


—  223   — 

private  in  sostegno  deiropinione  copernicana  ;  mentre 
legge  agli  scolari  sull'Almagesto.  Toglie  pure  ad  argo- 
mento delle  sue  lezioni  le  Questioni  meccaniche  di  Ari- 
stotele ;  ma  getta  le  basi  di  nuove  dottrine,  che  entre- 
ranno a  far  parte  dell'ultima  sua  opera,  Dialoghi  delle 
nuove  scienze,  che  pubblicherà  nel  1638.  Studia  Tarma- 
tura  della  calamita  ;  e  fa  le  prime  esperienze  che  con- 
durranno all'  invenzione  del  termometro.  Nell'ottobre 
1604  osserva  per  la  prima  volta  la  nuova  stella  del  Ser- 
pentario ;  e  nel  dicembre  tiene  su  di  essa  tre  pubbliche  le- 
zioni, in  cui  comincia  a  scuotere  poderosamente  una  delle 
dottrine  fondamentali  della  fìsica  aristotelica,  legata  ai 
principii  della  metafisica  di  quella  scuola  ed  entrata, 
si  può  dire,  nel  modo  di  pensare  comune,  mercè  la 
straordinaria  diffusione  di  quelle  dottrine  :  la  dottrina 
dell'  inalterabilità  del  cielo. 

Nell'agosto  del  1605  per  invito  della  Grandu- 
chessa madre  Maria  Cristina  di  Lorena,  si  reca  in 
Toscana  a  insegnare  al  principe  Cosimo  de'  Medici 
l'uso  del  compasso  geometrico  e  militare  ;  e  l'anno 
dopo  stampa,  in  sessanta  esemplari,  nella  propria  casa 
di  Padova,  Le  operazioni  del  compasso  geometrico  e  mi- 
litare, che  dedica  a  quel  principe.  Di  cui  torna  nell'e- 
state ad  essere  ospite,  e  col  quale  ama  legarsi  di  sem- 
pre più  stretti  rapporti.  Un  Baldassarre  Capra,  che  già 
contro  le  legioni  di  Galileo  sulla  stella  nuova,  aveva 
pubblicato  un'insolente  quanto  scipita  Considerazione 
astronomica,  tenta  ora  plagiarlo,  mandando  fuori  per 
le  stampe  un  Usus  et  fahrica  circini  cuiusdam  propor- 
tionis,  in  cui  riproduceva  in  latino  le  Operazioni  del 
GaHleo.  Questi  gì'  intentò  un  processo  presso  i  Rifor- 
matori dello  studio,  e  ottenne  la  soppressione  dell'opu- 
scolo, col  permesso  di  pubblicare  egli  una  sua  Difesa 
contro  le  calunnie  et  imposture  di  Baldassar  Capra  mi- 
lanese, usategli  si  nella  Considerazione  Astronomica 
sopra  la  nuova  stella  del  MDCIII,  come  (et  assai  più) 
nel    pubblicare    nuovamente    come    sua    invenzione    la 


—    224  — 

fabrica  et  gli  usi  del  Compasso   geometrico   e   militare 
(1607). 

Nel  1608  continua  a  studiare  lungamente  il  pro- 
blema deirarmatura  della  calamita  ;  e  nel  1609  è  tutto 
dentro  alle  sue  ricerche  e  dimostrazioni  meccaniche  ; 
quando  nel  giugno  a  Venezia  gli  giunge  notizia  di  uno 
strumento  che  in  Olanda  era  stato  presentato  al  conte 
Maurizio  di  Nassau,  composto  di  'due  vetri  dentroT  un 
tubo,  onde>i  sarebbero  veduti  gU  oggetti  lontani  come 
fossero  vicini." «Con  questa  sola; relazione  »,  racconta  il 
Viviani,  «  tornando  subito  il  signor'. Galileo  a  Padova/si 
pose  a  specularne  la  fabbrica,  quale  immediatamente 
ritrovò  la  seguente  notte  :  poiché  il  giorno  appresso, 
componendo  lo  striunento  nel  modo  che  se  lo  aveva 
immaginato,  non  ostante  la  imperfezione  de'  vetri  che 
potè  avere  ne  vidde  l'effetto  desiderato  ;  e  subito  ne 
diede  conto  a  Venezia  a'  suoi  amici,  e  fabbricando- 
sene altro  di  maggior  bontà,  sei  giorni  dopo  lo  portò 
quivi,  dove  sopra  le  maggiori  altezze  della  città  fece 
vedere  e  osservare  gli  oggetti  in  varie  lontananze  ai 
primi  senatori  di  quella  Repubblica,  con  lor  infinita 
maraviglia  »  *) .  Ne  lasciò  memoria  infatti  il  procura- 
tore Antonio  Friuli  nella  sua  Cronaca,  sotto  il  21  agosto 
1609  :  «  Andai  io  in  Campami  di  S.  Marco  con  TEcc.te 
Galiileo,  e  sig.  Zaccaria  Contarini....  a  veder  le  mera- 
viglie et  effetti  singolari  del  cannon  di  detto  Galii- 
leo... ;  con  il  quale  posto  a  un  occhio  e  serando  l'altro, 
ciascheduno  di  noi  vide  distintamente,  oltre  Liza,  Fu- 
sina  e  Marghera,  ancora  Chioza,  Treviso  e  sino  Cone- 
gliano,  et  il  campaniel  et  cubbe  con  la  facciata  della 
chiesa  de  Santa  Giustina  de  Fadova  :  si  discernivano 
quelli  che  entravano  e  uscivano  di  chiesa  di  San  Gia- 
como di  Muran  ;  si  vedevano  le  persone  a  montar  e  di- 
smontar  de  gondola  al  traghetto  alla  Colonna  nel  prin- 


*)  O.  e,  pag.  609.  Cfr.  Frammenti  pagg,  201-2, 


—  225  — 

cipio  del  Rio  de'  Veneri,  con  molti    altri    particolari 
nella  laguna  e  nella  città   veramente   ammirabili  »  *). 


IV. 


Ma  ben  maggiori  meraviglie  son  quelle  che  Ga- 
lileo indi  a  poco  scoprirà  nel  cielo  per  mezzo  di  questo 
cannocchiale.  Lo  drizzò  egli  subito  alla  Luna,  e  ne 
scorse,  primo  tra  gli  uomini,  la  superficie  ineguale, 
con  cavità  e  prominenze  a  guisa  della  Terra.  Vide  quindi 
la  via  lattea  e  le  nebulose  essere  una  congerie  di  stelle 
fisse,  indistinguibili  ad  occhio  nudo  per  la  loro  immensa 
distanza  e  la  loro  relativa  piccolezza.  Ed  ecco  il  7  gen- 
naio attorno  al  corpo  di  Giove  tre  satelHti  che  gH  girano 
intorno,  e  un  quarto,  sei  giorni  dopo.  Con  animo  alta- 
mente commosso  Galileo  descrive  in  pochi  giorni,  in 
latino,  la  breve  storia  di  queste  scoperte,  che  portavano 
la  rivoluzione  nel  cielo  :  nel  cielo,  quale  si  continuava  ad 
immaginarlo  secondo  la  fantastica  costruzione  aristotelica, 
con  la  Terra  in  mezzo,  centro  dell'universo,  intorno  al 
quale  si  muovano  tutte  le  stelle  mobih  del  cielo.  Scrive 
il  Sidereus  nuncius,  pubblicato  a  Venezia  il  12  marzo 
1610,  dedicandolo  al  Granduca  Cosimo,  e  in  onore 
della  sua  casa  denominando  «  Pianeti  medicei  »  i  quat- 
tro satelliti  gioviali.  Nulla  più  dell'accoglienza  fatta 
al  Sidereus  nuncùis  (la  cui  materia  Galileo  espose  pure 
in  tre  lezioni  nella  primavera,  nello  Studio  di  Padova) 
da  parte  dei  filosofi  che  insegnavano  nelle  università 
italiane,  può  dimostrare  la  gravità  del  colpo  che  le  sco- 
perte galileiane  arrecavano  alla  scienza  ufficiale  con- 


*)  In  Opere,  XIX,  387. 

iS  —  Giordano  Bruno  «  il  pensitro  d«l  Ritutseimonio 


—  220  — 

temporanea  :  «  Non  mancarono  già  »,  dice  il  buon  Vi- 
viani,  «de'  cosi  pervicaci  e  ostinati,  e  fra  questi  de' 
constituiti  in  grado  di  pubblici  lettori  »  —  alludendo 
a  Cesare  Cremonini,  che  fu  tuttavia  dei  pensatori  più 
spregiudicati  della  fine  del  sec.  XVI  e  del  principio  del 
XVII,  e  che  ebbe  perciò  dal  S.  Offizio  non  poche  mole- 
stie ^),  —  «  tenuti  per  altro  in  gran  stima,  i  quali,  te- 
mendo di  commetter  sacrilegio  contro  la  deità  del  loro 
Aristotele,  non  vollero  cimentarsi  alle  osservazioni,  né  pur 
una  volta  accostar  l'occhio  al  teloscopio  ;  e  vivendo  in 
questa  lor  bestialissima  ostinazione,  vollero,  più  tosto 
che  al  loro  maestro,  usar  infedeltà  alla  natura  medesi- 
ma »  2).  Erano  quegli  stessi,  che  ventisei  anni  prima 
Giordano  Bruno  aveva  nella  Cena  de  le  ceneri  additati 
tra  gU  oppositori  della  dottrina  copernicana  :  «  Sono 
alcuni  altri,  che,  px^r  qualche  credula  pazzia  temendo 
che  per  vedere  non  se  ne  guastino,  vogliono  ostinata- 
mente perseverare  ne  le  tenebre  di  quello  eh'  hanno  una 
volta  malamente  appreso»  ^).  Ma  di  tutte  le  oppo- 
sizioni Galileo  è  largamente  compensato  dal  plauso 
mandatogli  da  Giovanni  Kepler  ;  e  può  tornare  a  Fi- 
renze, ottenendo  il  posto  che  molto  aveva  desiderato 
ed  ambito,  quello  di  matematico  dello  Studio  di  Pisa 
(esente  da  ogni  obbligo  d' insegnamento)  e  filosofo 
del  Granduca,  con  mille  scudi  annui. 


Firenze  però  doveva  essergli  pur  troppo  fatale  nel 
conflitto  destinato  a  scoppiare  tra  la  nuova  scienza, 
che  per  opera  sua  si  veniva  liberamente  svolgendo,  e  la 


')  Vedi  Frammenti  pag.  209,  n.  I. 

^i  O.  e,  pagg.  610-11. 

^)  Opere  ital.,  ed.  Gentile,  I,  27. 


—   227  -— 

Chiesa  cattolica,  che  da  alcune  affermazioni  di  questa 
scienza  temeva  di  vedere  scosse  le  proprie  basi  dom- 
matiche.  E  gl'interessi  di  casa  Medici*),  alla  cui  om- 
bra Galileo  riparò,  non  avrebbero  consentito  di  fronte 
alla  Curia  una  difesa  aperta  ed  energica  del  grand'uomo 
che  l'onorava,  quale  forse  l'avrebbe  assunta  la  libera 
repubblica  di  Venezia  2). 

D  25  luglio  16 IO  Galileo  scopre  la  forma  tricorporea 
di  Saturno.  Nel  settembre  e  nell'ottobre  comincia  ad 
osservare  le  fasi  di  Venere  nel  suo  movimento  intorno 
al  sole  ;  indi  fa  le  prime  osservazioni  delle  macchie  so- 
lari; una  delle  sue  maggiori  scoperte,  «  che  »,  egli  scriveva 
allegramente  al  Cesi  due  anni  dopo^),  quando  si  pre- 
parava a  ragionarne  in  apposita  scrittura,  «  dubito  che 
voglia  essere  il  funerale  o  più  tosto  l'estremo  e  ultimo 
giudizio  della  pseudofilosofia  »  ;  poiché  e  contraddiceva 
nel  modo  più  manifesto  alla  m.enzionata  dottrina  del- 
l' inalterabilità  celeste,  e  confermava  d'altra  parte  il 
sistema  copernicano.  Nel  marzo  1611  si  reca  a  Roma, 
per  dimostrare  la  verità  delle  sue  scoperte  celesti.  1£  vi 
si  trattiene  fin  al  giugno,  destando  grande  curiosità  e 
il  più  vivo  interesse  per  le  novità  annunziate,  che  i  ma- 
tematici gesuiti  del  Collegio  Romano,  interrogati  dal 
card.  Roberto  Bellarmino,  non  possono  non  confermare. 
Mostra  egH  a  illustri  personaggi  le  macchie  del  sole  ;  è 
onorato  e  accarezzato,  ascritto  alla  recente  Accademia  dei 
Lincei.  Sicché  può  tornare  a  Firenze  heto  di  veder  ri- 


*)  Il  prof.  Alessandro  Paoli,  che  molti  studi  dedicò 
alla  illustrazione  del  pensiero  e  de'  tempi  del  G.,  ebbe  il 
merito  di  avere  con  copiosi  documenti  messo  in  chiara  luce 
quali  motivi  ispirassero  il  Governo  toscano,  e  specialmente  la 
Granduchessa  Cristina,  nella  sua  politica  di  prona  arrendevo- 
lezza verso  la  Curia.  Veggasi  il  suo  scritto  poco  noto  :  La 
scuola  di  G.  nella  storia  della  filosofia,  parte  I,  Vannucchi, 
1897  (estr.  dagli    Annali  delle  Univ.  toscane)  Note  ai    §§    I-II. 

')  Cfr.  pag.  320,  n.  3. 

^)  Lett.  del  12  maggio  1612,  in  Opere,  XI,  296. 


228 


conosciute  tutte  le  benemerenze  scientifiche  da  lui  ac- 
quistate neiresplorazione  del  cielo.  Ma  si  erano  poste  le 
premesse  di  un  dramma,  che  il  destino  di  GaHleo,  riposto 
neir  indirizzo  stesso  del  suo  pensiero,  ormai  avviato  a 
certe  conclusioni,  doveva  di  necessità  svolgere  quindi 
fino  alla  catastrofe.  Giacché,  assodati  i  fatti,  di  cui  il 
telescopio  gli  aveva  reso  testimonianza,  egli  era  portato 
dalla  tendenza  sistematica  della  sua  mente  a  spiegarU  e 
inquadrarli  in  un  sistema  del  mondo,  che  non  poteva 
essere  più  il  sistema  di  Aristotele  e  di  Tolomeo  ;  onde 
veniva  risospinto  verso  quella  dottrina  copernicana, 
che  nel  1597  aveva  scritto  al  Kepler  di  non  voler  per 
allora  toccare,  fortuna  ipsius  Copernici  praeceptoris  no- 
stris  perterritus.  E  se  questa  volta  egli  può  contentarsi 
del  riconoscimento  delle  sue  scoperte,  presto  dovrà 
tornare  a  Roma,  per  cercare  d' impedire  la  condanna  di 
Copernico  :  la  cui  proibizione  avrebbe  troncato  di  netto 
la  sua  vita  scientifica. 

Nell'estate  dell' 11  è  avvolto  in  una  controversia  coi 
Peripatetici  pisani,  capeggiati  da  Lodovico  delle  Co- 
lombe, circa  i  fenomeni  della  condensazione  e  della  rare- 
fazione, e  sulla  causa  del  galleggiare,  che  gli  avversari 
attribuivano  alla  figura  del  galleggiante,  anzi  che  alla 
gravità.  Di  che  avendo  pure  discorso  alla  tavola  del 
Granduca,  presente  il  cardinale  Maffeo  Barberini,  futuro 
papa  Urbano  Vili,  il  Galileo  ebbe  invito  da  Cosimo  di 
stendere  su  questo  tema  un  Discorso  ;  che  fu  quello 
Intorno  alle  cose  che  stanno  in  su  l'acqua,  pubblicato 
nella  primavera  del  '12.  Pone  quindi  mano  alle  sue  lettere 
al  Welser,  stampate  l'anno  dopo  dai  Lincei  col  titolo 
Istoria  e  dimostrazioni  intorno  alle  macchie  solari  e  loro 
accidenti,  in  risposta  al  gesuita  tedesco  Cristoforo 
Scheiner,  che  allo  stesso  Welser  aveva  indirizzato  altret- 
tante lettere,  sotto  lo  pseudonimo  Apelles  latenspost  tabu- 
lam,  contro  la  scoperta  galileiana.  La  sua  mente  gravitava 
intorno  al  problema  cosmografico  :  intorno  al  quale 
nell'agosto  1610  aveva  fatto  sapere  al  Granduca   che 


—  229  — 

egli  meditava  una  grande  opera  :  «due  libri  JDe  syste- 
mate  seu  constitutione  universi,  concetto  immenso  e 
pieno  di  filosofia,  astronomia  e   geometria  »  ^). 


VI. 


Ma  prima  ancora  che  cominciasse  a  difendere  pub- 
blicamente la  teoria  copernicana,  gli  toccò  di  trattare 
la  questione  del  contrasto  reale  o  apparente  tra  essa  e 
la  Bibbia,  e  in  generale  dei  rappoiti  tra  scienza  e  fede. 
La  occasione  gliela  porse  uno  de 'suoi  più  cari  e  valenti 
discepoli,  il  Castelli  ;  al  quale  appunto  era  stato  do- 
mandato dalla  Granduchessa  madre  in  che  modo  po- 
tesse accordarsi  con  la  Scrittura  quella  idea  del  moto 
della  Terra,  che  si  sapeva  professata  da  Galileo.  Il 
quale  scrisse  allora  la  sua  famosa  lettera  al  Castelli  del 
21  dicembre  1613,  poi  largamente  ampliata  con  cita- 
zioni di  Padri  e  schiarimenti  di  testi  nella  lettera  a  essa 
Madama  Cristina  del  1615  ^).  Non  è  esatto  che  Gahleo 
sia  stato  il  primo  a  rigettare  apertamente  Tautorità 
della  Scrittura  in  materia  di  scienza  ^) .  La  sua  tesi  è 
sostanzialmente  identica  a  quella  che  quasi  trent'anni 
prima  aveva  sostenuta  il  nostro  Bruno,  in  un'opera  che 
tutto  induce  a  credere  sia  stata  nota  al  Galilei,  quan- 
tunque per  ovvie  ragioni  di  prudenza  egli  si  peritasse 
di  ricordare  uno  scrittore  morto  sul  rogo  come  ere- 


*)  Cfr.  Frammenti,  pag.  212. 
^)  Vedi  Frammenti,  pagg.  23J-8  e  pagg.  105-24. 
^)  Come  ha  detto  il  Vaccaluzzo  nella  sua  Introd.  al  voi. 
Galilei,  Vita  ed  opere  ecc.,  pagg.  xxi-xxii. 


—    230   — 

tico  *J,  e  a  quella  che  più  tardi  propugnerà  a  difesa 
della  libertà  della  filosofia  di  fronte  alla  teologia,  Bene- 
detto Spinoza  nel  suo  Trattato Jeologico-politico  ^). 

Tutti  e  tre  questi  pensatori 'distinguono  il  dominio  della 
vita  pratica  da  quello  della  pura  verità  speculativa,  e,  as- 
segnando alla  religione  il  primo,  riserbano  il  secondo  alla 
scienza.  Distinguono  analogamente  una  doppia  rivela- 
zione divina  della  verità  :  una  positiva  e  sovrannatu- 
rale, l'altra  razionale  e  in  via  di  continua  formazione';  e 
la  prima  considerazione  come  fonte  degli  insegnamenti 
destinati  a  indirizzare  la  condotta  dell'uomo  ;  l'altra, 
radicalmente  indipendente  dalla  prima,  come  la  sor- 
gente della  libera  ricerca  scientifica.  L'una,  depositata 
nei  libri  sacri,  direttamente  ispirati  da  Dio  :  l'altra, 
frutto  della  mente  runana.  La  quale,  pel  Galilei,  non 
attinge  dalla  speculazione  astratta  de'  propri  principii 
razionali  la  verità  che  è  termine  delle  sue  piiì  legittime 
aspirazioni  ;  ma  dalla  osservazione  della  natura  sensi- 
bile e  dalla  interpe trazione,  possibile  solo  per  mezzo 
delle  matematiche,  delle  sue  leggi,  consistenti  appunto 
in  determinati  rapporti  matematici.  Sicché  la  stessa 
rappresentazione  matematica  della  realtà  conosciuta 
per  mezzo  dell'esperienza  sensibile  non  è  il  prodotto 
d'un  lavorìo  soggettivo  della  mente,  ma  la  fedele  lettura 
del  libro  del  mondo,  in  cui  Dio  volle  scrivere,  del  pari 
che  nelle  sacre  scritture,  il  suo  proprio  pensiero  ;  di 
guisa  che,  come  di  fronte  alla  rivelazione  sovrannatu- 
rale della  rehgione,  così  nella  stessa  scienza  che  è  il 
più  alto  segno  dell'umana  grandezza,  l'intelletto  umano 


*)  Cfr.  in  proposito  Fiorentino,  pref.  alle  Opere  latine 
del  Bruno,  I,  pag.  xlvi;  Spampanato,  Quattro  filosofi  napoli- 
tani nel  Carteggio  di  G.,  Portici,  Della  Torre,  s.  a.,  pagg.  9-36  ; 
e  Vito  Fazio  Allmayer,  G.  G.  Palermo,  Sandron  (1912) 
(nella  collezione:  «I  grandi  pensatori»),  pagg.  16,  30-31,  51, 
5^'  90. 

*)  Cfr.  le  mie  note  ai  Frammenti,  pag.  112. 


—  231  — 

non  fa  se  non  riflettere  la  luce  che   si  riverbera  nella 
natura  dal  pensiero  divino. 

È  evidente  che  rispetto  alla  scienza,  che  a  Galileo 
preme  difendere  dalle  opposizioni  che  essa  incontrava 
nella  tradizione  scientifica  e  religiosa,  quel  che  importa 
non  è  tanto  la  distinzione  dei  due  diversi  dominii,  dom- 
matico  e  razionale,  e  la  dimostrazione  delle  loro  irriduci- 
bili differenze  (al  che  sarebbe  occorsa  una  dottrina,  che  in 
GaHleo  manca)  ;  quanto  piuttosto  la  dimostrazione  de 'di- 
ritti della  libera  ricerca  scientifica,  sottratta,  per  la  defi- 
nizione della  sua  natura  e  della  sua  conseguente  finalità, 
a  quell'ordine  di  cognizioni  che  la  teologia  faceva  di- 
pendere dall'  insegnamento  scritturale.  Di  qui  il  carat- 
tere speciale  e  il  difetto  di  questa  affermazione  galileiana 
della  libertà  della  scienza.  La  quale  per  lui  è  libera 
dalla  teologia,  in  quanto  è  cognizione  che,  a  differenza 
della  teologia,  non  ha  nessuna  portata  pei  fini  essen- 
ziali dello  spirito  umano  o,  come  egli  dice,  «  per  la 
salute  delle  anime  »  ;  e  non  V  ha,  perchè  essa  infatti 
è  la  cognizione  di  una  realtà,  in  cui  non  e'  è  posto  per 
lo  spirito  umano,  né  motivo  ad  alcuna  preoccupazione 
per  la  realtà  di  esso,;  è  la  cognizione  della  natura,  mec- 
canicamente concepita,  determinata  secondo  rapporti 
quantitativi  ;  che  solo  in  quanto  tale  è  oggetto  di  una 
scienza  che  non  può  entrare  in  conflitto  coi  dettati 
della  teologia.  La  scienza,  insomma,  della  quale  Galileo 
difende  la  libertà,  separandola  dal  sapere  dommatico 
della  teologia,  è  la  scienza  naturalistica. 


VII. 


Ma  e'  è  una  scienza  affatto  naturalistica,  cioè  ri- 
guardante una  realtà  il  cui  modo  di  essere  e  di  operare 
sia  indifferente  per  lo  spirito  umano  ?  I  teologi  contem- 
poranei di  Galileo  non  si  capacitarono  di  questa  separa- 


—    232  — • 

zione  da  lui  fatta  del  mondo  a  cui  guarda  lo  scienziato, 
da  quello  a  cui  guarda  l'uomo  che  pensa  e  deve  pensare 
alla  salute  dell'anima  sua.  Nella  questione  speciale  da 
cui  sorgeva  il  conflitto,  circa  la  stabilità  o  mobilità 
della  Terra,  c'erano  passi  della  Bibbia,  che  stavano  per 
la  tesi  oppugnata  dalla  nuova  scienzia  ;  e  ciò  per  co- 
mune e  costante  interpetrazione  dei  padri,  dai  quali 
il  Concilio  di  Trento  aveva  dovuto,  contro  la  pretesa  dei 
Protestanti,  prescrivere  che  non  fosse  lecito  dipartirsi. 
Né  il  movimento  della  Terra  ponevasi  come  semplice 
ipotesi  d'un  mondo  matematico  costruito  dalla  mente 
secondo  le  leggi  della  coerenza  geometrica,  sì  bene  come 
induzione  della  realtà  di  fatto  :  che  è  una  ben  notabile 
differenza.  Giacché  il  matematico  costruisce  per  suo 
instituto  mondi,  che  non  appartengono  alla  realtà 
esistente  ;  ma  in  questa  non  é  possibile  che  ci  sia  un 
particolare  che  non  si  leghi  col  resto  dell'universo,  e  non 
vi  si  ripercuota,  e  non  abbia  perciò  la  sua  importanza 
per  gli  interessi  dello  stes::.o  spirito  umano.  Sicché  la 
teologia  non  può  disinteressarsi  della  definizione  di  quel 
mondo,  che  non  é  più  nel  cervello  dei  matematici,  ma 
in  quell'essere  effettuale,  cui  appartiene  pure  l'uomo, 
che  essa  mira  ad  ammaestrare  ai  fini  morali  della  sua 
eterna  salute.  E  Galileo  insisteva  *),  che  la  posizione 
copernicana  non  era  un,' ipotesi  di  matematico,  ma  la 
dottrina  d'un  filosofo  che  definiva  la  reale  costituzione 
del  mondo,  E  su  questo  terreno  la  scienza  non  poteva 
non  incontrarsi  con  la  teologia,  quaU  che  potessero  essere 
gli  accorgimenti  escogitati  da  Galileo  per  salvare  la 
veridicità  della  Scrittura  nei  luoghi  in  cui  si  accenna  alla 
stabilità  della  terra,  mettendosi  sullo  sdrucciolo  delle 
interpretrazioni  non  autorizzate  dalla  tradizione  della 
Chiesa.  Merita  di  esser  tenuto  presente  quel  che  scriveva 
da  Roma  il  12  aprile  Ì615  il  maggior  teologo  che  allora 


^)  Cfr.  Frammenti,  pag.  247. 


—  233  — 

avesse  la  Chiesa  Romana,  il  cardinal  Roberto  Bellarmino 
al  frate  carmelitano  di  Napoli  Paolo  Antonio  Foscarini, 
autore  di  un  opuscolo  conciliativo  intorno  ai  rapporti 
della  teoria  copernicana  con  la  Bibbia.  Perchè  questa 
lettera  è  un  docimiento  storico  di  prim 'ordine  della 
massiccia  tradizione,  contro  la  quale  dovevano  urtare 
gli  sforzi  del  Galilei.  Il  Bellarmino  dunque   scriveva  : 

«  IO  Dico  che  mi  pare  che  V.  P.  e  il  sig.  Gahleo  fac- 
«  ciano  prudentemente  a  contentarsi  di  parlare  ex  sup- 
«  positione  e  non  assolutamente,  come  io  ho  sempre  cre- 
«duto  che  abbia  parlato  il  Copernico.  Perchè  il  dire 
«  che,  supposto  che  la  Terra  si  muova  e  il  Sole  stia  fermo 
«  si  salvano  tutte  l'apparenze  meglio  che  con  porre  p^li 
«eccentrici  ed  epicicli,  è  benissimo  detto,  e  non  ha 
«  pericolo  nessuno  ;  e  questo  basta  al  matematico  ; 
«ma  volere  affermare  che  realmente  il  Sole  stia  nel 
«centro  del  mondo  e  solo  si  rivolti  in  se  stesso  senza 
«correre  dall'oriente  all'occidente,  e  che  la  Terra  stia 
«  nel  30  cielo  e  giri  con  somma  facilità  intorno  al  Sole, 
«  è  cosa  molto  pericolosa  non  solo  d' irritare  tutti  i 
«  filosofi  e  teologi  scolastici,  ma  anco  di  nuocere  alla 
«  santa  fede  con  rendere  false  le  Scritture  Sante  ;  per- 
«  che  la  P.  V.  ha  bene  dimostrato  molti  modi  di  esporre 
«  le  Sante  Scritture,  ma  non  li  ha  applicati  in  particolare  ; 
«che  senza  dubbio  avria  trovate  grandissime  difficultà 
«se  avesse  voluto  esporre  tutti  quei  luoghi  che  lei 
«stessa  ha  citati. 

«  2°  Dico  che,  come  lei  sa,  il  Concilio  proibisce  esporre 
«le  Scrittui-e  contra  il  commune  consenso  de'  Santi 
«  Padii  ;  e  se  la  P.  V.  vorrà  leggere  non  dico  solo  li 
«  Santi  Padri,  ma  li  commentari  moderni  sopra  il  Genesi, 
«  sopra  li  Salmi,  sopra  V Ecclesiaste,  sopra  Giosuè,  tro- 
«  vara  che  tutti  convengono  in  esporre  ad  literam  eh'  il 
«  vSole  è  nel  cielo,  e  gira  intorno  alla  Terra  con  somma  ve- 
«  locità,  e  che  la  Terra  è  lontanissima  dal  cielo  e  sta  nel 
«  centro  del  mondo,  immobile.  Consideri  ora  lei,  con  la 
«  sua  prudenza,  se  la  Chiesa  posssa  sopportare  che  si 


—  234  — 

i 
a  dia  alle  Scritture  un  senso  contrario  alli  vSanti  Padr 
«  e  a  tutti  li  espositori  greci  e  latini.  Né  si  può  rispondere 
«  che  questa  non  sia  materia  di  fede  ;  perchè,  se  non 
«  è  materia  di  fede  ex  parte  ohiecti,  è  materia  di  fede  ex 
«  parte  dicentis  ;  e  così  sarebbe  eretico  chi  dicesse  che 
«Abramo  non  abbia  avuti  due  figliuoli  e  Jacob  dodici, 
«come  chi  dicesse  che  Cristo  non  è  nato  di  Vergine, 
«  perchè  l'uno  e  l'altro  lo  dice  lo  Spirito  Santo  per 
«bocca  de'  Profeti  e  Apostoli. 

«  30  Dico  che  quando  ci  fusse  vera  dimostrazione  che  il 
«  sole  stia  nel  centro  del  mondo  e  la  Terra  nel  terzo  cielo, 
«e  che  il  Sole  non  circonda  la  Terra,  ma  la  Terra  cir- 
«  conda  il  Sole,  allora  bisogneria  andar  con  molta  consi- 
«  derazione  in  esplicare  le  Scritture  che  paiono  contra- 
«  rie,  e  più  tosto  dire  che  non  l' intendiamo,  che  dire 
«  che  sia  falso  quello  che  si  dimostra.  Ma  io  non  crederò 
«  che  ci  sia  tal  dimostrazione,  fin  che  non  mi  sia  mostrata; 
«  né  è  r  istesso  dimostrare  che  supposto  eh'  il  Sole  stia 
«  nel  centro  e  la  Terra  nel  cielo,  si  salvino  le  apparenze, 
«  e  dimostrare  che  in  verità  il  Sole  stia  nel  centro  e  la 
«  Terra  nel  cielo:  perchè  la  prima  dimostrazione  credo  che 
«  ci  possa  essere,  ma  dalla  seconda  ho  grandissimo  dubbio 
«e  in  caso  di  dubbio  non  si  dee  lasciare  la  Scrittura 
«  Santa,  esposta  da'  Santi  Padri.  Aggiungo  che  quello 
«  che  scrisse  :  Oritur  sol  et  occidit,  et  ad  locum  suum  re- 
«  vertitur  et  e...  fu  Salomone,  il  quale  non  solo  parlò  in- 
«  spirato  da  Dio,  ma  fu  uomo  sopra  tutti  gli  altri  sapien- 
«tissimo  nelle  scienze  umane  e  nella  cognizione  delle 
«cose  create,  e  tutta  questa  sapienza  l'ebbe  da  Dio, 
«  onde  non  è  verisimile  che  affermasse  una  cosa  che  fusse 
«  contraria  alla  verità  dimostrata  o  che  si  potesse  dimo- 
«  strare.  E  se  mi  dirà  che  Salomone  parla  secondo  l'ap- 
«  parenza,  parendo  a  noi  eh'  il  Sole  giii,  mentre  la  Terra 
«  gira,  come  a  chi  si  parte  dal  lito  pare  che  il  lito  si  parta 
«  dalla  nave,  risponderò  che  chi  si  parte  del  lito  sa  bene 
«  gli  pare  che  il  lito  si  parta  da  lui,  nondimeno  conosce 
«  questo    errore    e  lo    corregge,  vedendo  chiaramente 


—  235  — 

«  che  la  nave  si  muove  e  non  il  lito  ;  ma  quanto  al  Sole 
«e  la  Terra,  nessuno  savio  è  che  abbia  bisogno  di  cof- 
«  reggere  l'errore,  perchè  chiaramente  esperimenta  che 
«  la  Terra  sta  ferma  e  che  l'occhio  non  s' inganna  quando 
«  giudica  che  il  Sole  si  muove,  come  anco  non  s' inganna 
«  quando  giudica  che  la  Luna  e  le  stelle  si  muovano  »  ^). 


Vili. 


Le  vicende  dei  due  processi  sofferti  dal  nostro 
grande  pensatore  innanzi  all'  Inquisizione  di  Roma  sono 
ormai  note  in  tutti  i  loro  particolari,  e  qui  basterà 
ricordarle  brevemente.  Il  primo  processo,  aperto  su 
denunzia  del  domenicano  Niccolò  Lorini,  a  proposito 
della  lettera  del  GaHlei  al  padre  Castelli  (7  febbraio 
1615),  dopo  un'  istruttoria  segretissima,  durante  la  quale 
Galileo  si  reca  a  Roma  (3  die.  1615),  scrive  il  Discorso 
sopra  il  flusso  e  reflusso  del  mare,  di  schietta  professione 
copernicana,  poiché  il  flusso  e  riflusso  marino  vi  è  spie- 
gato col  movimento  della  Terra,  e  invano  si  adopera 
a,ffinchè  la  dottrina  di  Copernico  non  sia  condannata,  — 
si  chiude  con  la  censura  (24  febbraio  1616)  delle  due 
proposizioni  della  stabilità  del  Sole  e  del  movimento 
della  Terra,  e  con  l'ammonizione  (26  febbraio)  fatta  per  "" 
mezzo  del  card.  Bellarmino  al  Galilei  che  si  astenga  dal 
professarle.  Ma  questo  divieto  non  impedisce  a  Galilei 
di  proseguire  in  segreto  le  sue  speculazioni  intorno  ai 
due  massimi  sistemi  del  mondo.  La  comparsa,  avvenuta 
nell'agosto  del  '18  di  tre  comete,  una  delle  quali,  nel 
segno  dello  Scorpione,  rimase  visibile  fino  al  gennaio 


*)  In  Opere  di  Galileo,  XII,  171 -2. 


—  236  — - 

successivo,  illustrata  dal  gesuita  di  Roma  p.  Orazio 
Grassi  in  una  Disputatio  astronomica  nel  senso  aristote- 
lico-tolemaico,  lo  trasse,  anche  per  gì'  incitamenti  venu- 
tigli da  varie  parti,  ad  esporre  il  suo  pensiero  ;  il  che 
fece  per  mezzo  di  un  Discorso  delle  Comete,  letto  dal  suo 
fido  scolaro  Mario  Guiducci  all'Accademia  Fiorentina, 
e  dato  in  luce  nel  giugno  1619.  Fu  il  segno  di  una  bat- 
taglia ingaggiata  dai  gesuiti  contro  il  sospetto  fiorentino. 
Gli  si  avventò  contro  il  Grassi,  sotto  l'anagramma  di 
Lothario  Sarsi  nella  Libra  astronomica  ac  philosopìiica, 
che  il  Galilei  si  divertì  da  prima  a  postillare  minutamente, 
e  poi  a  confutare  nel  celebre  suo  hbro  polemico  II  Sag- 
giatore, pubblicato  a  Roma  per  cura  de'  Lincei  nel  1623. 
Il  6  agosto  sale  al  trono  pontificio  Maffeo  Barbe- 
rini, dal  quale  Galileo  si  teneva  sicuro  di  essere  benvoluto 
assai,  oltre  che  stimato.  E  spera  subito  di  poterne  otte- 
nere migliori  disposizioni  pel  sistema  copernicano.  Si 
reca  una  quarta  volta  a  Roma  nell'aprile  del  '24,  e  vi 
spende  più  di  due  mesi  in  colloqui  con  Cardinali  e  col 
Pontefice  per  persuaderli  dell'opportunità,  anzi  neces- 
sità per  la  Chiesa  di  cessare  da  ogni  opposizione  contro 
una  dottrina  scientifica,  che  nei  paesi  riformati  si  dif- 
fondeva sempre  più.  Ma  da  Urbano  Vili  riceve  bensì 
buone  parole,  e  medaglie,  e  «  buona  quantità  di  Agnus 
Dei  »,  e  la  promessa  d'una  pensione  pel  figlio,  ma  nulla 
che  modifichi  la  situazione  giuridica  creata  dal  precetto 
del  1616.  Gahleo  riprende  il  Dialogo,  a  cui  già  pensava 
dagli  anni  di  Padova,  sui  massimi  sistemi,  tolemaico  e 
copernicano  ;  ma  tra  minori  studi  e  malattie  e  la  natu- 
rale titubanza  derivante  dal  divieto  del  S.  Offizio,  pro- 
cede in  esso  lentamente.  Lo  compie  soltanto  nel  '30. 
La  prudenza  usata  nelle  espressioni  evitando  di  affermare 
mai  risolutamente  la  verità  del  sistema  copernicano, 
certe  vaghe  voci  giuntegli  da'  suoi  amici  di  Roma  circa 
le  intenzioni  del  Papa,  la  fiducia  nel  patrocinio  del  suo 
Granduca,  a  cui  il  Dialogo  era  dedicato,  gli  fecero  sperare 
di  ottenere  la  facoltà  di  stamparlo,  e  di  poterlo  quindi 


—  237  — 

dare  in  luce  senza  alcun  pericolo.  Torna  a  tale  scopo 
a  Roma  nel  maggio  di  quell'anno  ;  ne  riparte  il  26 
giugno  «  con  intera  sua  satisfazione  »  ;  e  inizia  la  stampa 
a  Firenze.  Ma  sorgono  per  via  tante  difficoltà  *),  che 
la  stampa  del  Dialogo  sopra  i  due  massimi  sistemi  del 
mondo  è  compiuta  soltanto  il  21  febbraio  1632. 


IX. 


Già  nell'agosto  Galileo  viene  a  sapere  che  i  ge- 
suiti lavorano  con  ogni  potere  in  Roma  per  far  proibire 
il  Dialogo  ;  e  si  riunisce  infatti  una  congregazióne  per 
esaminarlo.  Il  23  settembre,  per  mezzo  dell'  Inquisitore 
di  Firenze,  il  Papa  gì'  ingiunge  di  comparire  non  più 
tardi  del  mese  di  ottobre  innanzi  al  Commissario  Gene- 
rale del  S.  Offizio  in  Roma.  Ecco  quindi  iniziato  il  nuovo 
processo,  che  si  chiuderà  il  22  giugno  del  '33  nella  gran 
sala  dei  Domenicani  di  Santa  Maria  sopra  Minerva  con  la 
lettura  della  sentenza  che  proibiva  ìlDialogo  e  con  l'abiura 
della  dottrina  copernicana  fatta  dall'affranto  vegliardo, 
minacciato  il  giorno  innanzi  della  tortura.  Minaccia 
contro  di  cui  si  rivolta  ogni  coscienza  d'uomo.  Ma 
più  che  la  minacciata  tortura,  la  qual  non  ebbe  poi 
seguito,  ed  era  parte  necessaria  dei  sistemi  giudiziari 
del  tempo,  offende  il  nostro  sentimento  della  di- 
gnità umana  la  genuflessione  e  l'abiura,  a  cui  si  co- 
strinse, contro  le  sue  più  ferme  convinzioni,  il  grande 
intelletto,  poiché  gli  venne  meno,  nell'estremo  cimento, 
la  forza  di  tener  fede  alla  verità  che  gli  splendeva  di- 
nanzi. Colpa  non  di  uomini,  certo,  ma  di  tempi  e  sistemi, 


Cfr.  Frammenti  pagg.  274  e  ss. 


—  238  — 

onde  doveva  restar  colpita  assai  più  T  istituzione  che 
condannava,  anzi  che  la  vittima  che  n'era  colpita. 
Giacché  tutte  le  durezze  con  cui  si  vollero  inesorabil- 
mente travagHati  gli  anni  estremi  del  Galilei,  nulla  po- 
terono togliere  a  questo  della  sua  grandezza  e  della 
gioia,  tutta  interiore,  procuratagli  dalla  potenza  del 
suo  genio  ;  ma  quanti  animi  non  alienarono  dalla 
Chiesa  Romana  ?  Che  se  alla  distanza  di  un  secolo  e  più, 
in  cui  lo  spirito  galileiano  venne  celebrando  i  suoi  trionfi, 
faceva  dalla  Congregazione  dell'  Indice  cancellare  (i6 
aprile  1757)  il  decreto  quo  prohibentur  libri  omnes  do- 
centes  immobilitatem  Solis  et  mobilitatem  Terrae  *),  essa 
non  potè  più  cancellare  il  senso  di  ripugnanza  o  di 
diffidenza  contro  le  sue  decisioni  e  il  sospetto  entrato 
negli  animi,  che  a  lei  forse  increscesse  della  luce  che 
la  mente  umana  vien  facendo  con  la  scienza. 


X 


Nelle  lettere  di  Galileo  è  tutta  la  storia  di  quelle  du- 
rezze, di  tutti  i  dolori  sofferti,  fino  alla  cecità,  onde  fu 
suggellata  nel  '37  la  sconsolata  solitudine  degli  ultimi 
anni  ;  e  fino  alla  morte,  avvenuta  l'S  gennaio  1642.  Ma 
lo  spirito  del  gran  vecchio  non  fu  fiaccato  ;  e  le  sue  let- 
tere ci  attestano  come  nel  villino  d'Arcetri,  assegnatogli 
da  ultimo  a  scontare  la  pena  inflittagli  del  carcere 
perpetuo,  quello  spirito  vigilasse,  tutto  assorto  ne'  suoi 
studi,  portando  a  compimento  i  Dialoghi  delle  nuove 
scienze,  in  cui  tornava  al  soggetto  delle  prime  ricerche 
giovanili  e  gettava  in  un  capolavoro  i  fondamenti  della 


^)  Opere,   XIX,   419. 


—  239  — 

moderna  meccanica  ;  stendendo  il  mirabile  trattato  delle 
Oporazioni  astronomiche  ;  scrivendo  la  lettera  Sopra 
il  candore  della  Luna  ;  e  commentando  ed  esaltando  nel 
frequente  carteggio  con  gli  amici  e  scolari,  vicini  o  lon- 
tani, quella  scienza  che  era  stata  tutta  la  sua  vita. 


XI. 


Della  quale  scienza,  come  fu  rinnovata  e  pro- 
mossa nella  prima  metà  del  sec.  XVII,  nessuno  tra  i 
contemporanei  ebbe  l' intuizione  esatta  come  il  Galilei. 
Egli  non  fu  propriamente  un  filosofo,  ma  un  matema- 
tico e  un  naturalista  che,  a  differenza  dei  nostri  mag- 
giori filosofi  della  Rinascenza,  Telesio,  Bruno  e  Campa- 
nella, e  dei  più  celebrati  pensatori  e  scienziati  che 
aprono  l'età  moderna,  come  Bacone,  Descartes  e  Ke- 
pler,  vide  per  la  prima  volta  chiarissimamente,  che  una 
scienza  della  natura  si  può  costituire  a  patto  che  si 
separi  rigorosamente  dalla  metafisica,  e  si  fermi  nel 
suo  proprio  carattere  di  cognizione  diretta  dei  fatti, 
che  non  sono  da  produrre,  ma  da  considerare  come  già 
compiuti,  indecifrabili  nel  loro  intrinseco  essere  e  pro- 
dursi e  nelle  loro  differenze  qualitative  :  ma  soltanto,  per- 
ciò, constatabili  e  misurabili  nelle  loro  proporzioni  quanti- 
tative. Oggetto  di  esperienza  sensata,  com'egli  dice, 
non  argomentabile  in  virtù  di  ragionamenti,  perchè 
estraneo,  anzi  opposto  allo  spirito  che  lo  conosce,  e 
avente  in  sé  la  sua  legge  :  ossia  pensabile  come  una 
realtà  bruta,  a  cui  non  sono  riferibili  i  criteri  di  raziona- 
lità finalistica,  onde  l'uomo  interpetra  le  azioni  del- 
l'uomo ;  quella  natura,  che  è  la  sola  realtà  ammessa  dal 
naturalismo  e  dal  materialismo,  verso  cui  piegò  sempre 


—  240  — 

nel  secolo  XVIII  e  nel  seguente  la  pura  scienza  della 
natura. 

Del  valore  di  una  tale  scienza,  ossia  del  punto  di 
vista  che  le  è  proprio,  si  discuterà  più  tardi,  quando  si 
riaffaccerà,  in  forma  di  gran  lunga  diversa,  il  problema 
in  cui  si  dibattè  ai  suoi  tempi  Galileo,  dell'  accordo  di 
questo  sapere  che  non  conosce  i  fini  e  i  bisogni,  né  le  leggi 
proprie  della  natura  umana,  e  ne  rende  quindi  impos- 
sibili, non  che  la  spiegazione,  lo  stesso  concetto,  con  la 
scienza  che  muove  dalla  intuizione^- di  questa  realtà 
umana.  E  se  ne  dimostrerà  il  limite.  Ma,  ;pur  nel  suo 
limite,  cotesta  scienza  galileiana  è  una  delle  glorie 
maggiori  dell'età  moderna,  e  una]['delle  forme  essenziali, 
se  non  la  sola  legittima,  della  nostra  mentalità.  E  per 
questo  rispetto  GaHleo^  è  uno  dei  maestri  immortaH 
dello  spirito  umano  :  i  cui  insegnamenti  sono  sparsi  in 
tutte  le  osservazioni  di  carattere  metodico  e  filosofico 
che  ricorrono  qua  e  là  in  tutti  i  suoi  scritti.  Attraverso 
i  quali  perciò  i  caratteri  proprii  della  scienza  si  possono 
studiare  nella  schietta  originalità  della  loro  prima  for- 
mulazione, definiti  con  la  maggiore  semplicità  da  uno 
scrittore  che  è  dei  più  logici  e  insieme  più  lucidi  della  no- 
stra letteratura,  tanto  serrato  e  organico  nel  pensiero 
quanto  limpido  e  trasparente  nell'espressione. 


VII. 

IL  CARATTERE  DELL'UMANESIMO 
'E  DEL  RINASCIMENTO 


i6  —  Giorda'io  Bruno  t  il  pensiero  d*l  Rinascimtnio 


Da   un   corso   di   lezioni   tenuto   nella   Università 
di  Roma  nel  1918.  —  Inedito. 


I. 


L*  Umanesimo  è  la  preparazione  o,  se  si  vuole, 
r  inizio  del  Rinascimento.  Può  andare  compreso 
sotto  lo  stesso  nome,  se  si  vuol  designare  tutto  come 
Rinascimento  quel  periodo  dello  sviluppo  del  pensiero 
europeo  occidentale,  che,  cominciato  in  Italia  e  dila- 
tatosi quindi  in  tutte  le  altre  nazioni  civili,  segna  il 
distacco  dell'età  moderna  dal  Medio  Evo;  quel  periodo, 
che  fu  per  lungo  tempo,  finché  prevalse  la  consi- 
derazione tutta  estrinseca  dei  fatti  storici  che  con 
la  diagnosi  dei  sintomi  più  appariscenti  presumeva 
di  assegnare  Torigine  e  il  significato  storico  degli 
avvenimenti,  caratterizzato  dal  rifiorire  degli  studi 
intorno  alle  due  letterature  classiche.  In  questo  stesso 
volume,  dove  si  è  indagato  il  concetto  dell'uomo  nel 
Rinascimento,  si  è  inteso  di  includere  in  questa  epoca 
anche  l'Umanesimo  :  che  infatti  non  se  ne  distingue 
per  ciò  che  riguarda  il  concetto  dell'uomo. 

Ma  l'orientamento  generale  del  pensiero  nel  Rinasci- 
mento propriamente  detto  è  diverso  da  quello  dell'  Uma- 
nesimo ;  e  ognuno  che  abbia  familiarità,  non  dico  con  la 
filosofia,  ma  con  la  stessa  letteratura  itahana  che  va  dalla 
seconda  metà  del  sec.  XIV  alla  prima  del  XVII,  sente 
magari  oscuramente  il  profondo  di  vai  io  che  e'  è  tra 
un  Petrarca,  un  Bruni,  un  Valla  o  im  Poliziano  da  una 
parte,  e  un  Ariosto,  un  Aretino,  un  Tasso  o  un  Bruno 


—  244  -■ 

dall'altra.  C  è  di  mezzo  un  mutamento  spirituale,  che 
si  manifesta  principalmente  nell'estensione  della  sfera 
d*  interesse  intellettuale  e  morale,  per  cui  l'umanista 
pare  che  si  restringa  tutto  nello  studio  e  nella  celebra- 
zione di  quello  è  strettamente  umano,  nell'  animo  suo 
stesso  o  nella  memoria  e  nella  tradizione,  a  cui  egli 
ama  affacciarsi  per  ingrandire  e  rinvigorire  lo  stesso 
suo  animo  ;  laddove  l'uomo  del  Rinascimento  gira  in- 
torno lo  sguardo  fuori  dell'uomo,  e  abbraccia  con  l' in- 
telletto la  totalità  del  mondo  a  cui  l'uomo  appartiene 
e  in  cui  gli  tocca  di  vivere.  Il  punto  di  vista  umano 
diventa  punto  di  vista  naturale  :  che  è  lo  stesso  pimto 
di  vista  di  prima,  ma  ampliato,  in  guisa  da  ricompren- 
dere nel  suo  orizzonte  la  natura. 


IL 


Per  intendere  questo  allargarsi  dell'orizzonte  proprio 
dell'Umanesimo,  conviene  rendersi  conto  con  precisione 
del  significato  dell'  Umanesimo  di  fronte  al  pensiero 
precedente,  medievale.  E  poiché  1'  Umanesimo  è  un 
fatto  della  storia  dell'  Occidente  di  Europa,  quivi  è 
pure  da  cercare  la  situazione  spirituale,  a  cui  gli  Uma- 
nisti si  oppongono.  Essa  può  essere  definita,  nel  se- 
colo XIII  e  XIV,  quando  il  movimento  spirituale 
filosofico,  artistico  e  religioso  culmina  nei  grandi  si- 
stemi scolastici,  nella  istituzione  dei  grandi  Ordini  men- 
dicanti e  dell'  Inquisizione;  e  nella  Divina  Q)mmedia, 
come  la  cristallizzazione  definitiva  del  pensiero  cristiano 
primitivo  e  l'arresto  di  quello  sviluppo  che,  prendendo 
le  mosse  dalle  intuizioni  originarie  di  Gesù  e  di  Paolo, 
aveva  dato  luogo  all'elaborazione  teologica  dei  Padri 
mediante  le  foi  me  del  pensiero  classico  greco. 


—  245  — • 

Il  germe  di  vita  proprio  del  Cristianesimo  era  stato  il 
concetto  dello  spirito,  come  vera  realtà,  che  non  è  og- 
getto di  conoscenza,  ma  di  fede  e  di  amore  :  ossia  dello 
spirito  come  realtà  che  T  uomo  non  presuppone  a  se 
stesso,  ma  realizza,  o  fa  essere  nel  proprio  animo  in 
quanto  vuole  affermarla.  Quindi  un  nuovo  concetto 
dello  spirito  :  non  più  concepito  come  intelletto,  che 
è  lo  spirito  che  conosce  il  mondo  da  cui  è  condizionato  ; 
ma  come  volontà,  che  è  lo  spirito  che  non  conosce 
altro  mondo  all'  infuori  di  quello  che  essa  crea.  Ma 
altro  è  intuire  una  verità  come  questa,  che  il  Cristia- 
nesimo annunziò  infatti  con  la  sua  buona  novella  ; 
altro  è  pensare  sistematicamente  la  verità  stessa,  e  di- 
fenderla contro  le  filosofìe  che  la  disconoscono  perchè 
ancora  inferiori  al  nuovo  punto  di  vista.  E  il  Cri- 
stianesimo, coi  Padri,  si  trovò  subito  nella  necessità 
di  prender  posizione,  al  di  sopra  della  semplice  intui- 
zione del  suo  vero,  tra  le  scuole  filosofiche,  per  difen- 
dersi e  attaccare  con  le  armi  stesse  degli  avversari. 
Il  vino  nuovo,  così,  contro  il  precetto  esplicito  del 
Vangelo,  fu  messo  nelle  vecchie  botti.  E  tutti  i  teologi 
e  filosofi  cristiani  o  platonizzarono  o  aristo telizzarono  : 
sforzandosi  di  trattare  la  nuova  realtà  che  il  Cristia- 
nesimo, si  può  dire,  aveva  scoperta,  con  l'antico  me- 
todo intellettualistico  :  lasciandosi  sfuggire  che  T  in- 
telletto è  lo  spirito  che  non  conosce  e  non  può  cono- 
scere altra  realtà  che  la  realtà  naturale,  cioè  appunto 
quella  a  cui  il  cristiano  non  avrebbe  più  dovuto  guar- 
dare, se  non  per  negarla,  e  instaurare  al  di  sopra  di 
essa,  la  sua,  lo  spirito  !  È  noto  che  i  Logici  furono  i 
primi  Ubri  aristotelici  entrati  nella  biblioteca  dei  filo- 
sofi cristiani.  E  prima  ancora,  già  le  origini  della 
speculazione  cristiana  s'erano  intrecciate  con  lo  svol- 
gimento della  filosofia  alessandrina,  platonica.  Ma  la 
lògica  aristoteUca,  anaUtica  e  deduttiva,  è  la  logica 
del  pensiero  che  presume  la  cognizione  dei  principii,  e 
implicita   in  essa  la  cognizione  di  tutto  ciò   che   è  ra- 


—  246  — 

zionalmente  conoscibile  ;  e  così  non  s'adatta  se  non  a 
una  forma  di  verità,  che  sia  precostituita  di  qua  dal 
processo  del  pensiero  ;  e  sia  quindi  immediata,  e  per- 
ciò trascendente.  E  il  platonismo,  nuovo  od  antico, 
che  è  poi  il  fondamento  ultimo  della  logica  aristote- 
lica, era  infatti  la  concezione  della  realtà  come  trascen- 
dente lo  spirito,  e  quindi  immediata.  Ma  realtà  tra- 
scendente lo  spirito,  o  realtà  immediata,  è  natura.  E 
invero  tutta  la  filosofia  greca  si  esaurì  nel  naturalismo. 
E  la  filosofia  cristiana,  se  si  sforzò  di  concepire  la  realtà 
come  spirito,  e  di  portare  la  mediazione  nel  seno  stesso 
dell'Assoluto,  in  conclusione  tornò  alla  trascendenza, 
e  non  riuscì  a  superare  il  naturalismo  greco  poiché 
ebbe  consentito  di  porvisi  a  contatto,  o  d' incontrarsi 
con  esso  sulla  stessa  \ia  per  cui  quello  era  incamminato. 
La  realtà  trascende  l'uomo,  in  quanto  l'uomo  è  es- 
sere naturale,  finito.  Questa  è  la  posizione  platonica  ; 
e  questa  è  pure  la  posizione  cristiana  medievale.  Coe- 
siste, certamente,  con  essa  un  elemento  contraditto- 
rio.  Poiché,  prima  di  tutto.  Dio  (questa  natura  che  ci 
trascende)  è  spirito.  Poi,  se  molti  filosofi,  la  maggior 
parte,  quelli  dell'  indirizzo  che  finisce  col  prevalere, 
dicono  che  Dio  si  conosce  con  l' intelletto,  altri,  che 
riaccendono  negU  spiriti  di  tempo  in  tempo  la  fiamma 
della  fede  cristiana,  si  oppongono  a  cotesta  pagana 
pretesa,  e  proclamano  la  necessità  di  appellarsi  all'amo- 
re. Poi  lo  stesso  Tommaso  d'Aquino,  che  è  dei  più 
rigidi  intellettualisti  e,  senza  dubbio,  il  più  genuino 
rappresentante  della  sistematica  cristiana,  oppugna  con 
grande  vigore  la  forma  più  caratteristica  e  più  vera- 
mente platoneggiante  della  concezione  della  trascen- 
denza, come  s'era  annidata  nella  dottrina  averroistica 
dell'  intelletto  (inteso  come  unico  nella  sua  universa- 
lità oggettiva,  e  sottratto  pertanto  ad  ogni  intrinseco 
nesso  con  la  personalità  concreta  dell'uomo)  ;  e  in  que- 
sta polemica  mette  in  luce,  quanto  gli  era  consentito 
dalla  sua  filosofia,  l'immanenza  innegabile  del  divino 


—  247  — 

nello  spirito  umano  *)  Ma  lo  spirito,  in  generale,  era 
orientato  verso  la  trascendenza  ;  e  quello  spirito  che 
è  Dio,  è  uno  spirito  che  non  si  realizza  in  noi,  ed  è  per- 
ciò, rispetto  a  noi,  natura  ;  e  lo  stesso  misticismo  della 
direzione  agostiniana,  dei  Vittorini,  e  del  nostro  Bo- 
naventura da  Bagnorea,non  celebra  l'amore  come  prin- 
cipio positivo  della  realtà  spirituale  dell'uomo,  anzi  come 
negativo  di  questa  realtà  destinata  a  risolversi  in  quella 
trascendente  di  Dio.  E  tutti  gli  sforzi  di  Tommaso  e 
degli  altri  filosofi  cristiani  che  combattono  l'averroismo 
/urtano,  infine,  nel  concetto  aristotelico  dell'atto  puro 
che  è  condizione  e  presupposto  di  ogni  divenire,  e  dello 
stesso  divenire  dell'umano  intelletto.  Quindi  è  che  l'a- 
verroismo ufficialmente  combattuto  e  perseguitato  di- 
venta nel  secolo  XIII  cadente  e  nel  successivo  la  filo- 
sofia degh  spiriti  forti,  che  vanno  audacemente  incontro 
alle  conseguenze  necessarie  dell'aristotelismo,  e  se,  con 
la  dottrina  dell'eternità  della  natura,  negano  la  crea- 
zione, e  spiantano  così  dalle  radici  il  concetto  cristiano 
dell'  in jpità  o  realtà  assoluta  dello  spirito,  con  queUa 
dell*  intelletto  unico  accrescono  le  fila  dei  così  detti 
epicurei  di  Dante  e  d'altri  scrittori  m.edievali,  «che 
l'anima  col  corpo  morta  fanno  ».  D'altra  parte,  il  vo- 
lontarismo misticizzante  di  Duns  Scoto  mette  capo 
al  nominalismo  e  al  terminismo  di  Occam,  che,  come 
ogni  negazione  del  valore  dell 'imi  versale,  è  anch'esse 
pretto  naturalismo  materialistico. 

Ma,  si  dica  naturalismo  o  astratto  teismo,  l' intui- 
zione fondamentale  è  sempre  quella  :  la  negazione 
dello  spirito  nella  sua  realtà  attuale  e  concreta,  che  si 
reahzza  nell'atto  stesso  dell'uomo  che  afferma  o  nega, 
e  in  generale  nell'uomo  nella  sua  effettuale  individua- 
lità. Sia  che  si  neghi  questa  individuahtà  propria  del- 


*)  Vedi   i    miei   Prohemi   della   Scolastica,    Bari,   Laterza, 
1913.  Pag.  201. 


—  248  — 

l'uomo  nella  natura  materiale,  da  cui  l'uomo  è  circon- 
dato, di  qua  dalla  sua  nascita  e  di  là  dalla  sua  morte, 
ovvero  di  là  dalla  coscienza  in  cui  egli  si  sente  tal- 
volta quasi  racchiuso,  come  per  l'epicureo  che  nega 
r  immortalità  dell'anima  ;  sia  che  questa  individualità 
si  neghi  insieme  con  tutta  la  natura  finita,  oggetto  del- 
l'esperienza, nella  realtà  trascendente  tutta  la  sfera 
dell'esperienza,  la  conclusione  è  identica  perciò  che  ri- 
guarda la  realtà,  la  potenza  e  il  valore  dell'uomo  :  il 
quale  per  attribuire  a  sé  una  realtà,  e  quindi  una  po- 
tenza e  un  valore,  avrebbe  bisogno  di  affermarsi  e  di 
fronte  alla  natura  esteriore,  da  cui,  se  afferma  se  stesso 
gli  conviene  pure  distinguersi,  e  di  fronte  a  ogni  realtà 
che  distingua  da  sé.  Comunque,  in  ambo  i  casi,  l' indi- 
\iduo  perde  di  vista  se  medesimo,  la  propria  uma- 
nità, il  proprio  valore  ;  o  per  affisarsi  in  questo  mondo 
naturale  che  non  contiene  infatti  nulla  di  umano,  se  per 
umano  s' intende  la  realtà  spirituale  ;  o  per  affisarsi  in 
un  mondo  ultra  naturale  che,  quantunque  definito  per 
mondo  spirituale,  non  contiene  nulla  né  della  natura, 
né  dello  spirito,  che  in  tal  caso  si  considera  innestato 
nella  stessa  natura  :  nulla,  cioè,  dell'uomo  per  ciò 
che  è  il  suo  travaglio  e  la  sua  grandezza,  quella  spoglia 
naturale  da  cui  egli  deve  a  grado  a  grado  svestirsi 
per  attuare  laboriosamente  l' intima  sua  essenza  spi- 
rituale. 


III. 


Questo  naturalismo  medievale  che  si  concentra  nella 
filosofia,  si  stende  nelle  forme  religiose,  nelle  forme 
dell'arte  e  della  stessa  concreta  vita  politica.  Il  se- 
colo XIII  è  il  secolo  di  Domenico  di  Guzman  e  di 
Francesco  d'Assisi.   La  dottrina  della  povertà  è  una 


—  249  — 

concezione  negativa  dello  spirito,  che  è  lavoro,  e  per- 
ciò ricchezza  ;  ed  è  lavoro  come  concreta  individualità, 
forza  che  si  spiega  consapevolmente  nella  concretezza 
dei  suoi  rapporti.  Lo  spirito  che  la  fa  nascere  è  emi- 
nentemente cristiano  ;  ma  la  forma  in  cui  questo  spi- 
rito s'adagia,  o  riaccosta  il  concetto  degli  ordini  men- 
dicanti all'  ideale  di  Budda  o  di  Antistene,  di  cui 
niente  si  può  concepire  di  più  opposto  all'anima  del 
Cristianesimo.  Giacché  questo  è  fede  nella  potenza 
creatrice  dello  spirito  ;  e  quello  è  la  conseguenza  della 
sfiducia  assoluta  nello  spirito,  che  allora  toccherebbe  la 
cima  della  perfezione  quando  rinunziasse  ad  ogni  pre- 
tesa di  azione  e  si  chiudesse  nella  negativa  coscienza  del 
suo  nulla.  L'  Inquisizione  dei  domenicani  e  degli  stessi 
francescani  è  il  corollario  del  concetto  dommatico  della 
verità  trascendente,  che  l' individuo  riceve,  e  non  può 
che  ricevere,  e  deve  perciò  limitarsi  a  ricevere.  Nega- 
zione anch'essa,  pertanto,  dell'  individualità,  e  perciò 
dello  spirito,  conforme  alla  logica  del  domma  della 
Chiesa  come  società  autocratica  e,  in  ultima  analisi, 
teocratica,  in  cui  la  verità,  e  però  la  legge,  scende 
dall'alto. 

L'arte  non  si  può  giustificare  se  non  per  l'allegoria  : 
in  quanto  deve  servire  non  all'espressione  del  senti- 
mento, che  è  r  individualità  dell'artista,  ma  alla  rap- 
presentazione attraente  di  quella  stessa  verità  che 
forma  il  valore  della  rehgione  e  della  filosofia.  Il  poeta, 
secondo  l' ideale  dantesco  del  Convivio,  poi  pienamente 
incarnato  nel  Poema,  ehe  è  veramente  il  più  grande 
monumento  dello  spirito  medievale,  è  esso  stesso  teo- 
logo, come  ripeterà  il  Boccaccio  :  nullius  dogmatis 
expers,  come  lo  vorrà  Giovanni  del  Virgilio.  Cioè,  la 
poesia  non  può  attingere  valore  se  non  dalla  fonte  unica 
d'ogni  valore  all'occhio  dell'uomo  medievale  :  da  quella 
realtà,  che  non  è  nello  spirito  umano,  e  in  virtù  del  suo 
operare  ;  ma  di  là  da  esso,  in  quello  Spirito  che  solo  è 
atto  :  atto  che  crea  il  mondo,  e  in  esso  l'uomo;  ajtto  che 


—  250  — 

fa  piovere  nel  mondo  ogni  germe  di  vita,  e  nei- 
l'umana  intelligenza  ogni  raggio  di  luce,  di  verità  e 
di  bene. 

Certo,  Dante  non  è  nell'allegorismo  della  Comme- 
dia ;  ma  in  quanto  noi  svestiamo  il  poema  del  suo 
apparato  allegorico,  e  di  là  dal  simbolo  andiamo  in- 
contro al  suo  animo  vibrante  della  passione  sua.  Dante 
si  solleva  al  di  sopra  del  suo  tempo,  e  di  tutti  i  tempi, 
al  pari  di  ogni  poeta,  per  sublimarsi  nell'eterno.  E 
e'  è  di  più.  Dove  noi  sentiamo  battere  il  suo  cuore,  li 
è  Dante  con  la  sua  forte  personalità,  nel  nerbo  del  suo 
individuale  potente  carattere.  Ma  non  è  al  rilievo  di 
questa  sua  individualità  che  mira  il  poeta  :  anzi  a 
raccogliere  dentro  all'anima  capace  il  cielo  e  la  terra  : 
e  insegnamenti  di  teologi  e  memorie  di  storici  sono  in- 
dustriosamente adunate  e  chiamate  al  gran  lavoro,  che 
tanto  cresce  di  pregio  agli  occhi  di  Dante,  quanto 
più  riflette  in  sé  di  verità  universale  ed  eterna  e  di 
coscienza  del  genere  umano.  E  se  l'uomo  moderno  am- 
mira l'alta  fantasia  che  spiega  a  sé  e  trae  nel  suo  volo 
così  vasta  materia  di  pensiero  e  di  fatti,  solo  guar- 
dando al  vigore  onde  questa  fantasia  infonde  la  vita 
nelle  sue  creature.  Dante  protende  tutto  il  suo  animo 
laboriosamente  alla  dottrina  che  s'asconde  sotto  il  ve- 
lame dei  versi.  Il  suo  interesse  é  li.  E  se  la  sua  fibra 
è  cosi  robusta  da  reggere  al  peso  enorme,  a  lui  non 
cale  tanto  della  libertà  del  suo  movimento,  quanto 
piuttosto  dell'ardua  soma  che  si  compiace  di  addos- 
sarsi. Poeta  sì,  ma  poeta  vate  :  maestro  di  verità,  che 
il  dolce  stile  d'amore  che  detta  dentro  assoggetta  al 
bello  stile  di  Virgilio  «  il  savio  gentil  che  tutto  seppe  ». 
E  appunto  perchè  l'arte  trae  il  suo  valore  dal  sapere, 
la  poesia  è  allegorica  ;  ed  essa  che  per  sua  natura  è 
la  più  libera  espressione,  anzi  celebrazione  della  libertà 
dello  spirito  nella  sua  individuaità,  si  sommerge  nel- 
l'universalità di  un  sapere,  che  all'uomo  s' impone  o 


-  251  - 

comunica,   con  la  legge  che  egli  osserva  perchè  non 
lui  r  ha  fatta. 


IV. 


Attorno  a  Dante,  mentre  la  pubblicistica  dotta  di- 
scute la  dottrina  classica  dell'  origine  dello  Stato,  e 
tra  imperialisti  e  curiaUsti,  non  vede  altra  possibile 
fonte  all'autorità  politica  che  la  sorgente  stessa  d'ogni 
realtà,  la  volontà  trascendente  di  Dio,  tumultua  nel 
fervore  d'una  vita  nuova  pullulante  dallo  sviluppo 
spontaneo  delle  reali  forze  economico-sociali  la  storia 
del  Comune  :  che  Dante  non  intende.  Ma  il  Comune 
stesso  non  supera  i  limiti  del  Medio  Evo,  e  non  sa  ancora 
concepire  Stato  o  una  qualunque  forza  poUtica,  che 
sia  la  manifestazione  e  l'effetto  dell'attività  indivi- 
duale. Al  di  sopra  dell'  individuo  è  il  popolo  contro  i 
signori  del  contado  ;  al  di  sopra  del  cittadino  la  corpo- 
razione, in  cui  l'individuo  si  spoglia  del  suo  volere 
particolare  per  essere  assorbito  in  un  interesse  di  classe 
che  nel  suo  valore  meramente  economico  è  ancora  al 
di  qua  della  realtà  propriamente  politica.  Quando  per 
\incere  l'antagonismo  delle  classi  e  fondare  l' unità 
dello  Stato  nella  coesione  degl'  interessi  discordi  dal 
Comune  sorge  la  Signoria,  il  Medio  Evo  tramonta,  e 
si  fa  innanzi  nella  piena  luce  della  storia  la  potenza 
dell'  individuo,  come  spirito  che  non  presuppone  la 
legge,  ma  la  crea. 

È  stato  detto  giustamente  che  la  Signoria,  come 
sforzo  personale  per  comporre  armonicamente  con  la 
forza  del  proprio  volere  gli  elementi  di  uno  Stato  in 
potenza  organica  corrispondente  a  un  disegno,  è  trat- 
tata da   quelle   forti   personalità  che  campeggiano  in 


—  252  — 

Italia  dal  secolo  di  Dante  a  quello  di  Machiavelli  come 
un'opera  d'arte  *).  E  la  caratteristica  è  più  profonda 
che  non  si  sia  pensato.  Giacché  veramente  tutta  la 
politica  italiana  che  mette  capo  praticamente  a  Cesare 
Borgia,  autore  del  maggior  capolavoro  di  quell'arte  di 
fare  lo  Stato,  e  scientificamente  a  Niccolò  Machiavelli, 
autore  del  ritratto  ideale  più  coerente,  e,  come  tale, 
più  vero  d'un  principe  capace  di  creare  una  tale  opera 
d'arte,  è  una  politica  che  si  può  definire  estetica 
nel  senso  stretto  di  questa  parola  ;  come  estetico 
è,  in  generale,  il  concetto  della  realtà  umana  che  1'  Uma- 
nesimo afferma  contro  il  naturalismo  medievale.  E 
soltanto  da  questo  punto  di  vista  si  può  intendere 
agevolmente  perchè  la  civiltà  itaUana  del  Rinascimento 
rifulse  di  luce  sì  viva  in  tutta  Europa,  mentre  l' Ita- 
lia soggiaceva  alla  prepotenza  straniera  e  s'avviava 
rapidamente  alla  decadenza,  con  cui  pagò  l'alto  onore 
d'aver  dato  un  così  potente  impulso  a  tutta  la  civiltà 
moderna. 


V. 


Ma  bisogna  prima  di  tutto  rendersi  conto  di  quel 
che  sia  propriamente  l'atteggiamento  estetico  dello 
spirito.  L'arte  non  è  un  elemento,  ma  una  forma,  o 
un  momento,  della  vita  spirituale.  E  come  forma,  non 
coesiste  con  altre  possibili  forme,  ma  investe  total- 
mente la  \àta  dello  spirito,  in  guisa  da  imprimere 
il  suo  proprio  suggello  a  tutta  la  personaUtà  dell'uomo. 
Il  quale,  se  è  artista,  raccoglie  e  risolve  nella  sua  arte 


^)  J.  BuRCKARDT,  La    Civiltà    del  Rinascimento  in  Italia, 
trad.  it.,  voi.  I,  parte  i». 


—  253  — 

tutti  i  suoi  sentimenti  e  le  sue  idee,  e  il  suo  concetto 
del  passato  e  il  disegno  del  suo  avvenire,  quale  egli 
lo  concepisce  e  vagheggia  e  promuove.  La  sua  scienza 
o  la  sua  filosofia  diventa  materia  da  fondere  nel  fuoco 
della  sua  fantasia  ;  tutta  la  sua  vita  interiore  con- 
fluisce e  sbocca  nella  sua  arte,  che  dà  la  nota  fonda- 
mentale e  il  tono  al  suo  carattere.  Onde  accade  che, 
anche  quando  non  si  propone  precisamente  di  compiere 
un  lavoro  d'arte,  il  suo  carattere  estetico  agisce  egual- 
mente e  informa  di  sé  il  suo  pensiero  e  la  sua  volontà. 
Poiché  non  è  da  credere  che  l'artista  come  tale  sia  un 
semplice  contemplatore  inerte  di  sogni  che  non  hanno 
realtà  di  sorta.  Già  non  ci  sono  mai  sogni,  che  siano 
così  fuori  d'ogni  realtà,  come  volgarmente  si  crede. 
Anche  il  sogno  ha,  a  suo  modo,  realtà  in  quella  sola 
realtà  che  l'uomo  realizzi,  e  in  cui  l'uomo  viva  :  la 
realtà  spirituale  della  sua  stessa  personalità.  E  non 
e'  è  situazione  spirituale,  in  cui  l'uomo  si  Hmiti  alla 
parte  di  semplice  spettatore  ;  poiché  non  è  possibile 
mai  contemplare  altro  che  l'opera  da  noi  stessi  instau- 
rata col  vigore  della  nostra  interna  attività  lavorante 
sempre  mai  alla  costruzione  del  proprio  mondo.  L'artista, 
dunque,  canti  o  combatta  per  dare  corpo,  ossia  una  più 
piena  e  viva  e  sana  realtà  al  mondo  del  suo  sogno,  in 
ogni  caso  opera  ;  e  però  artista  può  essere,  ed  è,  anche 
in  quella  vita  pratica  che  l'uomo  medio,  da  cui  l'artista 
si  distingue  per  il  peculiar  rilievo  delle  sue  attitudini 
estetiche,  l'uomo  che  ha  coscienza  di  una  più  com- 
plessa vita  che  non  sia  quella  entro  alla  quale  l'animo 
dell'artista  tende  a  ritirarsi  e  quasi  a  chiudersi,  e  in- 
sieme con  quest'uomo  medio  il  filosofo  contrappongono 
al  sogno  del  poeta. 

Il  filosofo,  insieme  con  l'uomo  che  senza  una  con- 
cezione sistematica  della  realtà  vede  e  sente  la  diffe- 
renza tra  la  vita  qual'  è  e  la  vita  ideaUzzata  dal- 
l'arte, .  ha  l'occhio  a  una  realtà  che  differisce  da 
quella  dell'artista   perchè  la   contiene  ;   così  come   la 


—  254  — 

realtà  della  veglia  contiene  in  sé  quella  del  sogno.  La 
contiene,  perchè  l'artista  non  conosce  se  non  ciò  che 
Amore  o  altro  dio  gli  detta  dentro  :  conosce  cioè  solo 
quel  tanto  della  vita  che  egli  sente  immediatamente 
vibrare  nell'  intimo  dell'animo  suo,  e  che  si  dice  il 
suo  sentimento,  ed  è  propriamente  il  momento  in- 
dividuale o  soggettivo  della  vita  dello  spirito  :  il  mo- 
mento dell'astratta  individualità  e  soggettività,  che  si 
oppone  all'universahtà  del  mondo  oggettivamente  pen- 
sato. Il  filosofo,  invece,  guarda  a  questo  termine  obbiet- 
tivo verso  il  quale  necessariamente  gravita  il  soggetto, 
e  pel  quale  l' individuo  si  fa  universale,  e  la  libertà  si 
determina  nella  legge  ;  e  nell'universale  e  nella  legge 
si  spiega  la  storia,  ossia  la  positività  attuale  dell'  indi- 
viduo e  della  libertà.  Il  filosofo  pertanto  riconosce 
bensì  che  la  realtà  è  spirito,  e  che  spirito  è  libertà  e 
individualità  :  ma  questo  spirito  concepisce  come  sto- 
ria ;  ond'egli,  cioè  lo  stesso  spirito,  realizzando  la  propria 
individuahtà,  la  vien  determinando  in  un  pensiero  che  è 
logica,  scienza,  catena  '  o  norma  inderogabile  del  pen- 
sare ;  e  realizzando  insieme  la  sua  libertà,  la  attua  come 
legge  che  è  realtà  ferrea,  da  cui  l'uomo  non  si  può 
staccare  e  ritrarre  senza  condannarsi  all'arbitrario  vano 
conato  di  vivere  fuor  della  vita,  e  quasi  cercare  se 
stesso  fuor  di  se  stesso,  (di  quel  se  stesso,  che  è  sto- 
ria, e  si  dica  natura,  società,  mondo,  o  come  altri- 
menti si  denomini).  Il  filosofo  tien  conto  di  quel  mo- 
mento religioso  dello  spirito,  che  l'artista  si  la- 
scia sfuggire  *). 

Non  che  l'artista  riesca  effettivamente  a  chiu- 
dersi dentro  al  suo  astratto  momento  individualistico. 
Ciò  non  è  possibile,  appunto  perchè  vivere  spiri- 
tualmente è  uscire  da  questo  momento  e  imiversaliz- 
zarsi,  e  pensare,  e  liberarsi  dall'  immediatezza    della 


^)  Cfr.  i  miei  Discorsi  di  religione,  Firenze,  Vallecchi,  1920. 


—  255  — 

stessa  libertà.  E  poiché  ciò  non  è  possibile,  l'axtista 
filosofeggia  anche  lui,  a  suo  modo,  e  cioè  non  attri- 
buisce mero  valore  soggettivo  e  astrattamente  indivi- 
duale ai  suoi  fantasmi,  ma  li  tratta  con  quello  stesso 
spirito  religioso  con  cui  l'uomo  si  volge  all'oggetto  ri- 
conosciuto come  tale,  alla  Realtà  che  si  ritrova  innanzi 
come  trascendente  il  potere  della  sua  finita  persona- 
lità. Ma  l'artista,  non  conoscendo  altra  soggettività  che 
quella  immediata,  né  altro  individuo  che  quello  astratto, 
e  non  cogliendo  la  storicità  del  soggetto  e  dell'  indivi- 
duo, onde,  attraverso  la  sua  mediazione  oggettiva,  il 
soggetto  é  tanto  più  soggetto  quanto  più  si  oggettiva 
e  tanto  più  potente  é  l' individualità  dell*  individuo 
quanto  più  essa  si  universalizza,  non  s'affisa  se  non 
in  un'oggettività  anch'essa  immediata,  astratta  per- 
ciò dalla  realtà  storica,  che  é  la  realtà  del  filosofo. 
E  perciò  egH  è  artista.  Si  estrania,  si  può  dire  usando 
il  linguaggio  comune,  si  sequestra  dal  mondo,  e  si  fa 
sì  anch'egli  un  mondo,  in  cui  vive,  ma  un  mondo  suo, 
tutto  suo,  chiuso  nella  sua  fantasia  :  che  non  é  altro 
che  il  suo  pensiero,  in  questa  posizione  astrattamente 
individuale  o  immediata. 

Ecco  che  l'artista,  perduto  il  contatto  col  mondo 
che  limita  la  sua  libertà,  assorto  egli  stesso  nel  suo 
mondo,  vi  si  sente  in  possesso  di  una  libertà  infinita, 
in  cui  può  celebrare  senza  ostacoli,  senza  dolori,  anzi 
con  la  gioia  del  creatore,  la  propria  natura  :  esser  lui, 
dominatore  irresistibile,  perché  solo,  e  sottratto  nella 
sua  infinita  solitudine  alla  possibihtà  d'ogni  resistenza 
e  d'ogni  contrasto.  In  realtà,  la  libertà  dell'artista  non 
è  maggiore  di  quella  del  pensatore,  poiché  effettiva- 
mente egli  stesso  non  fa  altro  che  pensare.  Non  è 
maggiore,  se  si  guarda  alla  condizione  del  pensatore, 
da  cui  l'artista  ama  distinguersi,  dal  punto  di  vista 
dello  stesso  pensatore  che,  riconoscendo  l'oggetto,  ma 
come  l'oggetto  che  è  suo,  ossia  la  stessa  realtà  piena 
e  concreta  del  suo  sé,  non  sente  Hmite  di  sorta  intorno 


—  256  — 

alla  sua  libera  potenza.  Ma  l'artista  che  non  riconosce 
quest'  intimità  dell'oggetto  storicamente  determinato, 
e  vede  perciò  nella  Realtà  dello  spirito  religioso  e 
della  filosofia  una  massiccia  barriera  destinata  a  fiac- 
care la  forza  spirituale  dell'  individuo,  ritraendosi  nel 
suo  mondo  non  sa  d'altra  possibile  libertà  oltre  quella 
che  egli  quivi  si  gode.  E  in  verità  di  contro  a  quella 
obiettiva  Realtà,  ove  storicamente  essa  siasi  configu- 
rata in  forma  di  Realtà  trascendente,  e  la  filosofia 
siasi  ridotta  a  concepirla  e  a  presentarla  come  toto 
caelo  opposta  e  remota  dal  naturale  sviluppo  dell'  in- 
dividuo nella  spontanea  affermazione  ch'egH  fa  di  sé, 
finché  non  siasi  trasformato  questo  concetto  della 
Realtà,  la  vita  dello  spirito  non  ha  rifugio,  dove  possa 
ritrovare  la  propria  libertà,  all'  infuori  dell'arte. 


VI. 


Tali  considerazioni  ci  spiegano  come  in  certi  mo- 
menti storici,  al  modo  stesso  che  in  certe  situazioni 
particolari  degl'  individui,  la  filosofia  stessa  sia  arte,  e 
l'arte  assuma  il  valore  che  é  proprio  della  filosofia. 
Ci  spiegano  perchè  allora  gh  artisti  riescono  a  condurre 
la  più  efiìcace  polemica  contro  i  sistemi  filosofici,  e 
determinano  la  crisi  di  una  concezione  speculativa  del 
mondo.  Ci  spiegano  perché  chi  voglia  intendere  come  mai 
dalla  Scolastica  del  sec.  XIII  si  passi  al  naturalismo 
del  Rinascimento,  e  quindi  all'empirismo  e  al  raziona- 
Hsmo  con  cui  s' inizia  l'età  moderna,  debba  guardare 
all'  Umanismo  deUa  sedonda  metà  del  Trecento  e  del 
secolo  seguente.  Il  Petrarca,  Leonardo  Bruni,  lo  stesso 
Valla,  e  l'Alberti,  e  Leonardo  e  il  Machia veUi,  messi  ac- 


—  257  — 

canto,  sullo  stesso  piano,  a  Tommaso  d'Aquino,  come 
filosofi,  non  possono  che  fare  una  magra  figura.  Nella 
polemica  che  il  Petrarca,  il  padre  dell'Umanesimo,  con- 
duce instancabilmente  contro  gli  averroisti  e  i  dialet- 
tici, ossia  gli  occamisti,  si  sente  il  letterato  che  non 
avevano  poi  tutti  i  torti  quelle  male  lingue  di  natura- 
listi veneti  di  trattare  da  ignorante.  Eppure  chi  miri 
allo  sviluppo  della  filosofia  e  alle  ragioni  che  resero 
possibile  nella  seconda  metà  del  Quattrocento  la  filo- 
sofia del  Ficino,  e  poco  stante  quella  di  Leone  Ebreo, 
e  poi  l'ardita  negazione,  di  così  alto  valore  speculativo, 
di  Pomponazzi,  e  poi  la  nuova  intuizione  di  Telesio, 
di  Bruno  e  Campanella,  senza  di  cui  incontro  alla  scola- 
stica, che  mai  non  scomparve  dalle  scuole,  non  sarebbe 
mai  sorta  la  filosofia  moderna,  non  può  non  ricono- 
scere un  alto  significato,  anche  nella  storia  della  filo- 
sofia, al  poeta  di  Laura,  e  metterlo  nel  progresso  dello 
spirito  umano  al  di  sopra,  non  pure  di  quegli  spiriti 
forti  che  erano  gli  averroisti  da  lui  canzonati  nel  De 
sui  ipsius  et  muUorum  ignorantia,  ma  alla  stessa  aquila 
delle  Scuole,  il  grande  e  immortale  Tommaso. 

Oltre,  insomma,  la  filosofia  dei  filosofi  e'  è  la  filo- 
sofia dei  non  filosofi  :  che  non  sono  filosofi  di  profes- 
sione ;  non  sono  filosofi  perchè  non  sono  in  grado  di 
istituire  una  critica  dei  sistemi  del  loro  tempo  che  sia 
all'altezza  degli  stessi  sistemi  ;  non  intendono  né  pure 
tutto  il  linguaggio  dei  filosofi  di  professione.  Ma  hanno 
un  motivo  di  non  volerne  sapere  di  questo  linguaggio  ;  e 
questo  loro  motivo  lia  già  un  valore  filosofico,  è  un  atteg- 
giamento critico.  E  l'atteggiamento  del  Petrarca  ha  un'im- 
portanza storica  di  prim'ordine  :  del  Petrarca  ispiratore  e 
maestro  della  scuola  umanistica  fiorentina  dei  giovani  che 
stanno  intorno  al  Salutati,  e  che  promoveranno  con  l'e- 
sempio e  r  insegnamento  lo  slancio  dell'  Umanismo  rin- 
novatore di  tutta  la  cultura  e  dello  spirito  italiano  del 
Quattrocento.  Si  volgano  essi,  sulle  tracce  dello  stesso 
Petrarca;  a 'Platone,  che  ardentemente  si  brama  co- 

^7  —  Giordana  Bruno  é  il  ptn^itrt  del  Rinatcim^ntp 


-258- 

noscere  e  volgarizzare  per  farne  un  controaltare  all'Ari- 
stotele degli  scolastici  e  della  tradizione,  o  si  volgano 
a  Lucrezio,  che  si  discopre  e  mette  in  circolazione  e  si 
imita  ;  vagheggino  una  prosa  classica  eloquente  come 
quella  di  Cicerone  o  arguta  piuttosto  come  quella  di  Quin- 
tiliano, e  gareggino  comunque  a  studiare  e  illustrare  gli 
antichi  scrittori  di  Grecia  e  di  Roma,  che  il  Medio  Evo  a- 
veva  dimenticati  o  non  conosciuti  da  vicino;  lo  spi- 
nto che  li  anima  è  uno  :  contrapporre  una  scienza 
nuova  a  quella  che  s'era  formata  nelle  scuole  medie- 
vali, e  della  quale  non  era  possibile  disfarsi  senza  sosti- 
tuirvi una  scienza  superiore  :  senza  scoprire  e  additare 
un  nuovo  mondo,  che  la  dottrina  tradizionale  non  aveva 
giudicato,  poiché  l'aveva  ignorato  :  un  mondo  libero, 
aperto  a  ima  vita  nuova  dello  spirito,  in  cui  questo 
potesse  avanzare  con  la  gioia  di  chi  scopre,  e  non  ha 
legami  da  rispettare.  Il  mondo  nuovo  non  è,  ben  in- 
teso, l'antico,  che  era  più  vecchio  del  medievale  :  non 
è  il  classicismo  pagano  e  precristiano,  la  cui  ristaura- 
zione  sarebbe  stato  regresso  e  non  progresso.  E  l'antico 
ma  disseppellito,  è  questa  nuova  opera,  quest'en- 
tusiasmo di  indagine  e  di  scoperta,  questa  nuova  cul- 
tura che  si  suscita  dai  vecchi  codici,  creando  una 
filologia  che  i  dottori  delle  scuole,  invano  avevano  de- 
siderata (essi  che  nel  Dugento  per  leggere  i  loro  testi 
aristotelici  avevan  dovuto  ricorrere  all'aiuto  di  igno- 
ranti frati  non  ignari  di  greco)  ;  e  nella  filologia,  e  per 
essa,  una  conoscenza  nuova  e  più  vasta,  che  mai  non 
si  fosse  posseduta,  dell'antico,  dell'antica  arte  e  del- 
Tantico  pensiero  :  di  quel  pensiero  che  a  definirlo  quale 
fu,  in  Platone  e  nello  stesso  Aristotele,  studiati  diret- 
tamente nel  testo,  e  tradotti,  e  commentati  col  sussi- 
dio degli  antichi  interpreti,  non  costringe  più  i  nuovi 
studiosi  al  paragone  degl'insegnamenti  antichi  coi 
dommi  cristiani,  e  non  richiede  lo  studio  di  quella 
grave  e  soffocante  teologia,  in  cui  s'era  irretita  la 
scienza  degli  ultimi  secoli  ;    e    permette    insomma    a 


—  259  - 

questi  studiosi  di  moversi  liberamente  nello  sconfinato 
campo  di  un'  indagine  scevra  d'ogni  preoccupazione 
estrinseca  o  pratica. 

L'umanista,  distaccandosi  dallo  spirito  di  quella  che 
per  lui  diviene  Età  di  mezzo,  limita  questa  età  e  la  chiude, 
e  celebra  la  rivendicazione  dello  spirito  umano  da  quel 
concetto  del  trascendente,  in  cui  la  stessa  filosofia  cri- 
stiana era  caduta  :  celebra  la  libertà  del  filosofare,  a 
cui  lo  spirito  non  vorrà  più  mai  i  inunziare  ;  e  che  sorge 
col  Valla  come  un  modo  di  quella  libertà  generale 
dello  spirito  che  riafferma  come  può,  immediatamente, 
il  proprio  valore  di  fronte  alla  scienza  tradizionale, 
e  al  suo  trascendente.  Si  apparta  da  quella  scienza, 
e  vive  nell'antico  che  ricrea  nella  sua  intelligenza,  nel 
suo  mondo,  tanto  diverso  da  quello  in  cui  pure  i  suoi 
coetanei  vivono,  e  così  remoto  dalla  Realtà  storica,  e 
dal  suo  sapere  assodato,  dal  suo  dómma  e  dalla  sua 
legge,  che  egli  può  spaziarvi  senza  incontrarvi  giammai 
ostacoli  e  fimi  ti.  Questa  affermazione  di  sé  come  realtà 
spirituale,  come  individua  Htà  e  libertà,  ancorché  astrat- 
ta, è  una  filosofia  in  quanto  la  filosofia  non  è  altro 
che  l'affermazione  della  realtà  universale  ;  e  l'umani- 
sta, raccogliendosi  e  concentrandosi  nel  suo  astratto 
mondo,  non  conosce  altra  realtà  fuori  di  questo,  e 
quella  vita  in  cui  pur  gii  tocca  praticamente  di  vi- 
vere ha  perduto  ogni  valore  a'  suoi  occhi  ;  e,  vi  si  con- 
formi materialmente  o  ribelli,  il  suo  spirito  non  è  li,  ma 
in  quel  mondo  che  si  agita  nel  cervello  dell'  umanista.  La 
sua  congiura  politica,  come  quella  di  Pomponio  Leto,  non 
è  propriamente  un'azione  politica,  perché  non  s' inse- 
risce nella  realtà  storica  contemporanea,  ma  è  una  co- 
struzione letteraria  dell'uomo  che  s'  é  fatto  nell'animo 
suo  contemporaneo  degli    antichi    romani  *).  La  sua 


*)  Cfr.   intorno    a    questo   carattere   letterario   della  con- 
giura  di    Pomponio   il   libro   dello   Zabughin,   G.   Pomponio 


26o 


stessa  religione  non  lo  fa  uscire  da  quel  mondo  della 
sua  immaginazione,  in  cui  le  memorie  della  felice  an- 
tichità lo  trasportano  e  trattengono  :  e  Pier  Paolo 
Boscoli,  che  ha  cospirato  contro  i  Medici  per  ardore 
dell'antica  libertà,  quando  il  suo  sogno  s' infrange  con- 
tro la  dura  realtà,  e  gli  tocca  di  morire  e,  sul  punto 
estremo,  è  confortato  da  Luca  della  Robbia  a  riabbrac- 
ciarsi alla  fede  de'  suoi  e  del  tempo,  a  quella  religione  da 
cui  lo  aveva  distolto  l'ammirazione  delle  cose  classiche, 
sente  l'abisso  che  separa  il  suo  mondo,  cioè  il  suo  cuore 
d'artista  dal  mondo  della  storia  :  «  Deh,  Luca,  cavatemi 
dalla  testa  Bruto,  acciò  eh'  io  faccia  questo  passo  in- 
teramente cristiano  !  »*). 


Leto,  I,  Roma,  1909,  lib.  I,  cap.  3  e  Gentile,  Storia  della 
filos.  italiana  (nella  Storia  dei  generi  letterari  del  Vallardi), 
I,  pagg.  209-12.  Per  tutto  il  concetto  dell'umanesimo  reg- 
gasi ivi  il  cap.  2  del  lib.  II. 

*)  «  Cotesta  è  poca  fatica  »  gli  risponde  l'amico,  «  volendo 
voi  morir  cristiano.  Senza  che,  voi  sapete  che  coteste  cose 
de'  Romani  sono  state  non  nudamente  scritte,  ma  con  arte 
accresciute  ».  E  il  Boscoli  :  «  E  quando  le  fussino  vere,  che 
m'  è  ?  Conciossia  che  non  hanno  il  vero  fine  »  {Narrazione  del 
caso  di  P.  P.  Boscoli  e  di  A.  Capponi  pubbl.  da  F.  Polidori, 
in  «Arch.  stor.  ital.  »,  I  (1842),  pp.  289-90).  Il  Boscoli,  dice 
il  narratore,  era  «  speculativo  ingegno,  dotto  giovane  »  ;  un 
umanista,  insomma  ;  e  quanto  a  religione  «  già  era  ito  un  falso 
grido  fuori,  che  e'  non  credeva  »  (pag,  298). 

Altre  parole  rivelatrici  del  suo  stato  d'animo  estraniatosi 
dalla  fede,  di  cui  nel  punto  di  morire  sentiva  il  bisogno,  sono 
queste  altre  allo  stesso  amico  :  «  L' intelletto  mio  crede  la  fede, 
e  vuol  morir  cristiano  ;  ma  e'  me  lo  par  forzare.  E'  parmi 
aver  un  cuor  duro  »  (pag.  290).  Il  confessore,  un  frate  di  S.  Mar- 
co, «  gagliardamente  lo  confortava  a  sopportar  la  morte.  Al- 
lora il  Boscoli  disse  :  —  Padre,  non  perdete  tempo  a  cotesto 
perchè  a  questo  mi  bastano  i  filosofi  :  aiutatemi  pur  eh'  io  fac- 
cia questa  morte  per  amor  di  Ciisto.  Io  vorre'  ire  intre- 
pido alla  morte,  con  tanta  fede  che  affogassi  il  senso  » 
(pag.  301). 


—  26l 


VII. 


Paganesimo  ?  No.  L'  Umanesimo,  in  quanto  tale, 
non  è  pagano,  e  non  è  neppure  cristiano  nel  senso  del 
Pastor.  E  lo  spirito  che  può  parere  scettico,  ma  ha 
la  sua  fede.  Può  parere  indifferente,  ma  è  indifferente 
solo  verso  le  credenze,  le  speranze  e  i  timori  della  re- 
Ugione  che  c'era  attorno  ad  esso,  eredità  del  passato. 
È  stato  anche  detto  deista  ;  e  certamente  il  deismo 
di  Campanella  è  preparato  dalla  speculazione  sincre- 
tistica  a  cui  i  dotti  del  Quattro  e  Cinquecento  si  abban- 
donano, pareggiando  in  una  comune  considerazione  tutte 
le  fedi  e  tutte  le  filosofìe  alle  quali  volgesi  con  insazia- 
bile curiosità  intellettuale,  piuttosto  che  con  spirito 
di  vera  e  propria  religiosità.  Ma  1'  Umanesimo  effetti- 
vamente riprende,  come  può,  il  problema  cristiano,  che 
la  filosofia  medievale  aveva  piuttosto  soppresso  che 
risoluto  ;  torna  alla  primitiva  ispirazione  cristiana  della 
realtà  da  intendere  come  spirito  ;  e  gettando  la  base 
della  concezione  a  cui  si  lavorerà  in  tutta  la  storia  mo- 
derna della  libertà,  senza  di  cui  non  è  spirito,  sottrae, 
non  potendo  altro,  l'uomo,  nella  sua  stretta  individua- 
Utà,  al  giogo  di  quella  realtà  che  s'  è  rappresentata 
come  trascendente,  e  lo  lancia  nel  libero  mondo  del- 
l'arte, in  cui  cotesta  realtà  non  sarà  mai  per  incon- 
trarsi. Di  qui  l'alto  suo  concetto  dell'uomo,  della  sua 
dignità,  della  sua  potenza,  *)  che  è  una  celebrazione 
nuova  per  il  suo  accento  storico  e  il  suo  significato 
nella  storia  del  pensiero  moderno  ;  e  rappresenta  senza 


*)  Cfr.  il  saggio  IV  di  questo  volume. 


^62 


dubbio  un  passo  innanzi  di  grandissima  importanza 
verso  quella  interpetrazione  spiritualistica  del  mondo, 
teorica  e  pratica,  che  è  la  mira  del  Cristianesimo.  Sic- 
ché, infine,  questi  umanisti  increduli  e  derisori  di  frati 
e  cinicamente  pronti  a  tutti  gli  accomodamenti  con  la 
Chiesa,  hanno  più  sostanza  di  fede  dei  loro  avversari, 
e  sono,  a  dir  vero,  più  profondamente  e  progressiva- 
mente cristiani. 

Con  r  Umanesimo  si  comincia  in  Italia  a  staccare 
l'uomo  dalla  vita,  e  a  trattare  la  vita,  con  tutto  il  suo 
contenuto  (religione,  morale,  politica),  con  quella  in- 
differenza che  è  proprio  dello  spirito  estetico.  Le  grandi 
passioni  che  avevano  legato  gli  uomini  medievah  alla 
loro  fede  e  temprata  la  loro  fibra  nelle  lotte  religiose 
e  sociah  o  civili  decadono.  Savonarola  a  Firenze  sul- 
l'estremo Quattrocento  è  vox  clamantis  in  deserto  ;  e 
il  suo  rogo  e  le  triste  parole  dispregiative  che  getta  sulla 
sua  memoria  il  maggiore  pensatore  del  suo  tempo, mi- 
stico al  pari  di  lui,  e  già  di  lui  caldo  ammiratore,  Mar- 
silio Ficino*),  sono  la  dimostrazione  evidente  dell'aperta 
e  stridente  opposizione  tra  il  suo  pensiero  di  lui  e  quello 
del  tempo  degli  Umanisti.  I  quali  celebrano  la  potenza 
dell'uomo,  ma  non  dell'uomo  che  nella  sua  individua- 
Htà  concentra  e  risolve  la  storia,  sì  dell'uomo  che  si 
pone  inmediatamente  di  fronte  alla  storia,  quindi  an- 
che alla  così  detta  natura,  e  si  fa  centro  di  un  mondo 
che  sia  quindi  tutto  da  ricostruire. 

Così  accade  che  con  questa  indomita  e  ingenua 
fede  nel  potere  dell'uomo  come  astratto  individuo, 
anche  la  poHtica  diventa  un'arte  estetica  ;  e  il  problema 
dello  Stato  si  configura  come  problema  dell'  individuo, 
del  principe,  che  crea  o  mantiene  lo  Stato.  Il  quale 
si  concepisce  soltanto  come  creazione  di  una  forte  in- 


♦)  Vedi  la  sua   Apologia   pubbl.  dal  Passerini  nel  Giorn. 
stor.  d.  Archivi  tose.  t.  Ili,  pagg.  113-8. 


—  263  — 

dividualità,  mediante  la  virtù,  unità  di  forza  e  di 
talento  :  virtù,  che  prescinde  da  ogni  limite  della 
libertà  individuale  e  da  ogni  legge,  quasi  vera  e  pro- 
pria forza  naturale,  potenziata  ma  non  trasformata  dal 
pensiero,  onde  si  arma  :  senza  scrupoli,  senza  fede  ;  o 
meglio  con  lo  scrupolo  solo  della  propria  coerenza,  e 
con  la  sola  fede  nel  proprio  destino.  È  il  problema 
degli  imianisti  della  politica,  capitani  di  ventura  che 
si  fanno  lo  Stato,  o  pensatori  che  lo  costruiscono  ideal- 
mente. Della  virtù  a 'cui -si  appellano,  essi  sentono  di 
quando  in  quando  l'astrattezza  ;  e  perciò  parlano  di 
«  fortuna  »,  che  è  V  imprevisto  a  cui  la  virtù  non  prov- 
vede :  r  ignoto,  che  si  sospètta  di  là  dalla  sfera  lu- 
minosa in  cui  r  individuo  si  muove  con  l' intelligenza 
e  con  l'azione  ;  e  che  lo  spirito  dell'umanesimo  spinge 
Machia velU  come  l'Alberti  a  considerare,  con  una  fede 
che  non  può  diventare  concetto,  destinata  tuttavia  ad 
esser  vinta  e  soggiogata  dall'umana  virtù. 


Vili. 


Il  dominio,  in  cui  lo  spirito  dell'  Umanesimo,  dato 
il  suo  limite,  poteva  trionfare,  era  uno  solo  :  quello 
a  cui  lo  portava  il  suo  carattere  specifico,  l'arte.  E 
sulle  rovine  delle  Hbertà  comunali,  nella  prostrazione 
della  robusta  religiosità  medievale,  tra  la  spensieratezza 
e  decadenza  del  costume  individualistico,  1*  Italia  gran- 
deggia e  rifulge  come  faro  luminoso  in  tutta  Europa 
per  i  suoi  poeti  e  per  i  suoi  artisti,  letti  e  ammirati 
e  cercati  per  tutto,  sì  che  il  nwne  d' Itaha  e  la  sua 
Hngua  sono  familiari  e  cari  a  tutti  gli  uomini  colti, 
ancorché  alla  stima  dell'  ingegno  non  s'accompagni  di 
là  dalle  Alpi  quella  del  nostro  carattere:  e  si  formi 


—  ^64  — 

quasi  per  tutto  la  convinzione  che  gli  italiani  siano 
meraviglia  nel  mondo  dell'  intelligenza,  ma  siano  anche 
«  vituperio  del  mondo  »,  al  dire  del  Machiavelli  i),  per- 
chè incapaci  di  battersi  e  fax  rispettare  la  loro  terra, 
la  loro  vita,  e  i  loro  interessi.  Essi  infatti  per  rial- 
zare l'uomo  oppresso  sotto  la  trascendenza  antica,  ave- 
vano dovuto  chiudere  l'animo  al  vecchio  mondo,  e 
rifare  in  sé  la  fede  dell'uomo  in  sé  stesso,  mediante 
r  intelhgenza.  Avevano  dovuto  pex-  sé  e  per  gli  altri 
alzare  lo  stendardo  della  libertà,  per  aprire  e  allenare 
le  menti  a  un  concetto  immanentistico  della  realtà  :  e 
-^s'erano  chiusi  perciò  nell'astratto  regno  del  pensiero. 
Senza  questa  autolimitazione  iniziale  del  pensiero, 
il  mondo  moderno  che  è  il  vero  mondo  cristiano,  non 
sarebbe  mai  nato.  All'  Umanesimo  (e  al  Rinascimento) 
italiano  si  contrappone  fuori  d' Italia  la  Riforma,  che 
in  Italia  non  potè  prender  piede  mai.  La  Riforma  è 
sì  liberazione  dell'  individuo  dalla  tirannia  esterna  della 
Chiesa  ;  è  proclamazione  anch'essa  dell'  infinito  valore 
dell'  individuo,  cui  si  restituisce  il  «  privato  esame  » 
della  propria  verità  religiosa  ;  ma  l' individuo  così  po- 
sto anche  dalla  Riforma  nella  sua  immediata  e  astratta 
soggettività  non  è  più  coraggiosamente,  virilmente, 
come  dall'  Umanesimo  italiano,  abbandonato  alle  sue 
forze,  al  suo  destino,  alla  necessità  di  farsi  egli  il  mondo 
che  non  può  valere  se  non  è  il  mondo  che  egli  s'è  fatto  ; 
anzi  viene  misticamente  gittato  in  braccio  a  una  Realtà 
trascendente  ;  e  in  un  nuovo  fervore  dell'  intuizione  ago- 
stiniana della  grazia  che  sola  può  dare  l'umanità  al- 
l'uomo, la  Riforma  lo  inchioda  a  un  sentimento  pro- 
fondo di  sfiducia  nelle  proprie  forze,  con  la  dottrina 
de  servo  arbitrio.  Nulla  di  più  contrario  aU'  individua- 
lismo italiano  ;  e  niente  può  meglio  spiegare  perchè  gli 
umanisti,   padri   del  futuro  razionalismo,   siano   stati 


')  Arte  della  guerra,  lib.  VII.  Ma  vedi  Appendice  n,  IV. 


—  :a65  — 

più  ostili  alla  Protesta  che  alla  vecchia  Chiesa,  che  essi 
passivamente  accettavano. 


IX. 


L'  Umanesimo  divenne  il  Naturalismo  del  Rinasci- 
mento, quando  non  si  passò  già  dal  concetto  della 
realtà  come  realtà  umana  al  concetto  di  una  realtà 
diversa,  concepita  come  natura  :  ma  quando  lo  stesso 
concetto  dell'uomo  si  trasformò  in  un  concetto  più 
profondo  dello  stesso  uomo  ;  e  per  vincere  l'antitesi 
della  virtù  e  della  fortuna,  che  era  pure  l'antitesi  del 
platonismo  di  Ficino  e  dell'aristotehsmo  di  Pompo - 
nazzi  ^),  moventisi  entrambi  intorno  al  problema  del- 
l' immortalità  dell'anima,  l'uno  per  affermarla  e  l'altro 
per  negarla,  si  slargò  il  concetto  della  «  virtù  »,  im- 
medesimando l'uomo  e  la  natura.  Sicché  dei  due  ter- 
mini se  ne  fece  un  solo,  che  fu  bensì  tutto  natura,  ma 
natura  spirituale  ed  umana,  che  non  ha  niente  che  ve- 
dere con  la  natura  dei  Presocratici.  E  come  prima  l'uo- 
mo nella  sua  astratta  immediatezza,  per  1*  Umanesimo, 
era  stato  il  tutto,  la  realtà  universale,  così  la  filosofia 
del  Rinascimento  si  sforzò  di  concepire  immanentisti- 
camente  la  natura,  come  un  tutto  chiuso,  intelligibile 
iuxfa  propria  principia. 


•)  La  Theolo^ia  platonica  sive  de  imm  ori  alitate  animorum 
di  Ficino  vuole  assicurare  l' immortalità  dell'amma  per  lo 
stesso  motivo  per  il  quale  vuole  spiantarla  il  De  immortalitate 
animae  di  Pompon azzi.  Entrambi  i  filosofi  obbediscono  allo 
spirito  immanentistico  dell'  Umanesimo  ;  e  l'uno  guarda  al 
divino  che  è  nell'uomo  ;  l'altro  non  nega  questo  divino,  anzi, 
per  affermarlo  più  risolutamente,  spicca  del  tutto  l'uomo,  che 
è  l'uomo  dell'esperienza,  dei  sensi,  del  corpo,  l'uomo  finito, 
da  ogni  realtà  che  trascenda  l'esperienza. 


—  266  — 

La  natura  di  Telesio^.di  Bruno  e  di  Campanella  non  è 
né  avversa  all'uomo,  come  la  natura  del  pessimismo  cri- 
stiano o  leopardiano,  né  inferiore  all'uomo,  come  quella 
del  materialista:  é  una  natura  che  ha  in  sé  non  solo  il  moto 
e  la  vita,  ma  il  senso  e  il  pensiero  e  la  virtù.  Il  «  calore  »  te- 
lesiano  attraverso  lo  sviluppo  di  tutta  la  natura  è  princi- 
pio di  tutte  le  forme  della  vita,  fino  alle  più  alte  manife- 
stazioni umane  —  ad  eccezione  di  quelle  onde  l'uomo 
partecipa  a  una  vita  soprannaturale  ;  e  nell'universale 
catena  degli  esseri  naturali  l'uomo  si  ricongiunge  agli 
esseri  inferiori  non  per  abbassarsi  al  loro  livello,  anzi 
per  innalzare  gli  altri  esseri  tutti  fino  a  quella  natura 
che  egU  scopre  in  se  stesso.  Onde  Bruno  sollevandosi 
al  concetto  dell'  infinito,  non  la  natura  materiale,  figu- 
rata e  figurabile,  che  si  spande  nello  spazio,  intende 
come  infinita,  ma  quella  natura  che  è  Uno,  indivisi- 
bile e  immoltiplicabile,  tutta  in  tutto,  identità  di  con- 
trari, di  massimo  e  di  minimo,  e  che  si  sorprende  in- 
fatti nel  minimo,  effettivamente  semplice  e  impartibile, 
dentro  al  pensiero  dell'  uomo  col  profondarsi  della 
mente  in  se  stessa,  come  dice  il  Bruno  *),  come  suo 
centro  e  monade.  E  Campanella  approfondisce  anche 
più  questo  concetto  della  interiorità  propria  della  natu- 
ra, che  é  perciò  tutta  posse,  —  e  quindi  essere,  —  ma 
essendo  nosse  e  velie  :  il  cui  essere  è  notitia  sui;  ma 
non  semplice  conoscenza  passiva,  anzi  potenza  effet- 
tiva e  realizzatrice.  Cioè  appunto  spirito.  Non  l'uomo 
dunque  si  é  fatto  natura  ;  ma  la  natura,  nel  pensiero 
dell'umanista  esaltatore  della  divinità  dell'uomo,  è  di- 
ventata essa  uomo^). 

La  natura  è  diventata  uomo,  e  l'uomo  cosi  è  cre- 
sciuto ai  suoi  propri  occhi,  e  celebra  con  maggior  pro- 
fondità di  sentimento  e  sicurezza  di  coscienza  la  pro- 


*)  Eroici  furori,  in  Opere  italiane,  ed.  Gentile,  II,  413. 
*)  Cfr.   su   questo   concetto    il    mio   opuscolo    Bernardino 
Telesio,  Bari,  Laterza,   191 1,  pagg.  75-7. 


—  i^y  — 

pria  infinità  e  divinità.  È  l'eroico  furore  di  Bruno.  Nella 
sua  stessa  infinità  per  altro  l'uomo  del  Rinascimento  è  lo 
stesso  uomo  dell'umanista  :  individualità  ancora  astrat- 
ta e  immediata,  quindi  senza  storia  e  senza  legge.  Il 
filosofo,  come  Bruno,  l'accetta  la  legge  —  che  è  Stato 
ed  è  religione  —  come  una  necessità  pratica  ;  ma  non 
r  incontra  nel  suo  mondo,  nell'uomo  che  è  la  stessa 
infinita  natura.  Quando  costruisce,  come  Campanella, 
il  suo  Stato  cade  nell'utopia,  che  è  Stato  concepito  este- 
ticamente, da  un  punto  di  vista  astratto  ;  e  la  stessa 
religione  gli  si  trasforma  in  religione  naturale  ;  che, 
per  essere  naturale,  non  è  più  religione.  Qual  meravi- 
glia se  Bruno  finisce  sul  rogo  ?  È  la  conclusione  neces- 
saria della  sua  filosofia  :  concetto  di  un  infinito,  fuori 
del  quale  rimane  la  storia,  in  cui  dovrebbe  pur  vivere 
l'uomo  che  s'affisa  in  tale  infinito.  E  qual  meraviglia 
che  Campanella  con  quella  fede  ardente  nella  sua  forte 
individualità  e  nell'audace  disegno  della  sua  Città  del 
sole,  dovesse  cadere  sotto  la  potenza  degU  Spagnuoli, 
e  a  stento,  con  l'astuzia  e  la  forza  d'animo,  scampare 
dalla  forca  ma  per  trascinare  di  prigione  in  prigione 
per  ventisett'anni  la  sua  vita  di  tumultuosa  passione 
e  di  dolorante  pensiero  ?  Qual  meraviglia  se  a  Roma 
poi  avranno  in  sospetto  il  suo  zelo  religioso  e  il  suo 
trionfato  ateismo,  e  costringeranno  lui  già  vecchio  e 
infermo  a  cambiare  cielo  e  andare  (1634)  ^  morire  in 
Francia,  dove  17  anni  prima  era  stato  suppliziato  il 
Vanini  ? 

Ma  in  Francia  il  pensiero  di  Campanella,  come  an- 
che quello  di  Vanini,  troverà  continuatori  anche  più 
che  in  Italia  ;  e  la  filosofia  italiana  del  Rinascimento 
darà  l'abbrivo  alla  moderna  filosofia  europea. 


APPENDICE 


I. 

Il  concetto  della  virtù  in  Giovanni  Fontano 

(cfr.  pag.  123  n.  2). 

1.  Virtutem  virtutisque  actiones  gratuitas  esse  debere. 

Et  quoniam  habitus  perfecta  quaedam  res  est  virtutumquo 
instar  omnium,  vel  singuli  potius  habitus  singulae  sunt  vir- 
tutes,  iUud  perpetuo  quidem  ab  electione  ipsa  ad  finem  usque 
susceptae  actionis  tenendum  est,  ut  electio,  ut  actio  omnisque 
animi  oontentio  sit  omnino  gratuita,  ut  finis  denique  tantum 
sit  propter  se  ipsum  expetitus.  Virtus  enim  nihil,  extra  se 
quod  sit,  quaerit  aUud,  nihilque  simulatum  patitur  aut  fictum, 
nihil  etiam  aliunde  arcessitum,  astu  vacua,  a  fraude  aversa, 
a  pretio  incorrupta,  a  fuco  prorsus  aliena,  libera,  sui  iuris, 
opibusque  etiam  suis  contenta. 

De  prudentia,  II,  11,  in  J.  J.  Fontani,  Opera  omnia 
soluta  oratione  composita,  Venetiis,  in  aedibus  Al- 
di, MDXVIII,  part.  I,  pag.  176  6). 

2.  Per  virtutem'  comparar i  felicitatem. 

Nam  si  consequendam  ad  felicitatem  tribus  omnino  est 
opus,  corporis,  fortunae  atque  animi  bonis,  ad  bona  corporis 
a  natura  data  illud  etiam  adiunget  ad  virtutem  contendens 
vir,  ut  externis  quoque  abundet  commodis  et  quantum  satis 
est  bonis.  Nam  si  daturus  est  operam  actionibus  comparandam 
ad  virtutem  necessariis  et  rebus  etiam  illis  dabit  operam,  sine 
quibus  ncque  virtutis  comparari  habitus  potest,  ncque  feli- 
citas  ipsa,  humanorumque  studiorum  meta,  contingi.  Quocirca 
si  futurus  est  iustus,  habebit   utiquc   quae  ad  iustitiam  exer- 


—  272  — 

cendam  necessaria  sunt  et  commoda  ;  si  liberalis,  quae  ad 
liberalitatem  ;  si  fortis,  quae  comparandam  ad  fortitudinem 
pertinent  :  de  reliquis  ut  taceamus  virtutibus,  quarum  omnium 
eadem  est  ratio.  Quod  cum  ita  sit-,  virtus  ipsa  affatim  cuncta 
sibi  sufficiet  eritque  eadem  ipsa  perfectns  et  undiqiie  consimi- 
matus  finis,  cui  etiam  nihil  desit  ad  bene  feliciterque  viven- 
dum.  Pra,esertim  ubi  post  civilium  humanarumque  actionum 
defunctionem,  tanquam  tutissimum  in  portum  delatus,  totujque 
ad  naturac  rerum  caelitumque  contemplationem  conversus, 
in  hoc  ipso  por  tu  rerumque  omnium  tranquillitate  conquie- 
verit.  Ut  non  morales  solum  \'irtutes,  verum  etiam,  quae 
surama  est  divinaque  iure  etiam  ipsa  habenda.,  mentis  nostrae 
virtus,  illam  fuerit  etiam  consecutus. 

(II,  12,  pag.  177  a-b). 


II. 

Il  concetto  dell'uomo  in  Cesare  Cremontni. 

(cfr.   pag.   148  n). 


Mundus  nunquam  est,  nascitur  semper  et  moritur  ;  quod 
quidem,  praestantissimi  auditores,  vel  ea  ipsa,  in  qua  quotidiex 
sumus,  alternis  coeli  revolutionibus  iterata  temporum  per- 
mutatio  potest  declarare.  Nunc  campi  et  colles  mira  florum 
pictura  exornantur  amoenissimaque  odorum  suavitate  ad 
Zephjni  auram  redolent  ;  fugiunt  nitidissimis  undis  per  gra- 
mina  rivuli,  musicoque  interrupti  cursus  murmurc  veris  ille- 
cebras  loquuntur  ;  volant  hac  illac  inter  frondes  lusciniae,  in- 
terque  luscinias  ludunt  Amores  :  omnia  passim  rident,  delitiis, 
festivitate,  venustate  referta  sunt.  Paulo  post  vero  en  for- 
mosus  annus  praecipitat,  fervent  dies,  torridus  aer  igncas  trabes 
cometesque  regnorum  eversores  undique  prae  se  fert,  gravis 
aestas  accensis  solibus  desaevit  ;  sitiunt  non  solum  prata,  sed 
flumina,  donec  tandem,  et  ipsa  ictu  oculi  praeterlabente,  vix 
dives  fructuum  autumnus  apparuit,  ingruit  hiems  :  rigent 
omnia,  languent  omnia,  horrent  omnia,  habet  campus  prò 
flore  nivem,  ramus  pruinam  prò  fronde,  armatus  glacie  Boreas 
in  nuUos  agros  incursionem  non  facit,  perque  sylvas  perque 
montes  nihil  non  dispeidit,  devastat,  depopulatur.  Sic  con- 
tinue mutat  faciem   natura,    sic   in   eodem   statu    nunquam 


—  273  — 

« 

pernicanat,  sic  vaiia  perpetuo  fluctuat.  Sic  mundus  nunquam 
est,  nascitur  semper  et  moritur. 


Ita,  auditores,  nihiil  est  apiid  nos  adeo  floridum  quin  defloie- 
scat,  adeo  grande  quin  decidat,  adeo  constans  quin  corruat;  fluxa 
haecsunt  quibus  cingimur,  momentanea,  instabilia  omnia.  Ita 
tandem  mundus  nunquam  est,  nascitur  semper  et  moritur.  Quod 
si  aliquis  homini  constituto  in  tantarura  permutationum  tam 
vario  et  turbulento  et  tumultuario  eventu,  quasi  inter  pelagi 
ventis  et  turbinibus  agitati  praecipites  procellas,  quid  co- 
gitandum,  quid  eligendum,  quid  agendum  sit  petatur,  nihil 
sanctius  respondere  eum  posse  existimo,  quam  si  referat  vetus 
illud  Apollineum  monitum  :  «  Nosce  te  ipsum  ».  Si  enim  ali- 
quid  est,  quod  animum  humanum  inter  ingruentes  tremendae 
huius,  in  qua  versamur,  inconstantiae  et  mutabilitatis  aerum- 
nas  valeat  stabilire,  illud  omne  in  hac  sui  ipsius  cognitione 
homini   impositum   fuisse   opinor.... 

Nascitur  homo  anima  praeditus,  cui  non  unius  tantum, 
quemadmodum  de  aliis  rebus  omnibus  evenisse  animadver- 
timus,  sed  multi plicis  vitae  semina  indita  sunt  ^,  siquidem  vi- 
ribus  eiusmodi  eam  gerit  insignitam,  quae  de  se  ipsis  nudae 
sint  facultates  ad  omnia  promptae,  idoneaeque,  currentes  et 
recurrentes  quocunque  ea  trahant  retrahantve,  quae  exstrinr 
secus  parantur,  quasi  chrystallum  quoddam  quod  in  obiectas 
quaslibet  formas  sese  format,  aut  antiquus  ille  Protheus  qui 
in  eam  quam  volebat  figuram  facillime  abire  poterat.  Hoc  vero 
miseium  videri  potest,  quod,  et  rationemipsam,  vimillamqua 
homo  a  reliquis  animalibus  disiungitur  iisque  praepollet,  omnis 
notitiae  prorsus  expertem  omnisque  item  notitiae,  et  prae- 
posterae  ac  furentis,  et  honestae  ac  decentis,  capacissimam 
natura  constituit,  eandemque  determinavit,  non  aliter  cogni- 
tionis  imaginibus  depingendam  esse,  quam  sensuum  arte  et 
penicillo  ;  quamobrem  nescio  ego  haec  tam  ampia  omnipoten- 
tiae  praerogativa  dignitasne  sit,  an  calamitas  ;  hoc  scio,  in 
maximo  discrimine  hominem  versari,  nisi  accurate  invigilet 
ut  hanc  ipsam  licentiam  sedulus  corri gat,  certaeque  legis 
fraeno  cohibeat.  Grave  enim  imminet  atque  ingens  jxìriculum 
ne  tanta  libertas  non  bene  vertat,  ne  scilicet  saepissime  ima- 
ginem  sensus  depingant,  quam  si  sequamur  non  secus  ac  si 
a  noxia  quapiam  larva,  aut  (diceret  Socrates)  a  malo  aliquo 
daemone  duceremur,  in  tristis  miseriae  luctuosum  atque  inexo- 
rabilem  Cocytum  decidamus,  Quam  sane  adeo  proxime  im- 


•)  Cfr.  sopra  pag.    139. 

18  —  Giordano  Bruno  e  il  pernierò  del  Rina%cimento 


—  274  — 

minentem  infelicitatem  ut  avertere  valeamus,  in  nos  ipsos 
inspiciamus,  soUiciteque  admodum  iuspiciamus,  oportet;  ex 
huiuscemodi  enim  inspectione  facile  percipiemus  sensus  extra 
vagos  et  deerrantes  non  esse  animae  adiunctos,  quasi  illius 
duces  sint  futuri,  verum  potius  ceu  exploratores  et  inter- 
nuntios,  quod  quidem  attinet  ad  rem  cognoscendam  semper 
certos,  sed  interea  pronos,  qui  iucunda  rei  perceptione  nimis 
allecti  eidem  perni tiose  adhaeteant  ;  atque  ideo  dignoscemus, 
non  esse  statim  eam  efi&giem  quam  illi  intus  effinxerint  actione 
a  nobis  imitandam,  sed  non  prius  quid  agamus  esse  delibe- 
randum,  quam  apud  mentem  reginam  causa  dieta  inspec- 
taque  sit,  atque  illius,  quae  sola  rem  totam  versat,  ex  anteac- 
tisque  dicit,  ex  instantibus  iudicat,  ex  futuris  praenuntiat, 
decretum  fuerit  auditum,  cum  vis  ea  qua  sentimus  corpori 
adstricta  ea  lege  ligetur,  ut  tantummodo  censeat  de  eo  quod 
nunc  adest,  eodemque  rapiatur,  praeterita  nonvideat,  futura 
non  praesentiat. 

Homo  itaque,  sic  se  ipsum  contemplatas,  hunc  statum 
a  natura  animae  donatum  esse  accipiet,  ut  sensus  extra 
porrecti,  quasi  apud  res  quibuscum  nobis,  postquam  mun- 
dani  sumus,  commercium  necessario  intercedit,  legatione  fun- 
gentes,  nuntient  solum  ;  imaginatio,  veluti  a  secretis  rationi 
adiuncta.receptas  nuntiationes  fideliter  ministret,  regat  tandem 
ratio  et  deliberet.  Quemadmodum  autem  in  hac  rerum  uni- 
versitate,  si  naturae  ordo  dispositioque  perderetur,  adeo  ut 
sol  iste  aureus  e  coelo  caderet,  in  eiusque  locum  opaca  terra 
sufi&ceretur,  prò  concinnitate,  in  qua  nitet  mundus,  tumultus 
statim  fieret  et  inconcinnitas  et  confusio;  ita,  - — si  nativa  haec 
compositio,  qua  vires  animi  quasi  civitatem  quandam  rege  et 
subditis  praeclarissime  constitutam  natura  ordinavit,  evertatur 
immuteturve  ut  ab  effraena  affectuum  insolentia  titillantibusve 
blandimentis  de  solio  mens  deturbetur,  substituaturque  in  eius 
vicem  cupiditas,  imprudens  et  ignarus  auriga,  —  nihil  aliud 
recte  admonet  Plato  expectandum  esse,  quam  ut  animi  currus 
in  aetheream  sedem  directus  per  devium  iter,  quasi  per  ru- 
bos  et  rupes  delatus  praeceps  ruat,  homoque  ipse,  Dei  simu- 
lachrum;  in  monstrum  quoddam  vel  Thebana  illa  Spinge 
monstrosius,  miserrime  evadat.  Quod  quidem  praecipitium, 
quamque  deformitatem  quomodo  in  nos  ipsos  respicientes  fa- 
cile devitemus,  audite.  Cum  hanc  sibi  a  natura  ingeni tam 
constitutionem  animus  viderit,  fieri  certe  nequit  quin  am- 
bitiosus  quidam  sensus  in  parte  illius  domina  ratione  nimi- 
rum  latenter  insurgat,  cuius  regio  factu  ea  re  pietà  servile 
iugum  infamemque  obtemperandì  appetitionibus  et  subditis 
facultatibus  notam  non  detrectet,  sibique  a  natura  tributum 
regimen  conservare  non  studeat,  innatam  iudicii  vim,  quam 


—  275  — 

potens  est  omnem  aliorum  animae  facultatum  notitiam  im- 
mutare, vincere,  abolere,  sedulo  non  acuat,  sceptroque  superba 
ne  unam  quidem  non  suo  praescriptam  edicto  actionem  animo 
permittat. 

Istud  ipsum  et  nibil  aliud  veteres  innuebant,  quando 
ambitionem  ultimum  esse  amictum,  quem  exuere  deberet 
animus  praecipiebant  ;  eandem  enim  esse  virtutis  ma  - 
trem  asseverabant.  Neque  sane  putandum  est  tanti  partus 
parentem  eos  dixisse  ambitionem  illam,  quae  est  inanis  glo- 
riolae  aucupatio,  quae  secundae  sedis  ubique  impatiens  in 
primas  quaslibet  audacia  et  temerità  te  anhelat,  iuxta  Cae- 
saris  petulantem  sententiam,  qui  illud  proferre  non  erubuit, 
malie  se  in  infimo  quoque  loco  primum  esse,  quam  Romae 
secundum  :  rabidus  animi  morbus,  sollicita  effraenis  praeceps, 
demens,  quae  hominem  adeo  laudis  avidum  reddit,  ut  si  ea 
ab  aliis  non  conferatur,  ipse  se  ipsum  puerili  ter  laudet.  Non 
pullulat  de  nocentis  cicutae  semine  salubre  dictamum  ;  non  e 
tigre  immani  oritur  mansuetus  agnus,  e  nigra  nube  ros  non 
pluit,  sed  imber  effunditur.  Ambitionem  praedicabant  rationi 
se  ipsam  cognoscenti  naturalem,  cuius  imperiis  ea  soUicitata 
intra  suae  dignitatis  confines  egregie  se  continere  enititur,  re- 
fugitque  obbìrutescere  velie  in  sensualem  vitam  declinando 
aut  in  fruticem  evadere  vegetalia  turpiter  custodiendo.  Quae 
autem  ratio  imperioso  hoc  stimulo  non  compungetur,  heu 
quam  infeliciter,  quoties  ad  se  revertetur^  horrido  sui  ipsius 
aspectu  deterrita  se  ipsam  fugere  cogetui  !  Experientia  in 
promptu  est,  illud  quidem  popularibus  ridiculos  reddere  con- 
suevit  viros  virtute  perfectos  et  sapientia,  quod  eos  vident 
amare  solitudines,  in  foro  non  versari,  a  congressibus  libenter 
secedere.  Id  ipsum  vero  praestantiae  est  argumentum  ;  etenim 
isti,  qui  ad  naturae  normam  animum  egregie  concinna  ver  unt, 
suamet  pulchritudine  delectati  secum  ipsis  hilares  vivunt, 
ae^reque  ferunt  si  ad  exterioia  ali  quando  rapiantur.  Illi  vero, 
qui  rationem  appetitionibus  subiugavere,  de  consortiis  anxii 
sunt,  infeliciter  degunt  cum  soli  degunt,  amant  populum, 
semper  student  quo  pacto  extra  se  vivant,  a  se  ipsis  distra- 
hantur,  de  se  ipsis  non  quaerant,  non  cogitent  :  iritus  enim 
prave  depicti  nihil  magis  vitant,  quam  ut  sint  in  propriis  pe- 
netralibus,  quia  turpitudinem,  qua  sordent,  nequeunt  non 
abhorrere,  non  moleste  terre.  Tanti  est  quo  natura  vocabat 
non  ivisse,  divina  illius  iura  pervertisse,  se  ipsos  non  bene  vi- 
disse,  ut  decuit  non  cognovisse,  non  custodivisse.  Itaque  ani- 
mus ille,  qui  suam  antea  conditionem  oculate  introspexerit, 
et  qua  concinnitate  a  natura  fuerit  compositus  diligenter  per- 
penderit  quantum  sui  deformitatemoderit!  Quod  ut  accidat  dubio 
procul  est  necessarium,  tantum honestos  habitus  amplectctur 


—  2  7^  — 

Quare  ad  instituendam  viitute  vitam  Apollinis  oracii- 
lum  conducit,  coque  ipso  philosophiam,  quae  mores  for- 
mat homini,  demandatam  fuisse  iure  optimo  antea  censui- 
mus.  Non  minus  vero  eodem  monito  aliam  philosophiae  par- 
tem,  quae  in  conte mplatione  posita  est,  praecepit  Deus.  Homi- 
nem parvum  esse  mundum  nedum  apud  sapientes  receptum 
est,  sed  iam  est  adeo  tritum  et  pervulgatum,  ut  passim  in  ore 
omnium  versari  audiatur.  Conficitul:  mundus  duplici  rerum 
serie:  alterae  sunt  invisi biles  et  immortales  formae,  incolae 
supercoelestis  illius  regionis,  quae  nuUis  obnoxia  mutationi- 
bus  nec  ventos  timet  furentes,  nec  grandinem  segetes  deme- 
tentem,  nec  cadentia  fulgura,  nec  hyemis  horrores,  nec  aesta- 
tis  ardores,  sed  vere  viret  perpetuo,  omnisque  laetitiae,  si 
poetico  eam  licet  depingere,  pienissima  est.  Ibi  immortale 
lilium,  ibi  viola  semper  florens,  ibi  rosa  semper  odorata,  su- 
dant  mella  ilices,  currunt  rivuli  nectare,  fertiles  sunt  campi 
ambrosia.  Alterae  vero  bis  succedunt,  oculis  respiciendae  va- 
riae,  et  muta  biles.  Videte  coelestes  orbes  in  uno  syderum 
aspectu  nunquam  constantes,  semper  revolutos,  semper  eun- 
tes,  semper  redeuntes  ;  aerem  perpendite  nunc  serenum,  nunc 
nube  obductum,  paulo  post  pluvium,  et  tonantem  ;  terram 
contemplamini  magnas  illas  vices  prius  a  nobis  enarratas 
continue  iterantem,  animantibus  refertam,  divitem  auro  et 
metallis,  lapidibus  asperam  et  pretiosam  ;  aeris  eiusdem  ter- 
raeque  et  aliorum,  quae  dementa  nuncupamus,  bellum  caloris 
et  frigoiis  armis  semper  renovatum  considerate.  Ex  bisce  re- 
rum generibus,  non  aliis,  non  pluribus  constat  mundus,  ea- 
demque  propemodum  constitutione  Natura  hominem  fabri- 
cata  est.  Is  quidem  mente  in  se  ipsa  stabili  et  permanente 
Deum  summum  a  se  ipso  neque  agendo,  quoniam  illud  idem 
est  quod  operatur,  recedentem,  divinasque  prope  ipsum 
quas  Philosophi  vocant  substantias  felicissime  aemulatur  ; 
ratione  hinc  inde  discurrente  circumvoluti  coeli  similitudinem 
gerit  ;  sensione,  vegetationeque  ad  animalium  et  stirpium 
effigiem  se  habet  ;  corporata  membrorum  mole  compositorum 
vultum  imitatur  ;  qualitatum  temperamento  exprimit  pri- 
morum  cofporum  proprietates.  Sicque  illa  omnia,  quae  mun- 
dus habet,  quasi  epilogo,  ut  loquuntur,  in  homine  conclusa 
fuisse  animadvertimus;  eaque  de  causa  eundem  paruum  mun- 
dum non  a  re  nominamus.  Quapropter  dum  ipse  se  ipsum  vi- 
det,  postquam  intus  alia  continet,  fieri  prorsus  nequit  quin 
ad  res  illas  de  vera  earum  facie  internoscendas,  quarum  si- 
mulachra  in  se  ipso,  velut  in  quoddam  speculo  adumbrata 
perspexerit,  ut  et  interim  de  se  ipso  certior  fìat,  curiosus,  et 
fervidus,  sed  providus  valde,  et  prudens  excitetur,  infìamme- 


—  277- 

tur,  incumbat;  dumque  intellectu  omaipotente  se  donatum 
esse  intelliget,  qui  audaci  sed  feliciter  audaci  meditatione 
universam  rerum  coagmentationem  pervadere  potest,  pene- 
trare maria,  et  terras,  inter  fulmina  et  tempestates  tutus 
procedere,  in  coelum  ire,  cum  divis  versari,  in  Dei  sinum  se 
recipere,  nihil  habet  invium,  nihil  arduum,  nihil  inaccessum  : 
inquisitione  extra  se  producta  per  mundum  proficiscens,  nec 
multo  quidem  negotio  rerum  constructionem  perscrutabitur 
quo  scilicet  admirabili  magisterio  Natura,  veluti  fabulosus 
chamaleon,  qui  nullo  colore  non  <iepingitur,  continue  exuat 
aliquas,  continue  induat  alias  formas;  qua  virtute  excitata 
e  minimis  seminibus  res  maximas  producat;  quid  praestet 
auro  quercus,  quid  leo  quercum  excellat,  quid  leonem  homo, 
quo  indissolubili  et  venerando  amoris  vinculo  connectantur 
naturalia  omnia,  ut  forma  intra  formam  reponatur,  ab  imisque 
ad  summas  per  concinnos  gradus  ascendatur.  Tandem  vero 
visibilis  huius  or  bis  ordine  perlustrato,  quasi,  quod  dixit 
Tuscus  Poeta:  D'una  in  altra  sembianza,  in  Deum 
veniet,  sicuti  mens  supra  omnes  animae  vires  regina  posita 
est,  ita  in  rerum  apice  sedentem  ;  qua  sede,  auditores,  inclyta 
et  illustri  omnibus  numeris  venerationis  augusta  in  exquisi- 
tum  maiestatis  fastigium  exornata,  cui  prò  auro  est  divini- 
tas,  prò  ebore  infinitas,  prò  purpura  immensitas,  prò  gemmis 
aeternitas,  eum  contemplabitur  a  nullo  temporis  principato 
ortum,  qui  nec  fuit  infans,  nec  adolescens,  nec  erit  senex, 
sed  idem  semper  extitit,  et  perfectus,  et  ineffabilis  vitamvi- 
vens  in  sui  ipsius  intellectione  facilissimam,  qualem  licet  men- 
tiri,  sed  metiri  nullo  modo.  Hic  autem  denique  supra  huma- 
nitatem  collocatus,  ea  nempe  cognitione,  quam  a  se  ipso 
inchoaverit  in  Deum  profectus,  et  mente,  quae  Dei  est  imago, 
Deo  ipsi  coniunctus,  quiescet,  laetabitur,  delectabitur.  Qvie- 
madmodum  itaque  de  bona  morum  conformatione  curanda 
Apollo  epigrammate  ilio  litteris  aureis  per  omnia  templorum, 
palatiorum  vestibula,  per  omnia  urbium  compita  descripto 
admonuerat,  de  amplectenda  speculatone  similiter  admonuif, 
ncque  male  antea  nos  sensimus,  qui  philosophiam,  quae  tota 
in  actione  et  contemplatione  posita  est  eodem  pronuntiato 
homini  iniunctam  fuisse  proponebamus  Tanti  est  igitur  se 
ipsum  cognoscere,  quanti  est  philosophum  esse... 

Excellentissimi  Caesaris  Cremonini  Centensis  Lee- 
turae  Exordium  habitum  Patavii  VI  Kalend.  Fé- 
hniar.  M.D.XCI,  quo  is  primum  tempore  philosophiae 
interpres  ordinarius  eo  est  profectus,  Ferrariae,  ex 
typ.  Benedicti  Maromarelli,  1591   (di  pagg.  24  in-«). 


—  278  — 

III. 

Il  concetto  della  fortuna  in  Giovanni  Fontano 
(cfr.pag.  152M.). 

I.  Quantum  bona  fortuna  conferat  ad  felicitatem. 

Itaqiie  maximi  etiam  philosophi  de  bona  fortuna  scripsere, 
et  quid  et  qualis  ea  esset  commenti  sunt  ;  nec  iniiiria,  quippe 
qiiam  vel  plurimum  conferre  ad  felicitatem  arbitrentur,  cum 
rerum  externarum  ei  iurisdictionem  adscribant,  nec  felicita- 
tem sine  externis  bonis  reantur  posse  uUo  modo  aut  perfìci 
aut  consistere.  Quando  inventi  etiam  sunt,  qui  existimaverint, 
bonam  fortunam  ipsam  esse  felicitatem,  et  bene  fortunati 
qui  essent,  eosdem  quoque  felices.  Cum  igitur  ad  civilem 
constituendam  felicitatem  magnificandamque  ad  eam  pluribus 
simul  opus  sit,  praecipue  vero  divitiis,  clientelis,  opibus,  ami- 
citiis,  magistratibus,  atque  haec  ipsa  in  externorum  habeantur 
bonorum  numero  (nam  inglorii  qui  sint,  huiusmodi  bonis  va- 
cui, abiecti  ipsi  ac  sordescentes,  quonam  modo  felices  eos  vo- 
caveris  ?),  quis  non  videat  vel  potissimum  felicitatis  ornatura 
decusque  illud  populare  atque  in  exteriore  positum  expecta- 
tione,  ad  fortunam,  quae  illorum  domina  et  dispensatrix  sit, 
illaque  moderetur  prò  arbitrio,  referenda  ?  Nam  quae,  obsecro, 
futura  est  felici tas,  si  absque  liberis,  cognatis,  amicis,  clien- 
tibus,  honoribus,  dignitatibus,  si  in  summa  paupertate  re- 
rumque  omnium  constituatur  inopia,  et  in  patria  maxime 
ignobilis  atque  abiecta,  si  denique  et  culinam  ipsa  sibi  instruat 
et  patinam  atque  ollas  eluat  ?  Iure  igitur  plurimum  ad  perfi- 
ciendam  exornandamque  felicitatem  ac  merito,  in  quam,  plu- 
rimum fortunae  tribuitur.  Nam  etsi  vera  perfectaque  com- 
mendatio  ab  animo  est,  honestisque  ab  actionibus  ac  virtu- 
tibus,  perinde  ut  laus  arboris  a  fiuctu  maxime  est  ac  fruge, 
exornatur  tamen  arbor  ipsa  fructusque  eius  praecipue  a  fron- 
dibus  ac  ramis,  qui  ncque  ad  aestu  ncque  ab  aliis  aeris  iniuriis 
tutus  esse  potest  absque  frondium  benefìcio  ac  ramolorum  ; 
nihilo  tamen  minus  felicitatis  ipsius  ornatus  et  tanquam  con- 
dimentum  exsistit  a  bonis  foitunae  atque  externis.  Usuque 
veniet   homini   felici,   id   est   plurimis   ac   raaxirais  virtutious 


—  279  — 

instructo  et  culto,  qiiod  aqiiilae  implumi  ac  sine  pennis,  ut 
non  ornatus  ei  desit  pluraarura  solum  ad  decorem,  verum 
etiam  pennae  desint  ad  volatum,  id  est  copia  instrumentumque 
ad  usum  bonarum  lauda biliumque  actionum.  Nam  si  felicitas 
in  actione  et  usu  est  posita,  manca  erit  ominno,  exuta  fortu- 
nae  bonis,  sine  quibus  virtutes  ipsae  honestaeque  actiones 
exerceri  nequeant.... 

{De  fortuna,  lib.  I,  e.  26,  pagg.  275  6-276  cì). 


2.  Fortunam  ac  rationem  invicem  adversari. 

Bonorum  autem  externorum  nomen  ipsum  aperto  quidam 
declarat  ea  iuris  nostri  non  esse,  nec  nostris  subesse  consiliis 
aut  electionibus,  quociica  nec  etiam  rationi,  cui  et  Consilia 
inhaerent  nostra,  deque  ea  actiones  homines  temperantur  et 
ab  eadem  ipsa  rationales  ipsi  dicimur. 

.    (I,  27,  pag.  276  a). 

Quamobrem  quae  fortunae  dicuntur,  ut  quidem  sunt  bona, 
cum  humani  minime  sint  arbitrii,  nullo  videntm:  pacto  ad  vir- 
tutem  referenda.  si  quidem  fortuna  ipsa  nihil  prosus  cum 
ratione  commune  aut  aliqua  saltem  e  parte  coniunctum  ha- 
bet.  E  contrario  vero  quid  est  quod  non  virtus  habeat  cum 
ratione  consentieas  atque  cognatum  ? 

(I,  28,  pag.  276  a-h). 


3.  Quae  sint  hominis  bona,  atque  in  eius  iurisdictione 
posita. 

Utque  semel  terminemus  nostra  quae  sint  bona  nostraque 
in  potestate  posita,  quo  terminatione  ex  ipsa  intelligamus 
externa  atque  fortuita  bona  minime  nostra  esse,  aut  hominis 
potestati  subiecta  ;  sic  quidem  censemus  nostra  esse  bona 
quaecumque  animi  tantum  sunt  quaeque  in  nostra  sunt  po- 
testate collocata  ;  eae  autem  actiones  ipsae  sunt  hominum, 
quae  a  voluntate  atque  electione  secundum  rectam  rationem 
proficiscuntiu-,  cum  cetera  quidem  fortunae  dicantur. 

(IT,  4.  p.i-.  284  a-h). 


—  280  — 

4.  Felicitatem    civilem  ahsque   honis  externis   per f edam 
non  esse. 

Quoniam  aùtem  vetus  et  Graecorum  et  Latinorum  phi- 
losophia  duplicem  constituit  felicitatem,  eit  quae  civilis  a  no- 
stris  dicitur,  graeco  nomine  est  Politica,  et  quae  a  contem- 
plando nomen  duxit  (nam  de  felicitate,  quam  Christiani  consti- 
tuunt  non  eadem  omnino  habenda  est  ratio,  ncque  de  ea  nos 
hac  in  disputatione  dicendum  sescepimus),  ita  quidem  sen- 
tiendum  est,  civilem  felicitatem  sine  boriis  externis  nequa- 
quam  posse  perfici....  Quo  fìt  ut  civilis  felicitas,  quo  perfectior 
sit  magisque  illustris  appareat,  bonae  quoque  foitunae  praesidiis 
indigeat. 

(II,  6,  pag.  248  b). 


5.  Fortunam    naturae    impetum  referendam    esse. 

Fortuna,  natuialis  quidam  cufn  sit  impetus,  ipsaque  na- 
tura hac  in  parte  sine  ràtione  prorsus  atque  ab  impetu  agat 
solo,  ad  naturae  impetum  referenda  est,  tanquam  ad  propin- 
quam  peculiaremque  ac  particulaiem  causam,  sive  hic  impetus 
rebus  nostris  conducat,  sive  adversetur  et  noceat.... 

(II,   12,  pag.  287  a). 


6.  Fortunatos  infortunatosque  a  natura  esse  institutos. 

Quas  ob  res  si  natura  quaedam  irrationalis  est  fortuna, 
naturae  huic  ut  adscribatur  nocesse  est,  utque  natura  ab 
ipsa  fortunati  hi,  illi  vero  infortunati  et  dicantur  et  sint  .. 
Quemadmodum  autem  quibus  a  natura  tributum  est,  bene 
ut  versus  faciant,  aut  musicos  tractent  modulos,  hi  nati  pror- 
sus atque  accommodati  ad  illud  ipsum  sunt  munus,  sic  qui  ad 
amplectendam  fortunam  idonei  nati  et  ipsi  sunt  atque  appo- 
siti ad  impetus  seque  ndos,  illos  scilicet,  qui  fortunam  conci - 
lient,  aut  ilU  ipsi  potius  sunt  fortuna.  Videmus  enim  quosdam 
ita  genitos  institutosque  a  natura,  qualis  Cato  fuit  is,  qui 
cognomen  habuit  ab  Utica,  ut  nuUius  eos  suasio,  nulla  vis 
impotentiaque,  nuUus  etiam  terror  a  proposito  suo  suaque 
ab  electione  detorqueat,  quos  nesciam  an  fortunatos  iudicem, 
etiam  cum  bene  illis  successerit,  quando  pertinaciae  id,  cer- 
tisque  eorum  ac  fìrmis  propositis  videatur  prorsus  adscri- 
bendum.  Contra  haec  alios,  qui  ab  incepto  itinere  et  facile 


28l 


et  statim  dimov^eantiir,  ac  relieta  ratione  prudentioribusque 
admonitionibusque  atque  coiisiliis  viam  ingrediantur  aliam, 
alienis  minime  vestigiis  inhaerentes,  ut  qui  vagi  palantesque 
ferantur.  Qua  e  re,  quod  ita  sors  ferat,  naturalis  illis  impetus 
praesidio  illis  est  ac  favori,  quod  scilicet  ratione  reUcta  impe- 
tum  sint  secuti,  ut  videatur  similitudo  ipsa  naturae  simul 
eos  conciliare,  appareantque,  propter  hanc  conditionem,  ab 
ipsa  etiam  natura  fortunati,  et  quantum  a  ratione  diversi 
ferantur  ac  devii,  tantum  et  fortasse  amplius  concilientur 
fortunae  ;  et  qui,  qua  ratio  vires  extendit  suas,  parum  ipsi 
prudentes  videantur,  parumque  consulti,  sint  tamen  ad  for- 
tunae promere ndum  favorem  maxime  appositi,  et  tanquam 
affabrefacti,  naturalem  ob  levitatem  consimilesque  impulsus. 
Niliil  enim  prohibet,  qui  abunde  multum  in  ceteris  sapiat,  in 
iis,  quae  fortunae  sunt,  naturali  more  ingenitoque  ab  instituto 
paium  omnino  sapere. 

(II,   13,   pag.  2S7  a-b). 


7.  Fortunae  vires  esse  amplissimas. 

Nec  vero  genus  universum  hominum,  in  civitate  qui  ver- 
santur,  civilibusque  in  negotiis  ac  muneribus,  adde  et  faculta- 
tibus  et  disciplinis,  ut  in  administratione  publica.  in  militari, 
in  navali  re,  ut  in  medicina  (nam  et  fortunatum  medicum  esse 
oportere,  omnes  quidem  consentiunt),  non  etiam  sub  fortuna 
laborant.  Quando  artes  ipsae,  etsi  praeceptis  Constant  ratio- 
neque  atque  observatione,  tamen  fortunae  quoque  iis  in  ipsis 
locus  relictus  est  suus.  ^uaenam  enim  aut  artes  sunt,  aut 
facultates,  ut  non  in  quibus  illae  versantur  rebus,  plura  in 
iis  accidere  ex  improviso  soleant  ?  Nam  etsi  quae  olim  eventura 
sunt,  ea  nec  arte  continentur,  nec  facultate,  nisi  qua  coniectura 
sese  efferat,  campus  tamen  illorum  ludisque  fortunae  est  li  ber 
ac  proprius.  An  non  curanti  aegrotum  medico,  cuius  ad  cu- 
rationem  opus  sit  aut  radice  Pontica  aut  elleboro,  vel  mul- 
tum etiam  |)Otest  in  eo  illi  obesse  fortuna,  quando  quod  inter 
navigandum  curati©  haec  contigerit,  nec  radix  in  navi  Pontica, 
nec  ad  purgationem  reperiatur  elleborus  ?  Et  imperatori  qui  se 
crastinum  in  diem  pugnaturum  cum  hoste  constituit,  nunquid 
non  accipere  illud  potest,  ut  nocte  quae  diem  constitutam 
antecedit  ardentissima  corripiatur  a  febri,  ne  interesse  pugnae 
possit  ?  aut  cum  e  castris  prodire  in  proelium  parat,  repente 
atque  ex  insperato  literas  ut  a  senatu  accipiat,  quibus  prae- 
scriptum  ei  sit,  ne  pugnam  omnino  cum  hoste  ineat,  neve 
cum  ilio  conserat  manum  ?  Et  qui  sutor  calccolarius  pactus 


--  282 


est  futurum  {corr.  factiirum)  se  hospiti  die  insequenti  iter 
inituro  calceolos  itinerarios,  quonam  modo  promissum  prae- 
stabit,  si  mane  dum  ad  suendura  consurgit,  omnem  compe- 
riat  alutam  coriumque  item  omne  fuisse  a  furibus  paulo  ante 
subreptum  ?  Quid,  cum  statuarius  somno  expergiscitur,  do- 
laturus  mane  in  Caesaris  effigiem  saxum,  animadvertit  illud 
nocturna  a  caeli  procella  di'siectum  ?  Latissimus  est  igitur 
fortnnae  campus,  iisque  in  omnibus  vires  extendere,  atque- 
imperium  exerrere  valet  suum,  in  quibus  praeter  spem,  bpi- 
nionem,  proposi tum  ac  constitutum,  accidere  aliquid  valeat 
omninoque  improvisum.  Patet  quoque  vis  eius  non  in  iis 
modo,  quae  iam  diximus,  verum  etiam  quocumque  in  ho- 
minum  gradu  atque  conditione,  summa,  humili,  ingenua,  ser- 
vili, rustica,  urbana,  plebeia,  patritia.... 

(II,  14.  pagg.  287  t-288  a). 

8.  Deum  primam  esse  causam. 

Atque  haec  quidem  ipsa  licet  habere  hunc  se  in  modum 
intellegantur,  tamen,  si  Christiani  esse  volumus  pieque  etiam 
philosophari,  non  panca  ex  iis  quoque  quae  fortunae  tribuun- 
tur,  Deo  ipsi,  divinaeque  beneficientiae  videantur  potius  adscri- 
benda.,.. 

(II,  15,  pag.  288  a). 


IV. 

Cultura  e  fiacchezza  militare 
NEL  Rinascimento  italiano. 

(cfr.  pag.  264). 

Nello  stesso  lib.  VII  deW Arte  òella  guerra  del  Machiavelli 
si  leggono  queste  parole  rivelatrici  della  vera  radice  della 
fiacchezza  italiana  :  «  Credevano  i  nostri  principi  italiani, 
prima  ch'egli  assaggiassero  i  colpi  delle  oltremontane  guerre, 
che  ad  uno  principe  bastasse  sapere  negli  scrittoi  pensare  una 
acuta  risposta,  scrivere  una  bella  lettera,  mostrare  ne'  detti 
e  nelle  parole  arguzia  e  prontezza,  sapere  tessere  una  fraude, 
ornarsi  di  gemme  e  d'oro,  dormire  e  mangiare  con  maggiore 
splendore  che  gli  altri,   tenere  assai  lascivie  intorno,   gover- 


—  283- 

narsi  co'  sudditi  avaramente  e  superbamente,  marcirsi  nel- 
l'ozio, dare  i  gradi  della  milizia  per  grazia,  disprezzare  se 
alcuno  avesse  loro  dimostro  alcuna  lodevole  via,  volere  che  le 
parole  loro  fussero  responsi  di  oraculi  ;  né  si  accorgevano  i 
meschini  che  si  preparavano  ad  essere  preda  di  qualunque 
gli  assaltava  Di  qui  nacquero  poi  nel  T494  i  grandi  spaventi, 
le  subite  fughe  e  le  miracolose  perdite  ;  e  così  tre  potentis- 
simi stati  che  erano  in  Italia  sono  stati  più  volte  saccheggiati 
e  guasti.  Ma  quello  che  è  peggio,  è  che  quelli  che  ci  restano 
stanno  nel  medesimo  disordine  ». 

L'altra  spiegazione  che  lo  stesso  Machiavelli  dà  (nel  Prin- 
cipe, cap.  26)  della  fiacchezza  militare  italiana,  concorre  nello 
stesso  ordine  di  considerazioni  a  cui  si  riferisce  il  carattere 
estetico  della  cultura  italiana  del  Rinascimento.  Quivi  dice  : 
«E'  pare  sempre  che  in  Italia  la  virtù  miUtare  sia  spenta.... 
Qui  è  virtù  grande  nelle  membra,  quando  la  non  mancassi 
ne'  capi.  Specchiatevi  ne'  duelli  e  ne'  Congressi  de'  pochi, 
quanto  h  ItaUani  sieno  superiori  con  le  forze,  con  la  destrezza, 
con  lo  ingegno.  Ma,  come  si  viene  alli  eserciti,  non  compari- 
scono. E  tutto  procede  dalla  debolezza  de'  capi  ;  perchè  quelli 
che  sanno  non  sono  obediti,  et  a  ciascuno  pare  di  sapere,  non 
ci  sendo  fino  a  qui  alcuno,  che  si  sia  saputo  rilevare  e  per  virtù 
e  per  fortuna  che  li  altri  cedino.  Di  qui  nasce  che,  in  tanto 
tempo,  in  tante  guerre  fatte  ne'  passati  venti  anni,  quando 
elli  è  stato  uno  esercito  tutto  italiano,  sempre  ha  fatto  mala 
pruova.  Di  che  è  testimone  el  Taro  ;  di  poi  Alessandria,  Ca- 
pua,  Genova,  Vaila,  Bologna,  Mestri  ». 

Si  tratta  sempre  di  quell'  individualismo  che  è  proprio  del- 
l'atteggiamento estetico.  Ma  il  rapporto  tra  la  cultura  artistica 
e  la  debolezza  militare  degli  italiani  divenne  nel  Cinquecento 
qualcosa  di  proverbiale.  Cfr.  Castiglione,  Corte^iano,  I,  43  : 
«  Non  vorrei  già  che  qualche  avversario  mi  adducesse  gli  ef- 
fetti contrarli....  allegandomi,  gli  italiani  col  lor  saper  lettere 
aver  mostrato  poco  valor  nell'arme  da  un  tempo  in  qua  :  il 
che  pur  troppo  è  più  che  vero  ;  ma  certo  ben  si  porla  dir,  la 
colpa  d'alcuni  pochi  aver  dato,  oltre  al  grave  danno,  perpe- 
tuo biasmo  a  tutti  gli  altri  ;  e  la  vera  causa  delle  nostre  ruine 
e  della  virtù  prostrata,  se  non  morta,  negli  animi  nostri,  esser 
da  quelli  proceduta  :  ma  assai  più  a  noi  saria  vergognoso  il 
pubblicarla,  che  a'  Franzesi  il  non  saper  lettere....  »  E  il  Mon- 
j  AiGNE,  Essais,  I,  24  :  «  L'estude  des  sciences  amoUit  et  ef- 
f emine  les  courages  plus  qu'il  ne  les  fermit  et  aguerrit....  Je 
trouve  Rome  plus  vaillante  avant  qu'elle  feust  S9avante.  Ses 
belliqueuses  nations,  en  nous  jours,  sont  les  plus  grossi^res 
et  ignorantes,...  Quand  les  Gots  ravagerent  la  Grece,  ce  qui 
sauva  toutes  les  Jibrairies  d'estre  passées  au  feu,  ce  feu   un 


—  284  — 

d'entre  eulx  qui  sema  cette  opinion,  qu'il  falloit  laisser  ce 
meublé  entier  aux  ennemis,  propre  à  les  destourner  de  l'exer- 
cice  militaire  et  s'amuser  à  des  occupations  sedentaires  et 
oysifves.  Quand  nostre  roy  Charles  huictiesme,  quasi  sans 
tirer  l'espee  du  fourreau,  se  veit  maistre  du  royaume  de  Na- 
ples  et  d'un  bonne  partie  de  la  Toscane,  les  seigneurs  de  sa 
suitte  attribuerent  cette  inesperee  facilitò  de  conqueste,  à 
ce  quo  les  princes  et  la  noblesse  d'Italie  s'amusoient  plus  à 
se  rendre  ingenieux  et  s^avants,  que  vigoreux  et  gueiriers  ». 

Secondo  il  Montaigne,  gli  stessi  italiani  scherzavano  in- 
torno a  questa  riputazione  d' imbelli  che  s'erano  fatti  in  Eu- 
ropa. Egli  racconta  infatti  :  «  Un  seigneur  italien  tenoit  une 
fois  ce  propos  en  ma  presence,  au  desadvantage  de  sa  na- 
tion  :  Que  la  mobtilité  des  Italiens  et  la  vivacité  de  leurs  con- 
ccptions  estoit  si  grande,  qu'ils  preveoyvoint  les  dangiers  et 
accidents  qui  leur  pouvoient  advenir,  de  siloing,  qu'il  ne  fal- 
loit pas  trouver  estrangé  si  on  les  veoyoit  souvent  à  la  guerre 
prouveoir  à  leur  seureté,  voire  avant  que  d'avoir  recogneu 
le  perii  ;  que  nous  et  les  Espagnols,  qui  n'estions  pas  si  fins, 
allions  plus  oultre,  et  qui  nous  failoit  faire  veoir  à  l'oeil  et 
toucher  à  la  main  le  dangier,  avant  que  de  nous  en  effroyer  ». 
{Essais,   II,   II). 

E  già  in  Italia  uno  dei  più  dotti  umanisti  del  secolo,  Lilio 
Gregorio  Giraldi  (1479-1552),  traeva  anche  argomento  dallo 
scetticismo  del  suo  amico  e  protettore  Giovan  Francesco  Pico 
(l'autore  déìì'Exaj7ien  vanitaiis  doctrinae  gentUim  et  veritatis 
Cìiristianae  disciplinae)  per  teorizzare  la  tesi  della  decadenza 
dei  popoli  come  effetto  delle  lettere  e  delle  arti,  nel  suo  Progymna- 
sma  adversus  literas  et  literatos  (pubbl.  nel  1540).  Dove  si  incon- 
trano p.  es.  queste  curiose  osservazioni,  degne  di  Rousseau  :  «  Res 
populi  Romani,  ut  ab  iis  incipiamus,  qui  fere  toto  orbi  terrarum 
gloriose  imperitarunt,  tam  diu  floruere  et  auctae  sunt,  quousque 
philosophos,  poetas,  oratores,  huiusmodique  hominum  reliquum 
genus  literarum  umbras  et  otium  sectantium  pepulere,  factis 
etiam  et  promulgatis  contra  eos  senatuscunsultis.  Ubi  vero 
non  solum  in  partem  urbis  recepti  ac  ipsa  urbe  caeterisque 
proemiis  donati,  sed  et  iis  quoque  iuventus  Romana  insti- 
tuenda  ac  eorum  artibus  imbuenda  est  tradita,  tum,  cum 
non  multo  post  Senatu  et  Curia  admissi  versipelles  ipsi  et 
inconstantes  fuissent,  continuo  factiones  et  partes  urbem  in- 
vasere  ;  paulatimque  primo  res  ipsa  pubi,  ab  optimatibus  et 
principibus  urbis  ad  unius  dominationem  et  potestatem  de- 
venit,  mox  penitus  ad  externos  duces  et  imperatores,  ac  de- 
mum  tandem  funditus  extincta  est,  ita  ut  nunc,  ex  multo 
tempore  (non)  nisi  nomen  populi  romani  restet.... 

«Ad  haec  autem  usque  tempora,  ut  audio,  Scythae  impe- 
rium  tenent  suum,  quoniam  ab  ipso  primordio  nunquam  istos 


—  285  — 

literarum  sapientes  in  consortium  admiserunt.  Possem  et  cum 
iis  multas  alias  barbaras  nationes  hoc  loco  in  medium  afiferre, 
quae  eundem  tenorem  ac  institutum  servaverunt  et  adhuc 
servant.  qiiibus  centra  literas  ad  scribendum  tantum  epistolas  et 
in  deorum  suorum  quibusdam  laudibus  in  usu  habent  :  quam 
rem  nec  nos  improbamus.  Venetorum  rempublicam  intelligo 
tam  diu  fìoruisse,  quo  mercibus  comparandis  et  convehendis, 
necnon  versuram  faciendo  navigationique  quam  literis  magis 
operam  dederunt,  opes  aut  facultates  auxisse,  urbem  locu- 
pletasse, ditionem  longe  lateque  terra  marique  protulisse. 
Ubi  literis  et  literatis  locum  fecere  et  in  senatu  admisere 
pene  ad  nihilum  redactum  esse  nos  ipsi  vidimus.  lUud  certe 
adhuc  faciunt,  ut  non  nisi  vernaculo  et  quotidiano  sermone  in 
senatu  utantur.  Vide  quoque  nationes,  quae  hoc  tempore  plu- 
rimum  rerum  et  imperio  potiuntur,  parvi  literas  et  earum 
professores  facere,  eorum  minimum  rationem  habere  ».  (L.  G. 
GiRALDi,   Opera,  J3asilc-a,   1580,  t.  Il,  p.  439.   pp.   176-7). 

Per  l'accennato  rapporto  tra  queste  idee  del  Giraldi  e  lo 
scetticismo  del  Pico  (recentemente  studiato  come  uno  dei 
precursori  del  Montaigne  :  cfr.  F.  Strowski,  Montaigne,  Paris, 
Alcan,  1906,  pp.  125-30,  già  pubblicate  nel  Bull.  jtal.  di  Bor- 
deaux, V,  1905,  pp.  309-13)  è  interessante  questa  dichiarazione 
dello  stesso  Giraldi,  sulla  fine  dello  stesso  Progymnasma,  dove  si 
escludono  gli  scettici  dalla  condanna  inflitta  a  tutti  i  letterati  : 
«  Inter  ipsos  quoque  litterarum  professores  quidam  philosophi 
celebres  extitere,  qui  non  tota  ut  dicitur,  via  aberrarunt  :  ii 
enim  non  modo  sapientiam  ipsam  et  artes,  quas  liberales  vo- 
cant,  contendere  et  asseveranter  defendere  audio  homines, 
haud  scire  quicquam  posse,  sed  ne  illud  quidem  ipsum  quod 
nescimus.  Ita  enim  quidam  inter  oos  non  postremi  ordinis 
exclamat  :  —  Nego,  inquit,  scire,  sciamusne  aliquid,  an  niliil 
sciamus,  ne  id  ipsum  quidem  nescire,  aut  scire  nos,  nec 
omnino  sitne  aliquid  an  nihil  sit.  Qui  profecto  et  eum  secuti 
vere  sapientes  quasi  per  transennam,  quod  aiunt,  id  ex  parte 
videbant,  quod  nos  in  praesentia  palam  asseveramus  ;  idque 
ipsi  naturae  beneficio  et  quasi  divino  quodam  instinctu  co- 
gnoverunt,  hanc  literaturae,  ut  sic  dicam,  gangrenam  noctes 
atque  dies  nos  mortales  alioqui  nostrapte  natura  satis  infe- 
lices  rodere,  torquere,  consumere.  Sed  et  te,  Pice,  quoque  ilio 
tuo  Examinis  doctrinae  gentium  ingenti  sane  et 
laborioso  volumine  aliud  pene  nihil  estendere  velie  putarim, 
quam  literas  ipsas  omnemque  rem  litterariam  nullius  esse 
momenti  ad  illam  coelestem  animi  nostri  quietem  et  tran- 
quillitatem,  quam  illiteratis  nobis  sola  Dei  immortalis  beni- 
gnitas    gratis  exhibet  et  elargitur  »  (pp.  441-2). 


INDICE   DEI   NOMI 


Abarbanel  (vedi  Leone   Ebreo) 

257. 
Adami  T.   114. 

Agostino  (S').  108  n.,  162,  178. 
Alberti  (L.   B.)    149,   151,   152, 

154,  256,  263. 
Alcidamante   160. 
Alighieri    Dante    133,     152    n., 

164    n.,    184,    185,   247,   250, 

252. 
Amabile  L,    36  n.,   63,    137  n. 
Ambrogio  (S')   160,   163. 
Amenta  N.  103  n. 
Ammannati  Giulia  217. 
Anassagora  159. 
Anassimandro  159. 
Anassimene   159. 
Aaselmo  (S')  92. 
Antistene   249. 
Apuleio  137  n. 
Archelao    159. 
Aretino  P.   243. 
Ariosto  L.   143. 
Aristosseno  159. 
Aristotele    41,   52,   53,   71,   93, 

98  n.,  loi,  102    123  n.,  124, 

152    n.,    154,    158,    167    n., 

220,  223,  228,  258. 
Arnauld    104. 
Asclepio    137  n. 
Aten  agora  118. 
Bacone   96,  97  n.,  98  e  n.,  99- 

joo,  102,  177,  191,  192,  239. 


Bacone  R.  98  n. 

Baillet   loi. 

Barberini  Maffeo   228,  '236. 

Bellarmino  R.  35,  37,  39,  40,  50- 

52,   59,   227,  233,   235. 
Bertani  31  n. 
BertiD.  23  n.,   30-31   n.,   35n., 

37  n.,  39  n.,  41  n.,  55,  61  n.. 

100  n.,  148  n. 
Bisticci   V.    154. 
Blanchet  N.  98  n. 
Boccaccio  249. 
Boezio  152  n. 
Bologna  G.    152  n 
Bonardi  C.    128  n.* 
Bonaventura   (S.).    247. 
Boscoli  Pier  Paolo  260. 
Boss  ut  108  n. 
Bouillier  C.  102  n.,  104  n. 
Braggio  156-157  n- 
Brunetière  loi  n. 
Bruni  Leonardo    149,  243,  256, 
Bruno  G.  7  e  segg.,  85-110,   126, 

146-148,   191,  201,  209,  226, 

229,     239,     243,     257,     266, 

267. 
Br  umilio fer    40  n.,   47  n.,   49. 
Budda   249. 
Burckhardt    113,   137  n.,   148- 

149  n.,  252  n. 
Calippo  94. 
Calvi  G.  200  n. 
Calvino  23-24, 


—  288  — 


Campanella  T.  24  e  n.,  25,  35, 
36  n.,  41,  53,  54,  98  n.,  114- 
119,  122,  126,  130-132,  134- 
142,  157,  168,  170,  171,  173, 
177,  178,  212,  239,  257,  261, 
266-271. 

Capponi  A.  260  n. 

Capra  Baldassarre  223. 

Cardano   134  n. 

Cartesio  R.,  io i -103,  210,  239. 

Casmann  99. 

Castelli  C.  229,  235. 

Castiglione  B.  283. 

Cesi  F.  227. 

Charbonnel  148  n. 

Cherbury  v.  Herbert. 

Ciampoli  D.  24  n. 

Cicerone  23  n.,  135,  136,  142  n., 
158,  160,  166,  168,  169,  171 
n.,  258. 

Cigoli  218. 

Ciotto   31  n. 

Claudiano  124  n. 

Clavio  Cristoforo   220. 

Clemente     (S.)  Romano   122  n. 

CI  eombro  to   163. 

Collete  G.'  103  n. 

Colombe    (delle)   L.    228. 

Contarini  Z.   224. 

Copernico    90,  94  n.,   95,   228, 

233..  235. 
Cornelio  Celso  203. 
Cornelio  T.    109  n. 
Crantore   160. 
Cemonini  C.     147,    148  n.,  226, 

272, _  277. 
Delalain  97  n. 
Del  valile  103  n. 
Democrito   75,   83,    159. 
Dicearco   159. 
Dicson  43,  46. 
Diels   90  n. 
Diogene   159. 

S.  Domenico  (di  Guzman)    248. 
Doni  A.  F.   109. 
Dorez  L.  137  n. 


Duns  Scoto  247. 

Egesia   i6o. 

Ellis  98,   99  n. 

Empedocle   159. 

Epicuro      76,     83,     102,     119, 

123  n. 
Eraclito  71,  90,  159. 
Erodoto  23,  160  n. 
Eschilo  97  n. 
Esdra  99. 
Euclide  222. 
Eudosso  94. 
Euripide   160. 
Favaro  A.   loi  n.,  217  n, 
Fazio  B.   155,   156. 
Fazio    Almayer     V.      131     n., 

228  n. 
Felici  G.  S.  24  n.,  28  n.,  37  n., 

41  n.,  98  n.,  134  n. 
Ficino  M.  118,  122,  123,  137  n., 

140,  144,  145,  148,  149,  172, 

173,  178,  203,  206,  257,  262, 

265  e  n. 
Filelfo  F,    123  n.,   149. 
Fiorentino  F.   24-25  n.,  47  n., 

123  n.,  230  n. 
Fontenelle    107-108   n. 
Foscarini  P.    A,    233. 
Fowler  97  n. 
Francesco   (d'Assisi)  248. 
Frith  J.  46  n. 
Fumagalli  97  n. 
Galilei  G.  41,  45,  60,  100,  130- 

132,  147,  184,  192,  195,  200, 

209,  210,  215-240. 
Galilei  V.  217. 
Gaspary  A.   152  n. 
Celli  G.   B.    128   n..    145,    146. 
Gelilo  Aulo  97  n. 
Geremia  98  e  n.,   118. 
Cerini  116  n. 
Giobbe  93  n. 
Giovenale  22  n. 
Giraldi  284.   285. 
Girolamo  (S.)  164. 
Grassi  236. 


289  — 


Guicciaxdini  153. 

Guiducci  M.   100,  236. 

Guyau    104  n.,    107  n. 

Hegel   70,  95. 

Herbert  di  Cherbury  132. 

Hirzel   136  n. 

Hoeffding  H.   71,   76  n.,  84. 

Intyre   43  n.,   96  n.,    102  n. 

Ipparco  94. 

Ippia  159. 

Ippocrate  104. 

Jacobi  70. 

Kant  56,   73,   115,   126,   196. 

Kepler  221  n.,  226,  228,  239. 

Landino  C.   127  n.,  149. 

Losswitz  85. 

Latini  B.   149. 

Lattanzio    134,   142,   166,   168, 

169,   173,  178. 
Leibniz  70.   77,  83,  84. 
Leonardo   180  a  214,  256. 
Leopardi  20,   184. 
Leucippo   159. 
Lévy  L.-G.   126  n. 
Lorini    235. 
Lucrezio  258. 
Ludwig  186  e  segg.  n.,  195   n., 

197  n.,  198  n. 
Lutero  25,  27,  28,  29  n. 
Mabilleau  L.   148  n. 
Machiavelli   53,  97  n.,  109,  151- 

153,  184,  252,  256,  263,  265, 

282,  283. 
Macometto  Aracense  94. 
Mai  moni  de  126. 
Malebranche   102. 
Manetti  A.i54,i55eseg.,  161-77. 
Marcolini  97  n. 
Marshall  97  n. 

Martinis   (de)  R.  59  n.,  61  n. 
Masci  F.   71,  72. 
Massetani  140  n. 
Maugain  103  n. 
Mazzoni  (Jacopo)  221. 
Menelao  94. 
Medici  (Lorenzino  de')  109. 


Michelangiolo    184. 

Michiels    103  n. 

Minucio  Felice  23  n.,   134  n. 

Mocenigo  G.   30,  31,  39,  40,  56. 

Mondolfo  R.   67  fino  a  85. 

Monnier  M.    148  n.,   154  n. 

Montaigne  107,  283-285. 

Muratori  155  n. 

Naldi  N.    155  n. 

Occam  247. 

Omero   102. 

Orano  D.  59  n. 

Origlia  139  n. 

Ovidio   134,   166. 

Pagnotti  F.   154  n. 

Palingenib  29  n. 

Panezio   136  n. 

Paoli  A.   227  n. 

Paolo  di  Tarso  22,    244. 

Parmenide  71,  75. 

Pascal  B.    104  a  108  n.,   191. 

Passerini   262   n. 

Pastor  L.   261. 

Perrault   107  n. 

Petrarca  152  n.,  243,  256,  257. 

Piccolomini  149. 

Pico  G.  137-139,145-148,  1540.. 

167,  201,  205. 
Pico  G.  F.  284,  285. 
Pitagora  no  n. 
Platina  B.  134  n.,  145. 
Platone    41,  52,     71,  93,   102, 

124,    127   n.,    184,    196,   203, 

204,  209,  220,  257-259,  274. 
Plauto  108. 

Plinio  127  n.,   158,   160. 
Plotino  71,  75. 
Poggio  149. 
Polidori  260  n. 
Poliziano  A.  243. 
Pomponazzi    53,  123,  125,  136, 

170,  257,  265  e  n. 
Fontano  G.    123  n.,  149,  152  n., 

271,  278. 
Ponzio  P.   36  n. 
Franti  196. 


'9 


Giordano  Bruna  e  ti  pensi «ro  del  Rinaieim'nto 


290  — 


Friuli  A.  224. 

Protagora  127  n.,   195. 

Prudenzio  23  n. 

Querengo  137  n. 

Remusat  (de)  99  n. 

Reusch  157  n. 

Rhode   E.    124  n. 

Richter    190  e  segg.  n.,  197  n., 

201  n.,  204-208  n. 
Rigault  98  n.,   103.  104  n. 
Robbia   (Luca  della)   260. 
Ronsard  103, 
Rossi  V.  149  n.,  154  n. 
Ruzzante   108. 
Salomone  160.   163. 
Sarsi  L-.  236. 
Savonarola  G.  262. 
Scheiner  228 

Schelling  70  n.,   199-201. 
Sdoppio  G.   118. 
Seneca  123  n.,  158. 
Senofane  97  n. 
Socrate    33,   60,    108   n.,     163, 

206,  273. 
Solmi  E.    36  n.,    190  e  segg.  n., 

200  n.,  201  n. 
Spampanato  V.  100  n.,  230  n. 
Spaventa  B.  55  n.,  71.  85,    131 

n.,  147  n. 
Spencer   116. 
Spinola   100. 
Spinoza   14,  44,  70,  77,  80,  83-84, 

126  e  n.,  201,  202,  210,  229. 


Strowski  F.  285. 

Talete  159.  173. 

Tasso  T.  243. 

Telesio  B.    53,    137,   239,    257, 

266  n. 
Terenzio   108. 
Thuasne  L.    137  n. 
ToccoF.  34,  40   n.,    44,    47   n., 

67  e  segg. 
Tolomeo  95,   104,  221,  228, 
Tommaso  d'Aquino  246-47,  257. 
Toppi  N.   no  n. 
Traversali  A.    154. 
Vaccaluzzo  N.  229  n. 
Valerio  Massino  158. 
Valla  L.  123  n.,  i34n.,  243,  256, 

259. 
Vanirli  G.  C.  267. 
Varrone  159. 
Vasari  G.   191  n. 
Venturi  Lionello  211  n. 
Vico     54,    95.    109,    129,    145- 

148,  206. 
Virgilio  100,  250. 
Virilio  (Giovanni  del)  249. 
Viviani  218  e  segg. 
Voigt  154  n. 
Vorlànder  71. 
Welser  228. 
Zabughin.   259  n. 
Zeno   154  n. 
Zenone  159. 
Zippel  G.    155  n. 


-À 


INDICE 


Dedica        Pag.      5 

Prefazione 7 

I.  Giordano   Bruno   nella  storia   della   cultura  .     .     il 

I.  Il  misticismo  del  Bruno.  —  2.  Il  va- 
lore pratico  delle  religioni.  —  3.  Bruno 
e  la  Riforma.  —  4.  La  genuflessione  di  Ve- 
nezia. —  5.  La  resistenza  al  S.  Uffizio  in 
Roma.  --  6.  La  religione  di  Bruno.  —  7.  Il 
significato  della  morte  —  8.  L'eroismo  e  l'e- 
redità morale 

II.  Lo  svolgimento  della  filosofia  bruniana     ...       65 

I.  Il  metodo  del  Tocco  nella  storia  della 
filosofia.  —  2.  II  difetto  del  suo  metodo  e 
della  sua  interpretazione  della  filosofia  di 
Bruno.  —  3.  §eUgione  ejìloso.fi,a-ln  Bruno.  — 

4.  Le  tre  fasi  del  pensiero  bruniano  secondo 
il  Tocco.  —  5.  Osservazioni  del  prof.  Mon- 
dolfo.  —  6-7.  Anima  del  mondo  e  anima 
individuale.  —  8.   La  monadologia  bruniana. 

III.  Veritas    -filia    temporis  :    Postilla    bruniana  .     .       87 

1-2.  Il  concetto  del  progresso  in  un  luogo 
della  Cena  de  le  Ceneri.  —  3.  Importanza 
storica  di   questo  luogo.   —   4.    Bacone.   — 

5.  Galileo  e  Mario  Guiducci.  —  6.  Carte- 
sio, Malebranche.  —  7.  Arnauld,  Pascal, 
Fontenelle  e  gli  scrittori  italiani  del  Cin- 
quecento. 

VI.  Il  concetto  dell'uomo   nel   Rinascimento.     .     .     in 

I.  L'immortalità  dell'anima  e  il  premio 
della    virtù   in    un   sonetto    del    Campanella 


—  292  — 

e  nella  filosofia  del  Rinascimento.  —  2.  La 
celebrazione  dell'uomo  in  una  canzone  del 
Campanella,  in  Galileo,  nel  De  sensu  rerum 
e  neUa  Metafisica  dello  stesso  Campanella.  — 
3.  La  nobiltà  dell'uomo  nella  Bibbia  e  in 
Dante.  Versi  di  Ovidio  cari  agli  scrittori  del 
Rinascimento  ;  e  pensieri  di  Cicerone.  —  4.  Il 
De  hominis  dignitate  {i486)  e  ì'Heptaplus 
(1489)  di  Pico.  —  5.  Il  concetto  dell'uomo 
néìl'Assioco   ps. -platonico   e    nel    Ficino.    — 

6.  G.  B.  Gelli,  G.  Bruno,  C.  Cremonini.    — 

7.  Discussioni  umanistiche  sulla  nobiltà.  La 
volontà  umana  e  la  fortuna  in  L.  B.  Al- 
berti, nel  Machiavelli  e  nel  Guicciardini.  — 

8.  Giannozzo  Manetti  e  il  suo  De  dignitate  et 
excellentia  hominis  (1448).  Partizione  del  trat- 
tato e  sua  polemica  contro  il  pessimismo 
ascetico.  —  9.  Le  prerogative  dell'uomo  se- 
condo il  Manettt. 

V.  Leonardo  filosofo 179 

I.  In  che  senso  deve  dirsi  che  Leonardo  non 
fu  un  filosofo.  —  2.  In  che  senso  si  può  par- 
lare d'una  sua  filosofia.  Il  suo  atteggiamento 
spirituale  e  il  suo  concetto  della  scienza.  — 
3.  Il  suo  concetto  dell 'es pei  lenza  e  sue  idee 
platoniche.  —  4.  L'apriorità  della  natura 
e  del  sapere  secondo  Leonardo.  Suo  pla- 
tonismo. —  5.  Altri  elementi  platonici  : 
teoria  dell'amore,  del  piacere,  dell'anima, 
del  conoscere  come  fare,  della  finalità.  — 
6.  Il  naturalismo  di  Leonardo.  La  matema- 
tica e  il  potere  creativo  dello  spirito  umano. 

VI.  Galileo  e  il  suo  problema  scientifico  ....     215 

T.  Nascita  e  primi  studi  di  G.  —  2.  G.  stu- 
dente neir  Università  di  Pisa  ;  e  suoi  studi 
matematici.  —  3.  Lettore  di  matematica  a 
Pisa,  e  poi  a  Padova.  Ricerche,  scritti,  in- 
venzione del  cannocchiale.  —  4.  La  sco- 
perta dei  satelliti  di  Giove  e  Cesare  Cremo- 
nini. —  5.  G.  a  Firenze.  Le  fasi  di  Venere, 
le  macchie  solari  e  la  dottrina  copernicana.  — 
6.  L'ipotesi  di  Copernico  e  la  Bibbia  :  i  rap- 
porti tra  scienza  e  fede.  —  7.  Il  problema 
della  scienza  in  Galileo,  e  le   difficoltà  del 


—  293  — 

Bellarmino.  —  8.  I  due  processi  del  S.  Uf- 
fizio. —  Q.  La  condanna,  e  le  sue  conse- 
guenze. —  IO.  Dopo  la  condanna.  —  ii.  G. 
pensatore  e  scrittore. 

VII.  Il  carattere  dell'Umanesimo  e  del  Rinascimento.     241 

I.  Differenza  tra  Umanesimo  e  Rinasci- 
mento. —  2.  Il  concetto  del  Medio  Evo.  — 
3.  La  poetica  medievale.  —  4.  Il  Comune,  la 
Signona,  e  il  nuovo  Stato  come  opera  d'ar- 
te. —  5.  Il  carattere  estetico  generale  di 
tutto  r  Umanesimo.  Il  significato  del  mo- 
mento artistico  nella  realtà  dello  spirito.  — 
6.  Analisi  del  carattere  estetico  della  filosofia, 
della  religione  e  della  politica  degli  Uma- 
nisti. —  7.  L'  Umanesimo  non  è  pagano, 
ma  cristiano.  —  8.  Umanesimo  e  Riforma.  — 
9.  Dall'Umanesimo  al  Naturalismo  del  Ri- 
nascimento. 

Appendice      .     .     .     , 269 

I.  Il  concetto  della  virtù  in  G.  Fontano.  — 

II.  Il  concetto  dell'uomo  in  C.  Cremonini.  — 

III.  Il  concetto  della  fortuna  in  G.  Fon- 
tano, —  V.  Cultura  e  fiacchezza  militare  nel 
Rinascimento  italiano. 

Indice   dei   nomi     ... 287 


VALLECCHI    EDITORE    —    FIRENZE 


la  nostra  scuola 

Rivista  quindicinale  diretta  da  GIOVANNI  MARCHI 
Direzione  e  Amministrazione  :  Via  Ricasoli,  8,  Firenze 


Collaboratori  ordinarli:  A.  Anile,  A.  Carlini, 
M.  Casotti,  V.  Cento,  E.  Codignola,  A.  Colombo, 
V.  CosTANzi,  C.  Dentice  d'Accadia,  A.  Errerà,  A. 
Frangi,  G.  Gentile,  B.  Giuliano,  P.  Grassini,  G.  Lom- 
bardo-Radice, E.  Marsili,.  G.  Modugno,  F.  Momi- 
gliano, R.  MuRRi,  O.  Sabbadini,  G.  C.  Pico,  L.  Russo, 
C.  Sgroi,  M.  Valgimigli,  ecc.  ecc. 


Vuole  promuovere  il  rinvigorimento  della  coscienza  politica  e 
scolastica  con  la  trattazione  scientifica  dei  capitali  problemi  didattici 
e  politici,  con  la  denuncia  aperta  degli  abusi  e  degli  arbitri,  con 
la  critica  spregiudicata  di  uomini  e  istituzioni  che  ostacolano  per 
fini  interessati  e  partigiani  il  rinnovamento    dello   spirito   nazionale. 


ABBONAMENTO  ANNUO  : 
Sostenitore  L.  20  —  Ordinario  L.  8  —  Estero  L.  20 

Tutti  gli  abbonati  godono  di  uno  sconto  del  20  ""U 
sulle   opere   edite   dalla  Casa   editrice  Vallecchi 

Numeri  di  saggio  della   Rivista  saranno  inviati   gratis   a   richiesta. 


VALLECCHI    EDITORE    —    FIRENZE 


GIOVANNI    GENTILE 


DISCORSI  DI  RELIGIONE 

Volume  di  oltre  150  pagg.  Lire  5. 
Collezione  UOMINI  E  IDEE  a  cura  di  E,  Codignola 

SOMMMARIO  :  Dedica.  —  Avvertenza.  —  Il  problema  politico.  — 
Il  problema  filosofico.  —  Il  problema  morale. 

Sono  tre  magnifici  saggi  in  cui  viene  studiato  e  illustrato  il  problema 
religioso  sotto  l'aspetto  politico,  filosofico  e  morale.  Profondamente  origi- 
nale la  soluzione  speculativa  del  problema  filosofico  e  morale  :  acutissima 
è  l'analisi  delle  nuove  esigenze  della  nostra  vita  politica,  dell'oscura  crisi, 
dell'  inquietudine  che  turba  uomini  e  partiti,  e  i  giovani  in  paxticolar 
modo,  e  «  mostrerà  tra  pochi  anni  alla  chiara  luce  del  sole  quale  nuova 
Italia  si  vien  maturando  e  si  travaglia  ora  nelle  fatiche  di  una  tumultuosa 
e  rapida  gestazione  \ 

ALDEMIRO  CAMPODONICO 


La  Russia  del  Sovlets 

Volume  di  oltre  400  pagg.  Lire  IO. 
Collezione  UOMINI  E  IDEE  a  cura  di  E.  Codignota 

SOMMARIO  DEI  CAPITOLI  :  Come  si  arrivò  al  bolscevismo.  — 
Il  Soviet.  —  Leggi  fondamentali  :  l'abolizione  dei  titoli  :  delle  eredità  : 
delle  donazioni.  —  Il  lavoro  obbligatorio  :  la  terra.  —  Nazionalizzazione 
delle  industrie.  Organizzazione  economica.  —  Lavoro.  —  Commercio. 
—  Approvvigionamenti  :  Razione  e  distribuzioni  dei  viveri.  —  Assi- 
stenza. —  Assicurazioni  sociali.  —  Istruzione.  —  Tribunali  e  <?iustizia. 
Esercito  e  servizio  militare.  —  Resultati.  —  Appendice. 

Sono  qui  raccolte  le  leggi  dei  bolscevichi  nei  loro  testi  integrali.  La 
«  realtà  vera  »  apparisce  attraversò  l'opera  legislativa  dei  Soviets  ;  realtà 
di  dolore,  di  miseria,  di  servitù,  di  tirannia. 

Gli  abbonati  de  "  la  nostra  scuola  „  godono  dello  sconto  del  20  %  su  tutte  le 
pubblicazioni  edite  da   Vallecchi,  Editore,   Via  Ricasoli,  8,  Firenze, 


VALLECCHI    EDITORE    —    FIRENZE 


ARMANDO  CARLINI 


LA  FILOSOFIA  DI  G.  LOCKE 

Volume  di  oltre  400  pagg.  Lire  IO 
Collezione  IL  PENSIERO  MODERNO  diretta  da  E.  Codignola 

INDICE  DEL  PRIMO  VOLUME  :  Introduzione  :  Vita  e  biografi 
di  Locke.  —  Gli  scritti  minori.  —  Il  Saggio.  —  Parte  prima  :  L'Edu- 
cazione dell'  Intelligenza.  —  Bacone,  Descartes  e  Locke.  —  L'Esperienza 
e  il  problema  critico  della  filosofìa.  —  L'Origine  delle  Idee.  —  Parte 
SECONDA  :  Trasformazione  dell'empirismo  critico  in  idealismo  soggettivo 
e  in  nominalismo.  —  Le  Idee  e  le  Parole.  —  Scienza  ed  esperienza, 
ragione  e  fede.  —  La  conoscenza. 

Questa  è  la  prima  monografia  che  compare  su  Locke,  condotta 
con  senso  speculativo  e  storico  insieme.  Oggetto  di  dogmatica  cele- 
brazione nel  sec.  XVIII  e  di  critica  distruttiva  o  vanamente  costruttiva 
nel  sec.  XIX,  il  grande  filosofo  inglese  prende  qui  finalmente  il  suo 
posto  nella  storia  del  pensiero  che  non  conosce  tramonti. 

Il  metodo  seguito  dal  C.  è  del  tutto  nuovo  :  egli  ha  voluto  adem- 
piere il  suo  dovere  di  espositore,  di  critico,  di  storico  —  in  modo  che 
queste  parti  siano  distinte,  eppure  organizzate  in  un  tutto  armonico  e 
progressivo. 

La  filosofia  lockiana,  abilmente  riassunta  ne'  motivi  centrali,  e 
lumeggiata  nella  sua  formazione  con  il  confronto  del  movimento  del 
y)cnsiero  contemporaneo,  riceve  qui  per  la  prima  volta  un  apprez- 
zamento che  è  insieme  storicamente  esatto  e  speculativamente  sereno. 

Questo  primo  volume  è  quasi  tutto  dedicato  all'illustrazione  del 
celebre  capolavoro,  il   «Saggio'. 

L'introduzione  bibliografica  mette  innanzi,  già,  tutto  il  materiale 
di  cui  il  Carlini  s'è  servito  pel   lavoro. 


Gli  abbonati  de    "  la  nostra  «cuoia  ,,  godono  dello   sconto  del  20  %  su   tulle  le 
pubblicazioni  edite  da   Vallecchi,  Editore,    Via  Ricasoli,  8,  Firenze. 


VALLECCHI    EDITORE    —    FIRENZE 


MARIO    CASOTTI 


Saggio    d'una    concezione 
idealistica   della   Storia 

Volume   di    pagg.    450    Lire    12 
Collezione  IL  PENSIERO  MODERNO  diretta  da  E.  Codignola 


SOMMARIO  DEI  CAPITOLI  :  Il  problema  filosofico  della  storia.  Storia 
e  filosofia.  Il  realismo  e  l'empirismo.  —  Il  volontarismo.  —  L'essere 
e  il  divenire.  -  -  Posizione  del  divenire  assoluto.  —  Il  pensiero  come 
processo  e  la  storia  della  filosofia.  —  L'opposizione  e  la  distinzione. 
—  La  fenomenologia  dello  spirito.  —  Storiografia  e  filosofia.  —  La 
deduzione  delle  categorie.  —  Le  forme  assolute  dello  spirito. 

Grande,  importanza  ha  assunto  nella  filosofìa  moderna  il  problema 
della  storia,  dopo  che  il  Croce  ed  il  Gentile,  per  vie  diverse  ebbero  pro- 
clamato l'identità  di  filosofia  e  storia.  Sullo  stesso  terreno  su  cui  si  muo- 
vono le  ultime  indagini  del  Croce  e  del  Gentile  si  colloca  il  libro  del 
Casotti  che  vuol  essere,  non  già  una  pura  e  semplice  ripetizione  di  tesi 
crociane  o  gentiliane,  ma  un  ripensamento  personale,  condotto  con  ri- 
goroso e  vigoroso  metodo  scientifico. 


Gli  abbonati   de  "  la  nostra  scuola  „    godono  dello  sconto  del  20  %   su  tutte  le 
pubblicazioni  edite  da  Vallecchi,  Editore,    Via  Ricasoli,  8,  Firenze. 


VALLECCHI    EDITORE    —    FIRENZE 


ENRICA  CARPITA 


Educazione  e  Religione  in  Maurice  Blondel 

Formato  in- 16  di  pagg.  100  circa  —  Prezzo  L.  3. — 
Collezione  LA  NOSTRA  SCUOLA  a  cura  di  E,  Codignola 

L'autrice  illuBtra  con  molto  acume  e  profonda  conoscenza  del  movimento 
filosofico  e  pedagogico  moderno  la  nuova  intuizione  dei  problemi  educativi 
e  religiosi  contenuta  nell'opera  del  maggiore  pensatore  francese  contempo- 
raneo. L'operetta  è  indispensabile  a  chiunque  voglia  rendersi  esatto  conto 
della  crisi  profonda  che  sta  attraversando  il  concetto  tradizionale  di  educa- 
zione per  opera  dei  maggiori  pensatori  del  tempo  nostro. 


ULRICO  ARNALDI 


Rossi,  bianchi  e  tricolori 

Formato  in- 16,  pagg.  200.  — Prezzo  Lire  6. — 
Collezione  UOMINI  E  IDEE  a  cura    di  E,  Codignola 

Potente  rievocazione  della  tragedia  austriaca,  ungherese,  czeco -Blovacca 
dopo  la  disfatta  e  l'esperimento  bolscevico.  L'autore  è  un  conoscitore  pro- 
fondo dei  paesi  danubiani  oltre  che  scrittore  maschio  e  originale.  Il  volume 
offre  altresì  un  alto  interesse  politico  per  i  gravi  fatti  che  documenta  : 
l'opera  feconda  dell'eroismo  e  della  cavalleresca  umanità  dei  nostri  mi- 
gliori soldati  contrastata  e  cancellata  dalla  folle  cecità  della  nostra  buro- 
crazia militare,  complice  dell'  invidia  alleata. 

Gli  abbonali  de  "la  nottra  scuola  ,,    godono  dtllo  sconto  del  20 ^ij   au  tutte  le 
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tre novelle.  3.50. 

—  Sotto  il  giogo  della  guerra.  3.50. 
Antonio  Baldini  —  Umori  di  gioven- 
tù. 5.—. 

Giacinto  Benavente  —  Gl'interessi 
creati.  4. — . 

Massimo  Bontempelli  —  La  vita  in- 
tensa. 5. — . 

Al  demiro  Campo  do  nico  —  La  Russia 
dei  Soviets.  10. — . 

Carlo  Carrà  —  Pittura  metafisica.  5. — . 

Emilio    Cecchi   —   Pesci  rossi.   5. — . 

Franco  Ciarlantini  —  Quando  tirava 
forte  il  vento.  4. — . 

Bruno  Cicognani  —  6  storielle  di 
novo  conio.  3. — . 

—  Gente  di  conoscenza.  3. — . 

—  Il  figurinaio  e  le  figurine.  5. — . 
Primo   Conti   —  La  fanfara   del   co- 
struttore. 4. — . 

Gise'la  Curzi  —  Lo  avventure  di  Jo- 

n^lla    4  —  . 
Miguel  De   Unamuno  —  Il  fiore  dei 

miei  ricordi-  4. — . 
Giovanni  Papini  —  Opera  prima.  5. — . 

—  Memorie   d'  Iddio   e   vita   di   nes- 
suno. 3. — . 

—  Crepuscolo  dei  filosofi.  3.50. 

—  L'altra  metà.  4. — . 

—  Pragmatismo.  4. — . 

G.  Papini  —  Un  uomo  finito.  7. — . 

—  n   tragico    quotidiano   e  il   pilota 
cieco.   /. — . 

—  Testimonianze.  5. — . 

—  24  CerveUi.  5.—. 

—  Stroncature.  6. — . 

—  Esperienza    futurista.    3.50. 

—  MaschiUtà.  4.—. 

—  Buffonate.  3. — . 

—  Parole  e  sangue.  3.50. 

—  100    pagine    di  poesia.  4. — . 

—  Giorni  di  festa.  5. — . 

G.    Papini   e    P.    Pancrazi    —    Poeti 

d*oggi.  10. — . 
Perondino   —   O   donne   tutte.   3.50. 


Platone  —  Dell'amore.  3.50. 

Giuseppe  Prezzolini  —  Uomini  22  e 
città  3.  7.—. 

I.  M.  Salaverria  —  Re,  uomo.  3.50 

Giuseppe  Fanciulli  —  Lascio  ai  miei 
figli.  4.—. 

Giovanni  Gentile  —  Discorsi  di  reli< 
gione.  5. — . 

André  GÌ  de  —  Il  Prometeo  male  in 
oatenato.  3.50. 

Luda  Gironi  —  Ore  crepuscolari.  3.50 

Domenico  Giuliotti  —  L'ora  di  Ba- 
rabba. 5. — . 

Carlo  Linati  —  Nuvole  e  paesi.  3.50 

Giuseppe  Lipparini  —  Le  fantasie 
della  giovane  Aurora.  6. — . 

E.  L.  Morselli  —  Favole  per  !  r 
d'oggi.  3.50. 

Alfredo  Mori  —  Andiamo  a  veder  s< 
le  rose....  4. — . 

Nicola  Moscardelli  —  La  mendica 
muta.  3.50. 

Aldo  Palazzeschi  —  Due  imperi.... 
mancati.  5. — . 

Ferdinando  Paolleri  —  Il  libro  del- 
l'amore. 5. — . 

Ottone  Rosai  —  Il  libro  di  un  tep- 
pista. 2.50. 

Bino  Sanminiatelli  —  Le  pecore  paz- 
ze. 3.50. 

Nino  Sa  Varese  —  Pensieri  ed  allego- 
rie. 3.50. 

Ardengo   Soffici  —  Arlecchino.  3.50. 

—  Giornale  di  bordo.  3.50. 

—  La  giostra  dei  sensi.  4. — . 

—  Kobilek  (edìz.  non  censurata).  3.50. 

—  La  ritirata  del  Friuli.  5. — . 

—  Scoperte  e  massacri.  5. — . 

—  Statue  e  fantocci.  5. — . 

—  Chimismi  lirici.  3.50. 

—  Principi  di  un'estetica  futurista  3,50 

—  Rete  mediterranea  fi,  II)  ciascu- 
no. 5. — . 

Giuseppe  Ungaretti  —  Allegria  di  Nau- 
fragi. 5. — . 

Giuseppe  Zucca  —  Una  tovaglia 
per  24.  6. — . 


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